La guardai negli occhi. «Vuoi che resti?»
Si irritò all'istante, un meccanismo di difesa automatico. «Non rispondere sempre con domande da psicologo del cazzo.» Poi, abbassò lo sguardo, le ciglia scure che le tremavano appena, e sussurrò: «Sì.»
Aprii l'acqua, regolandola su una temperatura tiepida per combattere la canicola estiva. Il box doccia si riempì di vapore leggero. Entrammo.
L'acqua scrosciò sui nostri corpi. Sotto il getto, il trucco sbavato di Giulia iniziò a sciogliersi definitivamente, lavando via l'ultimo scudo che le restava. I capelli neri le si appiccicarono al viso, le spalle si incurvarono. Era bagnata, struccata, esposta. E per la prima volta da quando era iniziato tutto quel casino, non sapeva come comportarsi. L'equazione sesso rubato = eccitazione era saltata. Ora doveva essere normale, e la normalità la terrorizzava.
«Non so come si fa,» mormorò, stringendosi nelle spalle sotto l'acqua.
«A fare cosa?» le chiesi, prendendo il bagnoschiuma.
«A stare qui senza sembrare una che sta rubando qualcosa.»
Quella frase mi spaccò il cuore. Versai il sapone sulle mani. Mi avvicinai, annullando la distanza tra noi. Le passai le mani insaponate sulle spalle, scendendo lungo la schiena. Giulia chiuse gli occhi, rilasciando un sospiro tremante. I suoi muscoli si rilassarono sotto le mie dita, ma il suo respiro restava teso, in bilico. Scivolai in avanti, avvolgendola da dietro, e le mie mani scesero sui suoi seni scivolosi, stringendoli con una dolcezza ferma, lavandole la pelle calda.
Lei si appoggiò al mio petto bagnato. «È stupido che mi agiti più questo del sesso?» sussurrò, la voce coperta dal rumore dell'acqua.
«No.»
«Bugia.»
La girai verso di me. I nostri sguardi si incrociarono attraverso l'acqua che ci scorreva sui volti. Voleva dimostrarmi che non era solo una bambina impaurita, che poteva darmi quello che le altre non mi davano. Senza preavviso, scivolò verso il basso, inginocchiandosi sul piatto doccia.
L'acqua le batteva sulla schiena nuda. Mi guardò dal basso, poi si avvicinò alla mia erezione. Non era la predatrice sicura di sé che fingeva di essere; c'era una goffaggine tenera e disperata nei suoi movimenti. Prese la mia virilità tra le mani bagnate, schiudendo le labbra. Quando mi prese in bocca, il contrasto tra il calore umido e febbrile della sua cavità e l'acqua tiepida che ci cadeva addosso mi fece inarcare la schiena contro le piastrelle. I suoi movimenti erano ancora acerbi, incerti rispetto all'impeto furioso di Erika o delle ragazze più grandi, ma c'era una devozione in lei, una voglia di compiacermi che superava qualsiasi tecnica.
«Piano...» mormorai, intrecciando le dita nei suoi capelli bagnati.
La guidai. Le tenni il viso con entrambe le mani, dettando un ritmo lento, assecondando la sua bocca. Lei imparava in fretta. La sua lingua si mosse con più sicurezza, le sue labbra si fecero più avvolgenti, creando un sottovuoto caldo che mi risucchiava la lucidità. Il rumore dell'acqua che sbatteva sul vetro nascondeva i miei gemiti gutturali e i suoni umidi della sua bocca. L'eccitazione si mescolò alla tenerezza e al possesso. Sentire il suo viso morbido tra le mie mani, vederla inginocchiata per me nell'intimità del mio bagno, fu una scarica troppo potente. Quando sentii il limite avvicinarsi irrimediabilmente, aumentai la pressione delle mani sui suoi capelli. «Giulia...» ansimai. Il climax fu un'esplosione intensa, muscolare, che mi svuotò i polmoni, riversando tutta la tensione accumulata nelle ultime due settimane. Mi appoggiai al vetro, il petto che si alzava e si abbassava freneticamente, mentre l'acqua continuava a pioverci addosso, lavando via la frenesia e lasciandoci solo una stanchezza pulita.
Dieci minuti dopo, eravamo in camera da letto. Giulia era uscita dalla doccia avvolta in un mio asciugamano grigio, troppo grande per lei. Aveva i capelli umidi tamponati alla meglio, il viso pulito, le guance arrossate dal vapore. Frugò nel borsone e ne tirò fuori una mia vecchia maglietta dei Nirvana che mi aveva fregato chissà quando, infilandosela. Le arrivava quasi a metà coscia.
Si sedette sul bordo del letto. Si guardò le mani, poi si guardò intorno nella stanza, dondolando leggermente le gambe. Sembrava in attesa di istruzioni. L'ansia da prestazione emotiva l'aveva completamente paralizzata.
«Adesso che si fa?» chiese, con un tono di voce buffo, quasi formale.
Stavo infilandomi un paio di jeans puliti. La guardai, trattenendo un sorriso. «Ci vestiamo e usciamo.»
Giulia sgranò gli occhi, sbattendo le palpebre. «Subito?»
«Non volevi uscire?» le chiesi, infilandomi una maglietta. «Hai detto tu che volevi la cena, il fuori, le stronzate da fidanzata.»
«Sì,» rispose lei, arricciando il naso in un'espressione confusa e adorabile, «ma pensavo ci fosse una... fase.»
Mi fermai. «Una fase?»
«Non lo so, Franci!» sbottò, incrociando le braccia al petto, la vulnerabilità che traboccava da ogni poro. «Le coppie fanno cose strane prima di uscire. Parlano, si guardano, decidono cosa fare... non lo so. Io non ho mai fatto questa cosa.»
Restai a fissarla. Sotto la pretesa tossica, sotto i ricatti emotivi e le foto compromettenti, c'era solo una ragazza che non era mai stata portata fuori a cena dal ragazzo che le piaceva. Aveva il desiderio feroce di una donna, ma l'esperienza emotiva di una bambina.
Mi avvicinai al letto. Mi sedetti accanto a lei, il materasso che si abbassò sotto il mio peso. Allungai un braccio, glielo passai dietro le spalle e la tirai contro il mio fianco. Lei oppose resistenza per mezzo secondo, poi si lasciò cadere contro di me, appoggiando la testa bagnata sulla mia spalla, espirando rumorosamente.
«Va bene,» le dissi, baciandole la tempia. «Allora facciamo la fase. Stiamo seduti qui a non fare niente per dieci minuti. E poi ti porto a mangiare la cosa più buona che c'è in città. Che ne dici?»
Giulia annuì lentamente contro la mia maglietta, stringendo il tessuto con le dita. E per la prima volta da quel maledetto giorno al mare, non sembrava in guerra con nessuno.
La «fase» durò il tempo di calmarci, ma l'aria in camera da letto rimase densa di una tensione elettrica, carica di un erotismo che non aveva più bisogno di essere consumato rabbiosamente per farsi sentire.
Mi alzai per finire di vestirmi, mentre Giulia apriva di nuovo il suo borsone. Tirò fuori l'intimo pulito. Un completino di pizzo nero, sottile, quasi trasparente. Si sfilò la mia maglietta grigia, restando completamente nuda sotto la luce della plafoniera. Non si nascose. Si infilò gli slip, il pizzo scuro che contrastava in modo brutale e meraviglioso con il candore della sua pelle giovane e con la curva soda dei suoi fianchi. Poi agganciò il reggiseno. Mi fermai a guardarla, con la cintura dei jeans a metà. I suoi seni piccoli e perfetti venivano spinti verso l'alto dalla stoffa, i capezzoli turgidi che premevano contro il ricamo. Vederla prepararsi in camera mia, vederla indossare una lingerie da donna per un appuntamento con me, mi fece pulsare di nuovo il sangue nelle vene. Le mi avvicinai da dietro, passandole le mani sui fianchi nudi, sfiorando il bordo del pizzo. Le baciai la spalla ancora umida, inalando il profumo del mio stesso bagnoschiuma sulla sua pelle, sentendola rabbrividire e inarcare la schiena contro il mio petto.
Si infilò i jeans e un top nero aderente, poi si voltò verso il grande specchio dell'armadio. Si sistemò i vestiti, lisciando le pieghe. Non voleva sembrare la ragazzina ribelle. Non voleva sembrare la sorella minore di Erika. Voleva disperatamente sembrare una donna che avevo scelto.
«Sono presentabile?» mi chiese, guardando il mio riflesso nello specchio.
«Sì,» risposi, appoggiandomi allo stipite del bagno.
Giulia incrociò le braccia. «Non dire sì come se stessi rassicurando una pazza.»
Sorrisi, scuotendo la testa. «Stai bene, Giulia.»
«Quanto bene?» insistette, girandosi verso di me. Ecco la solita Giulia, affamata, che pretendeva sempre un centimetro in più.
Non risposi a parole. Presi l'asciugamano, mi avvicinai e le avvolsi i capelli ancora troppo bagnati. Iniziai a frizionarglieli con delicatezza. Lei si irrigidì per un istante, sorpresa, poi chiuse gli occhi e si lasciò fare. Presi il phon dal cassetto, lo accesi al minimo e iniziai ad asciugarle le ciocche scure. Mentre l'aria calda le sfiorava il viso, la mia mano libera le accarezzava la nuca, massaggiando la pelle sensibile alla base del collo. Era un gesto intimo, domestico, ma carico di una sensualità sotterranea che le faceva tremare il respiro a ogni mio tocco.
