Dieci minuti dopo, la tempesta era passata. Erika era appoggiata al mio petto, le coperte tirate su per coprire i corpi nudi che si stavano raffreddando. Era appagata, addolcita, convinta di aver ritrovato il suo Franci nella sua versione più passionale.
«Ecco,» sussurrò, accarezzandomi il petto umido di sudore. «Questo mi serviva prima di partire. Adesso sono pronta.»
Feci un mezzo sorriso, una maschera che mi pesava sul viso.
Lei si tirò su appoggiandosi sul gomito. Mi accarezzò la guancia con il dorso della mano, gli occhi azzurri pieni di un affetto che non meritavo. «Promettimi che quando torno mi fai trovare ancora questo.»
Sostenni il suo sguardo, sentendo l'anima marcire in tempo reale. «Te lo prometto,» risposi. Una bugia tremenda, sputata con la voce più rassicurante che avevo.
Erika mi sorrise, mi diede un bacio leggero e si alzò dal letto. «Vado a farmi una doccia veloce e poi finisco di chiudere tutto,» disse, infilandosi l'accappatoio.
Appena la porta del bagno si chiuse e sentii il rumore dell'acqua scrosciare, l'illusione della normalità svanì. Mi allungai verso i miei pantaloni gettati a terra. Dalla tasca, si vedeva la luce intermittente del led di notifica.
Presi il telefono. Lo sbloccai. Tre notifiche di WhatsApp. Giulia.
Aprii la chat, il respiro che mi si faceva di nuovo corto. Giulia: «Avevo ragione?»
Fissai lo schermo, i muscoli contratti. Non risposi. Subito sotto, il secondo messaggio, inviato esattamente nel momento in cui ero dentro sua sorella. Giulia: «Hai pensato a me?»
Alzai gli occhi dal display. Guardai verso la porta chiusa del bagno, ascoltando lo scroscio dell'acqua. Poi riportai lo sguardo sul telefono. Ero in trappola. Aveva vinto lei. Non risposi nemmeno a quello.
I puntini di sospensione danzarono sullo schermo per due secondi. Poi, arrivò l'ultimo messaggio, quello che sanciva l'inizio della fine, agganciando la mia rovina al giorno successivo.
Giulia: «Domani non avrai scuse.»
Fissai l'ultimo messaggio di Giulia: «Domani non avrai scuse.» Il pollice rimase sospeso sulla tastiera per una manciata di secondi. Ero svuotato, sporco, con l'odore del sesso con Erika ancora addosso, ma la mia mente era già stata trascinata via, sequestrata da quella ragazzina. Digitai una risposta, cercando di riprendere il controllo. «Che cosa vuoi, Giulia?»
I tre pallini della digitazione comparvero quasi subito. Non stava dormendo. Stava aspettando.
Giulia: «Domani non voglio un parcheggio.»
Chiusi gli occhi, massaggiandomi le tempie. «Giulia...»
Giulia: «Non voglio cinque minuti. Non voglio una mano sotto il tavolo. Non voglio una porta chiusa mentre lei è nell’altra stanza a sistemare una valigia.» La pausa durò un minuto intero, pesante come un macigno. Poi, la richiesta esplose sullo schermo. «Voglio una giornata.»
Il mio cuore fece uno scatto sordo. «Una giornata?»
Giulia: «Sì. Una giornata da fidanzata. Doccia, cena, uscire, tornare tardi. Quelle stronzate lì. Fatte alla luce del sole. Senza guardarti le spalle.»
Era la sintesi perfetta del suo disastro emotivo: il capriccio infantile mescolato a una pretesa tossica e inamovibile. Voleva rubare la normalità.
Giulia: «Con lei lo fai senza pensarci. Con me sembra sempre che ti sto chiedendo un crimine.»
Le risposi d'istinto, crudo. «Perché lo è.»
La sua replica arrivò come una coltellata nel buio della mia stanza, tagliando a metà tutte le mie ipocrisie. Giulia: «No. Il crimine è che mi vuoi disperatamente, e poi mi tratti come se fossi solo una conseguenza.»
Non risposi più. Spensi il telefono e lo lanciai sul comodino.
Il giorno dopo, Erika partì presto. A metà mattinata, il mio telefono vibrò. Era una foto di lei sul treno, sorridente, con due amiche dell'università che facevano il segno della pace dietro di lei. «Siamo partite! Mi raccomando, sopravvivi senza di me per due giorni.»
Risposi con un cuore e una frase da copione: «Divertiti, piccola. Mancherai da morire, ci sentiamo stasera.» Il bravo fidanzato aveva fatto il suo dovere. L'alibi era in cassaforte.
Poi, aprii la chat di Giulia. L'ultimo messaggio era quello della notte precedente. Nessun "buongiorno", nessuna provocazione, nessuna foto rubata. Silenzio totale.
Passò mezzogiorno. Passarono le due del pomeriggio. Il suo silenzio iniziò a scavarmi dentro. Ero abituato a essere cercato, braccato, provocato. Ero io quello che doveva arginare la sua piena. Quel vuoto improvviso mi innervosì più di mille messaggi minatori. Stava usando la mia stessa tattica: mi stava togliendo l'ossigeno per vedere come avrei reagito.
Alle cinque del pomeriggio, cedetti. Ma non con un messaggio. Presi le chiavi della macchina e uscii di casa. Non stavo più solo reagendo ai suoi ricatti. La stavo cercando. E questa consapevolezza era più pericolosa di qualsiasi bugia detta a Erika.
Parcheggiai a qualche decina di metri dall'ingresso del palazzetto dello sport, sotto l'ombra di un pino che nascondeva l'abitacolo. Abbassai il finestrino, lasciando entrare l'aria tiepida, e aspettai.
Mezz'ora dopo, le doppie porte a vetri si aprirono. Uscì un gruppo di ragazze, e in mezzo a loro c'era Giulia. Il respiro mi si bloccò per una frazione di secondo. Aveva un pesante borsone nero su una spalla. I capelli, di solito perfetti, erano raccolti in una coda disordinata, umidi di sudore alla radice. Il viso era arrossato dallo sforzo, privo di trucco. Indossava un paio di leggings neri aderentissimi che fasciavano ogni curva del suo sedere sodo e delle gambe toniche, e una felpa grigia aperta sul petto, rivelando un top sportivo bianco. Il suo corpo trasudava stanchezza, giovinezza e un'energia selvaggia e viva che Erika, purtroppo, non aveva mai avuto.
Giulia si guardò intorno. Il suo sguardo spazzò la strada e, quasi per istinto animale, intercettò la mia auto nascosta nell'ombra. Per un singolo, infinitesimale secondo, la sua maschera crollò. Vidi un lampo di gioia pura, disarmata, illuminarle il viso. Era felice davvero. Il suo "crimine" era venuto a prenderla.
Ma durò un attimo. Non appena realizzò che ero rimasto seduto al volante, rintanato nell'abitacolo come un ladro, il sorriso si spense. L'armatura tornò su.
Si avvicinò alla macchina, a passi lenti e decisi. Non salì. Si appoggiò al finestrino aperto, guardandomi dall'alto in basso, il petto che si alzava e si abbassava ritmicamente. Odorava di sudore pulito, di palestra e di pelle calda. Era un odore inebriante.
«Sei venuto a prendermi o a controllare che nessuno ti vedesse?» chiese, la voce piatta e tagliente.
La guardai negli occhi. «Volevo farti una sorpresa.»
Lei non abbassò lo sguardo. «Le sorprese si fanno scendendo dalla macchina, Franci.»
Era una sfida. Un test per capire se avrei continuato a trattarla come un segreto sporco. Spensi il motore. Aprii la portiera e scesi, piantandomi davanti a lei. Eravamo alla luce del sole, davanti alla sua palestra, dove chiunque avrebbe potuto vederci. Senza dire una parola, allungai la mano, le sfilai il borsone pesante dalla spalla e me lo caricai sulla mia. Poi, con l'altra mano, aprii lo sportello del passeggero e feci un passo indietro.
Un piccolo, stupido gesto di galanteria. Un gesto da fidanzato. Gli occhi di Giulia brillarono. Si morse il labbro inferiore per nascondere un sorriso che le stava nascendo a forza, e scivolò sul sedile. «Visto?» mormorò, guardandomi mentre le chiudevo la portiera. «Non sei morto.»
Entrai in macchina e gettai il borsone sui sedili posteriori. L'abitacolo si riempì istantaneamente del calore del suo corpo e del suo respiro. Misi in moto, allontanandomi velocemente dalla zona della palestra, sentendo l'adrenalina pomparmi nelle vene. L'avevo presa. Era lì.
«Dove mi porti?» mi chiese, sistemandosi sul sedile e girandosi a guardarmi.
«Da me,» risposi, fissando la strada.
«E poi?»
«Doccia. Magari cena. Poi vediamo.»
Giulia si irrigidì. L'aria nell'abitacolo cambiò pressione in un istante. «Magari?»
Capii subito di aver sbagliato parola. "Magari" era la parola che si usava per gli avanzi di tempo, per le opzioni secondarie, per le cose che si potevano cancellare all'ultimo minuto.
«Con Erika non dici magari,» sentenziò, la voce che si induriva, fredda e precisa. «Prenoti, passi a prenderla, le dici che è bella, le apri la porta e la porti fuori. Non la nascondi in casa con la scusa di una doccia sperando di scopartela e basta.»
Strinsi il volante. «Giulia, per favore...»
«Oggi voglio quello,» mi interruppe, avvicinandosi a me, invadendo il mio spazio vitale fino a farmi sentire il calore del suo viso contro la mia spalla. Non stava urlando. Era un sussurro disperato e ferreo. «Non tutto. Ma abbastanza da non sentirmi una fottuta pausa tra due bugie.»
Mi voltai a guardarla a un semaforo rosso. Era stanca, bellissima, e mi stava chiedendo di portarla fuori nel mondo reale. Mi stava chiedendo di rischiare tutto, non in un parcheggio, non dietro una porta chiusa, ma sotto gli occhi di tutti. E la cosa più devastante, quella che mi faceva battere il cuore all'impazzata, era che in quel preciso momento, volevo darglielo.
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Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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