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Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 9
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Capitolo 9 di 10 20 min di lettura

Il Gioco Del Tradimento

La partenza di Erika apre una crepa nella doppia vita di Franci.
Tra provocazioni proibite, sesso colpevole e una giornata rubata, Giulia pretende finalmente di non essere solo un segreto.

Alessia
2 mesi fa · 1.1k letture · 0

«Domani è facile,» mi sussurrò, la voce carica di un'eccitazione scura e perversa. «Domani non rischi niente. Io voglio sapere se mi vuoi adesso, con lei nella stanza accanto.»

Il mio cervello andò in corto circuito. La razionalità svanì, fagocitata dal vizio. Senza rendermene conto, la mia mano, invece di allontanarsi, si chiuse in una morsa attorno al suo fianco sottile. Il pollice scivolò pericolosamente verso il bordo dei suoi jeans.

Giulia se ne accorse. Capì di avermi acceso, di aver spezzato la mia finta compostezza. Sorrise contro la pelle del mio collo. Sfiorò con le labbra la linea della mia mascella, non un bacio vero, ma un tocco umido, leggerissimo, appena sporco del suo burrocacao, lasciandomi un marchio invisibile che mi avrebbe costretto a strofinarmi la faccia come un colpevole.

Il sangue mi pulsava nelle orecchie. L'adrenalina mi spingeva a sbatterla contro la lavatrice, a tapparle la bocca con la mia e a farle pagare quella provocazione con tutta la fame e la rabbia che mi stava scatenando dentro. Strinsi la presa sulla sua vita.

Poi, la voce di Erika arrivò dal fondo del corridoio, limpida come una secchiata di ghiaccio.

«Franci? Hai trovato la felpa?»

Mi staccai da Giulia di colpo, come se avessi preso la scossa. Ritirai la mano da sotto la sua maglietta, il respiro irregolare, il cuore che minacciava di sfondarmi le costole.

Giulia si sistemò l'orlo della maglia con una lentezza snervante. Mi guardò. I suoi occhi brillavano di un trionfo assoluto, malato e bellissimo.

«Vai,» mi sussurrò, con un sorriso crudele. «Ti chiama la tua ragazza.»

La fulminai con lo sguardo, aprendo la porta. Ma prima che potessi uscire, la sua voce, bassissima e graffiante, mi piantò l'ultimo coltello nella schiena.

«Tanto stanotte pensi a me.»

Uscii dalla lavanderia con il fiato corto, la pelle del fianco che formicolava ancora esattamente dove la mano di Giulia mi aveva schiacciato. Mi strofinai la mascella con il dorso della mano, come se potessi cancellare fisicamente il fantasma delle sue labbra, e tornai in camera da letto.

Erika era lì. Aveva chiuso la valigia e l'aveva messa a terra. Si stava sistemando i capelli davanti allo specchio. Quando mi vide entrare attraverso il riflesso, si voltò. Il suo sguardo, abituato a leggermi, notò subito qualcosa. La tensione mi irrigidiva le spalle, il mio respiro era troppo pesante per uno che era andato solo a prendere una felpa.

«Che hai?» mi chiese, aggrottando appena la fronte.

«Niente,» risposi in fretta, forse troppo in fretta, buttando la felpa su una sedia.

Erika fece un passo verso di me, assottigliando gli occhi azzurri con un mezzo sorriso incuriosito. «Hai quella faccia.»

Deglutii. «Quale faccia?»

«Quella di quando cerchi di fare il bravo e ti riesce malissimo.»

Era una provocazione innocente, la battuta di una fidanzata che pensa di conoscere i pensieri sporchi del suo ragazzo. Ma in quel momento, carica dell'adrenalina oscura che mi aveva appena iniettato Giulia, fu la scintilla che fece saltare tutto in aria.

Erika si avvicinò e mi diede un bacio. Si aspettava un tocco dolce, domestico. Invece, il mio controllo si spezzò. Le afferrai la nuca, intrecciando le dita nei suoi capelli, e schiacciai la mia bocca sulla sua con una forza brutale. Le morsi il labbro inferiore, spingendola all'indietro fino a farle sbattere le spalle contro l'anta dell'armadio.

Uscii dalla lavanderia con il fiato corto, la pelle del fianco che formicolava ancora esattamente dove la mano di Giulia mi aveva schiacciato. Mi strofinai la mascella con il dorso della mano, come se potessi cancellare fisicamente il fantasma delle sue labbra, e tornai in camera da letto.

Erika era lì. Aveva chiuso la valigia e l'aveva messa a terra. Si stava sistemando i capelli davanti allo specchio. Quando mi vide entrare attraverso il riflesso, si voltò. Il suo sguardo, abituato a leggermi, notò subito qualcosa. La tensione mi irrigidiva le spalle, il mio respiro era troppo pesante per uno che era andato solo a prendere una felpa.

«Che hai?» mi chiese, aggrottando appena la fronte.

«Niente,» risposi in fretta, forse troppo in fretta, buttando la felpa su una sedia.

Erika fece un passo verso di me, assottigliando gli occhi azzurri con un mezzo sorriso incuriosito. «Hai quella faccia.»

Deglutii. «Quale faccia?»

«Quella di quando cerchi di fare il bravo e ti riesce malissimo.»

Era una provocazione innocente, la battuta di una fidanzata che pensa di conoscere i pensieri sporchi del suo ragazzo. Ma in quel momento, carica dell'adrenalina oscura che mi aveva appena iniettato Giulia, fu la scintilla che fece saltare tutto in aria.

Erika si avvicinò e mi diede un bacio. Si aspettava un tocco dolce, domestico. Invece, il mio controllo si spezzò. Le afferrai la nuca, intrecciando le dita nei suoi capelli biondi, e schiacciai la mia bocca sulla sua con una forza brutale. Le morsi il labbro inferiore, spingendola all'indietro fino a farle sbattere le spalle contro l'anta dell'armadio.

Erika sussultò per la sorpresa, un gemito strozzato contro la mia bocca. «Oh,» ansimò, staccandosi di un millimetro, gli occhi sgranati.

Rinvenni per un secondo, il senso di colpa che mi assaliva. «Scusa...» mormorai, allentando la presa.

Ma lei mi afferrò per la maglietta, tirandomi di nuovo verso di sé, gli occhi che le si accendevano di una lussuria improvvisa. «No. Rifallo.»

E io lo rifeci. Usai il corpo caldo, reale e familiare di Erika per cercare disperatamente di spegnere l'incendio che Giulia mi aveva appiccato nelle vene. Le sfilai la maglietta con un gesto brusco, quasi violento, tirandola su dalla testa senza curarmi di aggrovigliarle i capelli. Le slacciai i jeans con dita tremanti per l'urgenza, spingendoglieli giù lungo i fianchi.

«Franci... cazzo, che impeto,» ansimò lei, sorpresa ma eccitata dalla mia foga, mentre le mie mani si chiudevano sui suoi seni. Li strinsi forte, impastando la sua carne nuda e soda, premendole il corpo contro il mio. Erika si lasciò andare, inebriata da quella passione ruvida.

Ma la mia testa stava collassando. Mentre la baciavo, chiudendo gli occhi, la voce di sua sorella minore mi rimbombava nel cranio come una sentenza. Tanto stanotte pensi a me. La rabbia per quella verità mi fece stringere la presa.

Erika capì la mia urgenza. Si inginocchiò davanti a me, slacciandomi i pantaloni. Quando mi prese in bocca, il contrasto tra l'umidità calda della sua saliva e il gelo del mio senso di colpa mi fece inarcare la schiena. La sua lingua era esperta, le sue labbra morbide e avvolgenti. Succhiava con dedizione, e io, incapace di gestire la frustrazione, le afferrai i capelli con entrambe le mani. Guidai la sua testa con foga, dettando un ritmo spietato, spingendo a fondo contro l'interno della sua bocca, fino a farla quasi strozzare, ma lei assecondava ogni mio movimento, emettendo suoni osceni e bagnati che mi facevano impazzire.

Quando sentii che stavo per perdere il controllo, la tirai su. La sollevai di peso e la buttai sul materasso, mettendomi sopra di lei. Le allargai le gambe e la penetrai con una spinta unica, secca, brutale.

Erika urlò, un grido acuto di puro piacere, inarcando la schiena per accogliermi fino in fondo. Le pareti della sua intimità erano strettissime, calde e scivolose. Iniziai a muovermi con una foga disperata, le nostre pelli sudate che sbattevano l'una contro l'altra generando un rumore osceno che riempiva la stanza. Con una mano le tenni entrambi i polsi premuti sopra la testa contro le lenzuola; con l'altra, feci scivolare le dita alla base del suo collo. Non per farle del male, ma per bloccarla, per dominarla, una presa ferma e brutale che le fece rovesciare la testa all'indietro.

«Così... Dio, Franci, sì...» gemeva Erika, graffiandomi dove riusciva a liberarsi.

Più lei godeva, più io spingevo forte. Volevo cancellare la lavanderia. Volevo cancellare lo sguardo trionfante di Giulia. Ma ogni volta che affondavo dentro Erika, sentivo la pelle del mio fianco bruciare, e il sesso diventava più nervoso, più rabbioso, più fottutamente colpevole.

Erika notò l'intensità mostruosa delle mie spinte. «Mi sei mancato così tanto?» ansimò, guardandomi con gli occhi lucidi di piacere e amore.

Aprii la bocca, ma non riuscii a emettere un suono. Non potevo rispondere. Lei interpretò il mio silenzio come un'ammissione muta di passione travolgente. Rise, una risata spezzata dal fiato corto. «Allora... ah... allora devo partire più spesso.»

Boom. La frase mi colpì al centro del petto, devastante. Per lei era la battuta di una fidanzata appagata. Per me era una fottuta condanna. Se Giulia avesse potuto ascoltarla, se avesse saputo che sua sorella mi stava dicendo questo mentre io la scopavo con in testa le sue provocazioni, sarebbe stata la sua vittoria finale.

Questa consapevolezza contorta mi diede la spinta finale. Persi ogni controllo, accelerando il ritmo fino allo spasmo. Erika venne prima di me, stringendomi in una morsa bollente e urlando il mio nome. Subito dopo esplosi anch'io, un climax intenso, violento e liberatorio sul piano fisico, ma vuoto, nero e colpevole su quello emotivo. Mi accasciai su di lei, nascondendo il viso nell'incavo del suo collo, il cuore che mi rimbombava come un tamburo di guerra.

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