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Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 7
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Capitolo 7 di 10 24 min di lettura

Gemiti dietro la Porta

Un pomeriggio rovente si trasforma in una guerra domestica fatta di desiderio, umiliazione e rancore.
Tra porte chiuse male, segreti registrati e ricatti improvvisi, Franci capisce che Giulia non vuole più restare fuori.

Alessia
3 mesi fa · 1.7k letture · 1

«Non fare finta che sia solo colpa mia,» sussurrò lei, piano, implorante.

E lì, in quella macchina soffocante, vidi la realtà. Sì, lei era stata crudele, perfida, disgustosa con quel file audio. Ma io ero dentro fino al collo. Io le avevo insegnato le regole. Io l'avevo toccata, baciata, usata.

Mi staccai da lei come se mi fossi bruciato. Tornai al mio posto, aggrappandomi al volante con entrambe le mani tremanti. Fissai il parabrezza, incapace di guardarla.

Rimanemmo in silenzio per un minuto interminabile. L'unico suono era il suo respiro rotto dai singhiozzi.

«Non dovevi minacciarla,» dissi alla fine, la voce svuotata.

«Lei mi ha detto che le faccio schifo,» ribatté Giulia, tirando su col naso.

«E tu hai fatto di tutto per meritartelo.» Fui cattivo, freddo, coerente con la furia sorda che mi divorava dentro.

Giulia incassò. E finalmente pianse davvero. Non era il pianto di una bambina viziata a cui hanno tolto un gioco. Era un pianto rabbioso, profondo, umiliato. Si coprì il viso con le mani. «Io volevo solo che per una volta capisse cosa si prova!» singhiozzò.

«A cosa?»

«A sentire qualcuno prendere il tuo fottuto posto!»

Mi voltai a guardarla. Era distrutta. «Io non voglio più rubarle pezzi di te,» mormorò Giulia tra le lacrime, guardandomi con un'onestà che mi spaccò il cuore. «Voglio che tu mi dia qualcosa senza costringermi a diventare una stronza per ottenerlo.»

Quella era la verità assoluta. Il motore di ogni sua azione. L'audio, le provocazioni, la gelosia, la minaccia. Era tutto un disperato, folle grido per essere scelta.

Restai impassibile, perché se avessi ceduto saremmo finiti in un baratro senza fondo. «E allora smettila di usare lei per arrivare a me,» le risposi duramente.

Giulia si asciugò le guance con il dorso della mano. «E tu smettila di usare lei per scappare da me.»

Ingranai la prima e partii sgommando sulla ghiaia, senza aggiungere una parola.

Il viaggio di ritorno fu un funerale. Guidavo fissando la strada, la mente che mi martellava. Poi, a tre isolati da casa sua, Giulia ruppe il silenzio. La sua voce era tornata ferma, inquietante. «La prossima volta non mi fermerò a registrare.»

Strinsi il volante fino a farmi dolere i polsi. «Non ci sarà una prossima volta.»

«Bugia.» Sotto il mio sguardo sconvolto, Giulia prese il suo telefono. Aprì la cartella "Eliminati di recente", selezionò il file audio della nostra scopata e lo cancellò definitivamente, davanti ai miei occhi. Lo schermo tornò vuoto. Mi guardò. Un sorriso stanco, perverso, le piegò le labbra. «Vedi? Ho fatto la brava.»

Era malatissimo. Dopo lo schiaffo, dopo il pianto, dopo la confessione, cercava ancora la mia approvazione nel modo più distorto possibile.

Accostai la macchina, fermandomi a un centinaio di metri dal portone di casa sua, per non farci vedere da eventuali vicini. Prima che lei potesse aprire lo sportello, allungai la mano e le presi il polso. Non il collo, non la guancia. Il polso. Una presa fredda, controllata, autoritaria.

«Se fai ancora una cosa del genere, chiudiamo tutto,» la avvertii, fissandola negli occhi.

Lei non abbassò lo sguardo. «Non sai chiudere.»

«Non provocarmi, Giulia.»

«Allora dammi qualcosa che non devo rubare.» Si liberò dalla mia presa con un piccolo strattone e aprì la portiera. Scese dalla macchina. L'aria calda invase l'abitacolo. Giulia aveva ancora la guancia leggermente rossa per il mio colpo. Si sistemò i capelli dietro l'orecchio, ricomponendosi la maschera in una frazione di secondo.

Prima di chiudere lo sportello, Giulia si chinò per guardarmi dal finestrino.

«Lo sai qual è la cosa peggiore di oggi, Franci?»

«Cosa?»

«Che oggi mi hai fatto molto più male quando sei rimasto a consolare lei in corridoio, che quando mi hai dato lo schiaffo.» Senza aspettare risposta, chiuse la portiera con un tonfo e si incamminò verso il portone, scomparendo dietro l'angolo.

Rimasi lì, solo, nell'abitacolo freddo, a fissare il punto in cui era svanita. Sul sedile del passeggero, il mio telefono vibrò.

Lo presi. Un messaggio. Erika: «È tornata?»

Guardai ancora il portone vuoto. Digitai: «Sì. È a casa.»

Tre secondi dopo, la risposta di Erika chiuse il cerchio. Erika: «Grazie. Però domani dobbiamo parlare.»

Deglutii a fatica. L'istinto di sopravvivenza prese il sopravvento e cercai di disinnescare la bomba, o almeno di spostarla su un terreno a me favorevole. «Stanotte vieni da me appena finisci il turno. Parliamo con calma.»

L'attesa durò un paio di minuti interminabili. Poi lo schermo si illuminò. Erika: «Va bene. Entro in reparto, stacco il telefono. A dopo.»

Chiusi gli occhi, abbandonando la testa contro il poggiatesta. Feci un respiro lungo, profondo, espellendo l'aria dai polmoni. Okay. Avevo guadagnato tempo. Fino a mezzanotte ero salvo. Potevo prepararmi un discorso, trovare le parole giuste per calmarla e rimettere in piedi il teatrino della nostra normalità.

Ma mentre il mio cervello cercava di rilassarsi, il telefono vibrò di nuovo. Non era Erika. Era Giulia.

Aprii la notifica, e il sangue mi si congelò istantaneamente nelle vene. Era uno screenshot. La chat privata tra lei ed Erika. Si vedeva chiaramente un messaggio appena inviato da Giulia alla sorella maggiore, con allegata una foto. Non un'immagine studiata, ma una foto sfocata, scattata nell'androne buio del palazzo. In primo piano c'era il viso sfatto di Giulia, gli occhi ancora lucidi di lacrime, e sulla guancia il segno rosso, inequivocabile e marcato, delle mie dita.

Sotto la foto, il testo che le aveva inviato: «Tranquilla, Eri. Franci mi ha già rimessa al mio posto.»

E poi, un secondo messaggio: «Adesso puoi continuare a fare la vittima.»

Fissai lo schermo, incapace di muovere un muscolo, il panico che mi stringeva la gola. Se Erika avesse visto quella foto, non avrebbe letto solo "schiaffo". Avrebbe capito che l'avevo seguita, che eravamo stati soli, che con lei perdevo il controllo in un modo viscerale, violento e intimo che non le apparteneva. Sarebbe stata la fine di tutto.

Stavo per chiamarla e urlarle contro, quando arrivò un altro messaggio di Giulia. Giulia: «Guarda bene lo screenshot, Franci.»

Feci zoom sull'immagine. Accanto all'orario di invio del messaggio, c'era una sola, singola spunta grigia. Messaggio inviato. Ma non consegnato.

Giulia: «Erika ha appena staccato il telefono per il turno. Non lo riceverà fino a mezzanotte.»

Il mio cervello iniziò a correre a mille all'ora. WhatsApp permetteva di eliminare i messaggi per tutti, se fatto in tempo utile. Erika non aveva visto nulla. Il proiettile era stato sparato, ma era sospeso a mezz'aria, a un millimetro dal bersaglio.

Giulia: «Ho il dito su 'Elimina per tutti'. Posso farlo sparire come se non fosse mai esistito.»

Strinsi il telefono. Era un ricatto perfetto, calcolato con una freddezza diabolica. Lei aveva il coltello dalla parte del manico, premuto esattamente sulla mia giugulare. Digitai freneticamente. «Cosa cazzo vuoi.»

I tre pallini della digitazione danzarono sullo schermo per una decina di secondi. Poi, la condanna a morte.

Giulia: «Voglio venire da te. Adesso.» Giulia: «Ho tre ore prima che Erika riaccenda il telefono. Voglio passarla a casa tua. Nel tuo letto. Voglio che per queste tre ore tu mi tratti come se fossi io la tua fidanzata.» Giulia: «Voglio quello che le dai quando siete soli e io non ci sono.»

Fissai le parole, il respiro che mi raschiava i polmoni. Era follia pura. Mi stava tenendo in ostaggio usando il segno del mio stesso schiaffo, trasformando un atto di violenza e rottura in un'arma di seduzione malata e irresistibile.

«Giulia, è un gioco pericoloso.» provai a scrivere.

Giulia: «O l'elimino davanti a te, nel tuo letto. O il messaggio resterà lì ad aspettarla. Scegli tu.»

Non c'era scelta. Non ce n'era mai stata davvero. Avviai il motore della macchina, i muscoli contratti in uno spasmo di rabbia, terrore e di un'eccitazione così perversa da farmi voltare lo stomaco. La ragazzina piagnucolante del parchetto era scomparsa. Aveva imparato la lezione fin troppo bene: se non le davo quello che voleva, se lo prendeva da sola, ricattandomi col mio stesso segreto.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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Alessia

Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!

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