«Secondo te sono cattiva con lei?» chiese all'improvviso, la voce raschiata, senza voltarsi a guardarmi.
Strinsi le mani sul volante. «A volte siete cattive entrambe.»
«Non fare il diplomatico del cazzo, Franci,» sbottò, girandosi di scatto. Era ferita, e quando Erika era ferita, non faceva sconti a nessuno. Mi fissò, e nei suoi occhi azzurri vidi l'ombra nera del dubbio che prendeva forma. «C'è qualcosa tra te e Giulia che non capisco?»
Gelo. Il cuore mi saltò un battito, sbattendo violentemente contro la cassa toracica. Era la domanda che temevo di più. Se avessi esitato un secondo di troppo, mi sarei scavato la fossa da solo. Dovevo darle una spiegazione che avesse senso, una bugia costruita sulle fondamenta di una mezza verità.
«Sì,» risposi, mantenendo il mio sguardo incollato alla strada.
Erika si irrigidì. Mi guardò, aspettando la mazzata.
«Mi usa come arbitro,» continuai, la voce ferma, calcolata. «Come scudo. Come pubblico. Quando litiga con te cerca sempre il mio sguardo perché sa che è la cosa che ti fa incazzare di più. Vuole farmi schierare, vuole dimostrare che può manipolare la situazione. Non c'è altro. Ma devo smettere di darle corda, hai perfettamente ragione tu.»
Era una bugia quasi vera. Ed era l'unica cosa che poteva salvarmi. Erika sembrò soppesare le mie parole. Il suo respiro si regolarizzò appena, aggrappandosi a quella spiegazione logica, rassicurante. Eppure, il sospetto non svanì del tutto. «Non farmi sentire stupida, Franci.» La sua voce era un sussurro carico di avvertimento e di una vulnerabilità disarmante.
«Non lo farò,» mentii, per l'ennesima volta, sentendomi marcire dentro.
Accostai davanti all'ingresso dell'ospedale. Erika prese la borsa, aprì lo sportello, ma prima di scendere si voltò verso di me. Mi diede un bacio freddo, veloce, che non sapeva di niente. «Non so che cosa le prenda,» mormorò, guardandomi negli occhi. «Ma oggi non sembrava solo contro di me. Sembrava che volesse colpire anche te.»
«È solo fuori controllo,» risposi.
Lei mi scrutò un'ultima volta. «Allora non darle altro controllo.» Chiuse la portiera e sparì oltre le porte scorrevoli del pronto soccorso.
Non aspettai nemmeno di ripartire. Appena la vidi sparire, presi il telefono e chiamai Giulia. Il telefono squillò a vuoto. Richiamai. Niente. Alla terza volta, la linea si aprì.
«Che vuoi?» rispose lei.
«Dove sei?» ringhiai.
«Non con tua moglie, tranquillo,» sputò acida.
«Dove sei, Giulia.»
«Vaffanculo.»
«Se non me lo dici subito, chiamo tua madre e le dico di venire a cercarti.»
Silenzio dall'altra parte. Poi, un sospiro rabbioso. «Parchetto dietro la palestra. Contento? Vieni a finire il processo.» E riattaccò.
Il parchetto dietro la palestra comunale era un posto squallido, secco e abbandonato. Niente ombra, niente romanticismo. Solo panchine di cemento, erba bruciata dal sole, un paio di cassonetti stracolmi e il rumore lontano dei motorini sulla statale. La luce arancione del tardo pomeriggio tagliava l'aria caldissima, rendendo tutto ancora più opprimente.
Parcheggiai la macchina. La vidi subito. Giulia era seduta sul muretto di cinta, le ginocchia al petto. Aveva gli occhi arrossati, il trucco sciolto che le sporcava le guance, ma la postura era rigida, sulla difensiva. Non era una vittima pura. Era un animale ferito, pronto a mordere per primo.
Scesi dall'auto, sbattendo lo sportello. «Hai finito il turno da fidanzato perfetto?» mi accolse, la voce carica di veleno.
«Sali in macchina.»
«No.»
Mi fermai a un metro da lei. «Giulia, non farmelo ripetere.»
Lei inarcò un sopracciglio, sfidandomi apertamente. «Che fai, mi registri anche tu? Così siamo pari?»
Non risposi. Aprii la portiera del passeggero e aspettai. Lei mi guardò con odio, poi scivolò giù dal muretto e salì, ma solo perché sapeva che il vero scontro richiedeva uno spazio chiuso.
Chiusi la portiera, feci il giro e mi sedetti al volante. Non partii. Lasciai il motore acceso, l'aria condizionata che soffiava rumorosamente nell'abitacolo. Il silenzio tra noi era teso come una corda di pianoforte. Giulia teneva le braccia incrociate sotto il seno, il viso ostinatamente rivolto verso il finestrino, fissando l'erba secca.
«Tu oggi hai fatto una cosa disgustosa,» esordii, la voce bassa e tagliente come ghiaccio.
«No,» ribatté subito, girandosi a guardarmi. «Io ho fatto sentire a Erika quello che lei fa sentire a me da settimane.»
«Non osare rigirarla così.»
«Perché?!» esplose lei, la voce che si alzava. «Perché lei poverina si è vergognata per cinque minuti? Lei almeno può vergognarsi dopo. Io devo stare zitta prima, durante e dopo! Devo stare zitta in mare, devo stare zitta nel mio letto, devo stare zitta sempre!»
«Stai zitta anche adesso,» ringhiai.
Ma lei aveva superato il limite. Non le importava più delle conseguenze. «Dovevi vedere la sua faccia quando ha capito che l'avevo registrata,» sibilò, un sorriso crudele e malato che le deformava i lineamenti. «Sembrava nuda anche vestita.»
«Giulia, smettila.»
«No. Mi è piaciuto. Per una volta era lei quella fuori posto. Mi ha detto che le faccio schifo. Lei! Quella che gemeva come se la stessero ammazzando, con sua sorella nella stanza accanto a sentire tutto!»
«Ho detto basta!» alzai la voce, sbattendo un pugno sul volante.
«La prossima volta glielo mando davvero,» mi sfidò, sporgendosi verso di me, gli occhi neri lucidi di pazzia. «Senza cancellarlo. Così magari capisce che non basta chiudere una porta a chiave per tenersi tutto per sé.»
Mi irrigidii. E lei, capendo di aver toccato il nervo scoperto, affondò il colpo più velenoso. «O magari glielo dico e basta. Le dico che il problema non è che io ascolto da dietro la porta. Il problema, Franci, è che tu mi rispondi.»
Persi la testa. Il mio braccio scattò in avanti. Le afferrai la mascella con la mano destra, stringendo le dita contro le sue guance con una forza brutale, costringendola a guardarmi in faccia. Non c'era nulla di erotico, nulla di sensuale in quel gesto. Era pura, disperata voglia di zittirla.
«Tu non nomini Erika così. Mai più,» le sibilai a un millimetro dalla bocca.
Ma Giulia non si lasciò intimidire. Anche stretta nella mia morsa, continuò a parlare, le parole che le uscivano a fatica tra la rabbia e le lacrime che iniziavano a pungerle gli occhi. «Perché? Ti fa male sentirlo? Ti fa male che lei non sia più pulita e intoccabile nella tua testa?»
«Stai zitta.»
«No!» sputò lei, spingendo il viso contro la mia mano. «Lei non è migliore di me. È solo arrivata prima!»
La mia mano sinistra partì prima ancora che il mio cervello potesse elaborare il comando.
Lo schiaffo fu secco, fulmineo. Il rumore della mia mano contro la sua guancia rimbombò nell'abitacolo chiuso in modo spaventoso, sovrastando l'aria condizionata.
Giulia fu sbalzata di lato dalla forza del colpo. Una ciocca di capelli le cadde sul viso. Restò immobile, il viso girato verso il finestrino.
Il gelo mi paralizzò istantaneamente. Guardai la mia mano tremare. Che cazzo avevo fatto? Giulia portò lentamente le dita a sfiorarsi la guancia, che stava già diventando rossa. Non pianse. Si voltò verso di me, gli occhi lucidi ma spaventosamente freddi.
«Eccolo,» mormorò, con un filo di voce.
«Giulia...» provai a dire, il fiato corto.
«No. Eccolo. Finalmente.» Mi fissò, e non c'era assoluzione nel suo sguardo. Mi stava inchiodando alla mia stessa mostruosità. «Questo sei tu, quando non riesci più a fingere che la stai proteggendo.»
Mi sentii colpito a morte. E come un animale ferito, reagii nel modo peggiore possibile. L'orrore per quello che avevo fatto si trasformò in una furia cieca contro la persona che mi ci aveva spinto.
Scattai in avanti. Le misi la mano alla base del collo, senza stringere la trachea ma applicando una pressione solida, inesorabile, spingendola all'indietro e inchiodandola contro lo schienale del sedile. Era una minaccia fisica pura, un modo per bloccarla. Giulia sgranò gli occhi, spaventata da quell'esplosione di violenza trattenuta.
«Tu non sai un cazzo di quello che sto cercando di proteggere,» ringhiai, la faccia a un palmo dalla sua.
«Sì che lo so,» ansimò lei, il respiro spezzato sotto la mia mano.
«No! Tu vuoi solo distruggere tua sorella perché non sopporti che io torni sempre da lei.»
Giulia mi guardò. Le lacrime finalmente le rigarono il viso. «Perché tu torni da lei dopo essere stato con me.»
Il silenzio calò come una ghigliottina. Quella frase mi bloccò i polsi. Mi svuotò i polmoni. La mia presa sul suo collo si allentò. La guardai: la guancia arrossata dal mio schiaffo, il respiro irregolare, la paura mescolata a un amore malato e disperato.
