Erika spalancò la porta della camera. Giulia era lì, a due metri di distanza, in corridoio. Indossava dei jeans strappati e una canottiera, le braccia incrociate e il telefono stretto in una mano. Aveva l'aria finta tranquilla, ma i suoi occhi neri erano carichi di un odio denso.
«Tu sei malata,» ringhiò Erika, andandole incontro.
Giulia non si ritrasse. «Io? Siete voi che urlate e scricchiolate con la porta chiusa male alle quattro del pomeriggio. Pensavate di essere soli nel mondo?»
«Hai ascoltato dietro la porta, brutta stronza?»
«Era difficile non farlo, Erika,» ribatté Giulia, un sorrisetto crudele che le piegava le labbra. «Sembrava una puntata brutta di un podcast porno. Facevi schifo.»
«Mi fai schifo tu!» La frase esplose dalla gola di Erika. Fu secca, dura, definitiva. Una coltellata da sorella ferita. «Mi fai proprio schifo, Giulia. Non hai più un limite. Ti infili nelle mie cose, nei miei vestiti, nella mia stanza, e adesso pure nel mio letto da fuori la porta. Sei marcia dentro.»
Giulia incassò il colpo. La mascella le si contrasse e vidi i suoi occhi velarsi di lacrime rabbbiose. Si sentiva esclusa, messa all'angolo. E quando Giulia si sentiva all'angolo, azzannava alla gola. E decise di colpire anche me, l'uomo che aveva appena goduto con colei che la stava offendendo.
Spostò lo sguardo su di me, in piedi sulla soglia, a torso nudo. «Chiedi a lui se gli dà così fastidio quando mi metto in mezzo,» disse, con una freddezza che mi fece gelare il midollo.
Erika si voltò di scatto verso di me, la rabbia che si mescolava alla confusione. «Che significa, Franci?»
Ero sul ciglio del baratro. Dovevo pensare più in fretta di quanto il mio cervello fosse in grado di fare. «Significa che è una bugiarda patentata,» le dissi, camminando verso di loro e piantandomi davanti a Giulia, con uno sguardo duro, di avvertimento. «Significa che l'altro giorno mi ha scritto per chiedermi di convincerti a non trattarla come una bambina. Sta facendo la vittima manipolatrice anche adesso, Eri, per difendersi.»
L'alibi sembrò reggere. Erika si voltò di nuovo verso la sorella, ma il suo occhio cadde sulla mano di Giulia, chiusa rigidamente attorno al cellulare.
«Cos'hai in mano?» le chiese Erika, la voce improvvisamente più bassa e pericolosa.
Giulia non rispose. Si strinse il telefono al petto, facendo un passo indietro.
Erika capì. La consapevolezza le sbiancò il viso. «Dimmi che non hai registrato,» sussurrò, perdendo completamente la testa, avvicinandosi minacciosa. «Dimmi che non sei così fottutamente schifosa.»
«Era per farvi capire che si sentiva tutto!» urlò Giulia, sulla difensiva.
«No!» sbraitò Erika. «Era per umiliarmi! Perché tu non sopporti che qualcosa non riguardi te! Devi distruggere tutto!»
La verità colpì Giulia in pieno viso, spezzandole per un attimo la maschera arrogante. Ma il vero pericolo era ancora in agguato.
«A chi l'hai mandato?» chiese Erika, la voce tremante di puro panico. «A chi cazzo l'hai mandato, Giulia?!»
Giulia mi guardò. Fu una frazione di secondo in cui capii che stava per dire "a lui", stava per distruggere ogni cosa, non le importava di affondare se questo significava trascinarmi a fondo con lei.
Intervenni prima che potesse aprire bocca. «L'ha mandato a me,» dissi, la voce durissima, glaciale.
Erika si girò verso di me, gli occhi sbarrati. «A te?»
«Sì,» mentii, guardandola dritta negli occhi per risultare credibile. «Me ne sono accorto un attimo prima che bussasse. È per questo che mi sono fermato. Voleva fare la passivo-aggressiva perché era troppo vigliacca per bussare e basta. E mi fa schifo tanto quanto a te.»
Poi, mi voltai verso Giulia. «Cancellalo. Ora.»
Giulia mi guardò con un odio viscerale. Sentiva che l'avevo tradita. L'avevo appena gettata in pasto alla rabbia di Erika, trattandola come il problema per salvare me stesso. Anche se lei stessa era il problema, quel tradimento da parte del suo "maestro" le bruciò più di ogni altra cosa.
«Fammelo vedere!» le urlò Erika, avvicinandosi.
Giulia, con le mani che le tremavano, aprì la chat e premette "elimina per tutti", poi svuotò la cartella dei file recenti davanti agli occhi della sorella.
A quel punto, Erika scoppiò. Non era più una questione di pudore, era un vaso di Pandora di frustrazione accumulata per anni che si rovesciava. «Io sono stanca di te!» le sputò in faccia, indicandola col dito tremante. «Ogni volta che sono felice devi entrare e sporcare tutto. Se sto bene, fai casino. Se ho qualcosa, lo vuoi. Se qualcuno mi guarda, devi farti guardare di più. Non sei ribelle, Giulia. Sei vuota. Vuoi solo rubare l'attenzione degli altri perché non sai cosa farti di te stessa!»
Giulia incassò quella scarica di verità senza battere ciglio, stringendo i denti. E quando Erika finì, lei sganciò il suo colpo, lento e mortale, mirando al centro esatto delle sue insicurezze. «Almeno io non devo elemosinare attenzioni, né piagnucolare affetto da uno che, appena può, guarda sempre altrove.»
Gelo totale. Mi pietrificai. Erika si girò lentamente verso di me, la bocca mezza dischiusa. Il dubbio si era insinuato. Giulia aveva quasi detto troppo, era a un passo dal baratro.
«Basta,» intervenni, prima che la situazione precipitasse per sempre. Afferrai Giulia per un braccio, senza stringere troppo ma con fermezza. «Vattene in camera tua. Smettila di dire stronzate e sparisci.»
Giulia mi guardò. Era ferita, furiosa, umiliata dal mio allontanamento. Si divincolò con uno strattone feroce. «No. Tanto è quello che volete tutti, no? Che io sparisca e non dia fastidio.» Prese la borsa dall'ingresso e si diresse verso la porta di casa, infilandosi le scarpe malamente.
«Giulia, torna qui!» le urlò Erika.
Giulia aprì la porta, le lacrime che ormai le rigavano il trucco sbavato. Si voltò per un'ultima, devastante coltellata. «Vai a farti scopare in pace, Eri,» singhiozzò, ridendo amaramente. «Tanto è l'unica cosa che ti riesce meglio di me.»
La porta si chiuse con un boato spaventoso, facendo tremare i vetri dell'ingresso.
Il silenzio che seguì fu assordante, pesante come piombo. Restai immobile, il petto che si alzava e si abbassava rapidamente. L'istinto mi urlava di correre giù per le scale, di fermare Giulia, di spiegarle perché l'avevo trattata così, di prendere le redini di quel mostro che si sentiva abbandonato. Ma sapevo che se l'avessi seguita, avrei perso tutto in un secondo.
Mi voltai verso Erika. Era appoggiata al muro del corridoio, il viso tra le mani, distrutta e umiliata fin nelle ossa. Mi avvicinai e provai ad abbracciarla.
«Non toccarmi,» singhiozzò lei, respingendomi debolmente con una mano sul petto. «Mi sento sporca.»
«Eri, non hai fatto niente di male,» le mormorai dolcemente, ignorando il suo rifiuto e avvolgendole le braccia intorno alle spalle sudate. La tirai contro di me, baciandole i capelli. «Siamo fidanzati. A casa tua. È lei che è fuori controllo. Ha sbagliato, e hai fatto bene a sgridarla. Non c'è nulla di cui vergognarsi.»
«Lo so,» rispose lei, la voce rotta dal pianto contro il mio collo. «Ma lei riesce sempre a farmi sentire così. Inadeguata. Sbagliata. Come se io fossi vecchia, e lei avesse il mondo in pugno.»
La strinsi più forte, sentendomi il pezzo di merda più grosso del pianeta. Le mormorai parole di conforto, l'aiutai a calmarsi, a respirare in quella casa vuota che puzzava di tradimento e risentimento.
Ma quando finalmente alzò il viso, asciugandosi le lacrime con il dorso della mano, disse la cosa più spaventosa di tutte.
«Non era solo per me.»
Aggrottai la fronte, sentendo il sangue gelarmi. «Che vuoi dire?»
Erika mi guardò negli occhi, con un'espressione indecifrabile, a metà tra il terrore e l'intuizione. «Non lo so. Ma quando ha detto quelle cose orribili... quando ha detto che devo elemosinare attenzioni da te... non guardava me.» Fece una pausa, deglutendo a fatica. «Guardava te, Franci.»
Rimasi in silenzio. E capii che le fondamenta della nostra casa erano appena state minate. Il sospetto non era più un'ombra: era appena entrato dalla porta principale. E l'unica cosa che potevo fare era aspettare l'esplosione.
Il tragitto in macchina verso l'ospedale fu un buco nero di tensione. L'aria condizionata sparata al massimo non riusciva a gelare il sudore freddo che mi sentivo addosso. Erika fissava il finestrino. Aveva gli occhi lucidi, la mascella contratta, il trucco rifatto in fretta per coprire i segni del pianto e della rabbia. Si stava preparando per affrontare un turno in corsia, ma la sua testa era ancora incastrata in quel corridoio, dietro la porta di camera sua.
