«Mh?»
«Non fare quella cosa.»
«Quale?»
«Quella in cui ti siedi a cena con la faccia da vedovo e tutti capiscono che è successo qualcosa.»
«La mia faccia base è da vedovo.»
«Peggio. La fai da vedovo che sa dove ha nascosto il corpo.»
«Specifico.»
«Ti conosco.»
Sorrisi piano.
«Cercherò di sembrare normale.»
Lei sbuffò.
«Impossibile. Punta a sembrare meno colpevole.»
«Molto più realistico.»
Aprii la porta.
L’aria della sera mi venne addosso più fresca di quanto mi aspettassi, anche se fresca era una parola grossa. Era solo meno rovente. Dal vialetto arrivavano voci, piatti, risate, il rumore metallico delle posate della mensa staff.
Stavo per uscire quando Simona aggiunse:
«E mangia.»
Mi voltai.
Lei aveva già richiuso gli occhi.
«Hai detto che non vuoi venire.»
«Infatti.»
«E mi dai ordini da qui?»
«Sono in smart working emotivo.»
«Chiaro.»
«E se Anna chiede di me…»
Si fermò.
La sua gola si mosse.
«Dille che ho mal di testa.»
«Ce l’hai?»
«No.»
«Perfetto, bugia semplice.»
«Grazie.»
Rimasi ancora un secondo sulla soglia.
Avrei voluto dirle qualcosa di grande.
Qualcosa tipo: non sei sola, non tornare a casa, non lasciare che quello stronzo ti rimetta il guinzaglio.
Invece dissi:
«Ti rubo qualcosa dal bar.»
Lei aprì un occhio.
«Se torni con un ghiacciolo all’anice, ti denuncio.»
«Quindi solo gusti da persona civile.»
«Fragola. Limone. Coca cola.»
«Signora, sì, signora.»
«Coglione.»
Questa volta il sorriso le venne davvero.
Piccolo.
Storto.
Ma vero.
Uscii prima di rovinarlo.
La mensa dello staff era il solito miracolo di plastica, rumore e sopravvivenza.
Una stanza lunga, illuminata da neon troppo bianchi, con tavoli pieghevoli messi in fila e sedie spaiate che sembravano raccolte da quattro scuole diverse. L’odore era quello classico di ogni campo estivo del mondo: pasta al sugo, olio fritto, detersivo per pavimenti e sudore rimasto addosso anche dopo la doccia.
Maria era già seduta a capotavola.
Ovviamente.
Non si sedeva mai “a un tavolo”. Occupava il centro di gravità della stanza. Aveva i capelli raccolti in una coda alta, qualche ciocca rossa scappata sulle tempie, la polo del campo aperta di un bottone in più rispetto al necessario e un’espressione da regina che stava concedendo ai sudditi il privilegio di masticare in sua presenza.
Tracy era accanto a lei, con le gambe incrociate sulla sedia e una forchetta in mano come se fosse uno scettro più piccolo.
Fiona mangiava in silenzio, dritta, precisa, tagliando la frittata in quadrati perfetti. Sembrava l’unica persona al mondo capace di giudicare moralmente anche una zucchina.
Anto era seduta più in fondo.
Non guardava nessuno.
Aveva il piatto pieno davanti e la forchetta ferma in mano, come se qualcuno le avesse dato un telecomando scarico. Quando entrai, alzò appena gli occhi. Il nostro sguardo si sfiorò.
Mi fece male.
Lei lo abbassò subito.
E poi c’era Anna.
Anna era seduta vicino al lato libero del tavolo, con un bicchiere d’acqua tra le mani e i capelli raccolti in una treccia morbida che le cadeva su una spalla. Si era cambiata: indossava una maglietta chiara, semplice, e dei pantaloncini di lino che su di lei sembravano una cosa pulita, quasi domestica. Quando mi vide, il viso le si illuminò in quel modo timido che da due giorni aveva smesso di essere solo timido.
Poi guardò dietro di me.
Cercò Simona.
Non trovandola, il sorriso le si incrinò.
«Dov’è Simo?»
La domanda arrivò prima ancora che mi sedessi.
Io presi un piatto, cercando di sembrare uno che non stava trasportando mezza centrale nucleare dentro il petto.
«Mal di testa.»
Anna mi fissò.
Troppo bene.
Troppo Anna.
«Forte?»
«Abbastanza.»
«Vuole qualcosa? Posso portarle—»
«No.» Risposi troppo in fretta.
Lei se ne accorse.
Io pure.
Tracy sollevò appena un sopracciglio.
Fiona continuò a tagliare la frittata, ma sapevo che ci aveva sentiti.
Maria sorrise senza sorridere.
Corressi il tono.
«Le porto qualcosa io dopo. Mi ha chiesto di lasciarla tranquilla.»
Anna abbassò gli occhi sul bicchiere.
«Ah.»
Una parola sola.
Piccola.
Ma ci stava dentro più roba di quanto avrei voluto.
Mi sedetti accanto a lei perché era l’unico posto libero e perché il destino, a quel punto, aveva chiaramente deciso di darmi fuoco con un accendino scarico ma insistente.
Anna si spostò appena per farmi spazio. Le nostre ginocchia si sfiorarono sotto il tavolo.
Solo un contatto.
Due secondi.
Lei arrossì subito, ma non si allontanò.
Io presi la brocca dell’acqua e riempii il bicchiere con un livello di concentrazione degno di un intervento chirurgico.
«Stai bene?» mi chiese a bassa voce.
«Io?»
«Sì.»
«Certo.»
Lei inclinò appena la testa.
«Ale.»
Quel modo di dire il mio nome.
Dolce, ma non ingenuo.
Come se sapesse già che stavo mentendo e volesse solo vedere quanto avrei resistito.
«Giornata lunga,» ammisi.
Anna annuì.
«Con la cartellina?»
Mi fermai con la forchetta a mezz’aria.
Lei abbassò la voce ancora di più.
«Ho visto.»
«Cosa?»
«Non tutto.»
Deglutii.
«Ma abbastanza.»
Guardai verso Anto, istintivamente.
Errore.
Anna seguì il mio sguardo.
Quando tornò a guardarmi, aveva un’espressione strana. Non gelosa in modo netto. Non arrabbiata. Più ferita da qualcosa che ancora non si permetteva di nominare.
«L’hai coperta,» disse piano.
Non era una domanda.
«Era complicato.»
«Lo so.»
«No, non lo sai.»
Anna incassò la frase come se le avessi sfiorato una ferita.
Mi pentii subito.
«Scusa.»
Lei scosse la testa.
«No. Hai ragione.»
Silenzio.
Attorno a noi, Tracy stava raccontando a Maria di un bambino che aveva interpretato l’albero nello spettacolo teatrale con “un’intensità da vedovo shakespeariano”. Maria rideva forte. Fiona non rideva. Anto non ascoltava.
Anna rigirò il bicchiere tra le dita.
«È solo che…»
Si fermò.
«Che?»
Lei si morse l’interno della guancia.
«È strano.»
«Cosa?»
«Vederti così.»
«Così come?»
Anna alzò gli occhi.
Erano dolci, ma stavolta non morbidi. C’era un filo di qualcosa di nuovo. Qualcosa che pungeva.
«Diviso.»
La parola mi rimase addosso.
Diviso.
Non sporco. Non bugiardo. Non stronzo.
Diviso.
Era quasi peggio.
«Anna…»
«No, scusa.» Arrossì subito, scuotendo la testa. «Non volevo dirlo così. Non ho diritto di—»
«Ce l’hai.»
Lei si bloccò.
«Non lo so.»
«Io sì.»
Il rosso le salì fino alle orecchie.
Per un momento dimenticai la mensa, Maria, il debito, Simona chiusa nel bungalow. Dimenticai quasi tutto tranne il modo in cui Anna stava cercando di non sorridere e non soffrire nello stesso momento.
Poi lei guardò di nuovo verso la porta.
Verso dove Simona non c’era.
«Sono preoccupata per lei.»
«Anche io.»
Lo dissi senza pensarci.
Anna mi guardò.
E lì lo vidi.
Il primo vero contrasto.
Non gelosia brutta. Non possesso. Anna non era Anto. Non avrebbe mai accartocciato una bottiglietta o nascosto una cartellina. Ma c’era comunque qualcosa, un piccolo dolore trattenuto, mentre vedeva quanto immediatamente mi si stringeva la voce parlando di Simona.
Lei voleva bene a Simona.
E forse, proprio per questo, le faceva più male.
«Lo so,» disse.
«Che vuol dire?»
«Niente.»
«Anna.»
Lei sorrise, ma non era il sorriso dell’area picnic.
Era più fragile.
«Vuol dire che lo vedo.»
Non mi diede il tempo di rispondere.
Prese un pezzo di pane, lo spezzò in due e me ne mise metà nel piatto.
«Mangia.»
«Mi state dando tutti ordini sul cibo oggi.»
«Perché hai la faccia di uno che si dimentica di essere un mammifero.»
«Molto romantico.»
Lei arrossì.
«Non era—»
«Lo so.»
Le nostre dita si sfiorarono sul bordo del piatto.
Questa volta fu lei a restare ferma.
Un secondo in più.
Poi si ritrasse piano, con un respiro più corto.
Dall’altra parte del tavolo Tracy fece schioccare la lingua.
«Quanto zucchero, ragazzi. Mi stanno cariando i pensieri.»
Anna si irrigidì.
Io la guardai malissimo.
«Tracy.»
«Che ho detto?» Lei allargò gli occhi con innocenza finta. «Io sono a favore dell’amore, della pace e delle mani sotto il tavolo.»
Anna diventò viola.
«Non c’erano mani sotto il tavolo,» dissi.
«Peccato.»
Maria scoppiò a ridere.
«Lascia stare il ragazzo, Tracy. Oggi è già abbastanza nei guai.»
Mi sentii lo stomaco scendere.
Maria mi guardò da capotavola.
Non mi chiamò subito.
Mi lasciò mangiare ancora due forchettate.
Mi lasciò sperare.
Poi posò il bicchiere con un rumore secco.
«Ale.»
Tutta la mensa sembrò abbassare il volume.
Io alzai lo sguardo.
«Sì?»
Maria si pulì l’angolo della bocca con un tovagliolo, lenta, teatrale. Aveva quel modo di rendere ogni gesto un avvertimento.
«Domani mattina vieni nel mio ufficio due ore prima.»
Mi fermai.
«Due ore prima?»
«Hai sentito benissimo.»
«Maria, il turno inizia alle nove.»
«Infatti ti voglio alle sette.»
Tracy fischiò piano.
«Che romanticona.»
Maria non la guardò neanche.
I suoi occhi restarono su di me.
«Devo sistemare registri, presenze, autorizzazioni piscina e inventario materiali. Siccome oggi hai dimostrato un rapporto creativo con l’organizzazione, ho pensato di affidarti il lavoro più noioso del mondo. Così impari ad amare le cartelline.»
Anto abbassò ancora di più lo sguardo.
Io strinsi la forchetta.
«Alle sette.»
«Bravo.»
Maria si alzò.
Lentamente.
Fece il giro del tavolo con calma, passando dietro le sedie. Ogni passo sembrava misurato per farsi sentire. Quando arrivò alle mie spalle, mi si fermò vicino. Troppo vicino.
Sentii il suo profumo prima ancora della sua mano.
Crema solare, muschio, sudore della giornata e qualcosa di più caldo, più suo.
