Capitolo 9 - Il Bacio Sbagliato della Migliore Amica
Anto vuole essere scelta, non salvata: Ale prova a fermarsi per proteggerla, ma lei lo vive come l’ennesimo rifiuto.
La caccia al tesoro partì con venti minuti di ritardo e un livello di caos che avrebbe potuto essere studiato da un team di psicologi militari.
Simona improvvisò una fase di riscaldamento con una naturalezza quasi commovente. Fece urlare i nomi delle squadre, inventò una prova ridicola in cui i ragazzi dovevano costruire una mascotte umana usando cappellini, bandierine e cartelloni, e trasformò il disastro in una specie di pre-show.
La guardai per un momento mentre gestiva tutto. I capelli le erano sfuggiti dallo chignon, il viso era lucido di sudore, la voce le usciva roca per le urla. Era stanca, nervosa, forse anche arrabbiata con me, ma non mollava. Ogni tanto mi lanciava un’occhiata rapida, tagliente, come a dire: so che mi stai nascondendo qualcosa.
E aveva ragione.
Anna, da lontano, aiutava i piccoli a fare merenda, ma mi guardava spesso. Non con giudizio. Con preoccupazione. Quella preoccupazione dolce che mi faceva sentire ancora più in colpa.
Tracy, invece, si godeva la scena come se fosse uno spettacolo teatrale messo in piedi solo per lei.
Fiona non rideva.
Fiona catalogava.
E Anto sparì quasi del tutto.
La vidi solo a tratti, dietro il gruppo dei piccoli, le braccia strette attorno al busto, gli occhi bassi. Non sembrava soddisfatta. Non sembrava nemmeno arrabbiata.
Sembrava umiliata.
E, conoscendola, quella era la cosa peggiore che potesse provare.
Il resto della giornata scivolò in una stanchezza nervosa. La caccia al tesoro, per miracolo, funzionò. I ragazzini si divertirono, soprattutto perché a loro dei nostri drammi non fregava assolutamente nulla. Correvano, urlavano, si accusavano di barare, litigavano per chi dovesse leggere l’indizio successivo e poi dimenticavano di essere arrabbiati trenta secondi dopo.
Beati loro.
Alle diciannove, quando i genitori si ripresero gli ultimi bambini e il cancello del campo si chiuse con un clangore metallico, mi sembrò di essere sopravvissuto a una guerra combattuta con nastro adesivo e bugie.
Avevo la polo appiccicata alla schiena, le gambe indolenzite, la gola arsa e la testa piena di rumore.
Simona mi passò accanto mentre sistemavamo le ultime bandierine nel borsone.
«Bel salvataggio, oggi,» disse senza guardarmi.
Mi bloccai.
«Quale?»
Lei infilò un rotolo di nastro nel borsone con troppa forza.
«Quello in cui hai perso una cartellina che magicamente era nella borsa sbagliata.»
Non risposi.
Simona finalmente mi guardò. Non era arrabbiata come Maria. Era peggio. Era delusa e preoccupata allo stesso tempo.
«Non sono scema, Ale.»
«Non ho mai pensato che lo fossi.»
«Allora smettila di trattarmi come se bastasse dire “è colpa mia” e io dovessi applaudire il tuo sacrificio da martire del cazzo.»
Mi venne quasi da sorridere, ma non c’era niente da ridere.
«Ne parliamo dopo?»
Lei mi studiò per un secondo.
Poi il suo telefono vibrò nella tasca dei pantaloncini.
La vidi irrigidirsi.
Il suo sguardo scese per un istante. Non lo tirò fuori. Non rispose. Ma tutta la sua faccia cambiò, come se qualcuno avesse abbassato di colpo la luce dietro i suoi occhi.
«Sì,» disse, più piano. «Dopo.»
E se ne andò verso il bungalow senza aggiungere altro.
Rimasi lì con il borsone mezzo aperto, il debito di Maria addosso come una mano sulla nuca e la certezza che il lunedì fosse ancora lontano dal finire.
Stavo per incamminarmi anch’io verso le docce dello staff quando una mano mi afferrò il polso.
Mi voltai.
Anto.
Aveva il viso tirato, i capelli un po’ sfuggiti dalla coda, gli occhi lucidi di rabbia trattenuta. Non aveva più l’aria della ragazza che si era pentita. Ora sembrava di nuovo pronta a mordere.
«Dobbiamo parlare.»
«Non adesso.»
«Sì, adesso.»
«Anto, sono stanco morto.»
«Non me ne frega un cazzo.»
La sua voce era bassa, tesa. Troppo controllata.
Guardai verso il prato. Maria stava parlando con i cuochi vicino alla mensa. Anna raccoglieva dei bicchieri di plastica con i bambini ormai andati. Fiona e Tracy erano sparite verso il teatro. Simona non si vedeva più.
Anto mi tirò senza aspettare risposta.
«Dove stiamo andando?»
«In un posto dove non puoi fare il martire davanti a tutti.»
Attraversammo il vialetto laterale che passava dietro la piscina e raggiungemmo la piccola lavanderia dello staff: una stanza bassa, incastrata tra il deposito asciugamani e gli spogliatoi. Dentro faceva un caldo umido, diverso da quello esterno. Sapeva di detersivo, stoffa bagnata e plastica calda. Due lavatrici industriali vibravano piano contro il muro, riempiendo l’aria di un ronzio costante. Su una mensola c’erano pile di asciugamani puliti, ancora tiepidi, e divise appese a grucce di metallo.
Anto entrò per prima e chiuse la porta dietro di noi.
Il click della serratura mi fece tendere la mascella.
«Apri.»
«No.»
«Anto.»
«Perché l’hai fatto?»
Mi voltai verso di lei, esasperato.
«Perché Maria ti avrebbe distrutta.»
Lei rise, ma era una risata brutta.
«Non ti ho chiesto di salvarmi.»
«No, infatti. Mi hai solo messo nella posizione di doverlo fare.»
Il suo viso si contrasse.
Colpita.
Bene.
Forse era ora.
«Ma certo,» disse, avanzando di un passo. «Adesso è colpa mia se tu hai questa sindrome da eroe del cazzo.»
«Tu hai nascosto la cartellina.»
«Non l’ho nascosta.»
«Anto.»
«L’ho spostata.»
«Ah, scusa. Molto meglio. Hai spostato il materiale fondamentale dell’attività per farci venire un infarto collettivo.»
«Non volevo farvi venire un infarto!»
«E allora cosa volevi?»
Lei aprì la bocca.
Poi la richiuse.
Le lavatrici continuarono a vibrare nel silenzio.
«Volevo che ti accorgessi di me,» disse alla fine.
La frase uscì bassa, quasi sputata con vergogna.
Io rimasi zitto.
Perché non era una risposta stupida. Era una risposta terribile.
«Anto…»
«No.» Alzò una mano, gli occhi già pieni di rabbia. «Non fare quella voce.»
«Quale voce?»
«Quella da buono. Quella da “povera Anto, è fragile, è confusa, bisogna capirla”. Mi fa schifo quando fai così.»
«E come dovrei fare?»
«Dovresti guardarmi.»
«Ti sto guardando.»
«No.» Scosse la testa, avvicinandosi ancora. «Tu mi controlli. Mi gestisci. Mi salvi quando faccio una cazzata. Mi sopporti. Ma non mi guardi.»
Sentii qualcosa stringermi il petto.
«Oggi mi hai vista tutto il giorno?» continuò lei. «Mi hai vista davvero? O hai visto solo Anna che arrossiva, Simona che rideva alle tue battute, Tracy che ti mangiava vivo e Fiona che ti teneva per le palle con quello sguardo da generale psicopatica?»
«Non parlare di cose che non sai.»
«Ah, quindi c’è qualcosa da sapere.»
Mi irrigidii.
Anto lo notò. Ovviamente.
Il suo sorriso diventò più amaro.
«Visto? Anche Fiona ha qualcosa. Anche lei. Tutte hanno qualcosa con te.»
«Non è così.»
«No?»
Fece un altro passo. Eravamo a meno di un metro.
La lavanderia sembrava essersi ristretta. Il ronzio delle lavatrici mi entrava nelle ossa. Anto aveva le guance rosse, il petto che si alzava e si abbassava in respiri troppo rapidi. La divisa le stava addosso stropicciata dopo una giornata intera, la polo un po’ tirata sui fianchi, i capelli appiccicati al collo per il sudore. Non c’era niente di costruito in lei in quel momento. Nessuna posa. Nessun tentativo elegante di sedurre.
Era una ferita in piedi davanti a me.
E proprio per questo era pericolosa.
«Anna ti guarda e diventi dolce,» disse. «Simona ti parla e sembri vivo. Tracy ti sfiora e perdi il cervello.»
Deglutì.
«Io invece sono sempre quella da gestire. Quella da calmare. Quella da proteggere.»
«Perché ti comporti come una bambina, Anto.»
La frase mi uscì più dura di quanto volessi.
Lei incassò come uno schiaffo.
Per un secondo vidi gli occhi riempirsi di lacrime.
Poi li vidi bruciare.
«Vaffanculo.»
«Anto—»
«No, vaffanculo davvero.» Mi spinse con entrambe le mani sul petto. Non forte abbastanza da farmi male, ma abbastanza da farmi arretrare contro la lavatrice. «Tu non hai idea di quanto sia umiliante.»
«Cosa?»
«Essere sempre quella che devi perdonare.»
«Allora smetti di fare cazzate.»
«Tu mi salvi solo quando devo fare pena, Ale.» La voce le tremò, ma non si fermò. «Quando invece voglio essere scelta, guardi sempre da un’altra parte.»
Quella frase rimase sospesa tra noi, più pesante del caldo, del detersivo, del ronzio metallico.
«Io ti ho sempre scelto,» dissi piano.
Anto rise di nuovo. Stavolta le si spezzò quasi in gola.
«No. Tu mi hai sempre tenuta.»
Mi fissò.
«Non è la stessa cosa.»
Avrei voluto rispondere.
Davvero.
Ma non trovai niente che non suonasse falso.
Anto fece l’ultimo passo, entrando completamente nel mio spazio.
«Con loro ti fai uomo,» sussurrò, guardandomi dal basso con una rabbia che sembrava dolore puro. «Con me fai sempre il santo.»
La frase mi colpì nello stomaco.
«Anto…»
«No.»
Mi afferrò la maglietta con entrambe le mani e mi tirò giù verso di lei.
Il bacio arrivò come uno schiaffo.
Non fu dolce. Non fu romantico. Non fu nemmeno davvero un bacio, all’inizio. Fu una collisione. Denti, respiro, rabbia. La sua bocca contro la mia con una forza quasi punitiva, come se volesse farmi pagare ogni sguardo dato alle altre, ogni sorriso condiviso con Simona, ogni secondo in cui non avevo capito che lei stava crollando.
Rimasi fermo per un istante.
Troppo sorpreso.
Troppo pieno di colpa.
Poi il mio corpo ricordò tutto quello che la mia testa cercava di negare da giorni, forse da anni.
Anto non era solo la mia migliore amica. Non era solo la ragazza viziata che mi faceva impazzire. Era il corpo caldo che avevo avuto accanto in macchina, nel bungalow, nella mia vita. Era la familiarità diventata elettrica. Era il divieto che esisteva proprio perché ci conoscevamo troppo.
Le presi i fianchi.
Lei tremò.
Ma non si staccò.
Anzi.
Mi spinse più forte contro la lavatrice, schiacciandosi contro di me con tutto il corpo. Sentii il calore della sua pancia attraverso i vestiti, il respiro spezzato contro la mia bocca, le sue dita aggrappate alla mia maglietta come se avesse paura di cadere.
La baciai, ma ormai sentivo il pericolo in ogni respiro.
Anto mi avvolse con le braccia, prima stringendomi le spalle, poi salendo con le dita fino alla nuca, come se volesse impedirmi fisicamente di allontanarmi ancora. Aveva il fiato corto. Non respirava davvero: rubava aria tra un bacio e l’altro, con piccoli suoni spezzati che le sfuggivano contro la mia bocca e che sembravano farla vergognare ancora di più.
La lavatrice dietro di me vibrava contro la schiena, un tremore basso e continuo che passava dal metallo al mio corpo, e dal mio corpo al suo. Anto lo sentì. La vidi sgranare appena gli occhi, come se anche quella vibrazione le fosse arrivata addosso senza permesso. Poi, invece di scostarsi, si premette più forte contro di me.
Fu un movimento goffo, quasi rabbioso.
Il suo bacino cercò il mio attraverso i vestiti, prima con uno scatto incerto, poi con una pressione più lunga, più consapevole. Il contatto mi tolse il fiato. Sentii il calore del suo corpo sotto la stoffa sottile, la tensione delle sue gambe, il modo in cui cercava attrito senza sapere davvero come reggerlo. Lei ansimò piano, un verso minuscolo, strozzato subito tra i denti.
Mi afferrò la maglietta con una mano, mentre con l’altra scese lungo il mio petto, seguendo i muscoli dell’addome attraverso il tessuto sudato. Le sue dita tremavano. Ogni gesto sembrava una domanda che lei non aveva il coraggio di fare ad alta voce.
Quando mi sfiorò più in basso, sopra la stoffa dei pantaloncini, il mio corpo reagì con una scossa così netta che fui costretto ad appoggiare una mano alla mensola accanto alla sua testa per non perdere lucidità.
Anto lo sentì.
Lo sentì e cambiò espressione.
Per un secondo, la paura lasciò spazio a qualcosa di quasi trionfante. Non un sorriso pieno, non sicurezza vera. Solo un lampo fragile, disperato, come se quella reazione fisica fosse l’unica prova al mondo capace di dirle che non stava inventando tutto.
«Vedi?» sussurrò, con la voce rotta.
Non risposi.
Non ci riuscii.
Lei mi baciò di nuovo, più a fondo, con una fame disordinata. La sua bocca sapeva di rabbia e sale, le labbra calde, il respiro irregolare. Mi prese la mano e se la portò addosso, guidandola sotto la stoffa della polo, senza guardarmi, come se guardarmi in faccia avrebbe reso tutto troppo reale.
Le mie dita incontrarono la pelle nuda del suo seno.
Anto trattenne il respiro di colpo.
Il suo corpo si tese contro il mio, ma non si allontanò. Anzi, chiuse gli occhi e si spinse appena verso la mia mano, vergognandosi immediatamente di quel movimento. Era calda. Morbida. Sudata per il caldo della giornata e per il panico che le stava bruciando sotto la pelle. Sentii il battito del suo cuore correre sotto il palmo, veloce, disordinato, quasi spaventato.
«Così,» mormorò, ma la voce le tremò. «Così devi guardarmi.»
Le sfiorai il seno con più decisione, senza fretta, e lei si morse il labbro per soffocare un gemito. La sua testa cadde all’indietro contro il muro per un istante, scoprendo il collo lucido di sudore. Quella reazione mi colpì allo stomaco più di qualunque provocazione. Non c’era malizia costruita. Non c’era esperienza. C’era solo Anto che provava a restare dentro una sensazione più grande di lei.
«Va bene?» chiesi, con la voce rotta.
Lei riaprì gli occhi di scatto.
Lucidi. Furiosi. Spaventati.
«Non chiedermelo come se stessi per rompermi.»
«Non voglio—»
«Smettila di non voler fare cose.»
Mi baciò di nuovo, più forte, e stavolta mi spinse via dalla lavatrice. Urtammo una mensola. Una pila di asciugamani puliti scivolò giù con un tonfo morbido, spargendosi ai nostri piedi. Anto finì con la schiena contro il muro, il viso acceso, i capelli sfuggiti dalla coda e incollati al collo sudato.
Il muro le strappò un piccolo gemito.
Mi bloccai subito.
«Ti ho fatto male?»
«No.» Mi afferrò la nuca e mi riportò su di lei. «Non fermarti ogni due secondi.»
La baciai ancora, e stavolta fu lei a cercare il ritmo.
Sollevò una gamba, incerta, appoggiandola contro la mia come per avvicinarmi di più, ma senza sapere bene dove mettersi. Le mie mani scesero sui suoi fianchi per sostenerla. La sentii aggrapparsi a me con più forza, le dita piantate nella mia schiena, il petto che si alzava e abbassava contro il mio a ogni respiro spezzato.
Poi cominciò a muoversi.
Piano.
Un movimento piccolo, quasi involontario, del bacino contro il mio. Si fermò subito, come se si fosse spaventata da sola. Rimase immobile per un secondo, le labbra socchiuse, gli occhi lucidi puntati nei miei.
Io non dissi niente.
Aspettai.
Fu quello, forse, a farle più male. O a darle coraggio.
Lo rifece.
Stavolta più lentamente.
Il suo corpo scivolò contro il mio attraverso i vestiti, cercando una frizione che ci fece ansimare entrambi. La lavatrice vibrava ancora alle mie spalle, gli asciugamani caduti ci sfioravano le caviglie, l’aria della lavanderia era calda, umida, satura di detersivo e pelle accesa.
Anto chiuse gli occhi.
Le sfuggì un suono più chiaro, più vero.
Non era un gemito da donna sicura di sé. Era più basso, trattenuto, quasi sorpreso. Come se non si aspettasse che il proprio corpo potesse rispondere così. Come se quella sensazione la stesse tradendo e salvando nello stesso momento.
«Cazzo…» le uscì piano, contro la mia bocca.
La parola sembrò spaventarla.
Aprì gli occhi di scatto, ma non si fermò.
Anzi, mi strinse di più.
Il movimento diventò più intenso. Non regolare, non esperto. Disperato. Il suo bacino cercava il mio con spinte brevi, nervose, poi si fermava, poi ripartiva, come se ogni volta dovesse convincersi da capo di poterlo fare. Io sentivo tutto: il calore del suo corpo, la pressione delle sue dita, il tremore delle sue cosce, il modo in cui cercava di guidare la scena ma non riusciva davvero a controllarla.
E io stavo perdendo la testa.
Non come con Tracy.
Con Tracy era stato abbandono sporco, resa, fame.
Con Anto era peggio.
Perché conoscevo ogni sfumatura della sua voce. Ogni difesa. Ogni bugia. E sentirla ansimare contro di me, sentirla cercarmi con quella rabbia fragile, trasformava il desiderio in qualcosa di quasi doloroso.
Le mie mani risalirono sotto la sua polo. Trovai di nuovo il seno nudo, la pelle calda, il sudore sottile che la rendeva viva sotto le dita. Lei tremò così forte che per un istante pensai che si sarebbe staccata. Invece mi afferrò il polso e mi tenne lì.
Non guidandomi.
Trattenendomi.
Come se avesse paura che smettessi.
«Così,» sussurrò. «Così devi volermi.»
Quelle parole mi fecero male.
«Anto, io—»
«No.» Mi baciò per zittirmi. «Non parlare.»
Poi successe qualcosa.
Non fu un gesto pulito. Non fu deciso. Fu una confusione di mani, stoffa, respiri e vergogna. Anto scese con le dita verso la cintura dei miei pantaloncini, esitò, poi tirò. Non riuscì al primo tentativo. Le tremavano troppo le mani. Imprecò piano, con una rabbia che sembrava rivolta più a sé stessa che a me.
Io dovetti aiutarla.
Appena lo feci, lei mi guardò.
E in quello sguardo c’era tutto: sfida, paura, sollievo, panico.
I pantaloncini scivolarono giù abbastanza da cancellare l’ultima distanza vera tra noi. Anto abbassò lo sguardo e il respiro le si spezzò in gola. Per un istante sembrò sul punto di fuggire.
Poi, quasi per punirsi di quella paura, si mosse anche lei.
Si slacciò i pantaloncini con uno strappo nervoso, li spinse giù lungo le cosce insieme all’ultimo pezzo di stoffa che la separava da me. Non lo fece con sensualità sicura. Lo fece come se stesse strappando via una prova, come se ogni centimetro di pelle scoperta dicesse: guarda, ci riesco, non sono meno delle altre.
E quando tornò contro di me, pelle contro pelle, il mondo si ridusse a un solo punto di contatto.
Il calore nudo di Anto mi colpì come una scarica.
Non era più attrito filtrato dalla stoffa. Non era più una provocazione trattenuta dai pantaloncini, non era più qualcosa che potevamo fingere di non capire. Era pelle sudata contro pelle sudata, calore diretto, vivo, troppo reale. Il suo corpo si incollò al mio con una naturalezza spaventosa, e per un istante il mio cervello smise di distinguere dove finissi io e dove iniziasse lei.
Anto gemette subito.
Un suono piccolo, rotto, quasi scandalizzato. Cercò di soffocarlo mordendomi la spalla attraverso la maglietta, ma io lo sentii comunque, vibrare contro il mio corpo come una confessione. Le mie mani scattarono sui suoi fianchi per reggerla, e lei si aggrappò a me con una forza disperata, premendosi contro di me come se volesse cancellare ogni distanza rimasta.
La strusciata cambiò completamente.
Ogni movimento del suo bacino era una scossa. La sua intimità, calda e tremante, scivolava contro la mia con una pressione irregolare, inesperta, ma devastante proprio per quello. Non c’era ritmo. C’era solo il tentativo disperato di cercare sollievo e conferma nello stesso punto. Ogni volta che i nostri corpi si incontravano, il contatto diventava più preciso, più pericoloso, più difficile da ignorare.
Sentivo il suo calore aprirsi contro di me e richiudersi subito dopo nella paura.
Sentivo il mio corpo cercarla d’istinto, spinto da una fame cieca che mi faceva vergognare e tremare insieme.
Lei si muoveva a scatti, senza sapere davvero come farlo. Una spinta breve, un gemito trattenuto, poi un blocco improvviso. Poi di nuovo. Più forte. Più vicino. Più nudo. La pelle tra noi era lucida di sudore, scivolosa, viva, e ogni minimo spostamento trasformava la tensione in una scarica che mi saliva dritta lungo la schiena.
«Ale…» ansimò.
Non sembrava una richiesta.
Sembrava un’accusa. O una supplica.
La sua fronte cadde contro la mia. Aveva gli occhi chiusi, le ciglia umide, le labbra socchiuse. Io sentivo il suo petto contro il mio, il seno premuto sotto la polo alzata, il sudore che ci incollava, il respiro di lei che mi entrava in bocca a piccoli colpi spezzati.
Le mie dita tornarono sotto la sua maglia.
Trovai il suo seno nudo, caldo, umido di sudore. Anto sussultò, ma non si tirò indietro. Anzi, mi afferrò il polso e mi tenne lì, come se avesse paura che potessi pentirmi. La sentii inarcarsi contro il mio palmo, poi vergognarsi subito di quel gesto, stringendo gli occhi e trattenendo un altro gemito.
La accarezzai piano, poi con più decisione, seguendo il ritmo spezzato del suo bacino contro il mio. Ogni volta che la mia mano si chiudeva su di lei, Anto perdeva un pezzo di controllo. Il suo respiro diventava più corto, più sporco, più vero. Il collo le si tendeva, la bocca cercava la mia e poi la mancava, come se non riuscisse più a coordinare desiderio e paura.
«Così,» sussurrò, con una voce che non sembrava più la sua. «Così devi volermi.»
Quelle parole mi fecero male.
Perché il mio corpo la voleva. Troppo. In modo evidente, incontrollabile, quasi crudele. E lei lo sentiva. Lo sentiva in ogni contatto, in ogni sfregamento, in ogni scossa che mi spezzava il fiato quando il suo calore scivolava contro di me nel modo giusto.
Anto lo capì.
E per un attimo sembrò nutrirsene.
Si mosse più forte.
La sua schiena urtò piano contro il muro, la mensola degli asciugamani tremò sopra di noi. Lei mi strinse la nuca, mi tirò più vicino, e il contatto tra le nostre intimità diventò così diretto, così scivoloso e bruciante, che mi uscì un verso basso, strozzato, impossibile da trattenere.
Anto aprì gli occhi.
In quello sguardo c’era una scintilla fragile di vittoria.
«Vedi?» ansimò. «Vedi che posso?»
Poi lo fece ancora.
Il suo bacino tornò contro il mio, più lento, più consapevole. Stavolta non fu uno scatto di rabbia. Fu ricerca. Un movimento breve, profondo, quasi istintivo, che fece sfiorare il limite con una precisione spaventosa. Per un secondo sentii la possibilità concreta di superarlo. Non come idea. Non come fantasia. Come qualcosa che stava per succedere davvero.
Il mio corpo cercò il suo senza chiedermi il permesso.
Mi avvicinai troppo.
Lei lo sentì.
Le dita di Anto si piantarono nelle mie spalle. Il suo respiro si spezzò in gola. Non si staccò subito. Rimase lì, sospesa su quel confine, nuda contro di me, tremante, gli occhi spalancati e lucidi. Era a un soffio dal lasciarmi andare oltre. A un soffio dal trasformare quella prova disperata in qualcosa che non avrebbe più potuto cancellare.
Per un secondo sembrò davvero pronta.
Pronta a ignorare la paura.
Pronta a lasciarmi entrare.
Pronta a dimostrare a se stessa che poteva farlo.
Pronta a usare il mio desiderio come una benda su tutte le ferite che non riusciva a guardare.
Poi il suo corpo si bloccò.
Di colpo.
Non gradualmente. Non con un ripensamento dolce.
Fu come se qualcuno le avesse spento l’aria nei polmoni.
«Anto?»
Lei non mi guardò.
Aveva gli occhi fissi sulla mia spalla, come se non riuscisse più a mettere a fuoco il mio viso.
«Anto, ehi.»
«Io…»
La sua voce si spezzò.
«Io non ci riesco.»
Mi si gelò il sangue.
«Va bene.»
«No.» Scosse la testa, e una lacrima le scivolò prima che potesse fermarla. «No, non va bene.»
«Va benissimo, invece.»
«Non dire così.»
«Non devi fare niente.»
Lei rise piano. Una risata senza allegria, piena di vergogna.
«Eccolo.»
«Cosa?»
Finalmente mi guardò.
Gli occhi le brillavano di lacrime e rabbia.
«Eccolo, il santo.»
Feci un passo indietro, lasciandole spazio. Lei si ricompose subito, tirandosi giù la polo, sistemandosi i capelli con mani nervose. Ogni gesto era una piccola umiliazione.
«Anto, non stavo—»
«Lo sapevo.»
«No.»
«Lo sapevo che con me ti saresti fermato.»
«Ti sei fermata tu.»
«E tu non vedevi l’ora.»
La frase mi arrivò addosso come un pugno.
«Non è vero.»
«Sì, invece.» Si asciugò la guancia con il dorso della mano, furiosa con se stessa per aver pianto. «Con loro perdi il controllo. Con me ti ricordi sempre di essere buono.»
«Mi sono fermato perché ti sei bloccata.»
«No.» La sua voce diventò più fredda. Più cattiva. Ma sotto tremava ancora. «Ti sei fermato perché con me devi sempre stare attento.»
«Perché ti voglio bene, cazzo.»
«Appunto.»
Il silenzio ci schiacciò.
Lei fece un passo verso la porta.
«Anto.»
Si fermò, ma non si voltò.
«Non era pietà.»
Le sue spalle si alzarono e si abbassarono in un respiro tremante.
«Allora cos’era?»
Non risposi abbastanza in fretta.
Fu l’errore peggiore.
Lei annuì piano, come se quella pausa avesse confermato tutto.
«Tranquillo, Ale.»
Si voltò appena. Sul viso aveva un sorriso piccolo, devastato.
«Ho capito il mio posto.»
«Non hai capito un cazzo.»
«No.» Aprì la porta. «Stavolta ho capito benissimo.»
Uscì.
La porta della lavanderia si richiuse con un colpo sordo.
Rimasi lì, appoggiato alla lavatrice ancora vibrante, con il respiro corto e il corpo acceso in modo insopportabile, ma con la testa piena solo del suo viso.
Avevo provato a proteggerla.
L’avevo ferita peggio.
Quando finalmente uscii dalla lavanderia, il campo era immerso nella luce sporca del tramonto. L’aria della sera non era più fresca, ma almeno non bruciava. Si sentiva l’odore della mensa che iniziava a preparare la cena, il rumore lontano delle stoviglie, le voci delle ragazze sparse tra i vialetti.
Io camminavo come uno che aveva appena lasciato un pezzo di sé chiuso in una stanza piena di asciugamani.
Avevo un debito nuovo con Maria.
Fiona aveva visto abbastanza da aggiungere un’altra riga al suo elenco.
Anna mi guardava come se fossi ancora capace di fare la cosa giusta.
Anto mi odiava perché avevo provato a farla.
E Simona…
Simona.
Il pensiero di lei mi fece accelerare il passo verso il bungalow 12.
Arrivai davanti alla porta e alzai la mano per aprire.
Poi mi fermai.
Da dentro arrivava la sua voce.
Bassa. Troppo calma.
«No, Edo. Te l’ho già detto.»
Il mio stomaco si chiuse.
Rimasi immobile, con la mano sospesa a pochi centimetri dalla maniglia.
Ci fu una pausa.
Poi Simona parlò di nuovo, più piano.
«Non ero con nessuno.»
Altra pausa.
La sentii inspirare, come se stesse ingoiando qualcosa di amaro.
«Sì. Lo so che ieri non ho risposto.»
Il silenzio che seguì fu peggiore di qualsiasi urlo.
Appoggiai la fronte alla porta di legno, chiudendo gli occhi.
Avevo passato tutta la giornata a spegnere incendi.
Solo che, a quanto pare, ogni volta usavo benzina.
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