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Erotika
Campo Estivo - Vol.1 · Cap. 9
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Capitolo 9 di 11 20 min di lettura

Il Bacio Sbagliato della Migliore Amica

Anto vuole essere scelta, non salvata: Ale prova a fermarsi per proteggerla, ma lei lo vive come l’ennesimo rifiuto.

Asiadu01
4 mesi fa · 1.1k letture · 0

La caccia al tesoro partì con venti minuti di ritardo e un livello di caos che avrebbe potuto essere studiato da un team di psicologi militari.

Simona improvvisò una fase di riscaldamento con una naturalezza quasi commovente. Fece urlare i nomi delle squadre, inventò una prova ridicola in cui i ragazzi dovevano costruire una mascotte umana usando cappellini, bandierine e cartelloni, e trasformò il disastro in una specie di pre-show.

La guardai per un momento mentre gestiva tutto. I capelli le erano sfuggiti dallo chignon, il viso era lucido di sudore, la voce le usciva roca per le urla. Era stanca, nervosa, forse anche arrabbiata con me, ma non mollava. Ogni tanto mi lanciava un’occhiata rapida, tagliente, come a dire: so che mi stai nascondendo qualcosa.

E aveva ragione.

Anna, da lontano, aiutava i piccoli a fare merenda, ma mi guardava spesso. Non con giudizio. Con preoccupazione. Quella preoccupazione dolce che mi faceva sentire ancora più in colpa.

Tracy, invece, si godeva la scena come se fosse uno spettacolo teatrale messo in piedi solo per lei.

Fiona non rideva.

Fiona catalogava.

E Anto sparì quasi del tutto.

La vidi solo a tratti, dietro il gruppo dei piccoli, le braccia strette attorno al busto, gli occhi bassi. Non sembrava soddisfatta. Non sembrava nemmeno arrabbiata.

Sembrava umiliata.

E, conoscendola, quella era la cosa peggiore che potesse provare.

Il resto della giornata scivolò in una stanchezza nervosa. La caccia al tesoro, per miracolo, funzionò. I ragazzini si divertirono, soprattutto perché a loro dei nostri drammi non fregava assolutamente nulla. Correvano, urlavano, si accusavano di barare, litigavano per chi dovesse leggere l’indizio successivo e poi dimenticavano di essere arrabbiati trenta secondi dopo.

Beati loro.

Alle diciannove, quando i genitori si ripresero gli ultimi bambini e il cancello del campo si chiuse con un clangore metallico, mi sembrò di essere sopravvissuto a una guerra combattuta con nastro adesivo e bugie.

Avevo la polo appiccicata alla schiena, le gambe indolenzite, la gola arsa e la testa piena di rumore.

Simona mi passò accanto mentre sistemavamo le ultime bandierine nel borsone.

«Bel salvataggio, oggi,» disse senza guardarmi.

Mi bloccai.

«Quale?»

Lei infilò un rotolo di nastro nel borsone con troppa forza.

«Quello in cui hai perso una cartellina che magicamente era nella borsa sbagliata.»

Non risposi.

Simona finalmente mi guardò. Non era arrabbiata come Maria. Era peggio. Era delusa e preoccupata allo stesso tempo.

«Non sono scema, Ale.»

«Non ho mai pensato che lo fossi.»

«Allora smettila di trattarmi come se bastasse dire “è colpa mia” e io dovessi applaudire il tuo sacrificio da martire del cazzo.»

Mi venne quasi da sorridere, ma non c’era niente da ridere.

«Ne parliamo dopo?»

Lei mi studiò per un secondo.

Poi il suo telefono vibrò nella tasca dei pantaloncini.

La vidi irrigidirsi.

Il suo sguardo scese per un istante. Non lo tirò fuori. Non rispose. Ma tutta la sua faccia cambiò, come se qualcuno avesse abbassato di colpo la luce dietro i suoi occhi.

«Sì,» disse, più piano. «Dopo.»

E se ne andò verso il bungalow senza aggiungere altro.

Rimasi lì con il borsone mezzo aperto, il debito di Maria addosso come una mano sulla nuca e la certezza che il lunedì fosse ancora lontano dal finire.

Stavo per incamminarmi anch’io verso le docce dello staff quando una mano mi afferrò il polso.

Mi voltai.

Anto.

Aveva il viso tirato, i capelli un po’ sfuggiti dalla coda, gli occhi lucidi di rabbia trattenuta. Non aveva più l’aria della ragazza che si era pentita. Ora sembrava di nuovo pronta a mordere.

«Dobbiamo parlare.»

«Non adesso.»

«Sì, adesso.»

«Anto, sono stanco morto.»

«Non me ne frega un cazzo.»

La sua voce era bassa, tesa. Troppo controllata.

Guardai verso il prato. Maria stava parlando con i cuochi vicino alla mensa. Anna raccoglieva dei bicchieri di plastica con i bambini ormai andati. Fiona e Tracy erano sparite verso il teatro. Simona non si vedeva più.

Anto mi tirò senza aspettare risposta.

«Dove stiamo andando?»

«In un posto dove non puoi fare il martire davanti a tutti.»

Attraversammo il vialetto laterale che passava dietro la piscina e raggiungemmo la piccola lavanderia dello staff: una stanza bassa, incastrata tra il deposito asciugamani e gli spogliatoi. Dentro faceva un caldo umido, diverso da quello esterno. Sapeva di detersivo, stoffa bagnata e plastica calda. Due lavatrici industriali vibravano piano contro il muro, riempiendo l’aria di un ronzio costante. Su una mensola c’erano pile di asciugamani puliti, ancora tiepidi, e divise appese a grucce di metallo.

Anto entrò per prima e chiuse la porta dietro di noi.

Il click della serratura mi fece tendere la mascella.

«Apri.»

«No.»

«Anto.»

«Perché l’hai fatto?»

Mi voltai verso di lei, esasperato.

«Perché Maria ti avrebbe distrutta.»

Lei rise, ma era una risata brutta.

«Non ti ho chiesto di salvarmi.»

«No, infatti. Mi hai solo messo nella posizione di doverlo fare.»

Il suo viso si contrasse.

Colpita.

Bene.

Forse era ora.

«Ma certo,» disse, avanzando di un passo. «Adesso è colpa mia se tu hai questa sindrome da eroe del cazzo.»

«Tu hai nascosto la cartellina.»

«Non l’ho nascosta.»

«Anto.»

«L’ho spostata.»

«Ah, scusa. Molto meglio. Hai spostato il materiale fondamentale dell’attività per farci venire un infarto collettivo.»

«Non volevo farvi venire un infarto!»

«E allora cosa volevi?»

Lei aprì la bocca.

Poi la richiuse.

Le lavatrici continuarono a vibrare nel silenzio.

«Volevo che ti accorgessi di me,» disse alla fine.

La frase uscì bassa, quasi sputata con vergogna.

Io rimasi zitto.

Perché non era una risposta stupida. Era una risposta terribile.

«Anto…»

«No.» Alzò una mano, gli occhi già pieni di rabbia. «Non fare quella voce.»

«Quale voce?»

«Quella da buono. Quella da “povera Anto, è fragile, è confusa, bisogna capirla”. Mi fa schifo quando fai così.»

«E come dovrei fare?»

«Dovresti guardarmi.»

«Ti sto guardando.»

«No.» Scosse la testa, avvicinandosi ancora. «Tu mi controlli. Mi gestisci. Mi salvi quando faccio una cazzata. Mi sopporti. Ma non mi guardi.»

Sentii qualcosa stringermi il petto.

«Oggi mi hai vista tutto il giorno?» continuò lei. «Mi hai vista davvero? O hai visto solo Anna che arrossiva, Simona che rideva alle tue battute, Tracy che ti mangiava vivo e Fiona che ti teneva per le palle con quello sguardo da generale psicopatica?»

«Non parlare di cose che non sai.»

«Ah, quindi c’è qualcosa da sapere.»

Mi irrigidii.

Anto lo notò. Ovviamente.

Il suo sorriso diventò più amaro.

«Visto? Anche Fiona ha qualcosa. Anche lei. Tutte hanno qualcosa con te.»

«Non è così.»

«No?»

Fece un altro passo. Eravamo a meno di un metro.

La lavanderia sembrava essersi ristretta. Il ronzio delle lavatrici mi entrava nelle ossa. Anto aveva le guance rosse, il petto che si alzava e si abbassava in respiri troppo rapidi. La divisa le stava addosso stropicciata dopo una giornata intera, la polo un po’ tirata sui fianchi, i capelli appiccicati al collo per il sudore. Non c’era niente di costruito in lei in quel momento. Nessuna posa. Nessun tentativo elegante di sedurre.

Era una ferita in piedi davanti a me.

E proprio per questo era pericolosa.

«Anna ti guarda e diventi dolce,» disse. «Simona ti parla e sembri vivo. Tracy ti sfiora e perdi il cervello.»

Deglutì.

«Io invece sono sempre quella da gestire. Quella da calmare. Quella da proteggere.»

«Perché ti comporti come una bambina, Anto.»

La frase mi uscì più dura di quanto volessi.

Lei incassò come uno schiaffo.

Per un secondo vidi gli occhi riempirsi di lacrime.

Poi li vidi bruciare.

«Vaffanculo.»

«Anto—»

«No, vaffanculo davvero.» Mi spinse con entrambe le mani sul petto. Non forte abbastanza da farmi male, ma abbastanza da farmi arretrare contro la lavatrice. «Tu non hai idea di quanto sia umiliante.»

«Cosa?»

«Essere sempre quella che devi perdonare.»

«Allora smetti di fare cazzate.»

«Tu mi salvi solo quando devo fare pena, Ale.» La voce le tremò, ma non si fermò. «Quando invece voglio essere scelta, guardi sempre da un’altra parte.»

Quella frase rimase sospesa tra noi, più pesante del caldo, del detersivo, del ronzio metallico.

«Io ti ho sempre scelto,» dissi piano.

Anto rise di nuovo. Stavolta le si spezzò quasi in gola.

«No. Tu mi hai sempre tenuta.»

Mi fissò.

«Non è la stessa cosa.»

Avrei voluto rispondere.

Davvero.

Ma non trovai niente che non suonasse falso.

Anto fece l’ultimo passo, entrando completamente nel mio spazio.

«Con loro ti fai uomo,» sussurrò, guardandomi dal basso con una rabbia che sembrava dolore puro. «Con me fai sempre il santo.»

La frase mi colpì nello stomaco.

«Anto…»

«No.»

Mi afferrò la maglietta con entrambe le mani e mi tirò giù verso di lei.

Il bacio arrivò come uno schiaffo.

Non fu dolce. Non fu romantico. Non fu nemmeno davvero un bacio, all’inizio. Fu una collisione. Denti, respiro, rabbia. La sua bocca contro la mia con una forza quasi punitiva, come se volesse farmi pagare ogni sguardo dato alle altre, ogni sorriso condiviso con Simona, ogni secondo in cui non avevo capito che lei stava crollando.

Prima di andare avanti…

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