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Erotika
Campo Estivo - Vol.1 · Cap. 8
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Capitolo 8 di 11 25 min di lettura

ll Favore Numero Due

Una cazzata di Anto manda in crisi la caccia al tesoro e consegna Ale ancora di più nelle mani di Maria.

Asiadu01
4 mesi fa · 822 letture · 0

La luce cruda e giallastra del lunedì mattina filtrava dalle fessure della tapparella del bungalow 12, tagliando la penombra afosa come una lama. Mi svegliai con la sensazione di avere la testa piena di sabbia, il lenzuolo aggrovigliato intorno alle caviglie e il corpo madido di sudore. Eppure, il mio cervello impiegò esattamente un decimo di secondo per attivarsi completamente.

Il motivo respirava a meno di due metri da me.

Simona era già in piedi. Camminava scalza per il minuscolo spazio tra i nostri letti, un moto perpetuo alla ricerca della divisa pulita. Indossava soltanto un reggiseno a balconcino di pizzo nero e un paio di slip abbinati. E definire quegli slip "minimali" sarebbe stato un eufemismo criminale.

Mi stropicciai gli occhi, illudendomi di ritrovare un po' di lucidità, ma la visuale non fece che peggiorare il mio stato. Simona si piegò in avanti per frugare sul fondo del suo borsone morbido. Inarcò la schiena con la naturalezza distratta di chi non si rende conto di stare distruggendo la salute mentale del proprio coinquilino. La colonna vertebrale le disegnava un solco sottile sulla pelle ambrata, scivolando verso la curva piena e compatta del fondoschiena. La striscia sottile di pizzo nero spariva tra i suoi glutei con una sfacciataggine quasi domestica, quotidiana, assurda. Non era una posa. Non era una provocazione studiata. Era peggio: era Simona che cercava una maglietta alle sette del mattino, ed era comunque abbastanza da farmi dimenticare come si respirava.

Trattenni il fiato. L'aria nel bungalow divenne improvvisamente troppo densa per i miei polmoni. L'erezione mattutina, già innescata dal caldo e dai sogni confusi, si trasformò in una pulsazione scomoda contro il tessuto dei boxer. Quella convivenza stava diventando una tortura psicologica ed erotica fatta di dentifrici condivisi, panni sparsi e corpi troppo vicini per fingere che fosse tutto normale.

«Buongiorno, socio,» esclamò lei all'improvviso, la voce roca di sonno, senza nemmeno voltarsi, chiaramente allertata dal fruscio delle mie coperte. «Smettila di radiografarmi il culo e dimmi dove hai messo il dentifricio, che sto impazzendo.»

«Non ti stavo assolutamente guardando il culo,» mentii spudoratamente, la gola secca come carta vetrata, cercando di abbassare le ginocchia per nascondere l'evidenza. «Stavo solo valutando l'aerodinamica della tua ricerca. Il dentifricio è sul bordo del lavandino.»

Simona sbuffò una risata di gola, un suono caldo e vibrante che mi era diventato pericolosamente familiare. Si raddrizzò e si voltò verso di me.

Il pizzo nero le seguiva il corpo senza addomesticarlo davvero: sollevava la pienezza morbida e naturale del seno, lasciando intravedere una scollatura che, su chiunque altra, sarebbe sembrata costruita per provocare. Su Simona invece sembrava solo un altro dettaglio della nostra assurda routine da bungalow: lei spettinata, mezza nuda, irritante, bellissima, troppo vicina. Mi rivolse un sorriso sfrontato, passandosi una mano tra i capelli scuri e arruffati, poi recuperò i suoi pantaloncini di jeans sfilacciati. Iniziò a infilarseli saltellando su una gamba, sbilanciandosi appena, con quella grazia caotica da ragazza che poteva inciampare in una scarpa e comunque sembrare più viva di chiunque altro. Il denim aderì alle sue forme con una naturalezza crudele, fasciandole i fianchi e sollevandole i glutei in un modo che avrebbe dovuto essere illegale prima del caffè.

Poi, però, l'energia inesauribile della ragazza-uragano sembrò incrinarsi.

Si voltò verso il piccolo specchio dell'armadio per allacciarsi il bottone di metallo, ma i suoi occhi scuri scivolarono, attratti come da una calamita malata, verso il comodino. Il suo telefono era ancora lì. Esattamente come lo aveva lasciato la notte prima: a faccia in giù, muto.

La vidi irrigidirsi. Il suo respiro si bloccò impercettibilmente a metà gola. Con un gesto fulmineo, quasi nevrotico, afferrò l'apparecchio, controllò lo schermo illuminato dalle decine di notifiche e poi lo rimise giù con un colpo secco, senza aprire nulla. Sotto la recita della coinquilina cinica e indistruttibile, stava combattendo una guerra silenziosa. Aveva sfidato le regole del suo carceriere, e ora l'ansia dell'attesa la stava divorando.

Mi tirai su a sedere, ignorando il lenzuolo che mi ricadeva sui fianchi, lasciandomi a torso nudo. L'aria tra noi era ancora satura di quell'elettricità furente vissuta nella piscina il giorno prima. Potevo ancora sentire la pressione delle sue cosce bagnate attorno alla mia vita. Volevo chiederle come stava. Volevo dirle che aveva fatto la cosa giusta a non rispondere a Edoardo, che non doveva avere paura.

Ma lei incrociò il mio sguardo nello specchio, intercettò la mia esitazione e si chiuse a riccio.

Afferrò il top sportivo bianco della divisa e se lo infilò dalla testa, coprendo il pizzo nero e le sue vulnerabilità. «Prima che tu apra bocca e mi guardi con quella faccia da cane abbandonato sull'autostrada: sto bene, Ale.»

«Non stavo per dire niente,» ribattei, appoggiandomi al muro e incrociando le braccia sul petto.

«Appunto. Lo stavi pensando fortissimo,» tagliò corto, la voce affilata e troppo veloce, forzando un altro sorriso chirurgico mentre recuperava il cappellino con la visiera. «Sento gli ingranaggi del tuo cervello sferragliare da qui. Muoviti a vestirti, socio, o Maria ci userà come concime per il prato del campo da calcio.»

Sospirai, alzandomi per recuperare i pantaloni. Eravamo tornati a fare i "soci", i finti duri che non si facevano scalfire da nulla. Ma mentre mi infilavo la polo del campo, sentivo chiaramente che il confine tra la nostra goliardia e un bisogno disperato e carnale si era ormai assottigliato fino a non esistere più.

Il sole picchiava già duro quando ci radunammo tutti nell'area centrale per il briefing mattutino. L'aria puzzava di erba tagliata, cloro e ormoni.

Maria ci aspettava a gambe divaricate, le mani piantate sui fianchi. Indossava la divisa del campo, ma, come al solito, l'aveva piegata alle sue regole invece di indossarla davvero: i pantaloncini blu erano arrotolati in su, abbastanza da trasformare una divisa da animatrice in una dichiarazione di guerra, e la polo bianca era sbottonata quel tanto che bastava per ricordare a tutti chi comandava anche quando sorrideva. Il reggiseno sportivo rosso fuoco le premeva sotto il tessuto come un segnale d'allarme, più che come un dettaglio erotico. Con Maria non era mai solo corpo. Era invasione. Era presenza. Era potere che occupava spazio prima ancora di parlare.

Era teatrale, strabordante, e decisamente su di giri.

«Ascoltate bene, disgraziati!» tuonò, la voce che sovrastava il frinire delle cicale. «Oggi i ragazzini arrivano carichi a molla. Hanno passato la domenica sul divano e ora hanno l'energia di un fottuto reattore nucleare. Voglio che li sfiancate. Non voglio vederne uno con la forza di lamentarsi alle cinque del pomeriggio.»

Puntò un dito con un'unghia laccata di rosso verso di me e Simona, fendendo l'aria. «Voi due. Per i grandicelli, oggi c'è la Grande Caccia al Tesoro. È la tradizione del campo. Voglio che prepariate tutto entro le undici: nascondete i bigliettini, posizionate le bandierine e assicuratevi di usare quintali di nastro adesivo. Il materiale è nei borsoni dietro l'ufficio. Non tollero cazzate e non voglio che sparisca mezza penna, chiaro?»

«Ricevuto, capo,» rispose Simona, scattando in un finto saluto militare che fece roteare gli occhi a Maria.

La capoanimatrice ignorò Simona, spostando tutto il peso su una gamba e facendo un paio di passi lenti, felpati, verso di me. Invase il mio spazio vitale in un secondo. Il suo odore di muschio e crema solare mi investì in pieno. Si fermò così vicina che non potevo più guardarla senza sentirmi guardato a mia volta, misurato, valutato, messo in conto.

Abbassò la voce, un sussurro roco, torbido, che scivolò sotto la pelle. I suoi occhi scuri mi scavarono dentro, lussuriosi e autoritari. «Mi raccomando, Ale. Tutto perfetto. Ricordati che mi devi ancora un favore personale per quel... cambio di stanza. Cerca di non farmi aggiungere gli interessi.»

Lasciò scivolare due dita sul mio petto, non abbastanza da sembrare una carezza, abbastanza da farmi capire che poteva permettersela. Poi mi diede una pacca piatta e possessiva sui pettorali e si voltò per sgridare i cuochi. Deglutii a fatica, la gola arsa, mentre sentivo lo sguardo omicida di Anto perforarmi la nuca da due metri di distanza.

La mattinata esplose in un caos di urla e corse, ma io e Simona eravamo una fottuta macchina da guerra. Lavorare con lei era fluido come l'acqua. Non c'era bisogno di parlare. Mentre dividevamo le squadre di ragazzini, ci muovevamo in perfetta sincronia: io le lanciavo i rotoli di nastro adesivo, lei mi passava i pennarelli al volo sfiorandomi i palmi, ci scambiavamo occhiate complici per arginare i più esagitati.

L'afa era insostenibile. Il sudore mi colava lungo il collo, bagnandomi il colletto della polo. Simona si era tirata su i capelli in uno chignon improvvisato, e a ogni suo scatto la maglietta le si tendeva sulla schiena, rivelando una striscia di pelle lucida e dorata. Vederla sbraitare, ridere, piegarsi sui tavoli per disegnare le mappe, così viva, così concreta, così maledettamente vicina, mi faceva pulsare il sangue nelle tempie.

Prima di andare avanti…

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