Capitolo 8 - ll Favore Numero Due
Una cazzata di Anto manda in crisi la caccia al tesoro e consegna Ale ancora di più nelle mani di Maria.
La luce cruda e giallastra del lunedì mattina filtrava dalle fessure della tapparella del bungalow 12, tagliando la penombra afosa come una lama. Mi svegliai con la sensazione di avere la testa piena di sabbia, il lenzuolo aggrovigliato intorno alle caviglie e il corpo madido di sudore. Eppure, il mio cervello impiegò esattamente un decimo di secondo per attivarsi completamente.
Il motivo respirava a meno di due metri da me.
Simona era già in piedi. Camminava scalza per il minuscolo spazio tra i nostri letti, un moto perpetuo alla ricerca della divisa pulita. Indossava soltanto un reggiseno a balconcino di pizzo nero e un paio di slip abbinati. E definire quegli slip "minimali" sarebbe stato un eufemismo criminale.
Mi stropicciai gli occhi, illudendomi di ritrovare un po' di lucidità, ma la visuale non fece che peggiorare il mio stato. Simona si piegò in avanti per frugare sul fondo del suo borsone morbido. Inarcò la schiena con la naturalezza distratta di chi non si rende conto di stare distruggendo la salute mentale del proprio coinquilino. La colonna vertebrale le disegnava un solco sottile sulla pelle ambrata, scivolando verso la curva piena e compatta del fondoschiena. La striscia sottile di pizzo nero spariva tra i suoi glutei con una sfacciataggine quasi domestica, quotidiana, assurda. Non era una posa. Non era una provocazione studiata. Era peggio: era Simona che cercava una maglietta alle sette del mattino, ed era comunque abbastanza da farmi dimenticare come si respirava.
Trattenni il fiato. L'aria nel bungalow divenne improvvisamente troppo densa per i miei polmoni. L'erezione mattutina, già innescata dal caldo e dai sogni confusi, si trasformò in una pulsazione scomoda contro il tessuto dei boxer. Quella convivenza stava diventando una tortura psicologica ed erotica fatta di dentifrici condivisi, panni sparsi e corpi troppo vicini per fingere che fosse tutto normale.
«Buongiorno, socio,» esclamò lei all'improvviso, la voce roca di sonno, senza nemmeno voltarsi, chiaramente allertata dal fruscio delle mie coperte. «Smettila di radiografarmi il culo e dimmi dove hai messo il dentifricio, che sto impazzendo.»
«Non ti stavo assolutamente guardando il culo,» mentii spudoratamente, la gola secca come carta vetrata, cercando di abbassare le ginocchia per nascondere l'evidenza. «Stavo solo valutando l'aerodinamica della tua ricerca. Il dentifricio è sul bordo del lavandino.»
Simona sbuffò una risata di gola, un suono caldo e vibrante che mi era diventato pericolosamente familiare. Si raddrizzò e si voltò verso di me.
Il pizzo nero le seguiva il corpo senza addomesticarlo davvero: sollevava la pienezza morbida e naturale del seno, lasciando intravedere una scollatura che, su chiunque altra, sarebbe sembrata costruita per provocare. Su Simona invece sembrava solo un altro dettaglio della nostra assurda routine da bungalow: lei spettinata, mezza nuda, irritante, bellissima, troppo vicina. Mi rivolse un sorriso sfrontato, passandosi una mano tra i capelli scuri e arruffati, poi recuperò i suoi pantaloncini di jeans sfilacciati. Iniziò a infilarseli saltellando su una gamba, sbilanciandosi appena, con quella grazia caotica da ragazza che poteva inciampare in una scarpa e comunque sembrare più viva di chiunque altro. Il denim aderì alle sue forme con una naturalezza crudele, fasciandole i fianchi e sollevandole i glutei in un modo che avrebbe dovuto essere illegale prima del caffè.
Poi, però, l'energia inesauribile della ragazza-uragano sembrò incrinarsi.
Si voltò verso il piccolo specchio dell'armadio per allacciarsi il bottone di metallo, ma i suoi occhi scuri scivolarono, attratti come da una calamita malata, verso il comodino. Il suo telefono era ancora lì. Esattamente come lo aveva lasciato la notte prima: a faccia in giù, muto.
La vidi irrigidirsi. Il suo respiro si bloccò impercettibilmente a metà gola. Con un gesto fulmineo, quasi nevrotico, afferrò l'apparecchio, controllò lo schermo illuminato dalle decine di notifiche e poi lo rimise giù con un colpo secco, senza aprire nulla. Sotto la recita della coinquilina cinica e indistruttibile, stava combattendo una guerra silenziosa. Aveva sfidato le regole del suo carceriere, e ora l'ansia dell'attesa la stava divorando.
Mi tirai su a sedere, ignorando il lenzuolo che mi ricadeva sui fianchi, lasciandomi a torso nudo. L'aria tra noi era ancora satura di quell'elettricità furente vissuta nella piscina il giorno prima. Potevo ancora sentire la pressione delle sue cosce bagnate attorno alla mia vita. Volevo chiederle come stava. Volevo dirle che aveva fatto la cosa giusta a non rispondere a Edoardo, che non doveva avere paura.
Ma lei incrociò il mio sguardo nello specchio, intercettò la mia esitazione e si chiuse a riccio.
Afferrò il top sportivo bianco della divisa e se lo infilò dalla testa, coprendo il pizzo nero e le sue vulnerabilità. «Prima che tu apra bocca e mi guardi con quella faccia da cane abbandonato sull'autostrada: sto bene, Ale.»
«Non stavo per dire niente,» ribattei, appoggiandomi al muro e incrociando le braccia sul petto.
«Appunto. Lo stavi pensando fortissimo,» tagliò corto, la voce affilata e troppo veloce, forzando un altro sorriso chirurgico mentre recuperava il cappellino con la visiera. «Sento gli ingranaggi del tuo cervello sferragliare da qui. Muoviti a vestirti, socio, o Maria ci userà come concime per il prato del campo da calcio.»
Sospirai, alzandomi per recuperare i pantaloni. Eravamo tornati a fare i "soci", i finti duri che non si facevano scalfire da nulla. Ma mentre mi infilavo la polo del campo, sentivo chiaramente che il confine tra la nostra goliardia e un bisogno disperato e carnale si era ormai assottigliato fino a non esistere più.
Il sole picchiava già duro quando ci radunammo tutti nell'area centrale per il briefing mattutino. L'aria puzzava di erba tagliata, cloro e ormoni.
Maria ci aspettava a gambe divaricate, le mani piantate sui fianchi. Indossava la divisa del campo, ma, come al solito, l'aveva piegata alle sue regole invece di indossarla davvero: i pantaloncini blu erano arrotolati in su, abbastanza da trasformare una divisa da animatrice in una dichiarazione di guerra, e la polo bianca era sbottonata quel tanto che bastava per ricordare a tutti chi comandava anche quando sorrideva. Il reggiseno sportivo rosso fuoco le premeva sotto il tessuto come un segnale d'allarme, più che come un dettaglio erotico. Con Maria non era mai solo corpo. Era invasione. Era presenza. Era potere che occupava spazio prima ancora di parlare.
Era teatrale, strabordante, e decisamente su di giri.
«Ascoltate bene, disgraziati!» tuonò, la voce che sovrastava il frinire delle cicale. «Oggi i ragazzini arrivano carichi a molla. Hanno passato la domenica sul divano e ora hanno l'energia di un fottuto reattore nucleare. Voglio che li sfiancate. Non voglio vederne uno con la forza di lamentarsi alle cinque del pomeriggio.»
Puntò un dito con un'unghia laccata di rosso verso di me e Simona, fendendo l'aria. «Voi due. Per i grandicelli, oggi c'è la Grande Caccia al Tesoro. È la tradizione del campo. Voglio che prepariate tutto entro le undici: nascondete i bigliettini, posizionate le bandierine e assicuratevi di usare quintali di nastro adesivo. Il materiale è nei borsoni dietro l'ufficio. Non tollero cazzate e non voglio che sparisca mezza penna, chiaro?»
«Ricevuto, capo,» rispose Simona, scattando in un finto saluto militare che fece roteare gli occhi a Maria.
La capoanimatrice ignorò Simona, spostando tutto il peso su una gamba e facendo un paio di passi lenti, felpati, verso di me. Invase il mio spazio vitale in un secondo. Il suo odore di muschio e crema solare mi investì in pieno. Si fermò così vicina che non potevo più guardarla senza sentirmi guardato a mia volta, misurato, valutato, messo in conto.
Abbassò la voce, un sussurro roco, torbido, che scivolò sotto la pelle. I suoi occhi scuri mi scavarono dentro, lussuriosi e autoritari. «Mi raccomando, Ale. Tutto perfetto. Ricordati che mi devi ancora un favore personale per quel... cambio di stanza. Cerca di non farmi aggiungere gli interessi.»
Lasciò scivolare due dita sul mio petto, non abbastanza da sembrare una carezza, abbastanza da farmi capire che poteva permettersela. Poi mi diede una pacca piatta e possessiva sui pettorali e si voltò per sgridare i cuochi. Deglutii a fatica, la gola arsa, mentre sentivo lo sguardo omicida di Anto perforarmi la nuca da due metri di distanza.
La mattinata esplose in un caos di urla e corse, ma io e Simona eravamo una fottuta macchina da guerra. Lavorare con lei era fluido come l'acqua. Non c'era bisogno di parlare. Mentre dividevamo le squadre di ragazzini, ci muovevamo in perfetta sincronia: io le lanciavo i rotoli di nastro adesivo, lei mi passava i pennarelli al volo sfiorandomi i palmi, ci scambiavamo occhiate complici per arginare i più esagitati.
L'afa era insostenibile. Il sudore mi colava lungo il collo, bagnandomi il colletto della polo. Simona si era tirata su i capelli in uno chignon improvvisato, e a ogni suo scatto la maglietta le si tendeva sulla schiena, rivelando una striscia di pelle lucida e dorata. Vederla sbraitare, ridere, piegarsi sui tavoli per disegnare le mappe, così viva, così concreta, così maledettamente vicina, mi faceva pulsare il sangue nelle tempie.
«Ale, la spillatrice, muoviti!» mi chiamò, tendendo la mano all'indietro senza guardare.
Gliela misi nel palmo. Le mie dita si chiusero per una frazione di secondo sulle sue. Sentii il calore della sua pelle accesa dal sole, e lei non ritrasse la mano subito. Le nostre nocche rimasero a contatto per un battito di cuore di troppo, gravide di una tensione silente.
«Ma voi due state insieme?»
La voce stridula di Dafne, la tredicenne leader del gruppo delle pettegole, distrusse la bolla. Era seduta sull'erba con Angela e Martina, le ginocchia al petto, e ci fissavano con sguardi indagatori.
Simona ritrasse la mano di scatto. Scoppiò a ridere. Una risata forte, sguaiata, che rimbombò nel prato. Ma era finta. Troppo rapida.
«No, grazie al cielo,» rispose Simona, mettendosi le mani sui fianchi. «Io ho standard decisamente più alti di questo caso umano.»
«Bugia,» ribatté Martina, assottigliando gli occhi e inquadrandoci da sotto la visiera del cappellino. «Sembrate sposati da dieci anni. Vi leggete nel pensiero.»
Il sorriso di Simona si sbriciolò. I muscoli della sua schiena si tesero come corde di violino. Il ricordo del telefono girato a faccia in giù, di un finto matrimonio che la stava distruggendo e della verità di ciò che provava in quel momento le cadde addosso tutto insieme. Spense lo sguardo, ingoiò a fatica e si voltò bruscamente verso i cartelloni.
«Meno chiacchiere e più nodi alle bandierine, forza!» ordinò, la voce improvvisamente fredda.
Quella battuta innocente le aveva fatto troppo male. L'avevo percepito fin nelle ossa.
Mi voltai istintivamente verso la staccionata poco distante, sentendomi osservato. Anto era lì. Stava raccogliendo dei fogli per il gruppo dell'asilo, ma era immobile come una statua di sale. Stava fissando me e Simona. Aveva assorbito ogni nostro sorriso, la fluidità dei nostri movimenti, quel tocco prolungato sulle mani. Nei suoi occhi castani non c'era solo rabbia. C'era panico. La paura nuda e infantile di chi sente che il proprio posto, quello dato per scontato per anni, sta venendo occupato da qualcun altro. Si voltò di scatto e sparì dietro una siepe.
Verso le undici, il caldo era tale da fondere l'asfalto. Riuscii a staccarmi dal gruppo per un paio di minuti, con la scusa di andare a recuperare delle bottigliette d'acqua fresche dai distributori vicino al teatro.
Passando accanto all'ombra dei grandi gonfiabili sgonfi, la vidi.
Anna.
Era seduta su una panchina bassa, circondata da bambini di cinque anni con le mani sporche di tempera a dita. In mezzo a quel delirio di voci e colori, lei sembrava un'oasi di pace. Indossava la divisa d'ordinanza, ma su di lei la polo bianca e i pantaloncini non diventavano mai ostentazione. Il tessuto si appoggiava dolcemente alle sue forme snelle, seguendola con una femminilità morbida e discreta, quasi pudica. Anna non accendeva la stanza come Tracy, non invadeva lo spazio come Maria, non ti travolgeva come Simona. Ti attirava piano, con la promessa fragile di qualcosa che non volevi sporcare e che proprio per questo desideravi ancora di più.
Quando mi vide arrivare, smise di pulire le mani di un bambino con una salviettina e si alzò in piedi. Le sue guance si tinsero istantaneamente di un rosso profondo e bellissimo. Abbassò lo sguardo per un decimo di secondo, le dita che giocavano nervosamente con il bordo della maglietta, tradendo la sua eterna ansia sociale.
Ma poi, contro ogni sua abitudine, rialzò il viso. E non scappò.
Mi rivolse un sorriso che mi bloccò il respiro nei polmoni. Non era il sorriso timido e formale dei primi giorni; era intimo, privato, bagnato della memoria della sera prima, di quel bacio affamato e disperato scambiato nell'oscurità dell'area picnic.
Mi avvicinai, il cuore che accelerava, cancellando per un attimo il sapore torbido del magazzino e di Tracy. Le porsi una bottiglietta d'acqua ancora coperta di condensa.
Nel prenderla, le sue dita fredde si avvolsero attorno alle mie.
Il contatto fu elettrico. Anna non ritrasse la mano. La lasciò scivolare lentamente sulla mia pelle ruvida e calda per due, lunghissimi secondi, il pollice che mi accarezzava impercettibilmente il dorso della mano. Un gesto minuscolo, eppure così intimo, così carico di fiducia, da farmi contrarre lo stomaco in una fitta di desiderio tenero e quasi doloroso.
«Dormito?» mi chiese a bassa voce, inclinando il viso e guardandomi da sotto in su attraverso le ciglia lunghe, la voce che le tremava appena.
«Poco,» ammisi, la gola secca, il ricordo del suo respiro corto contro il mio collo che mi accendeva il sangue.
Il suo sorriso si allargò, sciogliendo l'ultima tensione. «Anch'io.»
Si morse il labbro inferiore, arrossendo fino alla radice dei capelli, e con un'eleganza fluida si voltò, tornando a inginocchiarsi in mezzo ai suoi bambini.
Rimasi lì, imbambolato, con l'umidità della sua mano ancora impressa sulla mia.
Ma l'illusione di purezza durò il tempo di un sospiro. Sentii un rumore acuto di plastica schiacciata. A venti metri di distanza, appoggiata allo stipite di legno del gabbiotto dei materiali, c'era Anto.
Aveva accartocciato una bottiglia d'acqua vuota nel pugno, deformando la plastica con una forza spaventosa. I suoi occhi erano fissi sul punto esatto in cui le dita mie e di Anna si erano appena sfiorate. Non aveva sentito una parola, non aveva visto il bacio della sera prima, ma il suo istinto le stava urlando che qualcosa che considerava suo stava scivolando via. E per Anto, questo significava guerra.
Ripresi la marcia verso il mio gruppo, l'acqua ghiacciata sottobraccio e un senso di rovina imminente addosso. Il destino, a quanto pareva, aveva deciso che la mia mattinata dovesse essere un inventario dei miei peccati. Svoltando l'angolo polveroso del magazzino teatrale, mi trovai la strada sbarrata.
Fiona e Tracy stavano trasportando dei grossi scatoloni di costumi. O meglio, Fiona stava trasportando uno scatolone enorme, composta e rigida come se anche lo sforzo dovesse obbedirle, mentre Tracy la seguiva a mani vuote, sventolandosi il viso con un copione.
Tracy indossava i suoi soliti micro-pantaloncini inguinali, quelli che rendevano ogni sua falcata un attentato deliberato. Quando mi inquadrò, il suo viso si illuminò di una lussuria densa e sfacciata, quasi sporca nella sua allegria. I suoi occhi scuri scesero sul mio corpo sudato senza pudore, con la calma esperta di chi non sta guardando: sta ricordando. E vuole che tu lo sappia.
«Ehi, piccino,» tubò Tracy, passandosi la lingua sui denti perfetti, ignorando totalmente la presenza della collega. Si avvicinò, abbassando la voce ma lasciandola calcolatamente udibile. Il suo tono era un misto tra il materno e lo spudorato. «Oggi sembri ancora un po' scarico... sei sudato fradicio. Sicuro che non ti serva un'altra... pausa rigenerante nel mio bungalow? Ho ancora un sacco di crema solare da farmi spalmare.»
Il sangue mi refluì dalla testa ai piedi in una frazione di secondo. Il ricordo torbido del suo corpo addosso al mio, del suo sorriso mentre mi vedeva perdere lucidità, mi esplose nel cervello con una violenza fisica. Feci per balbettare una scusa, indietreggiando, ma il rumore sordo del cartone sul cemento mi gelò sul posto.
Fiona aveva lasciato cadere lo scatolone.
Si raddrizzò lentamente. Non sorrideva. Non aveva bisogno di sorridere. Il suo corpo pieno e statuario non emanava seduzione, in quel momento, ma controllo. Era immobile, fredda, perfettamente composta, come una statua messa lì apposta per giudicarmi. Non mi rinfacciò quello che aveva visto il pomeriggio precedente. Non mi urlò contro. Si limitò a fare un passo lento verso di me, la mascella contratta, abbassando appena gli occhiali da sole scuri per piantarmi i suoi occhi freddi dritti nell'anima.
«Attento, bravo ragazzo,» sibilò Fiona. Le sue labbra carnose si piegarono in una smorfia di puro disprezzo, ma il suo sguardo rimase fermo, lucido, chirurgico. «Oggi ci sono più occhi del solito in giro. A forza di fare il pulito, prima o poi qualcuno nota la merda sotto le scarpe.»
Non aggiunse altro. Si chinò, afferrò i bordi dello scatolone con una calma controllata, e riprese a camminare, superandomi senza degnarmi di un altro sguardo.
Tracy mi fece l'occhiolino, ridacchiando sotto i baffi, e la seguì.
Rimasi immobile in mezzo al sentiero, il cuore che mi batteva nelle orecchie, sentendomi le pareti del campo estivo chiudersi addosso. L'uragano Simona, la tenerezza pericolosa di Anna, il dominio invadente di Maria, la lussuria sporca di Tracy e il giudizio gelido di Fiona.
E poi girai la testa.
Oltre la rete metallica, Anto stava camminando verso il suo gruppo. Si era fermata di nuovo. Aveva visto Tracy mangiarmi con gli occhi, e aveva visto lo sguardo carico di segreti e minacce di Fiona puntato su di me. Ma stavolta, sul suo viso, la gelosia non sembrava più solo rabbia. Sembrava paura. Paura di essere rimasta fuori da una stanza in cui tutti gli altri avevano una chiave.
La sua paranoia aveva appena aggiunto l'ennesimo tassello, innescando una bomba a orologeria che, lo sapevo, prima del tramonto mi sarebbe esplosa in faccia.
La mattinata continuò a scorrere, ma da quel momento Anto smise di lavorare davvero.
La vedevo a distanza, a tratti, tra una corsa e l’altra, tra una bandierina da legare e un ragazzino da recuperare prima che decidesse di arrampicarsi su un albero “perché tanto sono agile”. Anto era nel gruppo dei piccoli insieme ad Anna, ma sembrava una comparsa capitata nel film sbagliato.
Anna, invece, era nel suo elemento.
Si inginocchiava nell’erba davanti ai bambini, sorrideva, puliva mani sporche di tempera, sistemava cappellini storti, parlava con quella voce bassa e dolce che riusciva miracolosamente a trasformare un branco di nanetti urlanti in una classe vagamente civilizzata. C’era una sensualità tutta sua persino in quello: non sfacciata, non costruita, ma fatta di gesti pazienti, di capelli che le scivolavano davanti agli occhi quando si chinava, di sorrisi trattenuti che sembravano sempre appartenere a qualcuno solo.
Anto, accanto a lei, era l’opposto.
Stava in piedi con le braccia incrociate, spostando il peso da una gamba all’altra, la bocca piegata in una smorfia tesa. Ogni due minuti si voltava verso di me. Non in modo casuale. Non con la semplice curiosità di una migliore amica. Mi cercava come si cerca una prova in una stanza piena di colpevoli.
Io e Simona stavamo sistemando la zona partenza della caccia al tesoro, e ogni volta che ridevamo, Anto si irrigidiva.
Ogni volta che Anna mi guardava, Anto smetteva di respirare.
Ogni volta che Tracy passava nei paraggi e mi lanciava una battuta sporca a mezza voce, Anto stritolava qualcosa tra le mani: un foglio, una bottiglietta, il bordo della sua stessa polo.
E Fiona, peggio ancora, non faceva nulla.
Era appoggiata all’ingresso del teatro, gli occhiali scuri sul viso, le braccia incrociate, immobile come una sentenza. Non parlava con me, non mi chiamava, non mi minacciava di nuovo. Guardava. E il fatto che guardasse bastava a farmi sentire sotto processo.
Anto vedeva anche quello.
Vedeva Fiona fissarmi come se sapesse cose che nessuno avrebbe dovuto sapere. Vedeva Tracy sorridere come se avesse già messo le mani dove non avrebbe dovuto. Vedeva Anna illuminarsi quando mi avvicinavo. Vedeva Simona muoversi accanto a me con quella naturalezza da compagna di squadra, da coinquilina, da qualcosa che forse non aveva ancora un nome ma occupava comunque troppo spazio.
E poi vedeva Maria.
Maria che comandava tutti con due urla e un movimento del dito. Maria che mi chiamava “ragazzino” come se fossi già roba sua. Maria che non chiedeva: prendeva, decideva, invadeva.
A un certo punto vidi Anto sbagliare perfino con un bambino.
Uno dei piccoli le porse un foglio colorato, tutto orgoglioso. Doveva essere una specie di sole con gli occhi storti e una casa viola sullo sfondo.
«Bello, vero?» chiese lui, con un sorriso largo e sporco di pennarello blu.
Anto lo guardò appena. «Sì, sì, bellissimo.»
Il bambino abbassò il foglio, deluso.
Anna se ne accorse subito. Gli si avvicinò, si piegò sulle ginocchia e gli sfiorò la spalla.
«Aspetta, fammelo vedere bene. Ma questo sole ha gli occhiali?»
Il bambino si riaccese. «Sì! Perché c’è troppa luce!»
Anna rise, una risata piccola e pulita, e io, da lontano, la vidi guardarlo come se quel disegno fosse davvero la cosa più importante del mondo.
Anto vide anche quello.
E lì, per un istante, non sembrò arrabbiata. Sembrò svuotata.
Come se Anna le avesse appena rubato anche l’unica cosa in cui avrebbe potuto sentirsi migliore: essere necessaria.
Mi si chiuse lo stomaco.
Perché io Anto la conoscevo. La conoscevo da una vita. Conoscevo le sue scenate, i suoi bronci, il modo in cui gonfiava il petto quando voleva vincere una discussione, il modo in cui si inventava un mal di testa se non aveva voglia di fare qualcosa. Conoscevo la sua pigrizia, il suo ego, la sua fame di attenzioni.
Ma conoscevo anche quella faccia.
Quella era la faccia di quando si sentiva messa da parte.
E Anto, quando si sentiva messa da parte, diventava pericolosa.
«Ale!»
La voce di Simona mi strappò via da quei pensieri. Mi voltai di scatto.
Lei era in piedi accanto al tavolo grande, con un pennarello tra le labbra, una mano sul fianco e l’altra tesa verso di me.
«Mi passi la cartellina degli indizi? Quella blu. Dobbiamo dividere le prove prima che questi decidano di fondare una repubblica autonoma.»
«Subito.»
Mi chinai verso il borsone dei materiali dietro il tavolo. C’erano rotoli di nastro, bandierine rosse, pennarelli, fogli plastificati, cartelloni arrotolati.
La cartellina blu era lì. O almeno, mezz’ora prima era lì.
Frugai una prima volta.
Poi una seconda.
Poi spostai tutto il contenuto del borsone sul tavolo, sentendo il battito accelerare.
«Non c’è.»
Simona si tolse il pennarello dalla bocca. «Come non c’è?»
«Non c’è.»
Lei mi fissò per un secondo, cercando di capire se stessi scherzando. Poi guardò il borsone, poi me, poi di nuovo il borsone.
«Ale, nella cartellina blu ci sono tutti gli indizi.»
«Lo so.»
«Tutti.»
«Lo so, Simo.»
«Senza quelli la caccia al tesoro è letteralmente un gruppo di adolescenti che corre a caso in un prato.»
Alle nostre spalle, Dafne drizzò la testa come un suricato. «Si corre a caso? Io ci sto.»
«Nessuno corre a caso!» urlò Simona, voltandosi verso il gruppo con un sorriso troppo largo per essere credibile. «Era una metafora educativa.»
«Non sembrava educativa,» commentò Martina.
«Tu annoda la bandierina, Socrate.»
Io mi inginocchiai di nuovo davanti al borsone, svuotandolo del tutto. Niente. La cartellina blu era sparita.
All’inizio pensai a una distrazione stupida. Magari l’avevo appoggiata da qualche parte. Magari Simona l’aveva presa senza rendersene conto. Magari Maria l’aveva spostata per farci venire un infarto, cosa che sarebbe stata perfettamente nel suo stile.
Poi alzai lo sguardo.
Anto era vicino al gabbiotto dei materiali, a una ventina di metri. Aveva il suo gruppo di piccoli seduto all’ombra, ma lei non li stava guardando. Guardava noi.
E quando i nostri occhi si incrociarono, impallidì.
Non tanto. Non in modo teatrale. Ma abbastanza.
Abbastanza perché io sentissi qualcosa dentro di me cadere dritto nello stomaco.
«Simo,» dissi piano, senza smettere di fissare Anto, «tu resta qui. Io controllo dietro l’ufficio.»
«Ale, mancano dieci minuti all’inizio.»
«Lo so.»
«Maria ci ammazza.»
«Lo so.»
«E allora perché hai quella faccia da funerale con catering scadente?»
Non risposi.
Mi allontanai dal tavolo con passo rapido, cercando di non correre. Sentivo gli occhi di Simona sulla schiena, quelli dei ragazzi addosso, il sole che mi bruciava il collo e la sensazione sempre più nitida che il disastro avesse appena trovato il modo di indossare le scarpe di Anto.
Feci il giro largo dietro il gabbiotto, passando tra cassette d’acqua, scatoloni vuoti e sedie impilate. Anto mi vide arrivare e si raddrizzò di colpo.
«Che vuoi?» chiese subito.
Troppo veloce.
Troppo acida.
Troppo colpevole.
«Hai visto una cartellina blu?»
Lei strinse le labbra. «No.»
«Anto.»
«Ho detto no.»
Dietro di lei, uno dei bambini piccoli le tirò la polo.
«Anto, il nastro rosso lo posso usare per fare una cintura da supereroe?»
Anto si voltò di scatto. «No! Cioè sì, fai quello che vuoi, basta che non mi tiri.»
Il bambino fece un passo indietro, offeso.
Io guardai il punto da cui aveva preso il nastro.
Una borsa di tela bianca, aperta, appoggiata dietro il gabbiotto.
Dal bordo spuntava l’angolo di un foglio plastificato. Non potevo esserne sicuro. Ma il colore della linguetta era blu.
Anto vide il mio sguardo scivolare lì.
Sbiancò.
Per un secondo sparì tutto: la gelosia, l’arroganza, il broncio da principessa offesa. Davanti a me non c’era più la ragazza che voleva dominare ogni stanza in cui entrava. C’era solo Anto. La mia Anto. Quella che da bambina si nascondeva dietro di me quando rompeva un vaso a casa di mia nonna. Quella che faceva la stronza fino all’ultimo secondo e poi mi guardava con gli occhi enormi, sperando che io trovassi una via d’uscita.
«Anto,» dissi a bassa voce, «che cazzo hai fatto?»
Lei deglutì. «Io… non volevo…»
«Non volevi cosa?»
«Non volevo creare tutto questo casino.»
«Hai preso tu la cartellina?»
I suoi occhi si riempirono di rabbia, ma era una rabbia disperata, quella che arriva quando ti senti già scoperto e non sai più come non crollare.
«Dovevo solo…» Si interruppe, guardandosi intorno. «Dovevo solo farvi fermare un attimo.»
La fissai.
«Farci fermare?»
«Sì.»
«Hai nascosto gli indizi della caccia al tesoro per farci fermare?»
«Non dirlo così, sembri Maria.»
«Anto, ci sono trenta ragazzini pronti a partire, Simona sta per impiccarsi con il nastro adesivo e Maria mi userà come concime davvero.»
«E allora vai da Simona,» sbottò lei, ma la voce le tremò. «Tanto con lei sei bravissimo a risolvere tutto.»
Mi passai una mano sul viso.
«Non adesso.»
«No, infatti. Mai adesso. Mai quando si tratta di me.»
La frase mi arrivò addosso più forte di quanto volessi ammettere.
Avrei dovuto prendere la cartellina subito. Avrei dovuto dirle che ne avremmo parlato dopo. Avrei dovuto fare la cosa semplice.
Ma in quel momento arrivò il fischio.
Un fischio secco, potente, da generale ubriaco di autorità.
Maria.
«ALE!»
Mi voltai lentamente.
La vidi attraversare il prato come una tempesta rossa, la divisa tirata addosso come un avviso di pericolo, i capelli raccolti male, gli occhi già ridotti a due fessure assassine. Dietro di lei, Simona stava cercando di tenere insieme il gruppo dei grandi con la forza della disperazione.
«Ditemi,» gridò Maria mentre si avvicinava, «che non state per far saltare la Grande Caccia al Tesoro dopo che stamattina ho detto testualmente: non fate sparire niente.»
Il prato, di colpo, sembrò diventare silenzioso.
O forse ero io che non sentivo più nulla.
Dafne, Angela e Martina smisero perfino di parlare. I ragazzini più grandi annusarono il sangue nell’acqua e si voltarono tutti verso di noi. I piccoli di Anna guardarono Maria come si guarda un drago che ha appena deciso di atterrare in giardino.
Anna, da lontano, si alzò in piedi. Aveva ancora una salviettina in mano. Il suo sguardo passò da me ad Anto, poi alla borsa di tela, poi di nuovo a me. Capì che qualcosa non andava. Non tutto. Ma abbastanza.
Tracy era comparsa vicino al teatro, appoggiata allo stipite, le braccia sotto il seno e un sorriso divertito sulle labbra.
Fiona era accanto a lei.
Ovviamente.
Immobili entrambe. Una divertita. L’altra in silenzio, fredda, con quello sguardo da archivio vivente. Come se stesse prendendo nota mentale di un’altra pagina del mio manuale di autodistruzione.
Maria arrivò davanti a me.
«Dov’è la cartellina?»
Anto fece un micro-movimento verso la borsa. Quasi impercettibile.
Io lo vidi.
Maria forse no.
Fiona sì.
Ne fui certo dal modo in cui inclinò appena la testa.
Simona arrivò trafelata dietro Maria, il viso arrossato dal caldo e dalla tensione.
«Maria, dammi due minuti e improvviso una partenza alternativa,» disse, cercando di tenerla buona. «Possiamo farli partire a squadre senza indizi e poi—»
«No,» tagliò Maria. «Questa è la tradizione del campo. La facciamo ogni anno. Gli indizi ci sono già. Qualcuno li ha presi. Qualcuno li ha persi. Qualcuno ha fatto una cazzata.»
Poi guardò me.
Non Simona.
Me.
«Chi aveva il materiale?»
Sentii Anto smettere di respirare.
Potevo dire la verità.
Potevo indicare la borsa.
Potevo far finire quella scena lì, in modo pulito, razionale, giusto.
Anto aveva fatto la cazzata. Anto doveva prendersi la colpa.
E invece la vidi.
Non la Anto viziata. Non la Anto gelosa. Non quella che mi controllava il telefono, che invadeva i miei spazi, che mi trattava come se fossi un oggetto da custodire.
Vidi la ragazza spaventata che aveva fatto una cosa idiota solo per essere vista.
E come sempre, come un perfetto coglione addestrato da una vita intera a proteggerla anche quando non se lo meritava, aprii bocca.
«Io.»
Simona si voltò verso di me.
Anna abbassò lentamente la mano con la salviettina.
Anto chiuse gli occhi.
Maria rimase immobile.
«Tu,» ripeté.
«Sì.»
«Tu avevi il materiale.»
«Sì.»
«Tu hai perso la cartellina.»
«Sì.»
Il silenzio durò mezzo secondo.
Poi Maria scoppiò a ridere.
Non una risata allegra. Non una delle sue risate da pazza da campo, quelle che riempivano l’aria e facevano ridere anche chi non voleva.
Questa era bassa. Secca. Pericolosa.
«Ma guarda un po’.»
Fece un passo verso di me.
Io non mi mossi.
«Quindi sei tu che perdi materiale, mi fai saltare le attività e poi fai pure la faccia da cane bastonato?»
«Ho sbagliato.»
«Hai sbagliato.»
«Sì.»
«No, Ale.» Maria sorrise, ma non c’era niente di caldo in quel sorriso. «Sbagliare è dimenticare una penna. Sbagliare è invertire due squadre. Sbagliare è chiamare Martina “Martina” quando in realtà si chiama Angela e poi loro ti fanno causa emotiva per il resto dell’estate.»
Dafne sussurrò: «Io farei causa emotiva.»
Simona le lanciò un’occhiataccia. «Silenzio.»
Maria non distolse mai gli occhi da me.
«Questo non è sbagliare. Questo è farmi fare una figura di merda con la tradizione del campo perché tu non sai tenere in mano una cartellina.»
Mi bruciò la faccia.
Non tanto per Maria.
Per Simona. Che mi guardava con gli occhi stretti, sospettosa.
Per Anna. Che aveva capito che stavo coprendo qualcuno e mi guardava con una dolcezza dolorosa, quasi peggiore del rimprovero.
Per Fiona. Che vedeva tutto e non perdeva niente.
E per Anto. Che invece di sembrare sollevata sembrava più piccola di prima.
Maria si avvicinò ancora. Troppo. Il suo profumo di crema solare e muschio mi avvolse con la stessa prepotenza della sua voce.
Abbassò il tono, abbastanza da farsi sentire solo da me e forse da Simona, che era a un passo.
«Perfetto, Ale.»
Il suo dito mi batté piano al centro del petto.
Una volta.
Due.
«Tu mi dovevi già un favore.»
Terzo colpo.
«Adesso me ne devi due.»
Deglutii.
«Maria, recupero la cartellina e sistemo tutto.»
«Lo so che la recuperi.»
Il suo sorriso si allargò.
«Ma il debito resta.»
Rimasi fermo, con il sole che mi bruciava la nuca e il prato pieno di occhi addosso.
Maria non si spostò subito.
Anzi, fece mezzo passo in più, abbastanza da costringermi ad abbassare appena il mento per sostenere il suo sguardo. La sua mano rimase sul mio petto, piatta, pesante, come se non mi stesse toccando: come se mi stesse marchiando. Il pollice mi sfiorò lentamente il bordo della polo, appena sotto il logo del campo, in un gesto minuscolo, quasi invisibile da fuori, ma abbastanza intimo da farmi irrigidire ogni muscolo.
«E guardami quando ti parlo, ragazzino,» sussurrò.
Alzai gli occhi.
Errore.
Maria sorrise.
Non era il sorriso della capoanimatrice che stava gestendo un casino. Era quello di una donna che aveva appena capito di avere trovato un altro filo da tirare.
«Così va meglio.»
Il suo profumo di crema solare, muschio e sudore mi riempì la gola. Sentivo Simona a un passo da noi, immobile. Sentivo Anna da lontano. Sentivo Fiona, soprattutto Fiona, che probabilmente stava registrando ogni millimetro di quella scena con la precisione di una macchina fotografica.
Maria abbassò ancora la voce.
«Non lo riscuoto adesso, il favore.»
Il suo dito scese di un centimetro lungo il mio petto, lento, controllato.
«Voglio che tu abbia il tempo di pensarci.»
Deglutii.
Lei se ne accorse.
Ovviamente.
Il sorriso le diventò più largo, più sporco, più soddisfatto.
«Bravo. Così mi piaci di più: zitto, colpevole e attento.»
Poi si staccò da me come se nulla fosse successo.
Poi si voltò di colpo verso il gruppo, battendo le mani con una potenza che fece sobbalzare mezza area centrale.
«Bene! Emergenza gestita, branco di scimmie! Simona, improvvisa un gioco di riscaldamento. Ale, hai tre minuti per far riapparire quella cartellina prima che ti faccia scavare buche a mani nude fino a Ferragosto.»
«Sì, capo.»
Mi voltai verso la borsa di Anto.
Lei era ancora lì, immobile.
Mi avvicinai, infilai una mano nella borsa senza guardarla e tirai fuori la cartellina blu. Sopra c’erano anche due rotoli di nastro colorato e una bustina di bandierine.
Anto sussurrò: «Ale…»
«Dopo.»
«Io non volevo—»
«Dopo, Anto.»
Non la guardai nemmeno.
Perché se l’avessi guardata in quel momento, forse avrei urlato. O forse avrei fatto la cosa peggiore: l’avrei perdonata subito.
E non potevo permettermi nessuna delle due.
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