Campo Estivo - Vol.1

Capitolo 7 - Troppo Dolce per Non Peccare

Nel silenzio dell’area picnic, Anna mostra ad Ale che anche la paura può avere fame.

A
Asiadu01

9 ore fa

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(dai prossimi capitoli ho scelto di cambiare un po' stile di scrittura per questa serie, ditemi che ne pensate)

Tornai a bordo piscina con la sensazione assurda di avere ancora addosso le mani di Tracy e gli occhi di Fiona.

Camminavo a piedi nudi sulle piastrelle calde, ma dentro tremavo di un freddo innaturale. Non c’era nessuna soddisfazione, nessun fottuto senso di trionfo per essere appena finito nel letto di una delle ragazze più formose ed esplicite del campo. Mi sentivo solo svuotato. Sporco. Una mi aveva prosciugato il corpo, succhiandomi via ogni stilla di energia su quel materasso sfatto. L’altra mi aveva riempito la testa di veleno, piantandomi nel cervello un seme di paranoia che stava già germogliando.

La zona solarium era esattamente come l'avevo lasciata, ma ai miei occhi si era trasformata in un campo minato.

Fiona era già tornata al suo lettino. Era stesa sulla schiena, immobile come una statua di marmo avvolta in quel bikini verde smeraldo che le conteneva a stento i seni rotondi e perfetti. Aveva gli occhiali da sole scuri a coprirle gli occhi e le cuffiette nelle orecchie. Sembrava non essersi mai mossa da lì. L’indifferenza della sua figura piena, composta, quasi marmorea era la cosa più terrificante che avessi mai visto.

Pochi istanti dopo di me, il cancello cigolò di nuovo. Tracy fece la sua comparsa. Aveva il laccetto del costume leopardato di nuovo allacciato dietro il collo, ma i capelli erano un groviglio disordinato e la pelle dorata era ancora accesa dall'esplosione di lussuria appena consumata. Camminava con un’aria placida, sazia, il bacino che ondeggiava con una lentezza compiaciuta mentre si passava una mano sul collo sudato.

Anto, che fino a quel momento aveva finto di leggere una rivista, alzò lo sguardo. Registrò il mio arrivo, il mio viso pallido e, un secondo dopo, l'ingresso trionfale di Tracy. Vidi il suo corpo minuto irrigidirsi di colpo. Il tessuto del suo bikini bianco si tese per il respiro trattenuto, e le sue nocche sbiancarono attorno ai bordi della rivista. Aveva capito che qualcosa non tornava. Non sapeva cosa, ma il suo sesto senso tossico e possessivo era scattato.

Spostai gli occhi. Simona era seduta sul bordo della vasca, le gambe immerse nell'acqua. Indossava ancora il suo costume rosso fuoco, ma l'uragano si era spento. Fissava il fondale con un'espressione vuota, le spalle curve, schiacciata dal peso invisibile di Edoardo. L'elettricità viscerale che ci aveva quasi divorati sott'acqua sembrava appartenere a un'altra vita.

Solo Anna mi guardò davvero. Era rimasta esattamente dov'era, avvolta nel suo costume intero blu scuro che le fasciava dolcemente i fianchi e il torace. I suoi grandi occhi chiari mi scrutarono e, invece di malizia o rabbia, ci vidi solo una preoccupazione pura, disarmante. Inclinò leggermente la testa, studiando la tensione delle mie spalle e il mio respiro corto. Essere guardato con quella dolcezza, subito dopo essermi fatto letteralmente usare nel peggiore dei modi, mi fece sentire un miserabile.

Nessuna di loro sapeva tutto. Ma ognuna, in quel momento, aveva in mano un pezzo diverso della mia rovina.

Il tramonto portò una brezza leggera e un sollievo apparente, ma Maria decise che la calma non faceva per lei.

«La domenica libera va chiusa come si deve!» sbraitò la capoanimatrice, facendo irruzione nell'area picnic adiacente alla piscina con due casse di birra ghiacciata e sacchetti di patatine saccheggiati dalle cucine. Aveva indossato dei pantaloncini di jeans inguinali e una maglietta annodata sotto il seno, che spingeva in fuori la sua scollatura esplosiva in modo quasi prepotente a ogni suo movimento.

Ci radunò tutti attorno ai tavoli di legno. Nessuno osò dirle di no. L'aria era satura di odore di cloro, crema doposole e feromoni repressi.

Maria stappò le bottiglie con un accendino, ridendo in modo sguaiato. «Bevete, pulcini. Che da domani i ragazzini ci prosciugheranno le palle, o le ovaie, a seconda di cosa vi ritrovate nei pantaloni! Alla nostra prima vera settimana!»

Alzammo le bottiglie in un brindisi disordinato. Cercai di confondermi sullo sfondo, sedendomi all'angolo della panca di legno, ma Anto non perse tempo. Si infilò esattamente al mio fianco, azzerando le distanze. La sua coscia liscia e calda si premette contro la mia. Sentii il suo profumo dolce invadermi lo spazio, ma invece dell'eccitazione febbrile della notte precedente, provai solo un forte senso di soffocamento. Mi spostai impercettibilmente, fingendo di dovermi allungare per prendere una manciata di patatine. Anto incassò il colpo, stringendo i denti, gli occhi allungati che mi fulminavano di sottecchi.

Di fronte a me, Tracy afferrò la sua birra. Si passò la lingua sulle labbra carnose, fissandomi dritto negli occhi con una spudoratezza che mi fece bruciare il viso.

«Devo dire che questo pomeriggio è stato... illuminante,» tubò la "mammina", con un tono languido e denso di sottintesi che solo io e un'altra persona al tavolo potevamo cogliere. Inclinò il busto in avanti, offrendomi la solita visuale vertiginosa del suo petto. «Ale è stato molto utile. Ha le mani d'oro quando si tratta di risolvere... i problemi incastrati. Veramente instancabile.»

Maria scoppiò a ridere, ignara della verità, prendendola per una delle solite battute a doppio senso di Tracy. Simona abbozzò un sorriso tirato, lo sguardo ancora velato di tristezza, mentre si portava la bottiglia alle labbra. Stava facendo uno sforzo sovrumano per fingere che andasse tutto bene.

Anna, seduta alla mia sinistra, mi sfiorò delicatamente il braccio. Il suo tocco era leggero, rispettoso. «Sei pallido, Ale. Sicuro di sentirti bene? Forse hai preso troppo sole...» mormorò, la voce dolce, quasi un sussurro. Il suo profumo di vaniglia mi fece contorcere lo stomaco dai sensi di colpa. Ero lì, circondato dai sorrisi diabolici di Tracy, a fare la parte del ragazzo stanco.

E poi parlò Fiona.

Fino a quel momento non aveva aperto bocca. Era seduta all'estremità opposta del tavolo, il copricostume leggero che le fasciava le forme piene e burrose. Si stava staccando l'etichetta dalla bottiglia di birra con l'unghia. Non alzò nemmeno la voce, ma il tono fu così tagliente, così denso di sarcasmo freddo, da tagliare il chiacchiericcio a metà.

«Io odio chi si comporta come se i casini gli cadessero addosso da soli.»

Il silenzio calò di botto. Maria si fermò a metà di una risata. Anto la guardò accigliata, chiaramente convinta che fosse una frecciatina rivolta al suo rifiuto di lavorare.

«A chi ti riferisci, Fì?» chiese Tracy, il sorriso perverso che le si congelava sulle labbra.

Ma Fiona non guardò Tracy. Non guardò Maria. E, soprattutto, non guardò me. Si portò la bottiglia alle labbra carnose, bevendo un sorso lento. Poi, con una flemma spietata, fece spallucce.

«Così. Parlavo in generale. Ci sono persone che fanno sempre le vittime, ma adorano infilarsi nelle trappole.»

Gli altri ridacchiarono, lasciando cadere la cosa come una delle solite uscite ciniche e asociali di Fiona.

Ma io avevo capito perfettamente. Avevo sentito il piombo di quella frase affondarmi dritto nella carne. La mia facciata da bravo ragazzo, il mio cercare rifugio nella dolcezza di Anna o nell'amicizia di Simona... agli occhi di Fiona era solo la maschera di un fottuto ipocrita. E, peggio ancora, sapevo che aveva ragione.

Il rumore sguaiato della risata di Maria e il tintinnio delle bottiglie di birra sembravano provenire da un'altra dimensione. Ero seduto a quel tavolo, ma la mia testa era rimasta incastrata tra le cosce sudate di Tracy e lo sguardo di puro, gelido disgusto di Fiona. Ero un fottuto funambolo che aveva appena perso l'equilibrio.

Mentre Tracy continuava a lanciare frecciatine oscene e Anto mi pressava la coscia contro la gamba con una possessività asfissiante, sentii un tocco leggerissimo sul braccio.

Mi voltai. Anna mi stava guardando. I suoi grandi occhi chiari, solitamente sfuggenti, ora erano piantati nei miei. Aveva smesso di torturarsi le pellicine delle dita. Mi scrutava con una lucidità che mi fece quasi paura, come se potesse vedere la macchia scura che mi sentivo addosso.

Si chinò verso di me, la voce che era poco più di un sussurro, un balsamo in mezzo a quel caos di ormoni e alcol.

«Vieni un attimo con me? Qui non riesco a respirare.»

Era una richiesta d'aiuto perfetta. Apparentemente era lei la ragazza timida che aveva bisogno di scappare dalla confusione, ma la verità, e lo sapevamo entrambi in quel preciso istante, era che stava salvando me.

Annuii in silenzio. Mi alzai dalla panca, ignorando l'occhiataccia furente di Anto e il sorrisetto furbo di Tracy, e seguii Anna lontano dalla luce dei lampioni, verso l'area picnic immersa nell'ombra dei grandi pini.

L'aria qui era diversa. Puzzava di resina e di terra umida, lontana dal cloro e dal sudore. Ci fermammo vicino a uno dei tavoli di legno massiccio, avvolti dalla penombra. Anna si appoggiò al bordo del tavolo, incrociando le braccia sotto il seno in quel suo classico gesto di difesa, ma le sue spalle erano rilassate.

Il silenzio tra noi si allungò. Cercai di spezzarlo con l'unica arma che avevo per non pensare al disastro che stavo combinando.

«Se la tua intenzione era rapirmi per rubarmi le ultime sigarette, sappi che le ho lasciate nello zaino,» scherzai, abbozzando un mezzo sorriso stanco, passandomi una mano tra i capelli ancora umidi.

Anna non rise. Inclinò la testa di lato, studiandomi nell'oscurità.

«Tu fai sempre battute quando hai paura,» mormorò, la voce dolce ma affilata come un bisturi.

Il mio sorriso si congelò. «Non ho paura,» mentii d'istinto, incrociando le braccia a mia volta.

Lei fece un piccolo passo verso di me. Il suo profumo di vaniglia mi raggiunse, puro e innocente. «Sì che ce l’hai. Solo che sei più bravo di me a nasconderla.»

Mi mancò l'aria. Quella ragazza che passava il tempo nascosta dietro i libri e che sembrava terrorizzata dalla sua stessa ombra, aveva appena letto la mia anima con una precisione devastante. Mi sentii improvvisamente nudo. Più nudo di quanto non lo fossi stato un'ora prima su quel letto sfatto.

Abbassai lo sguardo, incapace di sostenere il suo. Il senso di colpa mi stava divorando vivo. «Forse non sono il bravo ragazzo che pensi, Anna,» dissi, la voce roca e carica di una verità amara. Se solo sapessi dove sono stato e cosa ho fatto prima di sedermi a quel tavolo, pensai.

Anna non si ritrasse. Anzi, accorciò ulteriormente la distanza.

«Io non ho mai pensato che fossi perfetto,» rispose, e ogni sua parola mi distrusse una barriera. «Mi bastava che fossi vero.»

Alzai gli occhi di scatto. La stavo guardando come se la vedessi per la prima volta. Non c'era giudizio nel suo sguardo, non c'era l'attesa perversa di Tracy o il ricatto di Fiona. C'era solo lei.

«Sono scappata perché mi è piaciuto, Ale,» confessò all'improvviso, il respiro che le tremava, il petto che si alzava e si abbassava velocemente sotto il tessuto leggero del vestito. Le sue guance erano in fiamme, ma non abbassò gli occhi. «Non perché non mi è piaciuto. Sono scappata perché mi è piaciuto troppo.»

Fu lei a fare la prima mossa.

Le sue mani, piccole e tremanti, si sollevarono per afferrarmi il viso. Il suo tocco era esitante, pieno di una paura fottuta, ma carico di un coraggio che mi fece esplodere il cuore. Si alzò sulle punte e premette le sue labbra contro le mie.

Il bacio iniziò incerto, una pressione timida e morbida. Ma quando feci scivolare le mie mani sui suoi fianchi per sorreggerla, un gemito basso le morì in gola e la sua bocca si dischiuse, affamata.

Risposi al bacio, ma cercai di trattenermi. Il mio corpo bruciava, ma la mente mi urlava che non potevo toccarla con le stesse mani sporche con cui avevo assecondato i deliri di Tracy. Provai ad allentare la presa, a non stringerla troppo, ma Anna capì tutto.

Con un movimento disperato, afferrò i miei polsi. Fece scivolare le mie mani dalla sua vita fino ai suoi fianchi morbidi, spingendo i miei palmi contro la sua carne con forza, per poi farsi sollevare. La feci sedere sul bordo del tavolo di legno e mi infilai in mezzo alle sue gambe.

«Toccami,» sembrò dirmi quel gesto. Non sono di vetro.

La stringevo a me, perdendomi nel sapore della sua lingua che cercava la mia con una passione disperata e inesperta. Le mie dita scivolarono sotto il tessuto del suo vestitino, accarezzando la pelle liscia e calda della sua schiena. Anna tremava come una foglia sotto le mie mani, ma non scappò. Si avvinghiò al mio collo, tirandomi i capelli, stringendo le sue cosce snelle attorno ai miei fianchi.

La frizione dei nostri corpi vestiti fu una tortura meravigliosa. Il mio inguine, già ipersensibile, si indurì dolorosamente contro il suo centro caldo. Anna lo sentì. Invece di spaventarsi, si spinse in avanti, inarcando la schiena e premendosi contro di me, strappandomi un sospiro roco direttamente sulle sue labbra.

Le mie mani scivolarono dai suoi fianchi verso l'alto, tracciando la linea delle sue costole fino a sfiorare la curva laterale del suo seno. La baciai sul collo, sull'incavo della spalla, inalando la vaniglia, mentre lei si lasciava andare a gemiti dolcissimi, smarriti, le dita intrecciate spasmodicamente nella mia maglietta. Era un'intimità furente, pura, lontana anni luce dal sesso ginnico e marcio che avevo vissuto quel pomeriggio. Con Anna stavo facendo l'amore, anche se avevamo ancora i vestiti addosso.

Ero sul punto di perdere del tutto la testa, la mano ormai ferma sulla morbidezza del suo seno attraverso il reggiseno, quando lei si irrigidì leggermente.

Mi fermai all'istante, il respiro pesante, allontanando il viso dal suo collo. Il terrore che scappasse di nuovo mi bloccò il sangue nelle vene.

Ma Anna non si mosse dal tavolo. Tenne le braccia attorno al mio collo. Aveva i capelli arruffati, le labbra gonfie e rosse per i baci, e il respiro talmente corto da faticare a parlare. Mi guardò, un sorriso tremante e bellissimo che le illuminava il viso.

«Non voglio fermarmi perché non ti voglio,» sussurrò, le dita che mi accarezzavano dolcemente la nuca per rassicurarmi. Fece un respiro profondo, cercando di calmare il petto. «Voglio fermarmi perché voglio ricordarmelo bene.»

La guardai, letteralmente folgorato. Non era la ragazzina impaurita del magazzino. Era una donna che stava prendendo il controllo dei suoi desideri e dei suoi limiti, e lo stava facendo con una dolcezza che mi spaccava a metà.

Sorrisi, un sorriso vero, l'unico di tutta quella giornata assurda. Appoggiai la fronte contro la sua, chiudendo gli occhi.

«Mi batte il cuore talmente forte che mi fa male,» ammise lei in un soffio, ridacchiando nervosamente.

«Anche a me,» mormorai, le mani ancora ancorate saldamente ai suoi fianchi caldi.

«Allora almeno non sono l’unica idiota.»

Rimanemmo così per lunghissimi minuti, a respirare lo stesso respiro nel buio, finché i battiti non rallentarono. Quella era Anna. Niente fughe, niente ricatti, nessuna ansia incontrollabile. Solo una sincerità che mi purificò l'anima.

Quando infilai la chiave nella toppa del bungalow 12, avevo addosso una dolcezza nuova, ma la testa pesante come il piombo. L'adrenalina era svanita, lasciando spazio a una colpa enorme, sfaccettata e asfissiante: la perversione complice di Tracy, il disprezzo e il ricatto imminente di Fiona, la purezza di Anna, e ora... Simona.

Aprii la porta cercando di fare piano.

Simona era nel suo letto. Indossava la solita canottiera bianca e le gambe nude spuntavano dalle coperte aggrovigliate. Il bagliore azzurrognolo dello schermo del telefono, che teneva stretto tra le mani, le illuminava il viso. Non stava scorrendo i social. Stava fissando un punto indefinito, immersa in quel pantano emotivo in cui l'aveva trascinata Edoardo con l'ultima chiamata a bordo piscina.

Quando sentì la porta chiudersi, non alzò subito lo sguardo. Non ci fu nessuna battuta sul ninja, nessun sarcasmo da "socio".

«Serata lunga?» chiese, la voce bassa, quasi raschiata.

Mi appoggiai alla porta chiusa, sentendo i muscoli cedere. Tra noi fluttuava ancora l'elettricità furente di quel quasi-bacio nell'acqua clorata, interrotto dal nome del suo carceriere.

«Più lunga del previsto,» risposi, una bugia mezza stanca che nascondeva un mondo di macerie.

Lei annuì lentamente, senza aggiungere altro. Capì che era successo qualcosa, così come io capivo la sua prigione, ma in quel momento eravamo due reduci troppo stanchi per curarsi a vicenda.

Mi staccai dalla porta per andare verso il mio letto, quando la stanza fu illuminata a giorno.

Il telefono di Simona prese a vibrare violentemente sul materasso. La suoneria stridula di Edoardo spezzò il silenzio del bungalow come una sirena d'allarme.

Mi bloccai. Guardai lei. Lei guardò lo schermo.

Il nome di Edoardo illuminò la stanza.

Simona rimase immobile, con il telefono in mano, il pollice sospeso a un millimetro dal vetro. Per un secondo lunghissimo pensai che avrebbe risposto, che avrebbe ingoiato l'ennesimo rospo, rimesso su quella voce dolce, sottomessa e finta che ormai mi faceva venire voglia di spaccare qualcosa. Trattenni il fiato, sentendo una fitta di rabbia salirmi nello stomaco.

Invece, l'uragano fece qualcosa di inaspettato.

Il suo sguardo si indurì. La mascella le si contrasse per una frazione di secondo. Con un movimento lento, preciso, quasi solenne, girò il telefono a faccia in giù sul comodino. La suoneria fu soffocata dal legno. La luce si spense.

«Non stasera,» mormorò, più a se stessa che a me.

Poi allungò la mano e spense l'abat-jour.

La stanza piombò in un'oscurità totale. Sentii il fruscio delle sue coperte mentre si girava su un fianco, dandomi le spalle.

Io rimasi nel buio, immobile al centro della stanza, con il sapore di vaniglia di Anna ancora addosso, il marchio a fuoco della minaccia di Fiona nel cervello, e il silenzio denso e rivoluzionario di Simona a tre metri da me.

La domenica era finita. Ma il casino vero stava appena iniziando.

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