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Erotika
Campo Estivo - Vol.1 · Cap. 7
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Capitolo 7 di 11 13 min di lettura

Troppo Dolce per Non Peccare

Nel silenzio dell’area picnic, Anna mostra ad Ale che anche la paura può avere fame.

Asiadu01
4 mesi fa · 874 letture · 0

(dai prossimi capitoli ho scelto di cambiare un po' stile di scrittura per questa serie, ditemi che ne pensate)

Tornai a bordo piscina con la sensazione assurda di avere ancora addosso le mani di Tracy e gli occhi di Fiona.

Camminavo a piedi nudi sulle piastrelle calde, ma dentro tremavo di un freddo innaturale. Non c’era nessuna soddisfazione, nessun fottuto senso di trionfo per essere appena finito nel letto di una delle ragazze più formose ed esplicite del campo. Mi sentivo solo svuotato. Sporco. Una mi aveva prosciugato il corpo, succhiandomi via ogni stilla di energia su quel materasso sfatto. L’altra mi aveva riempito la testa di veleno, piantandomi nel cervello un seme di paranoia che stava già germogliando.

La zona solarium era esattamente come l'avevo lasciata, ma ai miei occhi si era trasformata in un campo minato.

Fiona era già tornata al suo lettino. Era stesa sulla schiena, immobile come una statua di marmo avvolta in quel bikini verde smeraldo che le conteneva a stento i seni rotondi e perfetti. Aveva gli occhiali da sole scuri a coprirle gli occhi e le cuffiette nelle orecchie. Sembrava non essersi mai mossa da lì. L’indifferenza della sua figura piena, composta, quasi marmorea era la cosa più terrificante che avessi mai visto.

Pochi istanti dopo di me, il cancello cigolò di nuovo. Tracy fece la sua comparsa. Aveva il laccetto del costume leopardato di nuovo allacciato dietro il collo, ma i capelli erano un groviglio disordinato e la pelle dorata era ancora accesa dall'esplosione di lussuria appena consumata. Camminava con un’aria placida, sazia, il bacino che ondeggiava con una lentezza compiaciuta mentre si passava una mano sul collo sudato.

Anto, che fino a quel momento aveva finto di leggere una rivista, alzò lo sguardo. Registrò il mio arrivo, il mio viso pallido e, un secondo dopo, l'ingresso trionfale di Tracy. Vidi il suo corpo minuto irrigidirsi di colpo. Il tessuto del suo bikini bianco si tese per il respiro trattenuto, e le sue nocche sbiancarono attorno ai bordi della rivista. Aveva capito che qualcosa non tornava. Non sapeva cosa, ma il suo sesto senso tossico e possessivo era scattato.

Spostai gli occhi. Simona era seduta sul bordo della vasca, le gambe immerse nell'acqua. Indossava ancora il suo costume rosso fuoco, ma l'uragano si era spento. Fissava il fondale con un'espressione vuota, le spalle curve, schiacciata dal peso invisibile di Edoardo. L'elettricità viscerale che ci aveva quasi divorati sott'acqua sembrava appartenere a un'altra vita.

Solo Anna mi guardò davvero. Era rimasta esattamente dov'era, avvolta nel suo costume intero blu scuro che le fasciava dolcemente i fianchi e il torace. I suoi grandi occhi chiari mi scrutarono e, invece di malizia o rabbia, ci vidi solo una preoccupazione pura, disarmante. Inclinò leggermente la testa, studiando la tensione delle mie spalle e il mio respiro corto. Essere guardato con quella dolcezza, subito dopo essermi fatto letteralmente usare nel peggiore dei modi, mi fece sentire un miserabile.

Nessuna di loro sapeva tutto. Ma ognuna, in quel momento, aveva in mano un pezzo diverso della mia rovina.

Il tramonto portò una brezza leggera e un sollievo apparente, ma Maria decise che la calma non faceva per lei.

«La domenica libera va chiusa come si deve!» sbraitò la capoanimatrice, facendo irruzione nell'area picnic adiacente alla piscina con due casse di birra ghiacciata e sacchetti di patatine saccheggiati dalle cucine. Aveva indossato dei pantaloncini di jeans inguinali e una maglietta annodata sotto il seno, che spingeva in fuori la sua scollatura esplosiva in modo quasi prepotente a ogni suo movimento.

Ci radunò tutti attorno ai tavoli di legno. Nessuno osò dirle di no. L'aria era satura di odore di cloro, crema doposole e feromoni repressi.

Maria stappò le bottiglie con un accendino, ridendo in modo sguaiato. «Bevete, pulcini. Che da domani i ragazzini ci prosciugheranno le palle, o le ovaie, a seconda di cosa vi ritrovate nei pantaloni! Alla nostra prima vera settimana!»

Alzammo le bottiglie in un brindisi disordinato. Cercai di confondermi sullo sfondo, sedendomi all'angolo della panca di legno, ma Anto non perse tempo. Si infilò esattamente al mio fianco, azzerando le distanze. La sua coscia liscia e calda si premette contro la mia. Sentii il suo profumo dolce invadermi lo spazio, ma invece dell'eccitazione febbrile della notte precedente, provai solo un forte senso di soffocamento. Mi spostai impercettibilmente, fingendo di dovermi allungare per prendere una manciata di patatine. Anto incassò il colpo, stringendo i denti, gli occhi allungati che mi fulminavano di sottecchi.

Di fronte a me, Tracy afferrò la sua birra. Si passò la lingua sulle labbra carnose, fissandomi dritto negli occhi con una spudoratezza che mi fece bruciare il viso.

«Devo dire che questo pomeriggio è stato... illuminante,» tubò la "mammina", con un tono languido e denso di sottintesi che solo io e un'altra persona al tavolo potevamo cogliere. Inclinò il busto in avanti, offrendomi la solita visuale vertiginosa del suo petto. «Ale è stato molto utile. Ha le mani d'oro quando si tratta di risolvere... i problemi incastrati. Veramente instancabile.»

Maria scoppiò a ridere, ignara della verità, prendendola per una delle solite battute a doppio senso di Tracy. Simona abbozzò un sorriso tirato, lo sguardo ancora velato di tristezza, mentre si portava la bottiglia alle labbra. Stava facendo uno sforzo sovrumano per fingere che andasse tutto bene.

Anna, seduta alla mia sinistra, mi sfiorò delicatamente il braccio. Il suo tocco era leggero, rispettoso. «Sei pallido, Ale. Sicuro di sentirti bene? Forse hai preso troppo sole...» mormorò, la voce dolce, quasi un sussurro. Il suo profumo di vaniglia mi fece contorcere lo stomaco dai sensi di colpa. Ero lì, circondato dai sorrisi diabolici di Tracy, a fare la parte del ragazzo stanco.

E poi parlò Fiona.

Fino a quel momento non aveva aperto bocca. Era seduta all'estremità opposta del tavolo, il copricostume leggero che le fasciava le forme piene e burrose. Si stava staccando l'etichetta dalla bottiglia di birra con l'unghia. Non alzò nemmeno la voce, ma il tono fu così tagliente, così denso di sarcasmo freddo, da tagliare il chiacchiericcio a metà.

«Io odio chi si comporta come se i casini gli cadessero addosso da soli.»

Il silenzio calò di botto. Maria si fermò a metà di una risata. Anto la guardò accigliata, chiaramente convinta che fosse una frecciatina rivolta al suo rifiuto di lavorare.

«A chi ti riferisci, Fì?» chiese Tracy, il sorriso perverso che le si congelava sulle labbra.

Ma Fiona non guardò Tracy. Non guardò Maria. E, soprattutto, non guardò me. Si portò la bottiglia alle labbra carnose, bevendo un sorso lento. Poi, con una flemma spietata, fece spallucce.

«Così. Parlavo in generale. Ci sono persone che fanno sempre le vittime, ma adorano infilarsi nelle trappole.»

Gli altri ridacchiarono, lasciando cadere la cosa come una delle solite uscite ciniche e asociali di Fiona.

Ma io avevo capito perfettamente. Avevo sentito il piombo di quella frase affondarmi dritto nella carne. La mia facciata da bravo ragazzo, il mio cercare rifugio nella dolcezza di Anna o nell'amicizia di Simona... agli occhi di Fiona era solo la maschera di un fottuto ipocrita. E, peggio ancora, sapevo che aveva ragione.

Il rumore sguaiato della risata di Maria e il tintinnio delle bottiglie di birra sembravano provenire da un'altra dimensione. Ero seduto a quel tavolo, ma la mia testa era rimasta incastrata tra le cosce sudate di Tracy e lo sguardo di puro, gelido disgusto di Fiona. Ero un fottuto funambolo che aveva appena perso l'equilibrio.

Mentre Tracy continuava a lanciare frecciatine oscene e Anto mi pressava la coscia contro la gamba con una possessività asfissiante, sentii un tocco leggerissimo sul braccio.

Mi voltai. Anna mi stava guardando. I suoi grandi occhi chiari, solitamente sfuggenti, ora erano piantati nei miei. Aveva smesso di torturarsi le pellicine delle dita. Mi scrutava con una lucidità che mi fece quasi paura, come se potesse vedere la macchia scura che mi sentivo addosso.

Si chinò verso di me, la voce che era poco più di un sussurro, un balsamo in mezzo a quel caos di ormoni e alcol.

«Vieni un attimo con me? Qui non riesco a respirare.»

Era una richiesta d'aiuto perfetta. Apparentemente era lei la ragazza timida che aveva bisogno di scappare dalla confusione, ma la verità, e lo sapevamo entrambi in quel preciso istante, era che stava salvando me.

Annuii in silenzio. Mi alzai dalla panca, ignorando l'occhiataccia furente di Anto e il sorrisetto furbo di Tracy, e seguii Anna lontano dalla luce dei lampioni, verso l'area picnic immersa nell'ombra dei grandi pini.

L'aria qui era diversa. Puzzava di resina e di terra umida, lontana dal cloro e dal sudore. Ci fermammo vicino a uno dei tavoli di legno massiccio, avvolti dalla penombra. Anna si appoggiò al bordo del tavolo, incrociando le braccia sotto il seno in quel suo classico gesto di difesa, ma le sue spalle erano rilassate.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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