Vai al contenuto
Erotika
Campo Estivo - Vol.1 · Cap. 10
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 10 di 11 47 min di lettura

Troppo Bagnata per Restare Socia

Dopo una telefonata devastante con Edoardo, Simona cerca calore in Ale e scopre che il conforto può diventare pericolosamente fisico.

Asiadu01
4 mesi fa · 1.1k letture · 1

Rimasi con la fronte appoggiata alla porta per qualche secondo di troppo.

Non stavo origliando.

Cioè, sì.

Stavo decisamente origliando.

Ma non nel senso da coglione morboso che appoggia il bicchiere al muro perché vuole sapere i cazzi degli altri. Era più simile a quando senti il vetro rompersi in cucina e ti fermi prima di entrare, perché sai già che dentro troverai sangue, cocci e qualcuno che dirà “non è niente” con una mano tagliata.

Dentro il bungalow, Simona respirava male.

La sua voce arrivava bassa, trattenuta, tesa fino a sembrare una corda pronta a spezzarsi.

«No, Edo. Te l’ho già detto.»

Pausa.

«Non ero con nessuno.»

Un’altra pausa, più lunga.

Poi la sentii inspirare. Piano. Troppo piano.

«Sì. Lo so che ieri non ho risposto.»

Mi passai una mano sulla faccia.

Avevo ancora addosso la lavanderia. Il caldo umido, il detersivo, il sapore della bocca di Anto, le sue dita tremanti, la frase che mi aveva lasciato addosso come una bruciatura.

Ho capito il mio posto.

Avevo Maria appesa alla nuca con il suo secondo favore. Fiona da qualche parte che catalogava prove contro di me. Anna che probabilmente mi avrebbe guardato con quegli occhi dolci e preoccupati appena avesse avuto modo di parlarmi. E adesso Simona, chiusa nel bungalow, con Edoardo al telefono che le stava facendo pagare il primo vero gesto di libertà dopo chissà quanto tempo.

Io volevo solo una doccia.

Una doccia lunga, bollente o gelida, non mi importava. Volevo stare sotto l’acqua fino a staccarmi la giornata dalla pelle. Volevo cancellare l’odore del campo, del sudore, delle bugie, delle mani di Anto sulla mia maglietta, del dito di Maria sul petto.

Volevo smettere per dieci minuti di essere il punto in cui tutte le cose si rompevano.

Poi Simona disse:

«Non mi devi parlare così.»

E la mia mano scese sulla maniglia.

Aprii piano.

Il bungalow 12 mi accolse con una botta d’aria calda, umida, piena di vapore. La doccia era stata usata da poco: lo specchio sopra il lavandino era ancora appannato, il pavimento vicino al bagno luccicava di gocce d’acqua e nell’aria c’era quell’odore di shampoo al cocco, bagnoschiuma economico del campo e pelle lavata in fretta.

Simona era in piedi vicino al suo letto.

In accappatoio.

Bianco, corto, legato male in vita.

Aveva i capelli ancora bagnati, scuri e pesanti sulle spalle, con alcune ciocche incollate al collo e alle guance. Le gambe nude le uscivano dall’accappatoio dritte e lucide di umidità, i piedi scalzi piantati sul pavimento come se stesse cercando di non cadere. Una goccia le scese dalla clavicola, scivolò sotto il bordo morbido del tessuto e sparì. In un altro momento, in un’altra vita, quella visione mi avrebbe steso.

Simona appena uscita dalla doccia.

Spettinata, umida, con l’accappatoio che le cadeva da una spalla e lasciava intravedere un triangolo di pelle calda, pulita, viva.

Ma in quel momento non aveva niente di seducente.

O forse sì, ma in un modo sbagliato, doloroso, impossibile da separare dalla rabbia. Era bellissima come può esserlo una persona che sta per esplodere: gli occhi lucidi, le guance accese, la mascella contratta, il telefono stretto in mano così forte che le nocche erano diventate bianche.

Mi vide entrare.

Per un istante il suo sguardo mi attraversò.

Poi tornò al telefono.

«No, non abbassare la voce adesso. Non fare quello calmo adesso.»

Io richiusi la porta piano alle mie spalle.

Lei si voltò dall’altra parte, come se il solo fatto che fossi lì la facesse vergognare.

«No, non sto facendo una scenata. Sono io che faccio scenate, certo. Tu no. Tu mi chiami ventisette volte, mi mandi messaggi per tutta la notte, mi fai l’interrogatorio su dove sono, con chi sono, perché non rispondo, però quella che fa scenate sono io.»

Il tono le salì di colpo sull’ultima parola.

Io rimasi immobile, ancora con la mano sulla maniglia.

Non sapevo se uscire. Non sapevo se restare. Non sapevo se fingere di non sentire.

Poi lei rise.

Una risata breve, brutta, senza gioia.

«No, Edoardo, non mi sono scopata nessuno perché ho passato una domenica senza risponderti. Che cazzo di domanda è?»

La frase mi colpì nello stomaco.

Simona chiuse gli occhi subito dopo averla detta, come se le avessero fatto male le sue stesse parole. Si passò una mano tra i capelli bagnati, tirandoli indietro con un gesto nervoso. L’accappatoio si aprì appena sul petto e lei lo richiuse con uno strattone automatico, rabbioso, senza nemmeno rendersene conto.

Io abbassai lo sguardo.

Non per delicatezza eroica.

Per sopravvivenza.

Avevo già abbastanza fuoco addosso.

Lei mi diede le spalle, tornando verso la finestra.

«Non tirare fuori Ale.»

Mi irrigidii.

Il mio nome detto in quella telefonata sembrò sporcare l’aria.

Simona fece un passo, poi un altro, come un animale in gabbia. Il cavo invisibile di Edoardo la seguiva attraverso il telefono, le tirava la gola, le stringeva il petto.

«Ale è il mio collega. Dorme qui perché Maria ha fatto casino con le stanze. Lo sai. Te l’ho detto. Te l’ho ridetto. Te l’ho scritto. Te l’ho praticamente inciso su una lastra di marmo.»

Pausa.

Lei sbiancò.

«No.»

La voce le uscì più bassa.

«Non dire quella cosa.»

Pausa.

«Non permetterti.»

Un’altra pausa.

Simona spalancò gli occhi.

Poi successe qualcosa di minuscolo.

La vidi tremare.

Non tanto. Non come nei film, dove la gente crolla in ginocchio e piange in modo ordinato. Fu un tremore breve, quasi impercettibile, che le passò dalle spalle alle mani. Il telefono si abbassò di un centimetro. Lei lo riportò subito all’orecchio, come se perdere quel contatto significasse perdere anche la discussione.

«Io non sono una troia.»

Lo disse piano.

Pianissimo.

E proprio per questo mi fece più male di un urlo.

Il bungalow sembrò diventare troppo piccolo per contenerci tutti: me, lei, Edoardo al telefono, Anto nella mia testa, Maria sulla mia pelle, Anna nel petto, Fiona dietro gli occhi.

Simona inspirò. La vidi provare a rimettere su la maschera.

Quella stronza, brillante, ironica, indistruttibile.

Le tremava la bocca.

«Sai che c’è? No. Basta. Basta davvero.»

E attaccò.

Non con un gesto teatrale.

Non lanciò il telefono.

Non urlò subito.

Si limitò ad abbassare il braccio.

Rimase immobile.

Il silenzio durò tre secondi.

Quattro.

Cinque.

Poi il telefono vibrò di nuovo nella sua mano.

Simona lo guardò.

Sul viso le passò qualcosa di feroce.

«Ma vaffanculo.»

Lo lanciò sul letto.

Il telefono rimbalzò sul materasso e cadde tra le lenzuola, ancora acceso, ancora vibrante, come un insetto intrappolato.

Simona scoppiò.

«Ma vaffanculo!» urlò più forte, girandosi verso il muro e colpendolo con il palmo aperto. Una volta. Due. «Vaffanculo, vaffanculo, vaffanculo!»

«Simo—»

«No!»

Si voltò verso di me di scatto.

Aveva gli occhi pieni di lacrime, ma non stava piangendo davvero. Era troppo arrabbiata per piangere. Le lacrime erano lì, ferme, sospese, come se anche loro avessero paura di uscire.

«No, non fare quella faccia.»

«Che faccia?»

«Quella.»

Indicò il mio viso con un gesto nervoso.

«Quella da “poverina”. Quella da cane buono che ha capito tutto e adesso vuole salvarmi. Non la voglio quella faccia, Ale. Non adesso.»

Chiusi la bocca.

Lei iniziò a camminare avanti e indietro nel poco spazio tra i letti. L’accappatoio le seguiva i movimenti male, aprendosi sulle cosce a ogni passo, scivolandole da una spalla, costringendola a rimetterlo a posto con gesti furiosi. Era impossibile non notarlo. Ed era ancora più impossibile farci qualcosa.

Era lì, mezza nuda, bagnata, bellissima, furiosa, e tutto quello che riuscivo a pensare era che sembrava una persona che aveva trattenuto il respiro per anni e adesso stava imparando a urlare.

«Sai che mi ha detto?» chiese.

«Simo, magari non devi—»

«Sai che mi ha detto?»

La sua voce tremava.

«Dimmi.»

Lei rise ancora.

«Che forse dovrei tornare a casa.»

Mi si gelò il petto.

«Cosa?»

«Sì. Che forse dovrei smetterla con questa “recita da ragazza libera al campo estivo” e tornare a casa. Perché evidentemente qui non so comportarmi. Perché evidentemente stare lontana da lui mi sta facendo male. A me. Capito? A me.»

Si batté due dita sul petto.

«A me stare lontana da lui fa male. Non a lui che mi chiama venti volte. Non a lui che mi fa sentire una merda se non rispondo per tre ore. Non a lui che mi chiede con chi ho parlato, quanto ho bevuto, cosa indossavo, perché una foto su Instagram aveva un tipo sullo sfondo.»

Deglutì, e per un attimo perse il filo.

Poi ripartì più forte.

«No. Il problema sono io. Sono io che cambio. Sono io che mi monto la testa. Sono io che al campo estivo divento un’altra persona. Sono io che mi faccio influenzare.»

Il telefono vibrò ancora sul letto.

Simona si voltò verso di lui come se fosse una bomba.

«Non rispondere,» dissi piano.

Lei mi guardò.

«Non stavo per farlo.»

Mentiva.

Lo sapevamo entrambi.

Il telefono smise di vibrare.

Il silenzio rimasto dopo fu quasi peggio.

Simona si portò una mano al petto, proprio sotto la gola. Le dita le si strinsero sull’accappatoio, pizzicando il tessuto. Il respiro iniziò a uscirle corto, veloce. Troppo veloce.

«Cazzo.»

«Simo?»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 2 senza votare
Indice dei capitoli
Cap. 11

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista