Capitolo 10 - Troppo Bagnata per Restare Socia
Dopo una telefonata devastante con Edoardo, Simona cerca calore in Ale e scopre che il conforto può diventare pericolosamente fisico.
Rimasi con la fronte appoggiata alla porta per qualche secondo di troppo.
Non stavo origliando.
Cioè, sì.
Stavo decisamente origliando.
Ma non nel senso da coglione morboso che appoggia il bicchiere al muro perché vuole sapere i cazzi degli altri. Era più simile a quando senti il vetro rompersi in cucina e ti fermi prima di entrare, perché sai già che dentro troverai sangue, cocci e qualcuno che dirà “non è niente” con una mano tagliata.
Dentro il bungalow, Simona respirava male.
La sua voce arrivava bassa, trattenuta, tesa fino a sembrare una corda pronta a spezzarsi.
«No, Edo. Te l’ho già detto.»
Pausa.
«Non ero con nessuno.»
Un’altra pausa, più lunga.
Poi la sentii inspirare. Piano. Troppo piano.
«Sì. Lo so che ieri non ho risposto.»
Mi passai una mano sulla faccia.
Avevo ancora addosso la lavanderia. Il caldo umido, il detersivo, il sapore della bocca di Anto, le sue dita tremanti, la frase che mi aveva lasciato addosso come una bruciatura.
Ho capito il mio posto.
Avevo Maria appesa alla nuca con il suo secondo favore. Fiona da qualche parte che catalogava prove contro di me. Anna che probabilmente mi avrebbe guardato con quegli occhi dolci e preoccupati appena avesse avuto modo di parlarmi. E adesso Simona, chiusa nel bungalow, con Edoardo al telefono che le stava facendo pagare il primo vero gesto di libertà dopo chissà quanto tempo.
Io volevo solo una doccia.
Una doccia lunga, bollente o gelida, non mi importava. Volevo stare sotto l’acqua fino a staccarmi la giornata dalla pelle. Volevo cancellare l’odore del campo, del sudore, delle bugie, delle mani di Anto sulla mia maglietta, del dito di Maria sul petto.
Volevo smettere per dieci minuti di essere il punto in cui tutte le cose si rompevano.
Poi Simona disse:
«Non mi devi parlare così.»
E la mia mano scese sulla maniglia.
Aprii piano.
Il bungalow 12 mi accolse con una botta d’aria calda, umida, piena di vapore. La doccia era stata usata da poco: lo specchio sopra il lavandino era ancora appannato, il pavimento vicino al bagno luccicava di gocce d’acqua e nell’aria c’era quell’odore di shampoo al cocco, bagnoschiuma economico del campo e pelle lavata in fretta.
Simona era in piedi vicino al suo letto.
In accappatoio.
Bianco, corto, legato male in vita.
Aveva i capelli ancora bagnati, scuri e pesanti sulle spalle, con alcune ciocche incollate al collo e alle guance. Le gambe nude le uscivano dall’accappatoio dritte e lucide di umidità, i piedi scalzi piantati sul pavimento come se stesse cercando di non cadere. Una goccia le scese dalla clavicola, scivolò sotto il bordo morbido del tessuto e sparì. In un altro momento, in un’altra vita, quella visione mi avrebbe steso.
Simona appena uscita dalla doccia.
Spettinata, umida, con l’accappatoio che le cadeva da una spalla e lasciava intravedere un triangolo di pelle calda, pulita, viva.
Ma in quel momento non aveva niente di seducente.
O forse sì, ma in un modo sbagliato, doloroso, impossibile da separare dalla rabbia. Era bellissima come può esserlo una persona che sta per esplodere: gli occhi lucidi, le guance accese, la mascella contratta, il telefono stretto in mano così forte che le nocche erano diventate bianche.
Mi vide entrare.
Per un istante il suo sguardo mi attraversò.
Poi tornò al telefono.
«No, non abbassare la voce adesso. Non fare quello calmo adesso.»
Io richiusi la porta piano alle mie spalle.
Lei si voltò dall’altra parte, come se il solo fatto che fossi lì la facesse vergognare.
«No, non sto facendo una scenata. Sono io che faccio scenate, certo. Tu no. Tu mi chiami ventisette volte, mi mandi messaggi per tutta la notte, mi fai l’interrogatorio su dove sono, con chi sono, perché non rispondo, però quella che fa scenate sono io.»
Il tono le salì di colpo sull’ultima parola.
Io rimasi immobile, ancora con la mano sulla maniglia.
Non sapevo se uscire. Non sapevo se restare. Non sapevo se fingere di non sentire.
Poi lei rise.
Una risata breve, brutta, senza gioia.
«No, Edoardo, non mi sono scopata nessuno perché ho passato una domenica senza risponderti. Che cazzo di domanda è?»
La frase mi colpì nello stomaco.
Simona chiuse gli occhi subito dopo averla detta, come se le avessero fatto male le sue stesse parole. Si passò una mano tra i capelli bagnati, tirandoli indietro con un gesto nervoso. L’accappatoio si aprì appena sul petto e lei lo richiuse con uno strattone automatico, rabbioso, senza nemmeno rendersene conto.
Io abbassai lo sguardo.
Non per delicatezza eroica.
Per sopravvivenza.
Avevo già abbastanza fuoco addosso.
Lei mi diede le spalle, tornando verso la finestra.
«Non tirare fuori Ale.»
Mi irrigidii.
Il mio nome detto in quella telefonata sembrò sporcare l’aria.
Simona fece un passo, poi un altro, come un animale in gabbia. Il cavo invisibile di Edoardo la seguiva attraverso il telefono, le tirava la gola, le stringeva il petto.
«Ale è il mio collega. Dorme qui perché Maria ha fatto casino con le stanze. Lo sai. Te l’ho detto. Te l’ho ridetto. Te l’ho scritto. Te l’ho praticamente inciso su una lastra di marmo.»
Pausa.
Lei sbiancò.
«No.»
La voce le uscì più bassa.
«Non dire quella cosa.»
Pausa.
«Non permetterti.»
Un’altra pausa.
Simona spalancò gli occhi.
Poi successe qualcosa di minuscolo.
La vidi tremare.
Non tanto. Non come nei film, dove la gente crolla in ginocchio e piange in modo ordinato. Fu un tremore breve, quasi impercettibile, che le passò dalle spalle alle mani. Il telefono si abbassò di un centimetro. Lei lo riportò subito all’orecchio, come se perdere quel contatto significasse perdere anche la discussione.
«Io non sono una troia.»
Lo disse piano.
Pianissimo.
E proprio per questo mi fece più male di un urlo.
Il bungalow sembrò diventare troppo piccolo per contenerci tutti: me, lei, Edoardo al telefono, Anto nella mia testa, Maria sulla mia pelle, Anna nel petto, Fiona dietro gli occhi.
Simona inspirò. La vidi provare a rimettere su la maschera.
Quella stronza, brillante, ironica, indistruttibile.
Le tremava la bocca.
«Sai che c’è? No. Basta. Basta davvero.»
E attaccò.
Non con un gesto teatrale.
Non lanciò il telefono.
Non urlò subito.
Si limitò ad abbassare il braccio.
Rimase immobile.
Il silenzio durò tre secondi.
Quattro.
Cinque.
Poi il telefono vibrò di nuovo nella sua mano.
Simona lo guardò.
Sul viso le passò qualcosa di feroce.
«Ma vaffanculo.»
Lo lanciò sul letto.
Il telefono rimbalzò sul materasso e cadde tra le lenzuola, ancora acceso, ancora vibrante, come un insetto intrappolato.
Simona scoppiò.
«Ma vaffanculo!» urlò più forte, girandosi verso il muro e colpendolo con il palmo aperto. Una volta. Due. «Vaffanculo, vaffanculo, vaffanculo!»
«Simo—»
«No!»
Si voltò verso di me di scatto.
Aveva gli occhi pieni di lacrime, ma non stava piangendo davvero. Era troppo arrabbiata per piangere. Le lacrime erano lì, ferme, sospese, come se anche loro avessero paura di uscire.
«No, non fare quella faccia.»
«Che faccia?»
«Quella.»
Indicò il mio viso con un gesto nervoso.
«Quella da “poverina”. Quella da cane buono che ha capito tutto e adesso vuole salvarmi. Non la voglio quella faccia, Ale. Non adesso.»
Chiusi la bocca.
Lei iniziò a camminare avanti e indietro nel poco spazio tra i letti. L’accappatoio le seguiva i movimenti male, aprendosi sulle cosce a ogni passo, scivolandole da una spalla, costringendola a rimetterlo a posto con gesti furiosi. Era impossibile non notarlo. Ed era ancora più impossibile farci qualcosa.
Era lì, mezza nuda, bagnata, bellissima, furiosa, e tutto quello che riuscivo a pensare era che sembrava una persona che aveva trattenuto il respiro per anni e adesso stava imparando a urlare.
«Sai che mi ha detto?» chiese.
«Simo, magari non devi—»
«Sai che mi ha detto?»
La sua voce tremava.
«Dimmi.»
Lei rise ancora.
«Che forse dovrei tornare a casa.»
Mi si gelò il petto.
«Cosa?»
«Sì. Che forse dovrei smetterla con questa “recita da ragazza libera al campo estivo” e tornare a casa. Perché evidentemente qui non so comportarmi. Perché evidentemente stare lontana da lui mi sta facendo male. A me. Capito? A me.»
Si batté due dita sul petto.
«A me stare lontana da lui fa male. Non a lui che mi chiama venti volte. Non a lui che mi fa sentire una merda se non rispondo per tre ore. Non a lui che mi chiede con chi ho parlato, quanto ho bevuto, cosa indossavo, perché una foto su Instagram aveva un tipo sullo sfondo.»
Deglutì, e per un attimo perse il filo.
Poi ripartì più forte.
«No. Il problema sono io. Sono io che cambio. Sono io che mi monto la testa. Sono io che al campo estivo divento un’altra persona. Sono io che mi faccio influenzare.»
Il telefono vibrò ancora sul letto.
Simona si voltò verso di lui come se fosse una bomba.
«Non rispondere,» dissi piano.
Lei mi guardò.
«Non stavo per farlo.»
Mentiva.
Lo sapevamo entrambi.
Il telefono smise di vibrare.
Il silenzio rimasto dopo fu quasi peggio.
Simona si portò una mano al petto, proprio sotto la gola. Le dita le si strinsero sull’accappatoio, pizzicando il tessuto. Il respiro iniziò a uscirle corto, veloce. Troppo veloce.
«Cazzo.»
«Simo?»
«No, sto bene.»
«Non mi sembra.»
«Ho detto che sto bene.»
Fece un passo verso il letto, poi si fermò. Guardò il telefono. Poi guardò la porta. Poi il bagno. Poi me. I suoi occhi si muovevano troppo in fretta, come se stesse cercando un’uscita in una stanza senza finestre.
«Devo… devo solo…»
Si interruppe.
Inspirò.
L’aria non entrò.
La vidi sgranare gli occhi.
«Simo.»
«No.» Scosse la testa, facendo schizzare qualche goccia dai capelli bagnati. «No, no, no, no. Non adesso. Non davanti a te. Cazzo, non davanti a te.»
«Ehi.»
Feci un passo verso di lei.
Lei arretrò subito.
«Non mi toccare.»
Mi fermai.
«Okay.»
«Non fare così.»
«Così come?»
«Così calmo!»
Mi urlò addosso la parola come se le avessi fatto qualcosa.
«Non essere calmo, cazzo! Non è calma questa cosa! Non è normale! Non è normale che io debba avere paura di non rispondere a una chiamata! Non è normale che se mi faccio una doccia e non ho il telefono in mano mi venga l’ansia! Non è normale che io debba controllare come rido, con chi parlo, quanto mi diverto, quanto sembro felice!»
La voce le si spezzò.
Il respiro le mancò di nuovo.
Si piegò appena in avanti, le mani sulle ginocchia nude, l’accappatoio che le scivolò più aperto ma lei non se ne accorse. Aveva gli occhi spalancati, il petto che si alzava e si abbassava troppo in fretta, i capelli bagnati che le cadevano davanti al viso.
«Non respiro.»
La frase mi attraversò come una scossa.
«Sì che respiri.»
«No, non respiro.»
«Simo, guardami.»
«Non ci riesco.»
«Guardami.»
Lei alzò gli occhi per un secondo.
C’erano dentro panico e rabbia insieme. Una roba sporca, violenta, quasi infantile. Non era la Simona che faceva battute davanti ai ragazzini. Non era la Simona che mi chiamava socio. Non era nemmeno la Simona della piscina, quella con le gambe attorno alla mia vita e il sorriso provocante prima che il telefono rovinasse tutto.
Era una ragazza in accappatoio, scalza, bagnata, furiosa, che stava scoprendo all’improvviso quanto era stretta la gabbia in cui aveva vissuto.
Feci un altro passo.
Piano.
Come con un animale ferito.
«Ti tocco solo se vuoi.»
Lei rise, ma le uscì quasi un singhiozzo.
«Madonna, quanto sei scemo.»
«È una risposta positiva?»
«No.»
«Okay.»
«Sì.»
Mi bloccai.
«Sì cosa?»
Lei chiuse gli occhi, furiosa con se stessa.
«Sì, toccami. Ma non fare il santo.»
Quella frase mi colpì in un punto ancora aperto.
Anto.
La lavanderia.
Con me fai sempre il santo.
Mi si contrasse lo stomaco, ma non arretrai.
Mi avvicinai e le presi le mani.
Erano fredde.
Assurdo, con quel caldo.
Fredde e umide, strette a pugno. Lei cercò di sottrarle subito, per orgoglio più che per volontà, ma io non strinsi. Le tenni appena. Quanto bastava perché sentisse che non stavo invadendo niente.
«Respira con me.»
«Che frase da film di merda.»
«Lo so.»
«Mi fai incazzare.»
«Anche questo lo so.»
«Ale.»
«Sono qui.»
Il suo respiro saltò.
Inspirò male.
Io inspirai piano, esagerando il movimento, come un idiota davanti a una bambina testarda. Lei mi guardò malissimo.
«Non farmi il tutorial dell’ossigeno.»
«Uno deve pur insegnartelo, visto che stai fallendo.»
Per un istante, minuscolo, le tremò un sorriso.
Poi sparì.
Ma bastò.
«Brava. Ancora.»
«Non dirmi brava.»
«Pessima. Ancora.»
Lei rise davvero, ma la risata si spezzò subito in un singhiozzo rabbioso.
E poi crollò contro di me.
Non dolcemente.
Mi venne addosso come se le gambe le avessero ceduto tutte insieme. La presi al volo, un braccio attorno alla schiena e l’altro dietro le spalle. Il suo corpo bagnato e caldo si schiacciò contro il mio. L’accappatoio era morbido, umido di vapore, aperto abbastanza da farmi sentire la pelle nuda della sua clavicola contro il collo.
Il mio corpo ebbe una reazione stupida, immediata, vergognosa.
Perché ero vivo.
Perché ero stanco.
Perché Simona profumava di doccia e sale e shampoo.
Perché il suo seno premeva contro il mio petto attraverso quell’accappatoio sottile e ogni respiro disperato lo rendeva impossibile da ignorare.
Mi odiai per averlo notato.
Poi lei affondò il viso contro la mia spalla e iniziò a tremare.
E il desiderio si trasformò in qualcosa di più complicato.
Più pericoloso.
Più nostro.
«Mi fa schifo,» disse contro la mia maglietta.
La sua voce uscì ovattata, rotta.
«Lui?»
«Io.»
La strinsi appena di più.
«No.»
«Sì. Mi fa schifo che mi basti una telefonata per diventare così. Mi fa schifo che io gli creda ancora per mezzo secondo quando dice che forse ha ragione lui. Mi fa schifo che una parte di me pensi davvero: magari torno a casa e si sistema tutto.»
«Non si sistema.»
Lei mi diede un pugno debole sul petto.
«Lo so, coglione.»
«Scusa.»
«No, non scusarti. Hai ragione. È quello il problema. Quando hai ragione mi fai venire voglia di lanciarti dalla finestra.»
«È al piano terra.»
«Ti lancio lo stesso. Per principio.»
Restammo così.
Lei stretta a me, bagnata, tremante, con il respiro che piano piano smetteva di spezzarsi. Io fermo al centro del bungalow, ancora sporco di giornata, con la doccia a tre metri da me e la certezza che non ci sarei arrivato tanto presto.
Il telefono vibrò di nuovo.
Simona si irrigidì contro il mio petto.
Io sentii il cambiamento prima ancora di vederlo: il suo corpo che tornava duro, la schiena che si contraeva, le dita che si aggrappavano alla mia maglietta.
«Non devi prenderlo.»
«Lo so.»
«Non devi fare niente.»
«Lo so.»
Ma non si mosse.
Nemmeno io.
Il telefono vibrò fino a smettere.
Quando il silenzio tornò, Simona espirò come se avesse appena evitato un incidente.
«Mi ha detto che Anna dovrebbe smetterla di mettermi idee in testa.»
La frase arrivò all’improvviso.
La sentii contro il petto.
«Anna?»
Lei annuì appena, senza staccarsi.
«Dice che da quando sto più con lei sono cambiata. Che lei è sempre stata quella “sensibile”, quella che vede problemi ovunque, quella che mi fa credere di meritare di più.»
La sua voce diventò cattiva sull’ultima parte.
Non contro Anna.
Contro Edoardo.
«Come se meritare di più fosse una malattia contagiosa.»
Mi venne da stringerla più forte.
«Anna lo sa?»
Simona si staccò appena.
Non abbastanza da uscire dall’abbraccio. Solo quanto bastava per guardarmi.
Aveva gli occhi rossi. I capelli bagnati le incorniciavano il viso. Una goccia le scese dalla tempia alla mascella. Sembrava più piccola e più grande insieme.
«No.»
«Simo…»
«No.»
«Forse dovresti parlarle.»
Lei scosse la testa subito.
«No.»
«È la tua migliore amica.»
«Appunto.»
«Non capisco.»
Simona si liberò dalle mie braccia, ma non andò lontano. Si sedette sul bordo del suo letto, piegata in avanti, i gomiti sulle ginocchia. L’accappatoio le si aprì sulle cosce, rivelando pelle ancora umida, ma lei non se ne accorse o non le importò. Si strinse la cintura in vita con un gesto stanco.
Io restai in piedi davanti a lei.
«Anna mi guarderebbe come mi guardi tu adesso.»
«Malissimo, quindi.»
Lei fece una smorfia.
«Con quella faccia da “ti prego dimmi che non è così grave”. Solo che lei piangerebbe. E io non posso gestire anche il dolore di Anna, capisci?»
Mi sedetti sul letto opposto.
La distanza tra noi era meno di un metro.
Troppa poca per respirare.
Troppa per toccarla.
«Non devi gestirlo tu.»
«Sì, invece.» Si asciugò una guancia con il dorso della mano. «Perché Anna sente tutto. Troppo. Se le dico certe cose, le restano addosso. Poi mi guarda come se fossi una crepa su un muro e lei dovesse passare la giornata a tenermi insieme con le mani.»
«Forse vuole solo aiutarti.»
«Lo so.»
«E allora?»
Simona fissò il pavimento.
Le sue dita giocarono con il bordo dell’accappatoio.
«E allora ho paura.»
La frase uscì nuda.
Senza battute.
Senza rabbia.
Senza difese.
Mi fece quasi più male di tutto il resto.
«Di cosa?»
Lei rise piano.
«Di dirlo ad alta voce.»
«A me lo stai dicendo.»
«Tu sei diverso.»
«In senso buono o perché sono il caso umano della situazione?»
«Entrambi.»
Abbassò gli occhi.
«Con te posso fare finta che sia meno serio.»
«Complimento bellissimo.»
«No, Ale.» Si passò entrambe le mani sul viso. «Intendo che con te posso ancora ridere. Posso dire “Edoardo è un coglione” e tu dici una stronzata, e per dieci secondi sembra una cosa normale. Gestibile. Una relazione di merda, ok, ma una relazione di merda come ne hanno tante.»
Si fermò.
Quando riprese, la voce le uscì più bassa.
«Con Anna no.»
Mi guardò.
«Se lo dico ad Anna, diventa vero.»
Il bungalow tacque.
Fuori, da qualche parte, qualcuno rise vicino alla mensa. Una risata lontana, normale, stonata. Il campo continuava a vivere come se dentro quel bungalow non ci fosse una ragazza in accappatoio che stava cercando di non crollare.
«Simo.»
«Non dire che è già vero.»
Chiusi la bocca.
Lei sorrise amaramente.
«Vedi? Ti conosco.»
«Purtroppo.»
«Stronzo.»
«Sempre.»
Si guardò le mani.
Il telefono si illuminò di nuovo sul letto, ma stavolta non vibrò. Solo lo schermo acceso, muto. Una notifica. Simona lo fissò.
Poi, con un movimento lento, lo prese.
Per un secondo pensai che avrebbe risposto.
Invece lo spense.
Non modalità silenziosa.
Non schermo giù.
Spento.
Il piccolo logo scomparve nel buio del display.
Simona rimase a guardarlo come se avesse appena ucciso qualcosa.
«Ecco,» disse piano.
Io deglutii.
«Grande gesto rivoluzionario.»
Lei annuì seria.
«Domani mi faranno una statua.»
«In accappatoio?»
Mi guardò.
Per un secondo vidi tornare un lampo della Simona vera. Quella bastarda, viva, pronta a mordere.
«Ti piacerebbe.»
Il sangue mi si mosse addosso prima che potessi fermarlo.
Perché sì.
Mi sarebbe piaciuto.
Troppo.
E lei lo capì.
Non perché guardai. Non guardai. O almeno ci provai. Ma Simona aveva quel talento terribile di capire quando mi si inceppava il cervello. Abbassò appena lo sguardo su di sé, come se solo in quel momento si ricordasse di essere seduta davanti a me con addosso solo un accappatoio corto e umido.
Le sue dita strinsero la cintura.
Non per coprirsi subito.
Non del tutto.
Per un istante restò così, consapevole.
Gli occhi ancora rossi, le labbra ancora tremanti, la pelle del collo lucida di doccia, una spalla scoperta dove l’accappatoio era scivolato. Fragile e provocante senza volerlo. Distrutta e viva. Troppo vicina.
Poi si tirò su il tessuto con un gesto brusco.
«Non guardarmi così.»
«Non ti sto guardando così.»
«Ale.»
«Okay, ti sto guardando così un pochino.»
«Coglione.»
«Scusa.»
«Non scusarti.»
Mi fissò.
«Anzi sì, scusati.»
«Scusa.»
«No, adesso mi dà fastidio.»
Sospirai.
«Sei impossibile.»
«Lo so.»
La sua bocca tremò ancora, ma stavolta non era pianto.
Era quasi un sorriso.
Quasi.
Poi si spense.
«Mi sento sporca.»
Lo disse guardando il pavimento.
«Hai appena fatto la doccia.»
«Non intendo quello.»
Lo sapevo.
Mi alzai piano.
Lei mi seguì con gli occhi.
«Dove vai?»
«A prendere una maglietta pulita. La mia puzza di campo, bugie e trauma infantile.»
«La tua vita in tre parole.»
«Più o meno.»
Mi avvicinai al mio borsone, frugai dentro e tirai fuori una maglietta larga, grigia, una di quelle che usavo per dormire. Gliela lanciai piano.
Lei la prese al volo.
«Che sarebbe?»
«Un’offerta di pace tessile.»
«Puzza?»
«Meno di me.»
Simona la guardò.
Poi guardò me.
«Girati.»
Mi girai subito verso il muro.
«Madonna, sembri addestrato.»
«Giornata lunga.»
La sentii alzarsi.
Il fruscio dell’accappatoio che si scioglieva mi passò lungo la schiena come una corrente elettrica.
Fissai il muro con una concentrazione religiosa.
Una goccia di sudore mi scese dalla tempia.
Non per il caldo.
O almeno non solo.
Dietro di me, Simona si mosse in silenzio. Il tessuto umido dell’accappatoio cadde da qualche parte sul letto con un suono morbido. Poi sentii la mia maglietta scivolarle addosso, il cotone tirato giù sui fianchi, un respiro appena più tranquillo.
«Puoi girarti.»
Lo feci.
La maglietta le stava enorme.
Le cadeva su una spalla, lasciando scoperto il bordo sottile della clavicola. Le arrivava a metà coscia. I capelli bagnati le scurivano il cotone in alcuni punti, disegnando chiazze umide sulla schiena e sul petto. Era meno scoperta di prima e, in qualche modo assurdo, ancora più pericolosa.
Perché sembrava casa.
Sembrava una domenica mattina che non avevamo mai avuto.
Sembrava una cosa che non dovevo desiderare.
Simona abbassò gli occhi sulla maglietta.
«Sembro una reduce.»
«Molto fashion.»
«Tipo: crisi nervosa, collezione estate.»
«Esatto.»
Si sedette di nuovo, poi si lasciò cadere all’indietro sul letto, fissando il soffitto.
Io restai in piedi.
«Vai a farti la doccia,» disse.
«Sicura?»
«Ale, se non ti fai la doccia entro cinque minuti, chiamo io Edoardo e gli chiedo di venire a litigare con te al posto mio.»
«Minaccia pesante.»
«Sto migliorando.»
Presi l’asciugamano e mi avviai verso il bagno.
Avevo già una mano sulla porta quando lei parlò di nuovo.
«Ale.»
Mi voltai.
Simona era ancora stesa, ma aveva girato la testa verso di me. I capelli bagnati si erano sparsi sul cuscino. La mia maglietta le saliva un po’ sulle cosce nude, e lei la teneva ferma con una mano distratta. Non stava cercando di provocarmi. Era solo stanca.
Ed era proprio quello il problema.
«Non dirlo ad Anna.»
La guardai.
«Simo…»
«Non ancora.»
La sua voce era piccola.
Troppo.
«Per favore.»
Restai in silenzio.
Poi annuii.
«Non ancora.»
Lei chiuse gli occhi.
«Grazie.»
Entrai in bagno e chiusi la porta.
Appoggiai la fronte alle mattonelle fredde per un secondo prima ancora di aprire l’acqua.
Poi girai la manopola.
Il getto mi colpì addosso gelido, facendomi imprecare tra i denti. Restai lì, sotto l’acqua, con le mani contro il muro, mentre la giornata cominciava finalmente a scivolarmi via dalla pelle.
O almeno ci provava.
Perché oltre il rumore della doccia sentivo ancora Simona respirare dall’altra parte della porta.
E sapevo che quella sera non era finita.
Non davvero.
Quando uscii dalla doccia, il bungalow sembrava più silenzioso.
Non più calmo.
Solo silenzioso.
C’era differenza.
Il caldo non se n’era andato. Si era solo appiccicato ai muri, al legno, alle lenzuola, ai vestiti buttati sulle sedie. L’odore di shampoo di Simona si era mescolato al mio bagnoschiuma da supermercato e al vapore che usciva ancora dal bagno, creando quell’aria strana da fine giornata, quando tutto dovrebbe essere pulito ma in realtà sembra solo più stanco.
Mi asciugai i capelli con l’asciugamano, uscendo in pantaloncini e maglietta pulita.
Simona era ancora sul letto.
Anzi, era diventata parte del letto.
Sdraiata di traverso, con la mia maglietta grigia addosso, le gambe nude piegate male, una mano sulla pancia e l’altra vicino al telefono spento, come se lo stesse sorvegliando anche da morto. I capelli, ancora umidi, avevano bagnato il cuscino e le stavano incollati alle guance in ciocche scure. Sembrava una che aveva appena vinto una guerra e perso il motivo per cui l’aveva combattuta.
Il mio stomaco fece un rumore indegno.
Simona non aprì gli occhi.
«Elegante.»
«È stato un commento politico del mio intestino.»
«Il tuo intestino ha opinioni di merda.»
«È coerente col proprietario.»
Lei inspirò piano, ma non rise. Non davvero. Le tremò appena la bocca, poi tornò ferma.
Guardai l’ora sul mio telefono.
Le otto meno dieci.
Cena staff tra dieci minuti.
Il solo pensiero di sedermi a un tavolo con Maria, Anna, Anto, Fiona, Tracy e il mio sistema nervoso mi fece venire voglia di rientrare in doccia vestito.
«Dovremmo andare a cena,» dissi.
Simona aprì un occhio.
Uno solo.
«Noi chi?»
«Noi.»
«Noi siamo morti.»
«I morti non hanno fame.»
«Io infatti non ho fame.»
Il mio stomaco rumoreggiò di nuovo.
Simona aprì anche l’altro occhio e mi fissò.
«Tu invece sembri posseduto da un kebab.»
«Ho mangiato due cracker alle tre, un pezzo di anguria rubato a un bambino e vergogna.»
«La vergogna sazia.»
«Non abbastanza.»
Lei si voltò sul fianco, dandosi le spalle al muro. La maglietta le salì un po’ sulla coscia e lei la tirò giù con un gesto automatico, stanco.
«Vai tu.»
«Simo.»
«No.»
«Devi mangiare.»
«Non devo fare un cazzo.»
La voce le uscì piatta.
Troppo piatta.
Peggio di quando urlava.
Mi sedetti sul bordo del mio letto, di fronte a lei. La distanza tra noi era la solita distanza ridicola del bungalow 12: meno di due metri, abbastanza per fingere privacy, troppo poca per averla davvero.
«Okay. Non devi. Però sarebbe intelligente.»
«Ah, adesso facciamo le cose intelligenti? Oggi? Proprio oggi?»
«Ogni tanto mi piace sperimentare.»
Lei chiuse gli occhi.
«Non ce la faccio, Ale.»
La frase arrivò nuda, senza battuta.
«A sedermi lì. Con tutte. Con Anna che mi guarda e capisce che ho qualcosa. Con Maria che fa Maria. Con Tracy che fa battute sul sesso anche quando respira. Con Fiona che sembra un giudice in pensione anticipata. Con Anto che probabilmente mi odia perché esisto. Non ce la faccio.»
Il nome di Anto mi colpì come una pietra piccola ma precisa.
Abbassai lo sguardo.
Simona se ne accorse anche senza aprire gli occhi.
«Che hai fatto con Anto?»
Mi irrigidii.
«Niente.»
Lei aprì gli occhi.
«Ale.»
«Non adesso.»
«Oddio.»
Si tirò su sui gomiti, guardandomi con una lucidità improvvisa che mi fece malissimo.
«Non dirmi che oggi avete fatto casino pure voi due.»
«Non abbiamo fatto casino.»
La pausa fu troppo lunga.
Simona mi fissò.
«Ale.»
«Non adesso, Simo. Davvero.»
Lei mi studiò ancora per un secondo. Poi, sorprendentemente, lasciò perdere. Ricadde sul cuscino, svuotata.
«Okay.»
Quell’“okay” non significava che mi credeva.
Significava solo che non aveva abbastanza energie per scavarmi dentro.
E la cosa mi fece sentire peggio.
«Vado io,» dissi. «Ti porto qualcosa.»
«Non voglio niente.»
«Ti porto qualcosa lo stesso.»
«Allora perché chiedi?»
«Per darti l’illusione della democrazia.»
Lei mi lanciò un cuscino.
Debole.
Patetico.
Il cuscino cadde a metà strada tra i nostri letti.
Lo guardammo entrambi.
«Che lancio di merda,» commentai.
«Non infierire. Sono emotivamente disidratata.»
«Ti porto acqua.»
«Ti ho detto che non voglio niente.»
«Acqua, pane, qualcosa di vagamente commestibile.»
«Ale.»
«E forse un dolce.»
Lei fece una smorfia.
«Non provare a tornare con una mela. Se vuoi salvarmi con la frutta, ti lascio fuori.»
«Ricevuto. Niente frutta moralista.»
Mi alzai.
Lei mi seguì con lo sguardo, le pupille stanche, il viso ancora gonfio di rabbia e lacrime non uscite bene.
«Ale.»
Mi fermai davanti alla porta.
«Mh?»
«Non fare quella cosa.»
«Quale?»
«Quella in cui ti siedi a cena con la faccia da vedovo e tutti capiscono che è successo qualcosa.»
«La mia faccia base è da vedovo.»
«Peggio. La fai da vedovo che sa dove ha nascosto il corpo.»
«Specifico.»
«Ti conosco.»
Sorrisi piano.
«Cercherò di sembrare normale.»
Lei sbuffò.
«Impossibile. Punta a sembrare meno colpevole.»
«Molto più realistico.»
Aprii la porta.
L’aria della sera mi venne addosso più fresca di quanto mi aspettassi, anche se fresca era una parola grossa. Era solo meno rovente. Dal vialetto arrivavano voci, piatti, risate, il rumore metallico delle posate della mensa staff.
Stavo per uscire quando Simona aggiunse:
«E mangia.»
Mi voltai.
Lei aveva già richiuso gli occhi.
«Hai detto che non vuoi venire.»
«Infatti.»
«E mi dai ordini da qui?»
«Sono in smart working emotivo.»
«Chiaro.»
«E se Anna chiede di me…»
Si fermò.
La sua gola si mosse.
«Dille che ho mal di testa.»
«Ce l’hai?»
«No.»
«Perfetto, bugia semplice.»
«Grazie.»
Rimasi ancora un secondo sulla soglia.
Avrei voluto dirle qualcosa di grande.
Qualcosa tipo: non sei sola, non tornare a casa, non lasciare che quello stronzo ti rimetta il guinzaglio.
Invece dissi:
«Ti rubo qualcosa dal bar.»
Lei aprì un occhio.
«Se torni con un ghiacciolo all’anice, ti denuncio.»
«Quindi solo gusti da persona civile.»
«Fragola. Limone. Coca cola.»
«Signora, sì, signora.»
«Coglione.»
Questa volta il sorriso le venne davvero.
Piccolo.
Storto.
Ma vero.
Uscii prima di rovinarlo.
La mensa dello staff era il solito miracolo di plastica, rumore e sopravvivenza.
Una stanza lunga, illuminata da neon troppo bianchi, con tavoli pieghevoli messi in fila e sedie spaiate che sembravano raccolte da quattro scuole diverse. L’odore era quello classico di ogni campo estivo del mondo: pasta al sugo, olio fritto, detersivo per pavimenti e sudore rimasto addosso anche dopo la doccia.
Maria era già seduta a capotavola.
Ovviamente.
Non si sedeva mai “a un tavolo”. Occupava il centro di gravità della stanza. Aveva i capelli raccolti in una coda alta, qualche ciocca rossa scappata sulle tempie, la polo del campo aperta di un bottone in più rispetto al necessario e un’espressione da regina che stava concedendo ai sudditi il privilegio di masticare in sua presenza.
Tracy era accanto a lei, con le gambe incrociate sulla sedia e una forchetta in mano come se fosse uno scettro più piccolo.
Fiona mangiava in silenzio, dritta, precisa, tagliando la frittata in quadrati perfetti. Sembrava l’unica persona al mondo capace di giudicare moralmente anche una zucchina.
Anto era seduta più in fondo.
Non guardava nessuno.
Aveva il piatto pieno davanti e la forchetta ferma in mano, come se qualcuno le avesse dato un telecomando scarico. Quando entrai, alzò appena gli occhi. Il nostro sguardo si sfiorò.
Mi fece male.
Lei lo abbassò subito.
E poi c’era Anna.
Anna era seduta vicino al lato libero del tavolo, con un bicchiere d’acqua tra le mani e i capelli raccolti in una treccia morbida che le cadeva su una spalla. Si era cambiata: indossava una maglietta chiara, semplice, e dei pantaloncini di lino che su di lei sembravano una cosa pulita, quasi domestica. Quando mi vide, il viso le si illuminò in quel modo timido che da due giorni aveva smesso di essere solo timido.
Poi guardò dietro di me.
Cercò Simona.
Non trovandola, il sorriso le si incrinò.
«Dov’è Simo?»
La domanda arrivò prima ancora che mi sedessi.
Io presi un piatto, cercando di sembrare uno che non stava trasportando mezza centrale nucleare dentro il petto.
«Mal di testa.»
Anna mi fissò.
Troppo bene.
Troppo Anna.
«Forte?»
«Abbastanza.»
«Vuole qualcosa? Posso portarle—»
«No.» Risposi troppo in fretta.
Lei se ne accorse.
Io pure.
Tracy sollevò appena un sopracciglio.
Fiona continuò a tagliare la frittata, ma sapevo che ci aveva sentiti.
Maria sorrise senza sorridere.
Corressi il tono.
«Le porto qualcosa io dopo. Mi ha chiesto di lasciarla tranquilla.»
Anna abbassò gli occhi sul bicchiere.
«Ah.»
Una parola sola.
Piccola.
Ma ci stava dentro più roba di quanto avrei voluto.
Mi sedetti accanto a lei perché era l’unico posto libero e perché il destino, a quel punto, aveva chiaramente deciso di darmi fuoco con un accendino scarico ma insistente.
Anna si spostò appena per farmi spazio. Le nostre ginocchia si sfiorarono sotto il tavolo.
Solo un contatto.
Due secondi.
Lei arrossì subito, ma non si allontanò.
Io presi la brocca dell’acqua e riempii il bicchiere con un livello di concentrazione degno di un intervento chirurgico.
«Stai bene?» mi chiese a bassa voce.
«Io?»
«Sì.»
«Certo.»
Lei inclinò appena la testa.
«Ale.»
Quel modo di dire il mio nome.
Dolce, ma non ingenuo.
Come se sapesse già che stavo mentendo e volesse solo vedere quanto avrei resistito.
«Giornata lunga,» ammisi.
Anna annuì.
«Con la cartellina?»
Mi fermai con la forchetta a mezz’aria.
Lei abbassò la voce ancora di più.
«Ho visto.»
«Cosa?»
«Non tutto.»
Deglutii.
«Ma abbastanza.»
Guardai verso Anto, istintivamente.
Errore.
Anna seguì il mio sguardo.
Quando tornò a guardarmi, aveva un’espressione strana. Non gelosa in modo netto. Non arrabbiata. Più ferita da qualcosa che ancora non si permetteva di nominare.
«L’hai coperta,» disse piano.
Non era una domanda.
«Era complicato.»
«Lo so.»
«No, non lo sai.»
Anna incassò la frase come se le avessi sfiorato una ferita.
Mi pentii subito.
«Scusa.»
Lei scosse la testa.
«No. Hai ragione.»
Silenzio.
Attorno a noi, Tracy stava raccontando a Maria di un bambino che aveva interpretato l’albero nello spettacolo teatrale con “un’intensità da vedovo shakespeariano”. Maria rideva forte. Fiona non rideva. Anto non ascoltava.
Anna rigirò il bicchiere tra le dita.
«È solo che…»
Si fermò.
«Che?»
Lei si morse l’interno della guancia.
«È strano.»
«Cosa?»
«Vederti così.»
«Così come?»
Anna alzò gli occhi.
Erano dolci, ma stavolta non morbidi. C’era un filo di qualcosa di nuovo. Qualcosa che pungeva.
«Diviso.»
La parola mi rimase addosso.
Diviso.
Non sporco. Non bugiardo. Non stronzo.
Diviso.
Era quasi peggio.
«Anna…»
«No, scusa.» Arrossì subito, scuotendo la testa. «Non volevo dirlo così. Non ho diritto di—»
«Ce l’hai.»
Lei si bloccò.
«Non lo so.»
«Io sì.»
Il rosso le salì fino alle orecchie.
Per un momento dimenticai la mensa, Maria, il debito, Simona chiusa nel bungalow. Dimenticai quasi tutto tranne il modo in cui Anna stava cercando di non sorridere e non soffrire nello stesso momento.
Poi lei guardò di nuovo verso la porta.
Verso dove Simona non c’era.
«Sono preoccupata per lei.»
«Anche io.»
Lo dissi senza pensarci.
Anna mi guardò.
E lì lo vidi.
Il primo vero contrasto.
Non gelosia brutta. Non possesso. Anna non era Anto. Non avrebbe mai accartocciato una bottiglietta o nascosto una cartellina. Ma c’era comunque qualcosa, un piccolo dolore trattenuto, mentre vedeva quanto immediatamente mi si stringeva la voce parlando di Simona.
Lei voleva bene a Simona.
E forse, proprio per questo, le faceva più male.
«Lo so,» disse.
«Che vuol dire?»
«Niente.»
«Anna.»
Lei sorrise, ma non era il sorriso dell’area picnic.
Era più fragile.
«Vuol dire che lo vedo.»
Non mi diede il tempo di rispondere.
Prese un pezzo di pane, lo spezzò in due e me ne mise metà nel piatto.
«Mangia.»
«Mi state dando tutti ordini sul cibo oggi.»
«Perché hai la faccia di uno che si dimentica di essere un mammifero.»
«Molto romantico.»
Lei arrossì.
«Non era—»
«Lo so.»
Le nostre dita si sfiorarono sul bordo del piatto.
Questa volta fu lei a restare ferma.
Un secondo in più.
Poi si ritrasse piano, con un respiro più corto.
Dall’altra parte del tavolo Tracy fece schioccare la lingua.
«Quanto zucchero, ragazzi. Mi stanno cariando i pensieri.»
Anna si irrigidì.
Io la guardai malissimo.
«Tracy.»
«Che ho detto?» Lei allargò gli occhi con innocenza finta. «Io sono a favore dell’amore, della pace e delle mani sotto il tavolo.»
Anna diventò viola.
«Non c’erano mani sotto il tavolo,» dissi.
«Peccato.»
Maria scoppiò a ridere.
«Lascia stare il ragazzo, Tracy. Oggi è già abbastanza nei guai.»
Mi sentii lo stomaco scendere.
Maria mi guardò da capotavola.
Non mi chiamò subito.
Mi lasciò mangiare ancora due forchettate.
Mi lasciò sperare.
Poi posò il bicchiere con un rumore secco.
«Ale.»
Tutta la mensa sembrò abbassare il volume.
Io alzai lo sguardo.
«Sì?»
Maria si pulì l’angolo della bocca con un tovagliolo, lenta, teatrale. Aveva quel modo di rendere ogni gesto un avvertimento.
«Domani mattina vieni nel mio ufficio due ore prima.»
Mi fermai.
«Due ore prima?»
«Hai sentito benissimo.»
«Maria, il turno inizia alle nove.»
«Infatti ti voglio alle sette.»
Tracy fischiò piano.
«Che romanticona.»
Maria non la guardò neanche.
I suoi occhi restarono su di me.
«Devo sistemare registri, presenze, autorizzazioni piscina e inventario materiali. Siccome oggi hai dimostrato un rapporto creativo con l’organizzazione, ho pensato di affidarti il lavoro più noioso del mondo. Così impari ad amare le cartelline.»
Anto abbassò ancora di più lo sguardo.
Io strinsi la forchetta.
«Alle sette.»
«Bravo.»
Maria si alzò.
Lentamente.
Fece il giro del tavolo con calma, passando dietro le sedie. Ogni passo sembrava misurato per farsi sentire. Quando arrivò alle mie spalle, mi si fermò vicino. Troppo vicino.
Sentii il suo profumo prima ancora della sua mano.
Crema solare, muschio, sudore della giornata e qualcosa di più caldo, più suo.
Si chinò appena verso di me.
Non abbastanza da sembrare una scena.
Abbastanza da farmi sentire il suo respiro vicino all’orecchio.
«E non arrivare con quella faccia da cane bastonato.»
La sua voce era bassa, rotonda, pericolosa.
«Mi servi sveglio.»
Deglutii.
Anna, accanto a me, diventò immobile.
Fiona sollevò appena lo sguardo dal piatto.
Tracy sorrise.
Maria posò due dita sulla mia spalla. Una pressione leggera. Possessiva. Non una carezza. Una firma.
«Sveglio, puntuale e ubbidiente.»
Il modo in cui disse l’ultima parola mi fece salire calore al collo.
Non perché fosse dolce.
Perché non lo era affatto.
Era comando.
Era punizione.
Era promessa.
Maria si raddrizzò, lasciando scivolare le dita via dalla mia spalla con lentezza studiata, poi batté le mani.
«Bene. Ora mangiate, che domani vi voglio vivi. Più o meno.»
Tornò al suo posto come se non avesse appena marchiato il territorio davanti a tutte.
Anna fissava il proprio piatto.
Le sue dita si erano strette attorno al bicchiere.
Io avrei voluto dirle qualcosa.
Ma cosa?
Non è come sembra?
Era esattamente come sembrava.
Solo peggio.
La cena finì in una specie di normalità finta.
Tracy continuò a parlare troppo. Fiona rispose con monosillabi taglienti. Maria diede ordini anche sui turni delle docce, perché evidentemente comandare le anime non le bastava. Anto si alzò prima di tutti, senza guardarmi.
Anna rimase seduta fino alla fine.
Quando mi alzai, lei fece lo stesso.
Uscimmo insieme dalla mensa, nel vialetto illuminato male dai lampioncini gialli. L’aria sapeva di terra calda e zanzare. In lontananza il campo sembrava finalmente stanco: sedie impilate, palloni abbandonati, il palco del teatro vuoto, la piscina chiusa che rifletteva un pezzo di cielo scuro.
Anna camminava al mio fianco, le mani intrecciate davanti a sé.
«Le porto qualcosa io?» chiese.
Sapevo di chi parlava.
«A Simona?»
Lei annuì.
Il suo tono era normale.
Troppo normale.
«Vado io.»
«Sì. Certo.»
Mi fermai.
Lei fece un passo in più, poi si voltò.
«Anna.»
«Mh?»
Le luci gialle le disegnavano ombre morbide sul viso. Sembrava stanca, dolce, preoccupata. E un po’ ferita. Tutto insieme.
«Non è che non voglia che tu ci sia.»
Lei mi guardò in silenzio.
«È solo che adesso…»
Mi bloccai.
Non potevo dirle il segreto di Simona.
Non potevo dirle quello di Anto.
Non potevo dirle il mio.
Anna mi venne incontro e mi salvò dal mio stesso disastro.
«Non devi spiegarmi tutto.»
«Forse dovrei.»
«Forse sì.»
Fece un sorriso piccolo.
«Ma non per forza stasera.»
Mi spezzò.
Perché non mi stava assolvendo.
Mi stava dando tempo.
E io non ero sicuro di meritarlo.
«Tu stai bene?» chiesi.
Lei abbassò lo sguardo.
«Sì.»
«Anna.»
Lei sospirò, poi rise piano.
«Odio quando fate così.»
«Così come?»
«Quando dite il mio nome come se fosse un interrogatorio buono.»
«Scusa.»
«Sto bene.» Poi aggiunse, più onesta: «Sono solo un po’ confusa.»
«Per me?»
Il rossore le salì subito alle guance, ma non distolse lo sguardo.
«Anche.»
Quel “anche” rimase tra noi come una cosa viva.
Volevo toccarle la mano.
Volevo dirle che la sera prima, all’area picnic, non era stata una parentesi. Che il modo in cui mi aveva baciato mi era rimasto addosso tutto il giorno. Che quando avevo sentito la sua voce chiedermi “Dormito?” avevo pensato che forse esisteva ancora una versione di me non completamente marcia.
Ma avevo Simona in bungalow.
Avevo Anto distrutta.
Avevo Maria alle sette del mattino.
Avevo troppe cose e nessuna pulita.
Anna fece un passo indietro.
«Vai da lei.»
Il cuore mi diede una fitta.
«Anna…»
Lei sorrise.
Stavolta più triste.
«È la mia migliore amica.»
«Lo so.»
«E tu sei…»
Si fermò.
«Cosa?»
Lei scosse la testa.
«Vai.»
Non mi diede altro.
Si voltò e camminò verso i bungalow delle ragazze piccole, lasciandomi lì con il bisogno stupido di seguirla e il dovere più urgente di tornare da Simona.
Alla fine feci l’unica cosa che sapevo fare bene.
Mi complicai la vita.
Passai dal bar.
Il bar del campo, dopo cena, era quasi deserto. Solo Gennaro, il barista, stava asciugando bicchieri con l’aria di un uomo che aveva visto troppi bambini chiedere granite blu.
«Ale, che vuoi?»
«Una cosa illegale.»
«Se riguarda Maria, non voglio sapere.»
«Peggio. Ghiaccioli.»
Lui mi fissò.
«Quelli per i bambini?»
«Per una causa nobile.»
«La fame chimica?»
«Una crisi sentimentale.»
Gennaro sospirò, aprì il freezer e tirò fuori un pacco misto.
«Fragola, limone, coca cola.»
«Sei un santo.»
«No. Me li segno sul conto staff.»
«Allora sei un commercialista.»
«Peggio.»
Infilai il pacco sotto il braccio come se stessi trafficando diamanti e tornai verso il bungalow.
Quando aprii la porta, Simona era esattamente dove l’avevo lasciata.
No.
Peggio.
Era seduta sul letto, con le ginocchia al petto, la mia maglietta tirata sopra le gambe, il viso nascosto tra le braccia. Le spalle le tremavano appena.
Non stava urlando.
Non stava facendo battute.
Stava piangendo.
Piano.
Male.
Quel pianto piccolo, trattenuto, da persona che non vuole concedersi nemmeno il diritto di fare rumore.
Chiusi la porta con il piede.
«Ho rubato beni di prima necessità.»
Lei non alzò la testa.
«Non ho fame.»
«Non è fame. È terapia criogenica.»
Nessuna risposta.
Mi avvicinai piano e appoggiai il pacco di ghiaccioli sul letto, accanto ai suoi piedi.
«Fragola, limone, coca cola. Ho evitato l’anice perché tengo alla mia fedina penale.»
Simona tirò su il viso quel tanto che bastava per guardare il pacco.
Aveva gli occhi rossi, il naso arrossato, i capelli ormai quasi asciutti ma ancora spettinati. La mia maglietta le cadeva larga addosso, scoprendo una spalla. Sembrava piccola dentro una cosa mia. E io ebbi la sensazione assurda, pericolosa, di volerla tenere lì per sempre.
Lei indicò il pacco.
«Hai davvero rubato ghiaccioli per me?»
«Sgraffignato. Tecnicamente diverso.»
«Quanto diverso?»
«Meno penale, più romantico.»
Lei mi guardò.
Poi guardò i ghiaccioli.
Poi di nuovo me.
«Sei un coglione.»
«Sì, ma con ottima selezione di gusti.»
Le tremò la bocca.
Questa volta il sorriso non riuscì ad arrivare fino in fondo. Si trasformò in un’altra lacrima.
Mi sedetti sul bordo del letto, a distanza prudente.
«Posso?»
Lei annuì appena.
Aprii il pacco, tirai fuori un ghiacciolo alla fragola e glielo porsi.
Lei lo prese, ma non lo aprì.
Lo tenne in mano, appoggiandolo contro la guancia come un impacco.
«Freddo,» mormorò.
«Incredibile proprietà del ghiaccio.»
«Zitto.»
«Subito.»
Restammo così per un po’.
Io seduto sul bordo del suo letto.
Lei con le ginocchia al petto, il ghiacciolo ancora incartato premuto contro la pelle calda del viso.
Fuori, il campo faceva quei rumori piccoli della sera: passi lontani sulla ghiaia, una porta che sbatteva, una risata di Tracy riconoscibilissima anche a trenta metri, il frinire delle cicale che sembravano non avere mai ricevuto il messaggio che la giornata era finita.
Simona fu la prima a parlare.
«Mi controllava anche i vestiti.»
Non mi mossi.
«Non subito. All’inizio era tipo… battute. “Esci così?” “Bella quella gonna, peccato che la vedranno tutti.” “Con quel top poi non lamentarti se ti guardano.”» Rise piano. «E io ridevo. Perché sembrava gelosia carina. Sai quella merda che nei film passa per amore?»
«Sì.»
«Poi è diventato: mandami una foto prima di uscire.»
Mi voltai verso di lei.
Lei guardava il pavimento.
«E se non gliela mandavo, si incazzava. Se gliela mandavo, trovava comunque qualcosa. Troppo corta. Troppo scollata. Troppo aderente. Troppo da single.»
Strinse il ghiacciolo nella mano.
La plastica scricchiolò.
«Una volta mi sono cambiata tre volte prima di una cena con le mie amiche. Tre volte. E alla fine sono uscita con una maglietta larga che odiavo.»
La sua voce si abbassò.
«E la cosa peggiore è che quella sera mi sono sentita brava.»
Sentii la rabbia salirmi nella gola.
Non la rabbia utile.
Quella inutile, maschile, stupida, che vorrebbe spaccare qualcosa per non sentire il male degli altri.
La ingoiai.
«Non eri brava. Eri stanca.»
Lei mi guardò.
«Come fai a dirlo così?»
«Così come?»
«Come se fosse semplice.»
«Non ho detto che è semplice.»
«Sembra.»
«No. Sembra solo da fuori. Da dentro è una merda.»
Lei si appoggiò con la schiena al muro, scivolando un po’ più giù sul materasso.
La mia maglietta le salì sulle cosce e lei la tirò giù distrattamente, più per abitudine che per pudore.
«Mi chiedeva gli screenshot.»
«Di cosa?»
«Chat. Gruppi. Instagram. Chi mi aveva scritto. Chi mi aveva messo like. Chi era quello nella storia. Perché avevo risposto con una faccina e non con un punto. Perché avevo visualizzato e non risposto subito a lui ma nel frattempo ero online.»
Deglutì.
«Una volta mi ha tenuta al telefono due ore perché aveva visto che un tipo dell’università mi aveva messo like a una foto vecchia.»
«Tu che c’entravi?»
Lei sorrise amaramente.
«Domanda pericolosa.»
«Simo.»
«No, è così. Con lui ogni cosa che faceva un altro diventava una cosa che avevo causato io. Se uno mi guardava, era perché io avevo fatto qualcosa. Se uno mi scriveva, era perché gli avevo dato confidenza. Se uno rideva a una mia battuta, era perché mi piaceva farmi desiderare.»
Si fermò.
Poi aggiunse, piano:
«Alla fine ho smesso di fare battute con i maschi.»
Il silenzio che seguì ebbe un peso specifico enorme.
Io la guardai.
Simona.
La ragazza che trasformava ogni frase in una battuta.
Quella che insultava i ragazzini con affetto, che mi chiamava socio, che faceva ridere anche Maria quando Maria voleva uccidere qualcuno.
Lui le aveva fatto spegnere perfino quello.
«E poi sei arrivato tu,» disse.
Il cuore mi fece un movimento sbagliato.
«Io?»
«Sì. Tu e questa cazzo di convivenza da sitcom tragica.» Si asciugò una guancia. «E io con te ho ricominciato a ridere senza controllarmi. A dire cazzate. A uscire senza pensare a come spiegare dopo ogni minuto. A spegnere il telefono mentre facevo il bagno in piscina. A non rispondere per una notte.»
Il ghiacciolo le si stava sciogliendo tra le dita.
Una goccia rossa scivolò sulla plastica, poi sul suo polso.
Lei non se ne accorse.
Io sì.
Perché ero un disastro umano.
«E adesso lui mi dice che sono cambiata,» continuò. «Come se fosse una colpa.»
«Forse sei solo tornata.»
Mi guardò.
La frase rimase lì.
Troppo seria.
Troppo precisa.
Simona abbassò gli occhi.
«Non dirmi cose belle, Ale.»
«Perché?»
«Perché poi ci credo.»
Mi fece male.
Presi un ghiacciolo al limone, lo aprii solo per fare qualcosa con le mani.
«Simo, posso dirti una cosa senza che mi lanci un oggetto?»
«Dipende dall’oggetto a portata di mano.»
«È controllo.»
Lei non rispose.
«Non amore con un carattere difficile. Non gelosia carina. Non “è fatto così”. È controllo.»
La vidi stringere la mascella.
«Lo so.»
«Lo sai davvero?»
«Sì.»
«Perché prima hai detto che magari torni a casa e si sistema.»
«Perché sono cretina.»
«No.»
«Ale.»
«No. Perché ti ci ha abituata.»
Lei chiuse gli occhi.
«Mi fa schifo questa cosa.»
«Lo so.»
«Mi fa schifo pensare che magari hai ragione.»
«Ho quasi sempre ragione.»
Lei aprì gli occhi e mi guardò malissimo.
«Non rovinare il momento.»
«Scusa.»
Per un attimo sorrise.
Poi il sorriso cedette.
«E Anna?»
La domanda arrivò sottovoce.
Io rimasi fermo.
«Che c’entra Anna?»
«Mi hai chiesto prima se volevo parlarle.»
«Sì.»
Simona appoggiò il ghiacciolo ormai mezzo sciolto sul comodino, ancora incartato.
«Lei capirebbe subito.»
«Probabile.»
«E poi mi guarderebbe con quegli occhi.»
«Quali occhi?»
Simona mi fissò come se avessi detto la cosa più idiota del pianeta.
«Ale, ti prego. Gli occhi di Anna sono praticamente un’arma umanitaria.»
Mi venne da ridere.
«Vero.»
«Ti guardano e all’improvviso ti senti colpevole di aver mai ferito una persona, una pianta o un mobile dell’Ikea.»
«Molto specifico.»
«Ho avuto una relazione complessa con una libreria Billy.»
«Non voglio sapere.»
Lei sorrise appena.
Poi tornò seria.
«Ho paura che si senta in colpa.»
«Perché dovrebbe?»
«Perché è Anna.»
«Argomentazione inattaccabile.»
«Perché lei penserà: dovevo accorgermene. Dovevo capire. Dovevo fare qualcosa. E io non voglio che si prenda addosso anche questa cosa.»
La sua voce tremò.
«Lei ha già abbastanza paura del mondo. Non voglio darle un altro motivo.»
Mi appoggiai con la schiena alla parete, accanto a lei.
Non troppo vicino.
Non ancora.
«Forse il punto è che Anna non è fragile come pensi.»
Simona fece una smorfia.
«Lo so.»
«No. Tu lo dici, ma poi la proteggi come se fosse di vetro.»
Lei si voltò verso di me.
«Parli tu?»
Colpito.
Affondato.
«Touché.»
«Tu oggi hai coperto Anto davanti a Maria.»
Mi irrigidii.
«Pensavi non l’avessi capito?»
Non risposi.
Lei sospirò.
«Siamo tutti bravissimi a proteggere gli altri nel modo sbagliato, eh?»
«Pare di sì.»
Simona si lasciò andare indietro contro il muro.
La sua spalla sfiorò la mia.
Un contatto minimo.
Ma dopo quella giornata, ogni minimo sembrava avere memoria.
Lei non si spostò.
Nemmeno io.
«Dovrei lasciarlo,» disse.
Non fu una domanda.
Non fu nemmeno una decisione.
Sembrava più una frase trovata per caso sotto un mobile, piena di polvere.
Io respirai piano.
«Sì.»
Lei chiuse gli occhi.
«Dovevi dire “fai quello che senti”.»
«Fai quello che senti, ma sì.»
Mi diede una gomitata.
«Stronzo.»
«Sì.»
«Non è facile.»
«Lo so.»
«No, non lo sai.»
«Hai ragione.»
Lei aprì gli occhi, sorpresa.
«Ah.»
«Che c’è?»
«Niente. Mi aspettavo una tua difesa da avvocato delle cause perse.»
«Sono stanco.»
«Poverino.»
«Mi sono svegliato con te mezza nuda a due metri, ho lavorato dieci ore, ho rischiato l’omicidio per cartellina, Maria mi ha arruolato come segretario schiavo, Anto mi odia, Anna mi guarda come se fossi un puzzle triste e tu hai deciso di avere una crisi esistenziale in accappatoio.»
Simona mi fissò.
Poi scoppiò a ridere.
Non una risata grande.
Ma vera.
Finalmente vera.
Si piegò in avanti, coprendosi la bocca con una mano, cercando di non fare troppo rumore.
«Puzzle triste?»
«Molto triste. Mancano pure dei pezzi.»
«E sono tutti sotto il letto di Maria.»
«Probabile.»
Rise ancora.
Quella risata mi entrò nel petto come una cosa calda.
Mi accorsi di quanto mi fosse mancata anche se era passata solo qualche ora.
«Aspetta,» disse, asciugandosi gli occhi. «Fammi capire. Io ho una crisi nervosa devastante e tu ti lamenti perché stamattina mi hai vista mezza nuda?»
«Non mi sono lamentato.»
«L’hai messo nell’elenco dei traumi.»
«Era un trauma importante.»
Lei mi guardò con un sopracciglio alzato.
«Quindi il mio culo ti ha traumatizzato?»
«Preferisco non rispondere in assenza del mio avvocato.»
«Rispondi.»
«Mi avvalgo della facoltà di diventare un tavolino.»
«Ale.»
«Sì. Molto.»
Simona rise di nuovo e mi diede una spinta con il piede nudo sulla coscia.
Il contatto fu casuale.
Stupido.
Un piede freddo, ancora appena umido, contro la mia pelle.
Eppure mi fece contrarre lo stomaco.
Lei se ne accorse.
Ovviamente.
Il sorriso le cambiò appena.
Non diventò seduzione.
Non ancora.
Ma ci fu un lampo.
Una consapevolezza improvvisa.
Il bungalow si fece più piccolo.
Lei ritirò il piede, ma lentamente.
Troppo lentamente.
«Scusa,» disse.
«Per il calcio o per il tentato omicidio cardiovascolare?»
«Entrambi.»
Presi il ghiacciolo al limone e glielo puntai contro.
«Aprite, signora crisi nervosa.»
«Non mi imbocchi.»
«Tecnicamente ti sto minacciando con zucchero congelato.»
«Ancora peggio.»
«Ultima offerta prima che lo mangi io.»
Lei si sporse e diede un morso al ghiacciolo.
Poi fece una faccia orribile.
«Madonna, è acido.»
«Limone.»
«Sembra il sapore della mia vita sentimentale.»
«Con meno manipolazione emotiva.»
«Non lo sai.»
Mi strappò il ghiacciolo dalle mani.
«Questo è mio.»
«Prego.»
«Zitto.»
Si sistemò meglio sul letto, seduta di fronte a me, con una gamba piegata sotto l’altra. La maglietta le scivolava su una spalla, larga, morbida, bagnata ancora in qualche punto dai capelli. Ogni volta che si muoveva, il cotone le si tendeva appena sul petto e poi ricadeva, lasciando intuire più di quanto mostrasse. Non c’era niente di studiato. Era proprio quello a renderlo devastante.
Simona mangiava il ghiacciolo con aria seria, come se fosse una medicina.
Io cercavo di non guardarle la bocca.
Fallivo.
Lei lo sapeva.
«Stai guardando il ghiacciolo o me?»
«Sto valutando la qualità del prodotto.»
«Certo.»
«Da professionista.»
«Tu sei professionista solo nel peggiorare situazioni.»
«Competenza riconosciuta.»
Lei passò il ghiacciolo sulla mia guancia.
Freddo improvviso.
«Ah! Ma sei scema?»
Simona rise.
«Terapia criogenica.»
«Quella era la tua terapia.»
«Condivisione.»
«Mi hai spalmato limone sulla faccia.»
«Ti dona. Ti dà un’aria fresca. Acida. Coerente.»
Le presi il polso per fermarla quando provò a rifarlo.
Errore.
Il suo polso era sottile nella mia mano, freddo per il ghiacciolo, ma la pelle sopra era calda. Simona smise di ridere a metà.
Rimanemmo così.
Io con le dita attorno al suo polso.
Lei con il ghiacciolo sospeso tra noi.
Una goccia scivolò lungo la plastica e le cadde sul ginocchio.
Lei abbassò lo sguardo.
Poi lo rialzò su di me.
«Mi stai arrestando?»
La voce era ancora scherzosa.
Ma più bassa.
«Sto difendendo la mia faccia.»
«Codardo.»
«Aggressiva.»
«Sempre.»
Avrei dovuto lasciarle il polso.
Lo sapevo.
Invece il mio pollice si mosse appena, quasi senza permesso, sfiorando il punto dove le pulsava il battito.
Simona inspirò.
Piano.
Troppo piano.
La lasciai subito.
«Scusa.»
Lei abbassò il ghiacciolo.
«Non…»
Si fermò.
«Non scusarti ogni volta.»
«Abitudine.»
«Brutta.»
«Ne ho tante.»
«Lo so.»
La battuta avrebbe dovuto farci tornare leggeri.
Non ci riuscì.
Il telefono, spento sul comodino, era un rettangolo nero e muto. Edoardo non poteva entrare. Non in quel momento. Ma era comunque lì, come una macchia sotto una tovaglia.
Simona si strinse nelle spalle.
«Mi viene freddo.»
Era una bugia strana, con quel caldo.
Ma forse non parlava del corpo.
«Vuoi una coperta?»
Mi guardò male.
«Ale, ci saranno trenta gradi.»
«Allora era una domanda trabocchetto.»
Lei posò il ghiacciolo mezzo mangiato nel bicchiere vuoto sul comodino.
Poi, senza dire niente, si avvicinò.
Non tanto.
Solo abbastanza da appoggiare la fronte sulla mia spalla.
Mi irrigidii per un istante.
Poi mi obbligai a respirare.
Simona rimase lì.
«Così,» mormorò.
«Così cosa?»
«Sto meglio così.»
La frase mi entrò sottopelle.
Il suo corpo era contro il mio in modo diverso da prima. Non era il crollo dell’attacco di panico. Non era il bisogno urgente di essere tenuta insieme. Era una scelta più calma. Più pericolosa. La mia maglietta addosso a lei sapeva ormai di shampoo, limone e pelle calda. I suoi capelli mi sfioravano il collo. Una mano le cadde sul mio fianco, leggera, quasi distratta.
Io non mi mossi.
Perché sapevo che qualunque movimento avrebbe significato qualcosa.
E forse anche l’immobilità.
«Ale?»
«Mh?»
«Tu pensi che io sia stupida?»
Mi voltai appena, senza staccarla.
«No.»
«Neanche un po’?»
«Penso che tu sia testarda, orgogliosa, casinara, verbalmente violenta e pericolosa con i ghiaccioli.»
Lei fece un suono quasi divertito contro la mia spalla.
«Ma stupida no.»
«Lui dice che io faccio la forte ma poi mi faccio manipolare da chiunque mi dia attenzioni.»
Il mio petto si strinse.
«Lui confonde “attenzioni” con “respiro”.»
Simona rimase in silenzio.
Poi la sua mano, sul mio fianco, si chiuse appena nella stoffa della maglietta.
«Mi piace come respiri tu.»
Non credo che si accorse subito di averlo detto.
Io sì.
Ogni parte del mio corpo sì.
Il silenzio dopo quella frase cambiò temperatura.
Simona si staccò di un centimetro, forse per correggersi, forse per guardarmi, forse per scappare.
Non fece in tempo.
I nostri visi erano troppo vicini.
Troppo.
Aveva gli occhi ancora lucidi, ma meno persi. Le labbra appena socchiuse, più rosse per il freddo del ghiacciolo. Una ciocca di capelli asciutti le era rimasta attaccata alla guancia. Io alzai una mano, piano, e gliela spostai dietro l’orecchio.
Un gesto stupido.
Piccolo.
Ma Simona chiuse gli occhi.
Come se quel tocco le avesse tolto l’ultima forza rimasta.
«Non fare così,» sussurrò.
«Così come?»
«Dolce.»
«Sto solo spostando capelli.»
«No.»
Aprì gli occhi.
«Tu sai fare le cose normali in un modo che sembra pericoloso.»
Mi uscì un sorriso storto.
«Tu invece sei pericolosa anche quando mangi ghiaccioli.»
La sua bocca tremò.
Stavolta non per piangere.
Le mie dita erano ancora vicino al suo viso. Avrei dovuto abbassare la mano.
Non lo feci.
Lei guardò la mia bocca.
Un istante.
Poi un altro.
Fu lei ad avvicinarsi.
O forse fui io.
O forse ci incontrammo in quel punto preciso dove nessuno dei due poteva più fingere di essere stato trascinato.
Il bacio non esplose subito.
Fu piccolo.
Quasi una domanda.
Le sue labbra sfiorarono le mie con una cautela così strana, così diversa da lei, che per un secondo mi fece più male che desiderio. Simona, che urlava contro tutti, che mordeva il mondo, che non chiedeva mai permesso, mi baciò come se avesse paura di rompere qualcosa.
Io rimasi fermo.
Non per rifiutarla.
Per lasciarle spazio.
Lei si staccò appena, respirando contro la mia bocca.
«Ale…»
Non sapevo se fosse un avvertimento o una richiesta.
Poi mi baciò di nuovo.
E stavolta la domanda diventò risposta.
La sua mano salì sulla mia nuca, infilando le dita tra i capelli ancora umidi della doccia. Mi tirò verso di lei con un’urgenza improvvisa, quasi arrabbiata con se stessa per aver esitato. Io cedetti. Le mie mani andarono alla sua vita, sopra la maglietta larga, e il suo corpo fece un piccolo movimento verso il mio, come se avesse aspettato quel contatto per tutta la sera.
La baciai anch’io.
E fu un errore bellissimo.
Simona sapeva di limone, sale e rabbia consumata. Aveva la bocca calda nonostante il ghiacciolo, il respiro ancora irregolare, le labbra che cercavano le mie prima con fame, poi con paura, poi di nuovo con fame. La sua maglietta, la mia maglietta, si arricciò sotto le mie dita quando la strinsi appena sui fianchi.
Lei ansimò piano.
Un suono breve, trattenuto, subito ingoiato nel bacio.
Mi salì addosso.
Non del tutto. Non con decisione teatrale.
Semplicemente si avvicinò troppo, spingendomi indietro sul letto con il peso del suo corpo. Io mi ritrovai mezzo sdraiato contro il cuscino, e lei sopra di me di lato, un ginocchio tra le mie gambe, una mano sul mio petto. La maglietta le era salita sulle cosce, scoprendo pelle calda e liscia. Il suo corpo non era nudo, non davvero, ma era vicino abbastanza da farmi perdere lucidità.
«Simo,» sussurrai.
Lei mi baciò per zittirmi.
Come prima.
Come sempre.
Solo che stavolta non era una battuta.
Le sue dita scivolarono sul mio collo, poi lungo la mascella. Mi toccava come se volesse memorizzarmi. Come se stesse cercando un posto dove appoggiare tutta la rabbia, tutta la vergogna, tutto il rumore che Edoardo le aveva lasciato dentro. Io le accarezzai la schiena, sopra il cotone sottile, sentendo il calore della pelle attraverso la stoffa, il modo in cui tratteneva il respiro ogni volta che la mia mano scendeva appena.
Non dovevo farlo.
Lo sapevo.
Lei lo sapeva.
E proprio per questo ogni centimetro sembrava bruciare di più.
Simona si staccò dalla mia bocca solo per respirare.
Restò con la fronte contro la mia, gli occhi chiusi, il petto che si alzava e abbassava contro di me.
«Cazzo,» sussurrò.
«Sì.»
«Risposta articolata.»
«Sto facendo del mio meglio.»
Lei rise contro la mia bocca.
Poi il riso morì in un altro bacio.
Più profondo.
Più sporco di desiderio.
Le mie mani le strinsero i fianchi. Lei si mosse contro di me, un movimento involontario, breve, abbastanza da farci bloccare entrambi per un istante. Il suo respiro si spezzò.
Aprì gli occhi.
E lì vidi il momento esatto in cui capì.
Non che mi desiderava.
Quello lo sapeva già.
Capì quanto.
Capì che non era più solo conforto. Non era più solo panico. Non era più solo “ho bisogno di qualcuno che mi tenga stretta”.
Era voglia.
Voglia vera.
Di me.
Quella consapevolezza le attraversò il viso come una paura nuova.
Io alzai subito le mani di un centimetro.
Non staccandola.
Solo lasciandole scelta.
Simona mi guardò, il respiro corto, le labbra arrossate, gli occhi lucidi e scuri.
«Fermati.»
Mi bloccai subito.
Come se mi avessero spento.
Le mani ferme sui suoi fianchi.
Il corpo immobile sotto il suo.
Il cuore invece no. Il cuore mi martellava talmente forte che ero sicuro lo sentisse anche lei.
«Scusa,» dissi.
La parola uscì rauca.
Lei scosse la testa, ancora sopra di me, ancora troppo vicina.
«No.»
Deglutì.
«Non perché non mi piace.»
Il silenzio si allargò.
Il mio respiro rimase incastrato.
«Allora perché?»
Simona chiuse gli occhi.
Quando li riaprì, non c’era più ironia.
Non c’era più maschera.
Solo lei.
Spaventata da sé stessa.
«Perché mi piace troppo.»
La frase mi colpì più di qualsiasi bacio.
Simona si spostò piano, sedendosi sul bordo del letto accanto a me. Io rimasi mezzo sdraiato, ancora immobile, come se muovermi potesse far ripartire qualcosa che lei aveva appena avuto la forza di fermare.
Lei si passò entrambe le mani tra i capelli, tirandoli indietro.
La maglietta le ricadde sulle cosce.
Il bungalow sembrava pieno del nostro respiro.
«E stasera…» iniziò.
Si fermò.
La sua voce tremò.
«Stasera non so se sono io a volerti… o se sto solo cercando un modo per non sentire lui.»
La guardai.
Non c’era niente da rispondere subito.
Niente di intelligente.
Niente che non rischiasse di sporcare quel momento.
Mi tirai su piano, sedendomi accanto a lei. Lasciai spazio tra noi. Poco, ma abbastanza.
«Hai fatto bene a fermarti.»
Lei rise piano, senza allegria.
«Detto così sembra che stessi per rubare una macchina.»
«Peggio. Stavi per baciare me.»
«Tragedia nazionale.»
«Minimo lutto cittadino.»
Le tremò la bocca.
Poi gli occhi le si riempirono di nuovo.
«Mi odio per averti fermato.»
«Io no.»
Mi guardò.
«No?»
«No.»
«Bugiardo.»
«Okay, il mio corpo ha presentato una mozione contraria.»
Lei rise tra le lacrime.
«Sei un cretino.»
«Ma io no.»
Il sorriso le si spense lentamente.
«Io sono contento che ti sei fermata, Simo.»
Lei mi fissò, fragile.
«Perché?»
«Perché non voglio essere il rumore con cui copri lui.»
La frase uscì più seria di quanto mi aspettassi.
Simona abbassò gli occhi.
«E cosa vuoi essere?»
La domanda rimase lì.
Enorme.
Pericolosa.
Avrei potuto rispondere in mille modi stupidi, vigliacchi, comodi.
Voglio essere il tuo socio.
Voglio essere uno che ti aiuta.
Voglio essere un problema in meno.
Invece dissi la cosa più semplice.
«Qualcosa che scegli quando c’è silenzio.»
Simona non parlò.
Mi guardò soltanto.
Per un secondo ebbi paura che quella frase fosse troppo. Che la spaventasse. Che la facesse scappare nel suo letto, sotto le lenzuola, dietro una battuta, dietro Edoardo perfino.
Invece si avvicinò piano.
Non per baciarmi.
Appoggiò la testa sulla mia spalla.
«Allora resta zitto un po’, per favore.»
Sorrisi.
«Questo posso farlo.»
«Non troppo. Mi inquieti quando non dici cazzate.»
«Equilibrio difficile.»
Lei mi prese una mano.
Non intrecciò subito le dita.
Prima la guardò, come se stesse valutando la gravità del gesto.
Poi lo fece.
Le sue dita si infilarono tra le mie, calde, ancora un po’ appiccicose di ghiacciolo.
Restammo seduti così, sul letto, con il pacco di ghiaccioli che si scioglieva piano sul comodino, il telefono spento come un cadavere nero e il campo fuori che continuava a respirare nella notte.
Non successe niente.
Niente di quello che avrei voluto.
Niente di quello che avrei potuto rovinare.
E proprio per questo mi fece più paura.
Perché con Simona, anche fermarsi sembrava un modo diverso di cadere.
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