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Erotika
Campo Estivo - Vol.1 · Cap. 11
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Capitolo 11 di 11 25 min di lettura

La Punizione della Rossa Bastarda

Tra registri, TikTok provocanti e ordini sussurrati, Maria trasforma l’ufficio nel suo territorio e Ale nel suo giocattolo.

Asiadu01
4 mesi fa · 1.2k letture · 0

La sveglia delle sei non suonò.

Vibrò.

Piano.

Codarda.

E comunque mi sembrò un’esecuzione pubblica.

Aprii gli occhi con la sensazione di essere stato investito da un pulmino pieno di bambini urlanti, retromarcia inclusa. Per un istante non capii dove fossi. Vidi il soffitto di legno del bungalow, la luce ancora blu dell’alba che filtrava dalle fessure della tapparella, il ventilatore inchiodato al soffitto che girava con l’entusiasmo di un impiegato comunale a fine turno.

Poi ricordai.

Simona.

E girai la testa.

Dormiva.

Sul suo letto, rannicchiata di lato, avvolta nella mia maglietta grigia come se fosse una coperta emotiva. Una gamba nuda era uscita dalle lenzuola, il ginocchio piegato, il piede sospeso fuori dal materasso. I capelli le coprivano mezza faccia, sparsi sul cuscino, ancora un po’ arruffati dalla doccia della sera prima e da tutto quello che non era successo.

Il telefono era sul comodino.

Spento.

Nero.

Muto.

Sembrava quasi una vittoria.

Piccola, fragile, temporanea, ma pur sempre una vittoria.

Restai a guardarla per qualche secondo.

Troppi.

Non in modo sporco. O almeno non solo. Era difficile separare le cose con Simona. Era sempre stata quella la fregatura: riusciva a sembrare contemporaneamente casa, casino, desiderio e guaio giudiziario. Dormiva con la bocca appena socchiusa, una mano sotto la guancia, il viso finalmente rilassato dopo una notte passata a ridere male, tremare, baciarmi e fermarsi prima che tutto ci sfuggisse di mano.

Mi piace troppo.

La frase mi tornò addosso come una coltellata gentile.

Mi tirai su piano, cercando di non far cigolare il letto.

Il letto cigolò comunque.

Traditore.

Simona mugugnò qualcosa nel sonno.

Mi immobilizzai.

Lei si mosse appena, infilando la faccia più a fondo nel cuscino.

«Mmh… Edoardo, muori…»

Rimasi fermo.

Poi quasi mi venne da ridere.

Quasi.

Recuperai i pantaloncini e una polo pulita dal borsone, muovendomi come un ladro dentro casa propria. Infilai le scarpe senza allacciarle, presi il telefono e l’asciugamano ancora umido dalla sera prima. Avevo l’aspetto e l’anima di uno che non avrebbe dovuto essere responsabile nemmeno di una pianta grassa.

Quando arrivai alla porta, Simona parlò di nuovo.

Stavolta più chiara.

«Vai dalla tua padrona?»

Mi voltai.

Non aveva aperto gli occhi.

«Vado a fare lavoro amministrativo.»

«Sì, certo.»

Si girò appena sulla schiena, la maglietta le scivolò su una spalla, scoprendo la pelle calda del collo. Parlava ancora impastata di sonno.

«Torna con tutte le dita, segretario.»

«Farò il possibile.»

«E se ti frusta con una cartellina, grida piano. Io dormo.»

«Sempre premurosa.»

«Sempre.»

Il suo respiro tornò regolare.

Io rimasi sulla soglia ancora un secondo.

Poi uscii.

L’aria delle sei e mezza aveva un sapore strano.

Non era fresca, non davvero. Era solo il caldo prima che diventasse cattivo. Il campo dormiva ancora: le sdraio accatastate vicino alla piscina, le bandierine immobili, i tavoli della mensa vuoti, il prato coperto da una luce pallida e quasi innocente. Sembrava impossibile che quello stesso posto, tra meno di tre ore, sarebbe diventato un manicomio colorato pieno di bambini, urla, palloni e Maria.

Soprattutto Maria.

Alle sette in punto ero davanti al suo ufficio.

La porta era già aperta.

Naturalmente.

Maria non mi aspettava.

O meglio: non fisicamente.

Sulla scrivania c’era una pila di registri alta come un monumento alla burocrazia, tre cartelline colorate, due penne, un evidenziatore rosa acceso e un foglio scritto a mano.

La sua grafia era larga, aggressiva, piena di frecce e sottolineature.

ALE,

1. Controlla presenze settimana 2.

2. Sistema autorizzazioni piscina.

3. Ricopia numeri emergenza mancanti.

4. Inventario materiali teatro/piscina.

5. Non fare casino.

6. Se fai casino, non morire prima che io arrivi.

Sotto, in piccolo:

P.S. Caffè nella macchinetta. Non te lo sei meritato, ma senza caffeina sei più inutile del solito.

Guardai il foglio.

Poi la pila.

Poi di nuovo il foglio.

«Buongiorno anche a te, Satana.»

Entrai, chiusi la porta dietro di me e mi sedetti.

L’ufficio di Maria sapeva di carta, polvere, crema solare e potere.

Era piccolo, più piccolo di quanto avrebbe dovuto essere per contenere una persona come lei. Una scrivania ingombra, un computer vecchio, scaffali pieni di faldoni, un ventilatore da tavolo che spostava aria calda da sinistra a destra come se quella fosse una soluzione, un divanetto verde scuro contro la parete. Sulla bacheca c’erano orari, turni, numeri, foto di vecchie estati, disegni dei bambini e una scritta fatta con il pennarello rosso:

SORRIDETE O VI LICENZIO.

Mi misi a lavorare.

All’inizio fu quasi terapeutico.

Assurdo, ma vero.

Nomi. Date. Firme. Caselle da spuntare. Numeri da ricopiare. Bambini con allergie. Bambini senza autorizzazione piscina. Bambini che apparentemente avevano tre numeri di emergenza e nessun genitore in grado di scrivere leggibile.

Il mondo, per due ore, si ridusse a carta.

E la carta, almeno, non baciava nessuno.

Non piangeva in accappatoio.

Non mi chiedeva di essere scelta.

Non mi metteva dita sul petto promettendo favori.

Ogni tanto il sole saliva un po’ di più dalla finestra, tagliando la scrivania in strisce dorate. Il campo iniziava a svegliarsi fuori: una porta che sbatteva, il motore del furgoncino della mensa, voci lontane dei cuochi, il rumore metallico dei cancelli.

Alle otto e cinquantotto avevo gli occhi secchi, la schiena distrutta e la sensazione di avere ormai una relazione tossica con le autorizzazioni piscina.

Firma illeggibile.

Firma illeggibile.

Firma forse di un medico o di un serial killer.

Mi massaggiai la radice del naso.

«Se un bambino annega perché il padre firma come un cardiogramma, io non mi prendo responsabilità.»

Stavo rimettendo in ordine l’ultima cartellina quando sentii dei passi nel corridoio.

Non passi normali.

Passi di Maria.

Si riconoscevano perché non sembravano mai dire “sto arrivando”.

Sembravano dire: “questa stanza era mia ancora prima che tu nascessi”.

Entrò senza bussare.

«Ancora vivo?»

Alzai lo sguardo.

Errore.

Maria era già troppo sveglia per quell’ora.

Indossava una canotta nera aderente, infilata dentro shorts di jeans chiari tagliati al limite della decenza lavorativa. I capelli rossi erano raccolti in una coda alta, qualche ciocca sudata le si era incollata alla fronte. Ai piedi aveva sandali bassi, unghie smaltate di nero, e quell’aria da donna che aveva già comandato tre persone prima ancora di fare colazione.

«Purtroppo sì,» dissi.

Lei sorrise.

«Peccato. Avevo già pronta una frase commovente per il tuo funerale.»

«Tipo?»

«Era lento, ma aveva buone intenzioni.»

«Mi rappresenta.»

Maria entrò, mi passò dietro e si chinò sopra la scrivania per guardare il registro.

Il suo profumo mi arrivò addosso subito: crema, sudore pulito, caffè, qualcosa di speziato e caldo. La canotta le tirava sulla schiena mentre si piegava, gli shorts risalivano sulle cosce, e io concentrai tutta la mia energia mentale sulla parola AUTORIZZAZIONE come se fosse un rosario.

«Mmh,» fece lei.

«Che c’è?»

«Hai scritto bene.»

«Sembro sorpreso quanto te.»

«Infatti mi dà fastidio.»

Mi batté una mano sulla nuca.

Non forte.

Abbastanza da farmi raddrizzare.

«Bravo ragazzino.»

«Non chiamarmi così.»

«Allora non fare quella faccia da ragazzino che ha bisogno di dormire e di essere punito.»

Deglutii.

Lei se ne accorse.

Ovviamente.

«Ah.»

Si appoggiò con un fianco alla scrivania, incrociando le braccia sotto il seno.

«Quella parola ti sveglia meglio del caffè.»

«Quale?»

«Punito.»

«Maria.»

«Ale.»

Mi guardò con un sorriso lento.

«Rilassati. Oggi ti copre Simona.»

Mi bloccai.

«Che?»

«La tua socia. Il tuo uragano personale. La ragazza che finge di non guardarti come se fossi una sigaretta dopo due settimane di astinenza.»

«Maria.»

«Che c’è? Ho detto finge. Sono stata elegante.»

«Io devo andare al gruppo.»

«No.»

Lo disse semplice.

Secco.

Definitivo.

«Qui c’è da lavorare.»

Guardai l’orologio.

«Sono due ore che lavoro.»

«Appunto. Metà punizione è fatta.»

«Metà?»

Maria sorrise.

Non mi piacque per niente.

Si staccò dalla scrivania e andò verso il divanetto verde. Si lasciò cadere sopra con una lentezza teatrale, le gambe aperte quel tanto da sembrare una provocazione anche quando non lo era. O forse lo era sempre. Con Maria era difficile distinguere.

Prese il telefono dalla tasca.

«Continua.»

«Cosa?»

«Inventario teatro. Ti manca quello.»

«Maria, quello è lungo.»

«Lo so.»

«Devo stare coi ragazzi.»

«Ti ho detto che ti copre Simona.»

«Le hai chiesto se poteva?»

Maria alzò gli occhi dal telefono.

«Ale.»

«Che c’è?»

«Io non chiedo. Organizzo.»

«Traduzione: le hai ordinato di farlo.»

«Bravissimo. Vedi? La burocrazia ti rende più intelligente.»

Mi passai una mano sul viso.

E mi rimisi a lavorare.

Per altri dieci minuti, Maria non fece quasi nulla.

Quasi.

Stava sul divano, il telefono in mano, una gamba accavallata sull’altra, gli shorts tirati sulle cosce, il piede che oscillava piano nel sandalo. Ogni tanto mi guardava sopra lo schermo. Non per controllare il lavoro. Per controllare me.

Prima di andare avanti…

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