Campo Estivo - Vol.1

Capitolo 11 - La Punizione della Rossa Bastarda

Tra registri, TikTok provocanti e ordini sussurrati, Maria trasforma l’ufficio nel suo territorio e Ale nel suo giocattolo.

A
Asiadu01

9 ore fa

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La sveglia delle sei non suonò.

Vibrò.

Piano.

Codarda.

E comunque mi sembrò un’esecuzione pubblica.

Aprii gli occhi con la sensazione di essere stato investito da un pulmino pieno di bambini urlanti, retromarcia inclusa. Per un istante non capii dove fossi. Vidi il soffitto di legno del bungalow, la luce ancora blu dell’alba che filtrava dalle fessure della tapparella, il ventilatore inchiodato al soffitto che girava con l’entusiasmo di un impiegato comunale a fine turno.

Poi ricordai.

Simona.

E girai la testa.

Dormiva.

Sul suo letto, rannicchiata di lato, avvolta nella mia maglietta grigia come se fosse una coperta emotiva. Una gamba nuda era uscita dalle lenzuola, il ginocchio piegato, il piede sospeso fuori dal materasso. I capelli le coprivano mezza faccia, sparsi sul cuscino, ancora un po’ arruffati dalla doccia della sera prima e da tutto quello che non era successo.

Il telefono era sul comodino.

Spento.

Nero.

Muto.

Sembrava quasi una vittoria.

Piccola, fragile, temporanea, ma pur sempre una vittoria.

Restai a guardarla per qualche secondo.

Troppi.

Non in modo sporco. O almeno non solo. Era difficile separare le cose con Simona. Era sempre stata quella la fregatura: riusciva a sembrare contemporaneamente casa, casino, desiderio e guaio giudiziario. Dormiva con la bocca appena socchiusa, una mano sotto la guancia, il viso finalmente rilassato dopo una notte passata a ridere male, tremare, baciarmi e fermarsi prima che tutto ci sfuggisse di mano.

Mi piace troppo.

La frase mi tornò addosso come una coltellata gentile.

Mi tirai su piano, cercando di non far cigolare il letto.

Il letto cigolò comunque.

Traditore.

Simona mugugnò qualcosa nel sonno.

Mi immobilizzai.

Lei si mosse appena, infilando la faccia più a fondo nel cuscino.

«Mmh… Edoardo, muori…»

Rimasi fermo.

Poi quasi mi venne da ridere.

Quasi.

Recuperai i pantaloncini e una polo pulita dal borsone, muovendomi come un ladro dentro casa propria. Infilai le scarpe senza allacciarle, presi il telefono e l’asciugamano ancora umido dalla sera prima. Avevo l’aspetto e l’anima di uno che non avrebbe dovuto essere responsabile nemmeno di una pianta grassa.

Quando arrivai alla porta, Simona parlò di nuovo.

Stavolta più chiara.

«Vai dalla tua padrona?»

Mi voltai.

Non aveva aperto gli occhi.

«Vado a fare lavoro amministrativo.»

«Sì, certo.»

Si girò appena sulla schiena, la maglietta le scivolò su una spalla, scoprendo la pelle calda del collo. Parlava ancora impastata di sonno.

«Torna con tutte le dita, segretario.»

«Farò il possibile.»

«E se ti frusta con una cartellina, grida piano. Io dormo.»

«Sempre premurosa.»

«Sempre.»

Il suo respiro tornò regolare.

Io rimasi sulla soglia ancora un secondo.

Poi uscii.

L’aria delle sei e mezza aveva un sapore strano.

Non era fresca, non davvero. Era solo il caldo prima che diventasse cattivo. Il campo dormiva ancora: le sdraio accatastate vicino alla piscina, le bandierine immobili, i tavoli della mensa vuoti, il prato coperto da una luce pallida e quasi innocente. Sembrava impossibile che quello stesso posto, tra meno di tre ore, sarebbe diventato un manicomio colorato pieno di bambini, urla, palloni e Maria.

Soprattutto Maria.

Alle sette in punto ero davanti al suo ufficio.

La porta era già aperta.

Naturalmente.

Maria non mi aspettava.

O meglio: non fisicamente.

Sulla scrivania c’era una pila di registri alta come un monumento alla burocrazia, tre cartelline colorate, due penne, un evidenziatore rosa acceso e un foglio scritto a mano.

La sua grafia era larga, aggressiva, piena di frecce e sottolineature.

ALE,

1. Controlla presenze settimana 2.

2. Sistema autorizzazioni piscina.

3. Ricopia numeri emergenza mancanti.

4. Inventario materiali teatro/piscina.

5. Non fare casino.

6. Se fai casino, non morire prima che io arrivi.

Sotto, in piccolo:

P.S. Caffè nella macchinetta. Non te lo sei meritato, ma senza caffeina sei più inutile del solito.

Guardai il foglio.

Poi la pila.

Poi di nuovo il foglio.

«Buongiorno anche a te, Satana.»

Entrai, chiusi la porta dietro di me e mi sedetti.

L’ufficio di Maria sapeva di carta, polvere, crema solare e potere.

Era piccolo, più piccolo di quanto avrebbe dovuto essere per contenere una persona come lei. Una scrivania ingombra, un computer vecchio, scaffali pieni di faldoni, un ventilatore da tavolo che spostava aria calda da sinistra a destra come se quella fosse una soluzione, un divanetto verde scuro contro la parete. Sulla bacheca c’erano orari, turni, numeri, foto di vecchie estati, disegni dei bambini e una scritta fatta con il pennarello rosso:

SORRIDETE O VI LICENZIO.

Mi misi a lavorare.

All’inizio fu quasi terapeutico.

Assurdo, ma vero.

Nomi. Date. Firme. Caselle da spuntare. Numeri da ricopiare. Bambini con allergie. Bambini senza autorizzazione piscina. Bambini che apparentemente avevano tre numeri di emergenza e nessun genitore in grado di scrivere leggibile.

Il mondo, per due ore, si ridusse a carta.

E la carta, almeno, non baciava nessuno.

Non piangeva in accappatoio.

Non mi chiedeva di essere scelta.

Non mi metteva dita sul petto promettendo favori.

Ogni tanto il sole saliva un po’ di più dalla finestra, tagliando la scrivania in strisce dorate. Il campo iniziava a svegliarsi fuori: una porta che sbatteva, il motore del furgoncino della mensa, voci lontane dei cuochi, il rumore metallico dei cancelli.

Alle otto e cinquantotto avevo gli occhi secchi, la schiena distrutta e la sensazione di avere ormai una relazione tossica con le autorizzazioni piscina.

Firma illeggibile.

Firma illeggibile.

Firma forse di un medico o di un serial killer.

Mi massaggiai la radice del naso.

«Se un bambino annega perché il padre firma come un cardiogramma, io non mi prendo responsabilità.»

Stavo rimettendo in ordine l’ultima cartellina quando sentii dei passi nel corridoio.

Non passi normali.

Passi di Maria.

Si riconoscevano perché non sembravano mai dire “sto arrivando”.

Sembravano dire: “questa stanza era mia ancora prima che tu nascessi”.

Entrò senza bussare.

«Ancora vivo?»

Alzai lo sguardo.

Errore.

Maria era già troppo sveglia per quell’ora.

Indossava una canotta nera aderente, infilata dentro shorts di jeans chiari tagliati al limite della decenza lavorativa. I capelli rossi erano raccolti in una coda alta, qualche ciocca sudata le si era incollata alla fronte. Ai piedi aveva sandali bassi, unghie smaltate di nero, e quell’aria da donna che aveva già comandato tre persone prima ancora di fare colazione.

«Purtroppo sì,» dissi.

Lei sorrise.

«Peccato. Avevo già pronta una frase commovente per il tuo funerale.»

«Tipo?»

«Era lento, ma aveva buone intenzioni.»

«Mi rappresenta.»

Maria entrò, mi passò dietro e si chinò sopra la scrivania per guardare il registro.

Il suo profumo mi arrivò addosso subito: crema, sudore pulito, caffè, qualcosa di speziato e caldo. La canotta le tirava sulla schiena mentre si piegava, gli shorts risalivano sulle cosce, e io concentrai tutta la mia energia mentale sulla parola AUTORIZZAZIONE come se fosse un rosario.

«Mmh,» fece lei.

«Che c’è?»

«Hai scritto bene.»

«Sembro sorpreso quanto te.»

«Infatti mi dà fastidio.»

Mi batté una mano sulla nuca.

Non forte.

Abbastanza da farmi raddrizzare.

«Bravo ragazzino.»

«Non chiamarmi così.»

«Allora non fare quella faccia da ragazzino che ha bisogno di dormire e di essere punito.»

Deglutii.

Lei se ne accorse.

Ovviamente.

«Ah.»

Si appoggiò con un fianco alla scrivania, incrociando le braccia sotto il seno.

«Quella parola ti sveglia meglio del caffè.»

«Quale?»

«Punito.»

«Maria.»

«Ale.»

Mi guardò con un sorriso lento.

«Rilassati. Oggi ti copre Simona.»

Mi bloccai.

«Che?»

«La tua socia. Il tuo uragano personale. La ragazza che finge di non guardarti come se fossi una sigaretta dopo due settimane di astinenza.»

«Maria.»

«Che c’è? Ho detto finge. Sono stata elegante.»

«Io devo andare al gruppo.»

«No.»

Lo disse semplice.

Secco.

Definitivo.

«Qui c’è da lavorare.»

Guardai l’orologio.

«Sono due ore che lavoro.»

«Appunto. Metà punizione è fatta.»

«Metà?»

Maria sorrise.

Non mi piacque per niente.

Si staccò dalla scrivania e andò verso il divanetto verde. Si lasciò cadere sopra con una lentezza teatrale, le gambe aperte quel tanto da sembrare una provocazione anche quando non lo era. O forse lo era sempre. Con Maria era difficile distinguere.

Prese il telefono dalla tasca.

«Continua.»

«Cosa?»

«Inventario teatro. Ti manca quello.»

«Maria, quello è lungo.»

«Lo so.»

«Devo stare coi ragazzi.»

«Ti ho detto che ti copre Simona.»

«Le hai chiesto se poteva?»

Maria alzò gli occhi dal telefono.

«Ale.»

«Che c’è?»

«Io non chiedo. Organizzo.»

«Traduzione: le hai ordinato di farlo.»

«Bravissimo. Vedi? La burocrazia ti rende più intelligente.»

Mi passai una mano sul viso.

E mi rimisi a lavorare.

Per altri dieci minuti, Maria non fece quasi nulla.

Quasi.

Stava sul divano, il telefono in mano, una gamba accavallata sull’altra, gli shorts tirati sulle cosce, il piede che oscillava piano nel sandalo. Ogni tanto mi guardava sopra lo schermo. Non per controllare il lavoro. Per controllare me.

Era peggio.

«Stai sbagliando colonna.»

«No.»

«Sì.»

Guardai.

Aveva ragione.

«Vaffanculo.»

«Linguaggio.»

«Scusa, capo.»

«Meglio.»

Il modo in cui disse “meglio” mi fece venire voglia di lanciarmi dalla finestra.

Poi si alzò.

«Mi annoio.»

«Mi dispiace molto per la tua sofferenza.»

«Dovrebbe.»

Andò verso un treppiede appoggiato in un angolo dell’ufficio, lo aprì, ci montò sopra il telefono e lo puntò verso la parete più libera. Io la guardai di sfuggita.

«Che fai?»

«TikTok.»

«Alle nove del mattino?»

«Il campo deve avere contenuti.»

«Il campo ha bambini, fango e traumi. Non bastano?»

«Zitto e scrivi.»

Premette registrazione.

La musica partì dal telefono, bassa ma ritmata. Una di quelle canzoni estive stupide che entrano nel cervello e ci restano anche contro la tua volontà.

Maria si mise davanti alla camera.

All’inizio sembrò quasi normale.

Quasi.

Sorriso da capoanimatrice. Mani sui fianchi. Due passi a destra, due a sinistra. Un gesto con le braccia, una giravolta, un occhiolino alla camera. Roba da profilo del campo, carina, energica, pubblicabile.

Poi si fermò.

Guardò il video.

Fece una smorfia.

«No. Troppo morta.»

«Io mi sento rappresentato.»

«Non parlavo di te, cadavere.»

Ricomincio.

Stavolta il movimento cambiò.

Non abbastanza da diventare volgare.

Troppo per restare innocente.

Maria aveva un controllo del corpo quasi irritante. Ogni passo sembrava sapere dove sarebbe finito prima ancora di iniziare. I fianchi seguirono il ritmo con una morbidezza precisa, gli shorts si tesero sulle curve, la canotta le scivolò leggermente su una spalla mentre si girava. Fece un mezzo giro, poi un altro, ridendo verso la camera come se stesse davvero solo giocando.

Io abbassai gli occhi sul registro.

Nome materiale: corde.

Quantità: cinque.

Condizione: usate.

Il cervello decise comunque di fornirmi, in altissima definizione, l’immagine di Maria che si voltava di schiena alla camera, fletteva appena le ginocchia e seguiva il beat con un movimento lento dei fianchi.

La penna mi si fermò tra le dita.

«Ale.»

Alzai lo sguardo di scatto.

Maria mi guardava attraverso lo specchio appeso alla parete.

Stava sorridendo.

«Ti si è rotto l’inventario?»

«No.»

«Sicuro? Sembravi molto concentrato sul materiale.»

«Stavo pensando.»

«Con quella faccia?»

«Ho molte facce brutte.»

«Quella era specifica.»

Riprese il video.

Peggio.

Perché adesso sapeva.

E quando Maria sapeva qualcosa, lo usava.

Si avvicinò alla camera, poi arretrò seguendo il ritmo, lasciando che il corpo occupasse lo spazio senza chiedere permesso. Fece una risata, si portò le mani tra i capelli, ruotò i fianchi con una lentezza volutamente esagerata, poi si voltò di profilo. La canotta le aderì al ventre, gli shorts le stringevano i fianchi, la pelle delle gambe prendeva luce dalla finestra.

Era un TikTok per il campo solo nella stessa misura in cui un coltello è uno strumento da cucina.

Dipende da chi lo tiene in mano.

«Questo non lo pubblichi,» dissi.

Lei si fermò a metà movimento.

«Ah no?»

«No.»

«E chi me lo vieta?»

«Il buon senso.»

Maria scoppiò a ridere.

«Che tenero. Pensa che qui dentro comandi lui.»

Cancellò il video.

Ne fece un altro.

Questo, almeno, tornò più pulito: sorriso, battito di mani, gesto verso un cartello immaginario, un balletto scemo. Però ogni volta che passava dietro la sedia, ogni volta che si chinava per controllare il telefono, ogni volta che mi chiedeva “com’è venuto?”, lo faceva da troppo vicino.

Una volta mi sfiorò la spalla con la coscia.

«Scusa.»

«Non sembrava.»

«Infatti.»

Un’altra volta si mise dietro di me, il telefono in mano, e mi mostrò lo schermo.

«Guarda.»

Io guardai il video.

Poi lei.

Poi di nuovo il video.

«È… energico.»

«Energico.»

«Sì.»

«Ale, se devi mentire fallo meglio. Sembri uno che ha appena visto la Madonna in shorts.»

«Mi sto impegnando.»

«No. Ti stai trattenendo.»

Abbassò la voce, chinandosi vicino al mio orecchio.

«È diverso.»

Sentii il suo respiro caldo sul collo.

La penna mi scivolò.

Maria rise piano.

Una risata bassa, cattiva.

«Scrivi, ragazzino.»

Scrissi.

Male.

Storto.

Ma scrissi.

Il tempo perse consistenza.

Fu un’ora strana, spezzata tra numeri, categorie, registri e Maria che faceva avanti e indietro come una tentazione con compiti amministrativi. Ogni tanto usciva dall’inquadratura della camera e diventava solo corpo nella stanza. Ogni tanto tornava capoanimatrice e dettava indicazioni. Ogni tanto mi pungeva con una frase.

«La S di spettacolo è questa, non quella roba morta.»

«Non mordere la penna, mi distrai.»

«Hai caldo?»

«Vuoi che apra la finestra o ti basta smettere di guardarmi?»

Io rispondevo poco.

Perché ogni risposta sembrava darle materiale.

Quando finalmente chiusi l’ultima cartellina, avevo la schiena a pezzi, gli occhi secchi e il sangue troppo caldo.

«Finito.»

Maria era sul divanetto, scalza adesso.

Non avevo visto quando si era tolta i sandali.

Errore mio.

I piedi erano appoggiati al bordo del tavolino, le unghie nere lucide, una caviglia sopra l’altra. Sembrava la persona meno intenzionata al mondo a lasciarmi andare.

«Bene.»

Mi alzai.

«Allora vado.»

Non arrivai alla porta.

Il suo piede si sollevò e si piantò contro la sedia, spingendola indietro di colpo quel tanto che bastò a farmi urtare il bordo con la gamba.

«Dove vai?»

Mi voltai.

Maria mi guardava dal divano con un sorriso pigro.

«Ho finito.»

«Hai finito metà punizione.»

«Maria.»

«Ale.»

«Devo lavorare.»

«Stai lavorando.»

«Con i bambini.»

«Ti ho già detto che ti copre Simona.»

«Non puoi tenermi qui tutta la mattina.»

Lei inclinò la testa.

«Posso fare molte cose.»

Si alzò.

Lentamente.

La stanza diventò più piccola a ogni suo passo.

Io rimasi vicino alla sedia, la mano ancora sullo schienale. La porta era dietro di me. Uscire sarebbe stato facile.

Lo sarebbe stato davvero.

Maria si fermò a mezzo metro.

«Ora,» disse, «inizia la parte in cui impari qualcosa.»

«Sarebbe?»

Mi prese il mento tra due dita.

Non forte.

Abbastanza da costringermi a guardarla.

«Che quando ti dico di restare, tu resti.»

Il cuore mi diede un colpo secco.

«E se non volessi?»

Il sorriso di Maria cambiò.

Per la prima volta, perse un filo di gioco.

Non dolcezza.

Mai dolcezza.

Ma lucidità.

«Allora apri quella porta e vai.»

Rimasi fermo.

Lei non mi toccò più.

«Il lavoro è finito, Ale. Quello vero. Nessuno ti obbliga a restare.»

La frase rimase tra noi.

Pesante.

Necessaria.

Spaventosa.

Fu in quel silenzio che capii quanto fosse pericolosa Maria.

Non perché mi avrebbe costretto.

Perché sapeva benissimo che il punto era farmi scegliere.

Mi guardò.

«Allora?»

Avrei potuto uscire.

Pensai a Simona addormentata con la mia maglietta.

Ad Anna che mi aveva detto “diviso”.

Ad Anto che non mi guardava più.

A Fiona che da qualche parte avrebbe potuto leggere tutto questo sulla mia faccia anche senza esserci.

Pensai a quanto ero stanco.

A quanto ero stupido.

A quanto una parte di me volesse, per una volta, non dover essere quello buono.

Non dissi niente.

Maria sorrise appena.

Non vittoriosa.

Peggio.

Soddisfatta.

«Bravo.»

Si voltò e andò alla porta.

Per un secondo pensai che fosse finita.

Invece chiuse a chiave.

Il click sembrò enorme.

Tornò verso di me senza fretta.

«Adesso ascolta bene.»

La voce le era scesa.

Più bassa.

Più sporca.

Più Maria.

«Tu passi le giornate a farti tirare da una parte all’altra. La dolce. La gelosa. La socia. La pazza. La giudice.» Fece scorrere le dita sul bordo della scrivania. «Tutte ti vogliono in un modo diverso. Tutte ti fanno sentire importante. E tu fai quella faccia da povero ragazzo travolto dagli eventi.»

Si avvicinò ancora.

«Ma a me quella faccia non la fai.»

«No?»

«No.»

Mi toccò il petto con un dito.

Lo stesso punto del giorno prima.

«Io lo vedo quando uno vuole essere comandato per smettere di scegliere.»

La frase mi colpì più di un bacio.

«Non sai niente.»

«So abbastanza.»

Le sue dita scesero piano lungo la polo, fermandosi al bordo. Non era una carezza tenera. Era un controllo. Come se stesse verificando che il suo ordine fosse arrivato sotto la pelle.

«E tu sai una cosa di me?»

«Che sei completamente fuori di testa?»

Maria rise.

«Anche.»

Si chinò appena.

«Che odio perdere tempo.»

Il resto accadde senza fretta.

E proprio per quello fu peggio.

Maria non si spogliò come chi si concede.

Si spogliò come chi toglie un ostacolo.

Un bottone. Poi un altro. Gli shorts slacciati con un gesto secco, lo sguardo sempre su di me, come se ogni mio respiro fosse una risposta. Li lasciò scendere abbastanza da farmi dimenticare tutte le cartelline del mondo, poi li spinse via con un piede.

Il mio cervello smise di funzionare per qualche secondo.

Lei mi si mise davanti con una sicurezza spietata, il corpo esposto senza vergogna, senza fretta, senza richiesta. C’era qualcosa di quasi crudele nella naturalezza con cui occupava il mio sguardo. Non cercava di essere bella. Lo era già. Non cercava di sedurre. Stava comandando.

Io non capivo dove mettere le mani.

Dove guardare.

Come respirare.

Maria se ne accorse e sorrise.

«Ti sei rotto di nuovo?»

«Io…»

«Tu cosa?»

«Maria, che cazzo stiamo facendo?»

«Io sto riscuotendo.»

Mi prese per la polo e mi tirò in piedi.

Poi mi spinse indietro contro la scrivania. Non forte abbastanza da farmi male. Abbastanza da farmi capire che la delicatezza, lì dentro, non era prevista.

«Tu invece stai imparando a stare zitto.»

«Non sono bravo.»

«Lo so.»

Mi lasciò.

Poi indicò lo spazio sotto la scrivania.

«Lì.»

La fissai.

«Cosa?»

«Hai sentito.»

Il silenzio cadde pesante.

Fuori dall’ufficio, il campo iniziava a vivere. Voci lontane. Un fischietto. Qualcuno che rideva. La vita normale che continuava a pochi metri da noi, ignorando completamente il fatto che io stessi per buttare la mia dignità sotto un mobile dell’Ikea versione dittatura estiva.

«Maria.»

Lei inclinò la testa.

«Ultima volta che te lo dico: puoi uscire.»

La porta chiusa alle sue spalle sembrava una provocazione.

La chiave nella serratura, una scelta.

Lei allungò una mano e la girò di nuovo, aprendo il blocco.

Click.

«Vedi?»

Si spostò leggermente, lasciando libera la strada.

«Se vuoi andare, vai.»

Non mi mossi.

Maria mi guardò per tre secondi.

Poi sorrise.

«Pensavo.»

«Cosa?»

«Che ti piace molto fingere di resistere.»

Mi si seccò la gola.

«Sotto la scrivania, Ale.»

Questa volta non fu un ordine urlato.

Fu peggio.

Una certezza.

Mi abbassai.

Il mondo cambiò altezza.

Il legno della scrivania sopra la testa. Le sue gambe davanti a me. Il profumo di Maria più vicino, più caldo, più impossibile da ignorare. Il cuore mi batteva nelle orecchie con una violenza quasi ridicola.

Lei si sedette sulla sedia dietro la scrivania e tornò a prendere una cartellina.

Come se fosse una mattina normale.

Come se io non fossi lì.

Come se quello fosse il punto.

«Registro presenze gruppo piccoli,» disse, sfogliando i fogli. «Fammi rilassare mentre lavoro.»

La sua voce mi arrivò dall’alto.

Calma.

Comandante.

Spietata.

Io sollevai lo sguardo.

Lei abbassò il suo.

«E non essere timido adesso. Sei già sotto la scrivania.»

La vergogna mi attraversò insieme al desiderio.

Una miscela orribile.

Perfetta.

Mi avvicinai.

Maria inspirò appena, ma continuò a guardare i fogli.

La prima volta che la toccai con la bocca, la sua penna si fermò a metà parola.

Solo un istante.

Poi riprese a scrivere.

«Mh.»

Una sillaba.

Niente di più.

Eppure mi fece perdere un pezzo di lucidità.

Sotto la scrivania, il tempo diventò strano.

Non c’erano più minuti. Solo respiri. Il rumore della penna sulla carta. Il fruscio delle cartelline. Il legno contro la mia spalla. Il calore di lei che mi occupava i sensi, il suo corpo che pretendeva senza chiedere, le sue dita che ogni tanto scendevano tra i miei capelli non per accarezzarmi, ma per correggermi.

«Più piano.»

La penna grattò sul foglio.

«Così.»

Un respiro più profondo.

«Vedi? Quando vuoi, sai obbedire.»

Mi si incendiò la faccia.

Lei rise piano, senza smettere di lavorare.

«Che c’è? Ti offende la parola o ti piace troppo?»

Non potevo rispondere.

E forse era esattamente quello che voleva.

A un certo punto, Maria appoggiò la schiena alla sedia e lasciò cadere la cartellina sulla scrivania con un rumore secco.

«Fermo.»

Mi bloccai subito.

Lei respirò lentamente.

Poi abbassò lo sguardo.

Aveva gli occhi più scuri di prima.

La sicurezza era ancora lì, ma sotto c’era qualcos’altro. Calore. Fastidio. Fame. La crepa minuscola di chi si era messa a giocare col fuoco ed era irritata dal fatto che il fuoco scaldasse davvero.

«Non guardarmi così,» disse.

La frase mi sorprese.

«Così come?»

Le uscì un sorriso cattivo.

«Come se stessi scoprendo qualcosa.»

Mi prese il viso con una mano, il pollice sulla mia guancia.

«Tu non scopri niente di me, ragazzino.»

Mi spinse di nuovo verso di lei.

«Tu esegui.»

E io eseguii.

Maria tornò ai suoi fogli.

O almeno provò.

La vidi perdere progressivamente controllo nei dettagli piccoli: una firma che veniva più storta, la penna stretta troppo forte, il ginocchio che si tendeva contro il mio fianco, il respiro che si spezzava e poi veniva schiacciato sotto una risata finta.

«Modulo piscina,» mormorò, più a sé stessa che a me. «Autorizzazione… firma… cazzo.»

Quella parola le scappò.

Una sola.

Bassa.

Roca.

Vera.

Mi arrivò addosso come una ricompensa.

Lei se ne accorse subito.

Mi afferrò i capelli.

Non forte da farmi male.

Forte abbastanza da rimettere i ruoli al loro posto.

«Non montarti la testa.»

Continuò così finché la stanza sembrò non avere più aria.

Fuori, qualcuno passò nel corridoio ridendo.

Maria si immobilizzò.

Io pure.

La maniglia non si mosse.

Le voci si allontanarono.

Lei espirò piano.

Poi rise.

«Guarda che fine facciamo fare alla professionalità.»

«Colpa tua,» mormorai.

Lei abbassò lo sguardo con lentezza.

«Hai parlato?»

Mi si chiuse lo stomaco.

Maria sorrise.

«Male.»

Quello che seguì fu meno gioco.

Più comando.

La sua mano rimase tra i miei capelli. La sua voce divenne un filo basso, spezzato appena ai bordi, mentre continuava a fingere di sistemare registri che ormai non stava più leggendo davvero.

«Così.»

Pausa.

Respiro.

«Bravo.»

Un’altra pausa, più lunga.

«Non fermarti.»

Alla fine, quando il controllo le cedette, fu quasi silenzioso.

Non una scena teatrale.

Non Maria che urlava, non Maria che perdeva la corona.

Peggio.

Le si spezzò il respiro.

La penna cadde sulla scrivania.

La sua mano si chiuse nei miei capelli e il suo corpo si tese sulla sedia, trattenendo tutto fino all’ultimo secondo, come se anche il piacere dovesse chiederle permesso prima di attraversarla.

Poi tremò.

Una volta.

Forte.

Con un suono basso, strozzato, rabbioso, che sembrò più una bestemmia che un gemito.

Per qualche secondo non disse niente.

Il ventilatore continuò a spostare aria calda.

Fuori, il campo urlava già.

Maria respirava sopra di me.

Quando riaprì gli occhi, era tornata lei.

Completamente.

Mi lasciò i capelli.

Si sistemò con calma.

Troppa.

Recuperò gli shorts da terra e se li infilò come se stesse solo rimettendo in ordine una pratica.

Io ero ancora lì, in ginocchio, con il cuore a pezzi e la dignità dispersa in un archivio presenze.

Lei prese un fazzoletto dal cassetto e me lo lanciò.

«Pulisciti.»

Lo presi al volo.

Non dissi niente.

Maria si alzò, venne verso di me e mi guardò dall’alto.

«Adesso puoi andare.»

«Tutto qui?»

Le parole mi uscirono prima del cervello.

Errore enorme.

Maria sorrise.

«Ti aspettavi una medaglia?»

«No.»

«Un abbraccio?»

«No.»

«Un grazie?»

Mi guardò come se la sola idea fosse offensiva.

Poi mi prese il mento tra le dita e mi costrinse a sollevare la faccia.

«Grazie si dice quando qualcuno ti fa un favore.»

Si chinò appena.

«Tu mi dovevi un debito.»

Mi lasciò.

«Vai a lavorare, Ale. E cerca di non sembrare appena uscito da sotto la mia scrivania.»

Aprii la bocca.

La richiusi.

Maria era già tornata alla sedia, una cartellina in mano, la penna tra le dita, la canotta storta su una spalla.

«Ah.»

Mi fermai sulla porta.

«Sì?»

Lei non alzò lo sguardo.

«Domani forse mi servi di nuovo.»

Il sangue mi si gelò e scaldò insieme.

«Forse?»

Maria sorrise al foglio.

«Dipende da quanto sarai bravo oggi.»

Uscii.

Il corridoio mi sembrò troppo luminoso.

Il campo, troppo rumoroso.

Io, troppo vivo.

Quando arrivai nell’area dei grandicelli, erano già le dieci passate.

Simona stava gestendo il gruppo da sola con una bandana rossa in testa, il fischietto al collo e l’aria di una donna pronta a commettere reati minori per legittima difesa. Aveva recuperato la divisa, ma i capelli erano ancora un po’ spettinati, il viso pallido sotto l’abbronzatura, gli occhi segnati dalla notte.

Eppure stava funzionando.

Più che funzionando.

Stava dominando quel branco di tredicenni come se fosse nata con un registro presenze in una mano e una minaccia nell’altra.

«Dafne, se lanci un altro pallone addosso a Marco, ti trasformo in materiale didattico.»

«Ma ha iniziato lui!»

«E tu finirai appesa alla bacheca.»

Poi mi vide.

Mi squadrò dall’alto in basso.

Una volta.

Due.

Troppo bene.

«Oh,» disse. «Il reduce della burocrazia erotica.»

Mi bloccai.

«Cosa?»

«Hai la faccia di uno che ha passato tre ore a fare fotocopie in un locale senza ossigeno.»

«Più o meno.»

Simona mi si avvicinò, abbassando la voce.

«Tutto bene?»

La domanda era semplice.

Gli occhi no.

Gli occhi dicevano: Maria ti ha fatto qualcosa?

Io deglutii.

«Sono vivo.»

«Non era la domanda.»

«È la risposta migliore che ho.»

Lei mi studiò ancora.

Poi, per fortuna o per pietà, Dafne urlò:

«Simo! Marco sta barando!»

Simona chiuse gli occhi.

«Ogni giorno mi sveglio e scelgo la violenza educativa.»

Si voltò verso il gruppo.

«Arrivo! Ale, tu prendi i coni.»

«Sì, capo.»

Lei si fermò.

Mi guardò.

«Non chiamarmi capo.»

La frase uscì leggera.

Ma qualcosa sotto graffiò.

Io abbassai lo sguardo.

«Scusa.»

Simona lo notò.

Ovviamente.

Non disse niente.

Peggio.

La giornata partì male e proseguì peggio.

Non per eventi grossi.

Per dettagli.

Il sole era troppo caldo. I bambini erano troppo vivi. Io ero troppo stanco. Ogni volta che piegavo la schiena per raccogliere un pallone, il corpo mi ricordava la sedia di Maria, la scrivania, il legno contro le ginocchia, la sua voce che mi diceva bravo come se fosse un insulto.

Simona mi coprì più del necessario.

Lo fece senza farlo pesare.

Mi passava davanti quando vedeva che mi ero incantato. Mi lanciava una bottiglietta d’acqua prima ancora che la chiedessi. Inventava scuse per mandarmi due minuti all’ombra.

«Vai a prendere i pennarelli.»

«Simo, sono nel borsone accanto a te.»

«Ho detto vai a prendere i pennarelli filosofici. Stanno dove non mi fai venire voglia di scuoterti.»

Andai.

All’ombra vicino al teatro trovai Tracy seduta su una cassa, occhiali da sole, gambe nude, un ghiacciolo in bocca.

Ovviamente.

«Piccino,» disse, sfilandosi il ghiacciolo dalle labbra con una lentezza totalmente non necessaria. «Hai un’aria sconvolta. La mammina rossa ti ha strapazzato?»

Mi fermai.

«Non so di cosa parli.»

«No?»

Sorrise.

«Che peccato. Hai proprio la faccia di uno che ha imparato l’alfabeto sotto dettatura.»

«Tracy.»

«Tranquillo.» Si sporse appena. «Io non giudico. Prendo appunti per ridere meglio dopo.»

Scappai prima di darle materiale.

Passai dal gruppo dei piccoli con la scusa di recuperare tempere.

Anna era seduta all’ombra, circondata da bambini che stavano incollando pezzi di carta colorata su cartoncini deformi. Aveva una molletta tra i denti, le mani sporche di colla e i capelli raccolti male. Quando mi vide, tolse la molletta dalla bocca.

«Ehi.»

Una parola sola.

Mi fece più bene di quanto avrei voluto.

«Ehi.»

Mi avvicinai al tavolo.

Un bambino mi mostrò un disegno.

«Questo sei tu.»

Guardai il foglio.

C’era una specie di patata con i capelli e due gambe lunghissime.

«Somigliante.»

Anna sorrise.

«Ha colto l’essenza.»

«Mi sento rappresentato e offeso.»

Lei rise piano.

Poi mi guardò meglio.

Il sorriso le si spense appena.

«Sei stanco.»

«Sono un’opera contemporanea sulla stanchezza.»

«Ale.»

Sempre quel tono.

Morbido.

Pericoloso perché non chiedeva permesso per preoccuparsi.

«Sto bene.»

Lei non mi credette.

Ma non insistette.

Allungò una mano e mi tolse un pezzetto di carta colorata che mi era rimasto attaccato alla manica.

Un gesto minuscolo.

Le sue dita sfiorarono il mio polso.

Si fermarono un istante.

Io sentii quel contatto come se fossi stato in astinenza da cose pulite.

Anna abbassò gli occhi subito, arrossendo.

Poi li rialzò, più decisa.

«Simona sta meglio?»

La domanda arrivò dolce.

Ma sotto c’era tutto.

La cena.

La sua assenza.

Il segreto.

Io guardai verso il gruppo dei grandi, dove Simona stava urlando contro un ragazzino che aveva deciso di usare un cono come cappello rituale.

«Un po’.»

Anna seguì il mio sguardo.

Per un secondo il suo viso si fece strano.

Dolcezza, preoccupazione e quella piccola fitta che non voleva avere.

«Bene,» disse.

Troppo piano.

Avrei voluto dirle qualcosa.

Ma Anto passò dietro di noi proprio in quel momento, con una pila di fogli in mano.

«Anto,» dissi.

Lei non si fermò.

«Sto lavorando.»

«Posso parlarti un secondo?»

«No.»

Anna abbassò lo sguardo sul tavolo.

Io sentii la gola stringersi.

«Anto.»

Lei si voltò appena.

Il viso era chiuso.

Non arrabbiato in modo esplosivo.

Peggio.

Educato.

Freddo.

«Mi serve la colla stick, se devi proprio renderti utile.»

Mi porse la mano.

Solo la mano.

Io presi la colla dal tavolo e gliela diedi.

Le nostre dita non si toccarono.

Lei fece attenzione a evitarlo.

Quel gesto mi fece più male di uno schiaffo.

«Grazie,» disse.

Come a un collega.

Poi se ne andò.

Anna non disse niente.

Non subito.

Quando parlò, la voce era bassa.

«Le hai fatto male?»

La domanda non era accusa.

Era paura.

Io fissai Anto che si allontanava.

«Sì.»

Anna inspirò piano.

«L’hai fatto apposta?»

«No.»

«Lo so.»

Mi voltai verso di lei.

«Allora perché me lo chiedi?»

Anna guardò i bambini davanti a sé.

Uno stava tentando di incollarsi una stellina sulla fronte.

«Perché a volte non basta non voler fare male.»

La frase mi rimase addosso per tutto il pomeriggio.

La giornata continuò a pezzi.

Pranzo rumoroso.

Caldo.

Piscina negata perché mancava un’autorizzazione.

Maria che da lontano mi guardò una volta sola, da sotto gli occhiali da sole, e mi fece un cenno minuscolo con due dita.

Non un saluto.

Un richiamo.

Io finsi di non vederlo.

Lei sorrise come se l’avesse visto benissimo.

Fiona invece mi intercettò vicino al deposito palloni, verso le cinque.

Stava sistemando costumi su una gruccia, immobile nella sua severità, con i capelli raccolti e la fronte lucida di sudore. Non mi guardò subito.

«Hai una brutta cera.»

«Grazie, Fiona. Sempre balsamica.»

«Non era una premura.»

«Figurati.»

Lei appese un costume da leone.

«Maria ti sta usando.»

Mi fermai.

«Non so di cosa parli.»

Fiona finalmente mi guardò.

Fredda.

Precisa.

«È incredibile quante cose tu non sappia, considerando quanto ci finisci dentro.»

Non risposi.

Lei si avvicinò di un passo.

«Stai diventando prevedibile.»

«In che senso?»

«Nel senso che basta guardare quale donna ti ha appena rovinato la giornata.»

Mi si seccò la bocca.

Fiona raccolse un altro costume.

«Prima o poi una di loro si farà male davvero.»

«Una di loro chi?»

Sollevò gli occhi.

«Scegli tu.»

Poi se ne andò.

Lasciandomi lì con un pallone sgonfio in mano e la netta sensazione che il campo, a quel punto, non fosse più un posto.

Era un sistema di trappole con la piscina.

Alle diciannove, quando l’ultimo bambino uscì dal cancello trascinato da una madre abbronzata e furiosa perché aveva perso una ciabatta, io ero finito.

Non stanco.

Finito.

Mi sedetti su una panchina vicino al campo da calcio, ancora con il fischietto al collo e la polo incollata alla schiena. Il sole calava lento, arancione, sporco. Le cicale urlavano come se non avessero mai avuto una crisi esistenziale.

Simona mi trovò lì.

Si sedette accanto a me senza chiedere.

Per un minuto non disse niente.

Poi mi passò una bottiglietta d’acqua.

«Bevi, segretario.»

La presi.

«Non chiamarmi così.»

«Allora smetti di sembrare uno sfruttato d’ufficio.»

Bevvi.

L’acqua era calda.

Buonissima.

Simona guardò davanti a sé, verso il prato vuoto.

«Giornata di merda?»

«Molto.»

«Maria?»

Non risposi.

Lei si voltò appena.

«Non voglio sapere tutto.»

Mi guardò.

«Solo se stai bene.»

La domanda mi prese di lato.

Perché detta da Simona, dopo quello che aveva passato la sera prima, sembrava quasi ingiusta.

Avrebbe dovuto essere lei quella da controllare.

Non io.

«Non lo so,» dissi.

Lei annuì.

Niente battuta.

Niente presa in giro.

Solo un cenno piccolo.

«Allora per stasera non facciamo finta di saperlo.»

Mi uscì una specie di sorriso.

«Programma ambizioso.»

«Sono una leader.»

«Pensavo fossi in smart working emotivo.»

«Ho fatto carriera.»

Restammo seduti lì, sudati, distrutti, troppo vicini e troppo lontani.

Dall’altra parte del campo, Anna aiutava i piccoli a raccogliere gli ultimi pennarelli. A un certo punto alzò lo sguardo e ci vide.

Non sorrise subito.

Poi sì.

Poco.

Un sorriso gentile, ferito, che mi fece abbassare gli occhi.

Anto passò dietro di lei senza guardare nella nostra direzione.

Fiona, vicino al teatro, parlava con Tracy.

Maria uscì dal suo ufficio con una cartellina sotto il braccio, mi guardò da lontano e si portò due dita alla tempia in un saluto ironico.

Domani forse mi servi di nuovo.

Mi venne quasi da ridere.

O da svenire.

Simona mi diede una spallata leggera.

«Ehi.»

«Mh?»

«Non morire prima di cena.»

«Ci proverò.»

«Bravo.»

La parola mi colpì più del dovuto.

Lei se ne accorse.

Mi guardò.

Io guardai altrove.

Simona non disse niente.

Ma la sua mano, sul legno della panchina, scivolò appena verso la mia.

Non abbastanza da toccarmi.

Abbastanza da farmi sapere che avrebbe potuto.

E quella sera, con il corpo distrutto, Maria ancora addosso, Anto lontana, Anna ferita e Simona seduta accanto a me come una promessa complicata, mi resi conto di una cosa semplice.

La settimana era appena iniziata.

E io ero già senza forze.

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