Si chinò appena verso di me.
Non abbastanza da sembrare una scena.
Abbastanza da farmi sentire il suo respiro vicino all’orecchio.
«E non arrivare con quella faccia da cane bastonato.»
La sua voce era bassa, rotonda, pericolosa.
«Mi servi sveglio.»
Deglutii.
Anna, accanto a me, diventò immobile.
Fiona sollevò appena lo sguardo dal piatto.
Tracy sorrise.
Maria posò due dita sulla mia spalla. Una pressione leggera. Possessiva. Non una carezza. Una firma.
«Sveglio, puntuale e ubbidiente.»
Il modo in cui disse l’ultima parola mi fece salire calore al collo.
Non perché fosse dolce.
Perché non lo era affatto.
Era comando.
Era punizione.
Era promessa.
Maria si raddrizzò, lasciando scivolare le dita via dalla mia spalla con lentezza studiata, poi batté le mani.
«Bene. Ora mangiate, che domani vi voglio vivi. Più o meno.»
Tornò al suo posto come se non avesse appena marchiato il territorio davanti a tutte.
Anna fissava il proprio piatto.
Le sue dita si erano strette attorno al bicchiere.
Io avrei voluto dirle qualcosa.
Ma cosa?
Non è come sembra?
Era esattamente come sembrava.
Solo peggio.
La cena finì in una specie di normalità finta.
Tracy continuò a parlare troppo. Fiona rispose con monosillabi taglienti. Maria diede ordini anche sui turni delle docce, perché evidentemente comandare le anime non le bastava. Anto si alzò prima di tutti, senza guardarmi.
Anna rimase seduta fino alla fine.
Quando mi alzai, lei fece lo stesso.
Uscimmo insieme dalla mensa, nel vialetto illuminato male dai lampioncini gialli. L’aria sapeva di terra calda e zanzare. In lontananza il campo sembrava finalmente stanco: sedie impilate, palloni abbandonati, il palco del teatro vuoto, la piscina chiusa che rifletteva un pezzo di cielo scuro.
Anna camminava al mio fianco, le mani intrecciate davanti a sé.
«Le porto qualcosa io?» chiese.
Sapevo di chi parlava.
«A Simona?»
Lei annuì.
Il suo tono era normale.
Troppo normale.
«Vado io.»
«Sì. Certo.»
Mi fermai.
Lei fece un passo in più, poi si voltò.
«Anna.»
«Mh?»
Le luci gialle le disegnavano ombre morbide sul viso. Sembrava stanca, dolce, preoccupata. E un po’ ferita. Tutto insieme.
«Non è che non voglia che tu ci sia.»
Lei mi guardò in silenzio.
«È solo che adesso…»
Mi bloccai.
Non potevo dirle il segreto di Simona.
Non potevo dirle quello di Anto.
Non potevo dirle il mio.
Anna mi venne incontro e mi salvò dal mio stesso disastro.
«Non devi spiegarmi tutto.»
«Forse dovrei.»
«Forse sì.»
Fece un sorriso piccolo.
«Ma non per forza stasera.»
Mi spezzò.
Perché non mi stava assolvendo.
Mi stava dando tempo.
E io non ero sicuro di meritarlo.
«Tu stai bene?» chiesi.
Lei abbassò lo sguardo.
«Sì.»
«Anna.»
Lei sospirò, poi rise piano.
«Odio quando fate così.»
«Così come?»
«Quando dite il mio nome come se fosse un interrogatorio buono.»
«Scusa.»
«Sto bene.» Poi aggiunse, più onesta: «Sono solo un po’ confusa.»
«Per me?»
Il rossore le salì subito alle guance, ma non distolse lo sguardo.
«Anche.»
Quel “anche” rimase tra noi come una cosa viva.
Volevo toccarle la mano.
Volevo dirle che la sera prima, all’area picnic, non era stata una parentesi. Che il modo in cui mi aveva baciato mi era rimasto addosso tutto il giorno. Che quando avevo sentito la sua voce chiedermi “Dormito?” avevo pensato che forse esisteva ancora una versione di me non completamente marcia.
Ma avevo Simona in bungalow.
Avevo Anto distrutta.
Avevo Maria alle sette del mattino.
Avevo troppe cose e nessuna pulita.
Anna fece un passo indietro.
«Vai da lei.»
Il cuore mi diede una fitta.
«Anna…»
Lei sorrise.
Stavolta più triste.
«È la mia migliore amica.»
«Lo so.»
«E tu sei…»
Si fermò.
«Cosa?»
Lei scosse la testa.
«Vai.»
Non mi diede altro.
Si voltò e camminò verso i bungalow delle ragazze piccole, lasciandomi lì con il bisogno stupido di seguirla e il dovere più urgente di tornare da Simona.
Alla fine feci l’unica cosa che sapevo fare bene.
Mi complicai la vita.
Passai dal bar.
Il bar del campo, dopo cena, era quasi deserto. Solo Gennaro, il barista, stava asciugando bicchieri con l’aria di un uomo che aveva visto troppi bambini chiedere granite blu.
«Ale, che vuoi?»
«Una cosa illegale.»
«Se riguarda Maria, non voglio sapere.»
«Peggio. Ghiaccioli.»
Lui mi fissò.
«Quelli per i bambini?»
«Per una causa nobile.»
«La fame chimica?»
«Una crisi sentimentale.»
Gennaro sospirò, aprì il freezer e tirò fuori un pacco misto.
«Fragola, limone, coca cola.»
«Sei un santo.»
«No. Me li segno sul conto staff.»
«Allora sei un commercialista.»
«Peggio.»
Infilai il pacco sotto il braccio come se stessi trafficando diamanti e tornai verso il bungalow.
Quando aprii la porta, Simona era esattamente dove l’avevo lasciata.
No.
Peggio.
Era seduta sul letto, con le ginocchia al petto, la mia maglietta tirata sopra le gambe, il viso nascosto tra le braccia. Le spalle le tremavano appena.
Non stava urlando.
Non stava facendo battute.
Stava piangendo.
Piano.
Male.
Quel pianto piccolo, trattenuto, da persona che non vuole concedersi nemmeno il diritto di fare rumore.
Chiusi la porta con il piede.
«Ho rubato beni di prima necessità.»
Lei non alzò la testa.
«Non ho fame.»
«Non è fame. È terapia criogenica.»
Nessuna risposta.
Mi avvicinai piano e appoggiai il pacco di ghiaccioli sul letto, accanto ai suoi piedi.
«Fragola, limone, coca cola. Ho evitato l’anice perché tengo alla mia fedina penale.»
Simona tirò su il viso quel tanto che bastava per guardare il pacco.
Aveva gli occhi rossi, il naso arrossato, i capelli ormai quasi asciutti ma ancora spettinati. La mia maglietta le cadeva larga addosso, scoprendo una spalla. Sembrava piccola dentro una cosa mia. E io ebbi la sensazione assurda, pericolosa, di volerla tenere lì per sempre.
Lei indicò il pacco.
«Hai davvero rubato ghiaccioli per me?»
«Sgraffignato. Tecnicamente diverso.»
«Quanto diverso?»
«Meno penale, più romantico.»
Lei mi guardò.
Poi guardò i ghiaccioli.
Poi di nuovo me.
«Sei un coglione.»
«Sì, ma con ottima selezione di gusti.»
Le tremò la bocca.
Questa volta il sorriso non riuscì ad arrivare fino in fondo. Si trasformò in un’altra lacrima.
Mi sedetti sul bordo del letto, a distanza prudente.
«Posso?»
Lei annuì appena.
Aprii il pacco, tirai fuori un ghiacciolo alla fragola e glielo porsi.
Lei lo prese, ma non lo aprì.
Lo tenne in mano, appoggiandolo contro la guancia come un impacco.
«Freddo,» mormorò.
«Incredibile proprietà del ghiaccio.»
«Zitto.»
«Subito.»
Restammo così per un po’.
Io seduto sul bordo del suo letto.
Lei con le ginocchia al petto, il ghiacciolo ancora incartato premuto contro la pelle calda del viso.
Fuori, il campo faceva quei rumori piccoli della sera: passi lontani sulla ghiaia, una porta che sbatteva, una risata di Tracy riconoscibilissima anche a trenta metri, il frinire delle cicale che sembravano non avere mai ricevuto il messaggio che la giornata era finita.
Simona fu la prima a parlare.
«Mi controllava anche i vestiti.»
Non mi mossi.
«Non subito. All’inizio era tipo… battute. “Esci così?” “Bella quella gonna, peccato che la vedranno tutti.” “Con quel top poi non lamentarti se ti guardano.”» Rise piano. «E io ridevo. Perché sembrava gelosia carina. Sai quella merda che nei film passa per amore?»
«Sì.»
«Poi è diventato: mandami una foto prima di uscire.»
Mi voltai verso di lei.
Lei guardava il pavimento.
«E se non gliela mandavo, si incazzava. Se gliela mandavo, trovava comunque qualcosa. Troppo corta. Troppo scollata. Troppo aderente. Troppo da single.»
Strinse il ghiacciolo nella mano.
La plastica scricchiolò.
«Una volta mi sono cambiata tre volte prima di una cena con le mie amiche. Tre volte. E alla fine sono uscita con una maglietta larga che odiavo.»
La sua voce si abbassò.
«E la cosa peggiore è che quella sera mi sono sentita brava.»
Sentii la rabbia salirmi nella gola.
Non la rabbia utile.
Quella inutile, maschile, stupida, che vorrebbe spaccare qualcosa per non sentire il male degli altri.
La ingoiai.
«Non eri brava. Eri stanca.»
Lei mi guardò.
«Come fai a dirlo così?»
«Così come?»
«Come se fosse semplice.»
«Non ho detto che è semplice.»
«Sembra.»
«No. Sembra solo da fuori. Da dentro è una merda.»
Lei si appoggiò con la schiena al muro, scivolando un po’ più giù sul materasso.
La mia maglietta le salì sulle cosce e lei la tirò giù distrattamente, più per abitudine che per pudore.
«Mi chiedeva gli screenshot.»
«Di cosa?»
«Chat. Gruppi. Instagram. Chi mi aveva scritto. Chi mi aveva messo like. Chi era quello nella storia. Perché avevo risposto con una faccina e non con un punto. Perché avevo visualizzato e non risposto subito a lui ma nel frattempo ero online.»
Deglutì.
«Una volta mi ha tenuta al telefono due ore perché aveva visto che un tipo dell’università mi aveva messo like a una foto vecchia.»
«Tu che c’entravi?»
Lei sorrise amaramente.
«Domanda pericolosa.»
«Simo.»
«No, è così. Con lui ogni cosa che faceva un altro diventava una cosa che avevo causato io. Se uno mi guardava, era perché io avevo fatto qualcosa. Se uno mi scriveva, era perché gli avevo dato confidenza. Se uno rideva a una mia battuta, era perché mi piaceva farmi desiderare.»
Si fermò.
Poi aggiunse, piano:
«Alla fine ho smesso di fare battute con i maschi.»
