La luce livida dell'alba filtrava a stento dalle fessure delle tapparelle, ma era sufficiente per delineare il corpo di Anto. Ero sveglio da ore, la schiena appoggiata al muro freddo, gli occhi incollati su di lei.
Dopo il disastro della notte scorsa, era crollata in un sonno agitato. Nel panico si era rimessa solo gli slip, rannicchiandosi su un fianco. La pelle nuda della sua schiena si alzava e si abbassava in respiri irregolari. Vederla così, mezza nuda e indifesa, era una tortura per la mia sanità mentale, ma l'eccitazione febbrile aveva lasciato il posto a un senso di colpa opprimente. Sapevo benissimo perché era esplosa in quel modo. Una settimana prima di partire, il suo ragazzo l'aveva scaricata perché lei era terrorizzata dall'idea di fare sesso e si tirava sempre indietro. L'abbandono l'aveva devastata. Quello che era successo sul mio materasso non era vero desiderio: era il suo tentativo tossico e disperato di dimostrare a se stessa di non essere "rotta". E io, come un coglione, ci ero cascato. Se non mi avesse fermato, avrei rovinato la nostra amicizia solo per assecondare i miei ormoni. La sua era una sensualità fragile, malinconica, che mi faceva sentire uno schifo. Dovevo andarmene da quella stanza. Subito.
Uscii dal bungalow sudando freddo nell'aria frizzante delle sette e mezza. Tagliai per il prato, puntando dritto alla porta di Maria. Bussai forte. Passarono due minuti prima che la serratura scattasse. Maria apparve sulla soglia come una visione letale. I capelli rossi erano un groviglio selvaggio, gli occhi scuri socchiusi per i postumi della sbronza. Indossava solo una canottiera grigia palesemente di una taglia in meno e un paio di slip di pizzo rosso fuoco. Non c'era traccia di vulnerabilità in lei: la sua era una sensualità predatoria, dominante, che usava il suo corpo esplosivo come un'arma di distrazione.
«Dimmi che c'è un fottuto incendio, Ale,» gracchiò, incrociando le braccia sotto il petto e spingendolo sfacciatamente in fuori. «Scusa Maria. Ho bisogno di un cambio stanza. Abbiamo abitudini diverse, io e Anto non riusciamo a riposare.» Maria scoppiò in una risata gutturale. Fece un passo verso di me, invadendo il mio spazio col suo profumo muschiato. «Ragazzino, lavoro in mezzo agli ormoni da anni. Siete in una stanza grande quanto uno sgabuzzino e l'aria scotta. Stai scappando prima di fare danni, eh?» L'imbarazzo mi incendiò il collo. «La situazione è invivibile. Ti prego. Dille che è una nuova direttiva della direzione: i compagni di squadra devono condividere lo stesso bungalow.» Un'illuminazione perversa le balenò negli occhi. Sorrise, mostrando i denti, e si sporse in avanti finché il calore del suo seno non sfiorò la mia maglietta. «L'idea del despota mi piace,» sussurrò, tracciando con l'unghia una linea lenta sul mio petto. «Affare fatto. Ma in questo campo niente è gratis. Tu mi devi un favore personale, Ale. E verrò a riscuoterlo.» Mi sbatté la porta in faccia prima che potessi assimilare la minaccia.
Alle otto e mezza il campo era inondato di luce. Eravamo tutti radunati per il briefing. La divisa ufficiale era obbligatoria: pantaloncini e una polo bianca di cotone con il logo del campo ricamato sul petto, che assumeva un significato completamente diverso addosso a ognuna di loro. Maria, di nuovo autoritaria e chiusa nella sua divisa, annunciò impassibile la nuova regola logistica delle stanze. Con la coda dell'occhio vidi Anto irrigidirsi, stringendo i pugni fino a farsi sbiancare le nocche. Il patto era siglato.
Il gruppo si sciolse. Io mi guardai intorno spaesato, cercando la mia misteriosa partner di squadra che non si vedeva da nessuna parte. «Cerchi l'uragano?» mi sorprese la voce morbida di Anna. Si era avvicinata con un sorriso che le illuminava il viso, l'aria molto più rilassata rispetto alla sera prima. «Simona è la mia migliore amica. È una ritardataria patologica, capace di arrivare col fiatone e una scusa assurda, ma sa farsi perdonare tutto.» Sorrisi, annullando un po' delle distanze tra noi per godermi il suo delicato profumo di vaniglia. «Quindi mi lascia da solo contro un'orda di tredicenni impazziti. Sopravviverò?» Anna arrossì leggermente, i suoi occhi brillarono di una dolce complicità. «Se hai bisogno, quando mi libero vengo a salvarti io...» «Vedo che abbiamo tempo da perdere,» ci interruppe Maria, spuntando alle nostre spalle come uno squalo e spazzando via la chimica tra noi. Fissò Anna con un sorriso di ghiaccio. «Visto che ami chiacchierare, Anna, vai al cancello d'ingresso a segnare i nomi.» Anna sbiancò, colpita nel suo punto debole (l'ansia sociale), e corse via a testa bassa. Maria si voltò verso di me, mi sfiorò sfacciatamente il braccio col petto e sussurrò: «Vai all'area picnic, ragazzino.»
I cancelli si aprirono e fu l'inferno. Fiona e Tracy iniziarono a scaricarmi addosso plotoni di ragazzini urlanti. Ero solo, nel panico più totale, e stavo affogando in un mare di zainetti e domande a raffica.
Poi, finalmente, arrivò lei. Simona piombò nell'area picnic correndo, col fiatone. «Scusatemi! Il mio passaggio ha fatto un ritardo epico!» Quando si scostò i capelli scuri dal viso, il mio cervello andò in tilt. Era energia pura. Non aveva una bellezza costruita o artificiosa; era l'esatto opposto di Anto o Maria. Lineamenti puliti, occhi allungati e magnetici, un corpo slanciato, tonico e inequivocabilmente femminile sotto la divisa. Era solare, atletica, incasinata. «Tu devi essere Ale. Io sono Simona. Dimmi cosa devo fare prima che ci sbranino.»
Con lei ad aiutarmi, la situazione divenne subito gestibile. Per farli sfogare, organizzammo un torneo di biliardino sotto la tettoia. Mentre i ragazzini si scannavano a colpi di rullate vietate urlando come ossessi, io e Simona ci appoggiammo a una staccionata di legno lì vicino, finalmente in pace. Faceva già caldo. Lei afferrò il colletto della sua polo e lo sventolò per farsi aria, offrendomi uno scorcio accidentale sulla pelle lucida di sudore della sua clavicola. Deglutii a fatica, imponendomi di guardarla in faccia.
Non facemmo in tempo a rilassarci che fummo accerchiati da tre ragazzine di tredici anni, già incoronate regine del gossip del nostro gruppo: Dafne, lo sguardo furbo di chi sa già tutto; Angela, che ridacchiava per qualsiasi cosa; e Martina, la mente analitica e osservatrice del trio. «Allora Ale,» esordì Dafne, incrociando le braccia con un fare teatrale. «Dicci la verità... chi è la più bella tra le animatrici?» Simona scoppiò a ridere, inclinando la testa di lato. Il movimento fluido esaltò la linea elegante del suo collo. «Attento a come rispondi, collega,» mi stuzzicò, lanciandomi uno sguardo magnetico. «Potrei offendermi a morte.» «La competizione è agguerrita,» risposi, stando al gioco e godendomi il modo in cui Simona si mordicchiò il labbro inferiore pieno. «Ma credo che l'uragano arrivato in ritardo abbia scompigliato parecchio le classifiche.»
Le ragazzine esplosero in risolini complici, e Martina passò subito ad attaccare Simona, chiedendole se avesse il ragazzo. In dieci minuti, io e Simona ci ritrovammo a scambiarci battute ciniche e sguardi d'intesa, gestendo l'interrogatorio delle tre "piccole pesti" con un tempismo comico perfetto. Avevamo esattamente la stessa visione del mondo: veloce, ironica, senza troppi filtri. Scattò una dinamica "da bro" incredibilmente spontanea, che però strideva in modo pericoloso con l'attrazione fisica che mi stava già friggendo i nervi.
Il vero colpo di grazia arrivò dopo pranzo, in piscina. Mentre io sbrigavo le formalità col bagnino, Simona uscì dagli spogliatoi sfoggiando un bikini rosso fuoco. Il colore acceso esaltava la pelle ambrata, la linea pulita dell'addome e le forme contenute ma perfette del suo corpo. Non si metteva in posa, camminava a piedi nudi ridendo, con una sensualità così inconsapevole da togliere il respiro. «Ale, muoviti, che qui si cuoce!» mi chiamò, tuffandosi.
L'atmosfera era goliardica, finché un gruppo di quattordicenni non ci sfidò alla lotta in acqua. Gli occhi di Simona si accesero di feroce competitività. «Non possiamo perdere. Ale, fammi salire!» Non feci in tempo a rispondere. Mi si aggrappò alle spalle e io mi raddrizzai per sollevarla. Le sue cosce toniche e bagnate si strinsero come una morsa attorno al mio collo per trovare stabilità. Le afferrai d'istinto le gambe, sentendo la pelle scivolosa sotto i palmi.
Ma quando la battaglia iniziò, il mio autocontrollo si disintegrò. Per non cadere, Simona strinse la presa. Il suo bacino premette con forza contro la mia nuca. «Tienimi, Ale!» urlò, piegandosi in avanti per spingere l'avversario. Il suo petto bagnato si schiacciò contro il retro della mia testa. L'attrito delle sue cosce sul mio collo, l'odore di cloro, il calore sfacciato della sua intimità separata da me solo da un velo di lycra rossa... fu un bombardamento sensoriale totale. Sott'acqua, al sicuro dagli sguardi, reagii con un'erezione dolorosa e ingestibile. Il mio senso di colpa per Anto sparì, spazzato via dall'uragano Simona. Stavo scappando da una prigione psicologica per gettarmi dritto in un burrone.
