Campo Estivo - Vol.1

Capitolo 3 - Seni nudi allo specchio

la mattina dopo il disastro, il primo giorno di lavoro e la conoscenza della partner

A
Asiadu01

11 ore fa

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La luce livida dell'alba filtrava a stento dalle fessure delle tapparelle, ma era sufficiente per delineare il corpo di Anto. Ero sveglio da ore, la schiena appoggiata al muro freddo, gli occhi incollati su di lei.

Dopo il disastro della notte scorsa, era crollata in un sonno agitato. Nel panico si era rimessa solo gli slip, rannicchiandosi su un fianco. La pelle nuda della sua schiena si alzava e si abbassava in respiri irregolari. Vederla così, mezza nuda e indifesa, era una tortura per la mia sanità mentale, ma l'eccitazione febbrile aveva lasciato il posto a un senso di colpa opprimente. Sapevo benissimo perché era esplosa in quel modo. Una settimana prima di partire, il suo ragazzo l'aveva scaricata perché lei era terrorizzata dall'idea di fare sesso e si tirava sempre indietro. L'abbandono l'aveva devastata. Quello che era successo sul mio materasso non era vero desiderio: era il suo tentativo tossico e disperato di dimostrare a se stessa di non essere "rotta". E io, come un coglione, ci ero cascato. Se non mi avesse fermato, avrei rovinato la nostra amicizia solo per assecondare i miei ormoni. La sua era una sensualità fragile, malinconica, che mi faceva sentire uno schifo. Dovevo andarmene da quella stanza. Subito.

Uscii dal bungalow sudando freddo nell'aria frizzante delle sette e mezza. Tagliai per il prato, puntando dritto alla porta di Maria. Bussai forte. Passarono due minuti prima che la serratura scattasse. Maria apparve sulla soglia come una visione letale. I capelli rossi erano un groviglio selvaggio, gli occhi scuri socchiusi per i postumi della sbronza. Indossava solo una canottiera grigia palesemente di una taglia in meno e un paio di slip di pizzo rosso fuoco. Non c'era traccia di vulnerabilità in lei: la sua era una sensualità predatoria, dominante, che usava il suo corpo esplosivo come un'arma di distrazione.

«Dimmi che c'è un fottuto incendio, Ale,» gracchiò, incrociando le braccia sotto il petto e spingendolo sfacciatamente in fuori. «Scusa Maria. Ho bisogno di un cambio stanza. Abbiamo abitudini diverse, io e Anto non riusciamo a riposare.» Maria scoppiò in una risata gutturale. Fece un passo verso di me, invadendo il mio spazio col suo profumo muschiato. «Ragazzino, lavoro in mezzo agli ormoni da anni. Siete in una stanza grande quanto uno sgabuzzino e l'aria scotta. Stai scappando prima di fare danni, eh?» L'imbarazzo mi incendiò il collo. «La situazione è invivibile. Ti prego. Dille che è una nuova direttiva della direzione: i compagni di squadra devono condividere lo stesso bungalow.» Un'illuminazione perversa le balenò negli occhi. Sorrise, mostrando i denti, e si sporse in avanti finché il calore del suo seno non sfiorò la mia maglietta. «L'idea del despota mi piace,» sussurrò, tracciando con l'unghia una linea lenta sul mio petto. «Affare fatto. Ma in questo campo niente è gratis. Tu mi devi un favore personale, Ale. E verrò a riscuoterlo.» Mi sbatté la porta in faccia prima che potessi assimilare la minaccia.

Alle otto e mezza il campo era inondato di luce. Eravamo tutti radunati per il briefing. La divisa ufficiale era obbligatoria: pantaloncini e una polo bianca di cotone con il logo del campo ricamato sul petto, che assumeva un significato completamente diverso addosso a ognuna di loro. Maria, di nuovo autoritaria e chiusa nella sua divisa, annunciò impassibile la nuova regola logistica delle stanze. Con la coda dell'occhio vidi Anto irrigidirsi, stringendo i pugni fino a farsi sbiancare le nocche. Il patto era siglato.

Il gruppo si sciolse. Io mi guardai intorno spaesato, cercando la mia misteriosa partner di squadra che non si vedeva da nessuna parte. «Cerchi l'uragano?» mi sorprese la voce morbida di Anna. Si era avvicinata con un sorriso che le illuminava il viso, l'aria molto più rilassata rispetto alla sera prima. «Simona è la mia migliore amica. È una ritardataria patologica, capace di arrivare col fiatone e una scusa assurda, ma sa farsi perdonare tutto.» Sorrisi, annullando un po' delle distanze tra noi per godermi il suo delicato profumo di vaniglia. «Quindi mi lascia da solo contro un'orda di tredicenni impazziti. Sopravviverò?» Anna arrossì leggermente, i suoi occhi brillarono di una dolce complicità. «Se hai bisogno, quando mi libero vengo a salvarti io...» «Vedo che abbiamo tempo da perdere,» ci interruppe Maria, spuntando alle nostre spalle come uno squalo e spazzando via la chimica tra noi. Fissò Anna con un sorriso di ghiaccio. «Visto che ami chiacchierare, Anna, vai al cancello d'ingresso a segnare i nomi.» Anna sbiancò, colpita nel suo punto debole (l'ansia sociale), e corse via a testa bassa. Maria si voltò verso di me, mi sfiorò sfacciatamente il braccio col petto e sussurrò: «Vai all'area picnic, ragazzino.»

I cancelli si aprirono e fu l'inferno. Fiona e Tracy iniziarono a scaricarmi addosso plotoni di ragazzini urlanti. Ero solo, nel panico più totale, e stavo affogando in un mare di zainetti e domande a raffica.

Poi, finalmente, arrivò lei. Simona piombò nell'area picnic correndo, col fiatone. «Scusatemi! Il mio passaggio ha fatto un ritardo epico!» Quando si scostò i capelli scuri dal viso, il mio cervello andò in tilt. Era energia pura. Non aveva una bellezza costruita o artificiosa; era l'esatto opposto di Anto o Maria. Lineamenti puliti, occhi allungati e magnetici, un corpo slanciato, tonico e inequivocabilmente femminile sotto la divisa. Era solare, atletica, incasinata. «Tu devi essere Ale. Io sono Simona. Dimmi cosa devo fare prima che ci sbranino.»

Con lei ad aiutarmi, la situazione divenne subito gestibile. Per farli sfogare, organizzammo un torneo di biliardino sotto la tettoia. Mentre i ragazzini si scannavano a colpi di rullate vietate urlando come ossessi, io e Simona ci appoggiammo a una staccionata di legno lì vicino, finalmente in pace. Faceva già caldo. Lei afferrò il colletto della sua polo e lo sventolò per farsi aria, offrendomi uno scorcio accidentale sulla pelle lucida di sudore della sua clavicola. Deglutii a fatica, imponendomi di guardarla in faccia.

Non facemmo in tempo a rilassarci che fummo accerchiati da tre ragazzine di tredici anni, già incoronate regine del gossip del nostro gruppo: Dafne, lo sguardo furbo di chi sa già tutto; Angela, che ridacchiava per qualsiasi cosa; e Martina, la mente analitica e osservatrice del trio. «Allora Ale,» esordì Dafne, incrociando le braccia con un fare teatrale. «Dicci la verità... chi è la più bella tra le animatrici?» Simona scoppiò a ridere, inclinando la testa di lato. Il movimento fluido esaltò la linea elegante del suo collo. «Attento a come rispondi, collega,» mi stuzzicò, lanciandomi uno sguardo magnetico. «Potrei offendermi a morte.» «La competizione è agguerrita,» risposi, stando al gioco e godendomi il modo in cui Simona si mordicchiò il labbro inferiore pieno. «Ma credo che l'uragano arrivato in ritardo abbia scompigliato parecchio le classifiche.»

Le ragazzine esplosero in risolini complici, e Martina passò subito ad attaccare Simona, chiedendole se avesse il ragazzo. In dieci minuti, io e Simona ci ritrovammo a scambiarci battute ciniche e sguardi d'intesa, gestendo l'interrogatorio delle tre "piccole pesti" con un tempismo comico perfetto. Avevamo esattamente la stessa visione del mondo: veloce, ironica, senza troppi filtri. Scattò una dinamica "da bro" incredibilmente spontanea, che però strideva in modo pericoloso con l'attrazione fisica che mi stava già friggendo i nervi.

Il vero colpo di grazia arrivò dopo pranzo, in piscina. Mentre io sbrigavo le formalità col bagnino, Simona uscì dagli spogliatoi sfoggiando un bikini rosso fuoco. Il colore acceso esaltava la pelle ambrata, la linea pulita dell'addome e le forme contenute ma perfette del suo corpo. Non si metteva in posa, camminava a piedi nudi ridendo, con una sensualità così inconsapevole da togliere il respiro. «Ale, muoviti, che qui si cuoce!» mi chiamò, tuffandosi.

L'atmosfera era goliardica, finché un gruppo di quattordicenni non ci sfidò alla lotta in acqua. Gli occhi di Simona si accesero di feroce competitività. «Non possiamo perdere. Ale, fammi salire!» Non feci in tempo a rispondere. Mi si aggrappò alle spalle e io mi raddrizzai per sollevarla. Le sue cosce toniche e bagnate si strinsero come una morsa attorno al mio collo per trovare stabilità. Le afferrai d'istinto le gambe, sentendo la pelle scivolosa sotto i palmi.

Ma quando la battaglia iniziò, il mio autocontrollo si disintegrò. Per non cadere, Simona strinse la presa. Il suo bacino premette con forza contro la mia nuca. «Tienimi, Ale!» urlò, piegandosi in avanti per spingere l'avversario. Il suo petto bagnato si schiacciò contro il retro della mia testa. L'attrito delle sue cosce sul mio collo, l'odore di cloro, il calore sfacciato della sua intimità separata da me solo da un velo di lycra rossa... fu un bombardamento sensoriale totale. Sott'acqua, al sicuro dagli sguardi, reagii con un'erezione dolorosa e ingestibile. Il mio senso di colpa per Anto sparì, spazzato via dall'uragano Simona. Stavo scappando da una prigione psicologica per gettarmi dritto in un burrone.

Alla fine cedemmo. Simona perse l'equilibrio e, invece di cadere all'indietro, scivolò lungo la parte anteriore del mio corpo. Il suo addome piatto sfregò contro il mio petto e, quando arrivò a livello dell'acqua, il suo bacino impattò inesorabilmente contro il mio inguine indurito. Il sorriso le morì sulle labbra. Sentì tutto. Si bloccò, immersa fino alle spalle, a un palmo dal mio viso. I suoi occhi si sgranarono, le labbra si dischiusero in un respiro mozzato. L'acqua sembrava improvvisamente bollente. «Ehm... bella resistenza,» sussurrò con voce roca, prima di staccarsi e nuotare via con una fretta insolita.

Feci uscire i ragazzi con il cuore in gola. Lasciai che Simona andasse avanti verso il teatro per avere un attimo di tregua e rimettere in ordine l'assetto del mio costume.

Quando finalmente recuperai un contegno decente e la raggiunsi, lei aveva appena consegnato il nostro gruppo di quattordicenni nelle mani degli animatori teatrali. Mi appoggiai alla parete di legno, passandomi una mano tra i capelli umidi. «Simo, dimmi che per un'ora e mezza non dobbiamo fare da balia a nessuno, perché sto per cedere strutturalmente,» le dissi, espirando pesantemente. Simona si voltò, le labbra piene piegate in un sorriso stanco ma luminoso. «Teatro confermato per i prossimi novanta minuti. Direi che ci siamo meritati una pausa. Andiamo a svaligiare il bar.»

Ci incamminammo fianco a fianco lungo il sentiero sterrato che tagliava il prato centrale. Il sole del pomeriggio africano picchiava sulle nostre teste, asciugando i costumi sotto le divise. Mentre ci avvicinavamo alla zona ristoro, incrociammo il gruppo dei bambini più piccoli, seduti in cerchio sull'erba per la pausa merenda.

A sorvegliarli c'erano Anna e Anto. Appena Simona vide la sua amica, i suoi occhi si illuminarono. Le corse incontro, abbandonando ogni compostezza, e le gettò le braccia al collo da dietro. «Anna! Come stanno i nanetti?» Anna sussultò, ma quando riconobbe la voce di Simona si rilassò all'istante. Si lasciò sfuggire una risata aperta e genuina, qualcosa che con me o con gli altri non aveva mai fatto. «Sopravviviamo! L'uragano è arrivato, vedo. E a quanto pare non hai ancora ucciso il tuo collega.»

Io feci un mezzo sorriso, avvicinandomi a passo più lento. E fu in quel momento che incrociai lo sguardo di Anto. Era seduta a un paio di metri di distanza. Sotto la sua polo bianca si vedeva ancora l'ombra scura del costume umido, un richiamo visivo crudele a quello che era successo poche ore prima nel mio letto. Ma il suo viso era una maschera di marmo. I suoi occhi scivolarono da me a Simona, registrando ogni singolo dettaglio: la nostra vicinanza, il modo naturale in cui Simona si appoggiava a me, i sorrisi complici. Il gelo che mi lanciò fu tagliente. Non c'era rabbia esplosiva, solo una gelosia fredda e ferita che mi piantò un chiodo di senso di colpa dritto nello stomaco. Distolsi lo sguardo, incapace di sostenerlo.

«Dai, vi lasciamo lavorare,» disse Simona, dando una pacca affettuosa ad Anna prima di tornare al mio fianco, sfiorandomi il braccio. «Noi andiamo a reidratarci prima di diventare polvere.» Io e Anto non ci scambiammo nemmeno una parola.

Arrivati al chiosco del bar, prendemmo due tè ghiacciati e ci sedemmo sui muretti all'ombra, bevendo in silenzio per qualche minuto. Sentire l'acqua fredda in gola era l'unica cosa che mi teneva lucido. «Sento che i miei riflessi si stanno spegnendo,» commentò Simona, giocherellando con il bicchiere di plastica. Il suo sguardo cadde su un tavolo da ping pong in cemento, posizionato poco più in là, in una zona purtroppo non coperta dagli alberi. Le si accese una scintilla negli occhi. «Ping pong. Una partita veloce per risvegliare i nervi?» «Sotto questo sole? Sei pazza,» ribattei, ma mi stavo già alzando. Sganciai il berretto con la visiera che tenevo appeso al passante dei pantaloncini e me lo infilai in testa. «E poi ti straccio.»

Prendemmo le racchette e ci posizionammo ai lati opposti del tavolo. La luce era accecante. Simona si portò una mano a mo' di visiera sugli occhi, strizzandoli per inquadrarmi. «Il sole mi acceca da questa parte,» si lamentò, e poi puntò il dito verso la mia fronte. «Socio, dammi il cappellino.» Sorrisi, impugnando la racchetta. «Te lo devi guadagnare. Chi arriva prima a undici se lo prende.» «Sfida accettata. Ma se devo sudare...»

Senza il minimo preavviso o pudore, Simona afferrò il lembo inferiore della sua polo bianca e se la sfilò dalla testa in un unico, fluido movimento, lanciandola sulla panchina. Rimase in pantaloncini e con solo il triangolo del bikini rosso fuoco addosso. La luce cruda del sole esaltava la sfumatura ambrata della sua pelle, mettendo in risalto il velo lucido di sudore che le imperlava la clavicola e il solco tra i seni. La linea del suo addome era tonica, perfetta. Mi fissò, passandosi una mano tra i capelli per sistemarli in uno chignon improvvisato, le braccia alzate che tendevano la pelle del torace e sollevavano la curva delicata dei suoi seni. Non c'era una briciola di malizia in lei, era pura praticità sportiva. Ma io rischiai seriamente di strozzarmi con la saliva.

«Batti tu,» mi disse, mettendosi in posizione, le gambe slanciate leggermente piegate.

La partita iniziò, e fu una carneficina. Era veloce, aggressiva sui colpi, e rideva a ogni mio errore. Ma il vero problema era la visuale. A ogni scatto, a ogni allungo per recuperare la pallina, il suo corpo si tendeva. Il tessuto rosso del bikini conteneva a stento la morbidezza del suo seno, che sobbalzava leggermente a ogni movimento brusco, catturando inevitabilmente i miei occhi. La seguivo muoversi con una fascinazione quasi ipnotica.

«Sei brava, maledizione,» ammisi, mancando una pallina facile perché ero troppo occupato a guardare la goccia di sudore che le scivolava lungo il collo. «Chi ti ha insegnato a tagliare i colpi in quel modo?» Simona recuperò la pallina, facendola rimbalzare sulla racchetta. «Edoardo. È un fanatico del ping pong, abbiamo un tavolo in giardino da lui e mi costringe a giocare praticamente ogni fine settimana.»

Il mio braccio si bloccò a mezz'aria. Il rumore della pallina sul cemento sembrò rimbombare. Edoardo. «Hai... un ragazzo?» chiesi, cercando di mantenere un tono neutro mentre schiacciavo il colpo successivo.

«Sì, stiamo insieme da quasi tre anni,» rispose lei, respingendo l'attacco con una facilità disarmante. «È rimasto a casa a lavorare quest'estate. Mi manca un po', ma mi ha detto di godermi il campo e di non stressarmi.» Fece un punto chirurgico all'angolo del tavolo. Sorrise, asciugandosi la fronte con il dorso della mano. «Si fida ciecamente. E poi mi ha detto che se lavoravo con i ragazzini non c'erano pericoli.» Mi lanciò un'occhiata divertita, fermandosi un attimo. «E direi che aveva ragione, no? Sembri un bravo ragazzo, Ale.»

Un bravo ragazzo. Quella definizione fu come una secchiata d'acqua gelata, ma invece di spegnere la tensione, la rese ancora più torbida e frustrante. Simona non stava flirtando. La sua fisicità sfacciata, le battute, le mani sulle mie spalle... era tutto frutto del fatto che mi considerava totalmente innocuo. Ero l'amico fidato, il "socio" con cui passare il tempo mentre il suo ragazzo l'aspettava a casa.

Guardai il suo petto sollevarsi per il respiro affannoso, le labbra schiuse e rosse, la pelle sudata sotto il sole cocente. Era irraggiungibile. Fidanzata, leale, e assolutamente non interessata a me in quel senso.

Quella rivelazione fu letteralmente letale per i miei riflessi.

Il mio cervello era rimasto incagliato su quell'immagine: Simona fidanzata, fedele, che mi inquadrava nella mortificante categoria del "bravo ragazzo inoffensivo". La pallina successiva schizzò sul tavolo con un effetto tagliato, mi rimbalzò quasi addosso e io la mancai clamorosamente, colpendo l'aria con la racchetta.

«Undici a sette!» esultò Simona, alzando le braccia al cielo con una risata trionfante. Lasciò cadere la racchetta sul cemento e fece il giro del tavolo, venendomi incontro con gli occhi scuri che le brillavano di pura soddisfazione agonistica.

In quel momento, azzerò del tutto la distanza tra noi. Si fermò a un palmo dal mio petto, il respiro ancora corto per lo sforzo. Il calore che emanava dalla sua pelle ambrata si mescolò all'odore di cloro, di crema solare e di sudore dolce. Senza chiedere permesso, allungò le mani e mi sfilò il berretto nero dalla testa. Se lo infilò calcandoselo sulla fronte e girando la visiera all'indietro. Il contrasto tra quel cappellino maschile e la sensualità esplosiva del triangolo rosso che le conteneva a stento i seni era devastante. Era maledettamente carina. E sexy da far male.

«Un patto è un patto, socio,» sussurrò, sistemandosi il bordo dei pantaloncini con i pollici in un gesto che mi fece cadere inesorabilmente lo sguardo sulla linea a V del suo basso ventre. «Questo adesso è mio. Almeno finché non impari a rispondere ai miei servizi di rovescio.»

Sorrisi, scuotendo la testa. Nonostante la frustrazione fisica e la scoperta del fidanzato, non riuscivo a essere irritato con lei. In un solo giorno di lavoro, tra ragazzini impazziti, scherzi e confidenze, avevamo costruito una complicità che ad altri richiedeva mesi. Eravamo diventati amici. Buoni amici. C'era un incastro mentale perfetto tra di noi, una leggerezza che mi faceva respirare dopo le dinamiche tossiche con Anto e Maria. Il problema era che questa amicizia rendeva la chimica sessuale un campo minato. E il "bravo ragazzo" stava per essere messo a durissima prova.

Finito di giocare ci avviamo verso il laboratorio di teatro.I ragazzi avevano ancora una buona mezz'ora di attività prima che dovessimo riprenderli, così ci accasciammo sui gradoni di pietra all'esterno, all'ombra di una grande quercia.

Il caldo del tardo pomeriggio era asfissiante, denso e appiccicoso. Simona si sedette sul gradino sotto di me, piegando le lunghe gambe abbronzate al petto e sbuffando per l'afa. La stoffa bagnata del bikini rosso le si era incollata addosso dopo essersi spruzzata d'acqua alla fontanella, e sembrava darle il tormento.

«Non respiro,» mormorò, passandosi due dita sotto il laccetto teso dietro la schiena. «Sento la lycra che mi sega la pelle. Odio i costumi bagnati addosso.»

E poi, con una naturalezza e un'inconscia ingenuità che mi mandarono il cervello in corto circuito, portò entrambe le mani dietro la schiena. Sentii il piccolo clic di plastica del gancetto.

I due triangoli rossi persero aderenza. Simona se li tenne premuti sul petto con gli avambracci incrociati sulle ginocchia, ma la sua schiena ora era completamente, meravigliosamente nuda davanti ai miei occhi. La pelle ambrata, resa lucida dal sudore, si muoveva a ogni suo respiro. Dal mio punto di osservazione leggermente rialzato, complice la sua postura rilassata, la vista era devastante. Potevo scorgere la curva morbida e piena del suo seno sinistro che sfuggiva lateralmente dalla stoffa slegata, svelando un accenno di pelle candida che il sole non aveva mai toccato.

Deglutii a fatica, i pugni stretti sulle ginocchia. Per lei era un gesto di puro sollievo e praticità, l'azione di una ragazza sportiva che si fida del suo "socio". Ma per me era una tortura. Il mio sguardo era incollato a quel lembo di pelle nuda. Immaginai cosa sarebbe successo se avesse spostato le braccia, l'impulso fisico di allungare una mano e tracciare la linea della sua colonna vertebrale era quasi impossibile da sopprimere. Il mio corpo reagì gonfiandosi contro i pantaloncini in un'erezione dolorosa e ingestibile. Feci un respiro profondo, cercando di guardare altrove, pregando che l'ora di teatro finisse in fretta.

Venti minuti dopo i cancelli si aprirono, i ragazzini invasero il prato e la giornata lavorativa giunse finalmente al termine. Lasciati i gruppi alle uscite, io e Simona andammo a recuperare i nostri borsoni per il trasloco nel nuovo bungalow. Arrivammo alla stanza 12, nella zona ovest del campo.

Infilai la chiave. La porta si aprì su uno spazio angusto ma stranamente ordinato. Guardai verso il letto che fino a quella mattina era occupato. Anto aveva già svuotato tutto. Non c'erano più i suoi vestiti, né i suoi profumi. Se n'era andata in silenzio, lasciando un vuoto carico di risentimento passivo-aggressivo che prometteva guerra.

Simona lanciò il borsone sul materasso appena liberato, stiracchiandosi. «Casa dolce casa. Ho un disperato bisogno di lavarmi il cloro e il sudore di dosso.»

«Fai pure per seconda,» dissi con voce tesa, afferrando il mio asciugamano e scappando verso il piccolo bagno cieco. «Io ho bisogno di una doccia gelata prima di subito.» Era la verità. I miei ormoni erano ancora fuori controllo dalla scena sui gradoni.

Mi chiusi dentro, girai la chiave nella serratura e appoggiai le mani sul lavandino. Feci per aprire il getto dell'acqua, ma il trillo di un cellulare proveniente dalla stanza mi bloccò.

«Pronto?» La voce di Simona arrivò attutita ma nitida attraverso la sottile parete di compensato.

Rimasi immobile. Sapevo che non avrei dovuto origliare, ma il tono di Simona era cambiato così drasticamente da farmi raggelare. Non c'era più traccia dell'uragano scherzoso e sicuro di sé. La sua voce era piccola, tesa, quasi spaventata.

«Edoardo... ciao. Sì, abbiamo appena finito con i ragazzini.» Pausa. Non potevo sentire le parole di lui, ma il tono che gli arrivava in risposta era un continuo giustificarsi. «Ma no, amore, perché dici così? Certo che mi manchi...» Un sospiro tremante. «Te l'ho detto, non c'è nessun ragazzo qui che mi ronza intorno... Ti prego, non ricominciare a fare così, non ho fatto niente di male...»

Mi appoggiai con la schiena contro la porta, il cuore che mi batteva forte nel petto. Lui la stava attaccando. La stava sottomettendo con una gelosia tossica, asfissiante, e lei la stava incassando senza difendersi.

«Lavoro in gruppo con Anna,» disse all'improvviso Simona. Sgranai gli occhi. «Sì, te l'ho giurato prima. Solo con lei. E sì... ci hanno messo anche a dormire nello stesso bungalow. Siamo solo donne in questa zona.»

La bugia mi colpì come uno schiaffo. La ragazza onesta, sfacciata e senza filtri si stava rimpicciolendo per assecondare le insicurezze malate di un fidanzato manipolatore. E io, mio malgrado, ero diventato il suo segreto.

Ci fu un'altra lunga pausa. Simona smise di parlare e iniziò a fare dei piccoli versi di assenso, ma sembravano forzati. «Adesso? Ma sono stanca, sudata... non sono sistemata...» mormorò. La sua voce si abbassò ancora di più. «Va bene. Sì. Se ti fa stare tranquillo... te la mando.»

Una strana, morbosa curiosità si impossessò di me. Girai la chiave del bagno facendo attenzione a non produrre alcun rumore e abbassai la maniglia millimetro dopo millimetro, socchiudendo la porta appena quanto bastava per sbirciare nella stanza.

Simona era seduta sul bordo del letto. Dava le spalle alla porta, ma il grande specchio dell'armadio di fronte a lei rifletteva perfettamente la scena. Teneva il telefono alzato davanti al viso. E poi, con un movimento lento e privo di qualsiasi malizia, sfilò completamente i laccetti del bikini rosso dal collo. Lasciò cadere i triangoli di lycra bagnata in grembo.

I suoi seni nudi si offrirono al riflesso dello specchio. Erano perfetti, pieni, con i capezzoli scuri e turgidi per lo sbalzo di temperatura della stanza. Il mio respiro si fermò in gola, l'erezione che avevo faticato a calmare si riaccese con una violenza devastante di fronte a quella visione esplicita e proibita.

Eppure, non c'era niente di eccitante nell'atmosfera. Mentre si inquadrava il petto nudo e le labbra dischiuse per scattare la foto, guardai il suo viso nello specchio. Non c'era desiderio. Non c'era passione per il ragazzo che gliela stava chiedendo. I suoi occhi erano tristi, spenti, carichi di una rassegnazione umiliante. Stava pagando un dazio. Stava usando il suo corpo per calmare la bestia di una relazione che la stava divorando viva.

Il flash del telefono scattò, illuminando la sua pelle ambrata per una frazione di secondo.

Simona premette invio. Poi lasciò cadere il telefono sul materasso, si portò le mani sul viso e si lasciò sfuggire un piccolo, silenzioso singhiozzo di frustrazione, le spalle nude che tremavano leggermente.

Richiusi la porta del bagno senza fare il minimo rumore, appoggiandomi contro le piastrelle fredde. Mi guardai nello specchio, il respiro corto, il cavallo dei pantaloni dolorosamente teso, la mente in fiamme.

La convivenza in quel bungalow non sarebbe stata un gioco da ragazzi. Sarebbe stata una fottuta discesa all'inferno.

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