Il tonfo sordo della porta del bagno che si richiudeva fu l'unica risposta. Anto era letteralmente scappata, fuggendo dalla visuale del mio corpo ansimante e dalla prova inequivocabile di ciò che stavo facendo.
Rimasi immobile per qualche secondo, l'acqua fredda che continuava a scivolarmi addosso, mescolandosi al senso di colpa, all'imbarazzo e, subito dopo, a una rabbia cieca e fottuta. Ero il suo migliore amico, sì, ma quello era il mio momento di intimità, ed era stato distrutto dalla sua totale mancanza di rispetto per i miei spazi.
Chiusi il miscelatore con un colpo secco. Mi asciugai alla bell'e meglio, i muscoli ancora tesi e la pelle arrossata. Avvolsi l'asciugamano bianco stretto intorno alla vita, lasciando scoperto il petto madido e la linea a V degli addominali bassi, e spalancai la porta.
L'aria calda e umida del bagno invase la piccola camera da letto del bungalow. Fuori dalla finestra, la luce del tardo pomeriggio stava iniziando a calare, annunciando l'ora di cena.
Anto era seduta a gambe incrociate sul suo letto. Teneva il telefono in mano con una presa così rigida che le nocche erano bianche, fingendo di scorrere lo schermo con un'attenzione che non aveva. Le sue guance erano imporporate di un rosso acceso, un misto di vergogna e di quell'agitazione viscerale che aveva provato fissando la mia mano sul mio sesso pochi minuti prima.
«Potevi anche bussare, cazzo,» sbottai, la voce ancora arrochita. Feci un paio di passi nella stanza, portando con me l'odore del bagnoschiuma. «Sapevi perfettamente che ero sotto la doccia, l'acqua andava a dirotto. Ti è del tutto sconosciuto il concetto di privacy?»
Anto si irrigidì. L'imbarazzo sul suo viso fu spazzato via in un istante, sostituito da quella sua solita, insopportabile arroganza. Era il suo meccanismo di difesa: quando era in difficoltà, attaccava. Alzò il mento, incrociando le braccia sotto il seno, un movimento che tese il tessuto del top e mise in risalto le sue forme morbide in modo fin troppo sfacciato.
I suoi occhi, ancora lucidi e nervosi, si piantarono nei miei. Fece una smorfia, come se volesse nascondere dietro al disgusto l'effetto che le aveva fatto vedermi nudo e nel pieno del piacere.
«Scusa se cercavo disperatamente il mio caricabatterie e non pensavo di dover aspettare i tuoi comodi,» ribatté, il tono acido e provocatorio. Poi, con una sfacciataggine che mi lasciò di stucco, inclinò la testa e mi lanciò un'occhiata tagliente, sfiorando per un secondo l'asciugamano che mi copriva a stento. «E comunque... hai intenzione di segarti spesso mentre saremo qui, Ale? Perché se questa è la tua routine pomeridiana, gradirei saperlo, così mi organizzo.»
Mi bloccai. La sfrontatezza di quella domanda, detta con quel tono da maestrina irritata, mi fece salire il sangue alla testa.
«Quello che faccio sotto la doccia sono affari miei,» ringhiai, facendo un altro passo verso il suo letto. Eravamo vicini, troppo vicini. Potevo vedere il suo respiro accelerare, il petto che si alzava e si abbassava ritmicamente, tradendo la finta calma che cercava di ostentare. «Sei tu che sei entrata senza permesso. Non sono io il problema, Anto. Sei tu che devi darti una fottuta regolata e smetterla di comportarti come se fossi la padrona della mia vita e dei miei spazi.»
«Io non mi comporto da padrona!» sbottò lei, scattando in ginocchio sul materasso per trovarsi più vicina al mio viso. Ora i nostri volti erano a pochi centimetri. Il profumo dolce della sua crema si mescolò al mio. «Siamo in una stanza minuscola, Ale! Se ti metti a fare... quelle cose quando io sono a due metri di distanza, mi metti a disagio!»
«Allora la prossima volta aspetta due cazzo di secondi fuori dalla porta!» le risposi a tono, abbassando lo sguardo per una frazione di secondo sulle sue labbra socchiuse e arrabbiate.
La tensione tra noi era densa, quasi palpabile. Era una discussione fatta di rabbia, certo, ma c'era una corrente sotterranea di elettricità, un'intimità distorta generata dal fatto che lei, volente o nolente, mi aveva appena visto raggiungere il piacere. Anto deglutì a fatica, e per un istante i suoi occhi scivolarono di nuovo verso il basso, seguendo una goccia d'acqua che dal mio petto scivolava fino al bordo dell'asciugamano, per poi risalire di scatto.
«Vestiti,» sibilò infine, la voce improvvisamente più bassa, quasi tremante, mentre si ributtava seduta e afferrava di nuovo il telefono, dandogli le spalle. «E sbrigati. Tra venti minuti c'è la cena in mensa e non voglio arrivare tardi per colpa dei tuoi... sbalzi ormonali.»
«Cerca di fare poco la stronza,» mormorai, lanciandole un’ultima occhiata prima di agguantare un paio di boxer e dei jeans dalla valigia.
Non aspettai la replica e mi richiusi in bagno. Sentii subito la sua voce acida filtrare attraverso il legno della porta: «Mi raccomando, quella doccia la devo usare anche io! Vedi di non lasciarla uno schifo!»
Scossi la testa, infilandomi i vestiti in fretta. Era incredibile: Anto riusciva a essere una spina nel fianco anche nei rari momenti in cui non stavamo discutendo. Uscii dal bagno sistemandomi la maglietta, lei era già pronta e ci incamminammo verso la mensa in un silenzio carico di elettricità.
Quando entrammo nel grande salone in legno, mi resi subito conto che l'atmosfera era tutt'altro che festosa. Eravamo solo noi dello staff e un paio di cuochi che andavano avanti e indietro. Ci sedemmo tutti all'unico grande tavolo centrale.
Non feci in tempo a prendere posto che il mio sguardo incrociò quello di Tracy, seduta poco più in là. Il cuore mi fece una capriola nel petto e sentii il sangue affluire violento alle guance. Le immagini di lei nuda, del vapore del bagno, della sua voce maliziosa che mi invitava a toccare i suoi seni perfetti mi travolsero, facendomi mancare il respiro. Tracy se ne accorse. Le sue labbra si curvarono in quel sorriso perverso e trionfante, e mi lanciò un'occhiata così sfacciata che dovetti distogliere subito lo sguardo, deglutendo a fatica e sentendomi un idiota totale.
Cercando un porto sicuro, mi sedetti di fianco ad Anna, che era rannicchiata sulla sua sedia a scorrere il telefono. Anto mi seguì a ruota e si piazzò di fronte a noi. Squadrò Anna per un secondo, il petto in fuori per marcare il territorio. Non si erano ancora presentate.
«Io sono Antonella, ma per tutti Anto,» esordì, tendendo la mano con quel suo sorriso un po' troppo costruito e l'aria da chi si sente già la padrona di casa.
Anna alzò lo sguardo, un po' sorpresa da quell'irruenza. I suoi occhi vivi e luminosi si spalancarono dolcemente, stringendole la mano con una naturale ritrosia. «Piacere... io sono Anna.» Il contrasto tra le due era netto: la sensualità trattenuta, dolce e spontanea di Anna cozzava prepotentemente con l'atteggiamento viziato e le curve ostentate di Anto.
La cena iniziò in un clima gelido. Tra Maria e Tracy, un tempo inseparabili, sembrava esserci un muro di cemento armato. Non si parlavano, non si guardavano. Maria giocherellava nervosamente con la forchetta, mentre Tracy sorseggiava dell'acqua con espressione sprezzante.
Anto, incapace di sopportare il silenzio e non essendo al centro dell'attenzione, iniziò a parlare a voce inutilmente alta, puntando direttamente a Maria. Cercava di mettersi in mostra in ogni modo, raccontandole aneddoti su di noi, su come eravamo i migliori animatori della nostra città, gonfiando il petto e gesticolando. Maria la ascoltava a malapena, liquidandola con dei secchi «Mh-mh» o «Certo», troppo distratta dal lanciare frecciatine silenziose a Tracy.
«Comunque,» la interruppe improvvisamente Maria, prendendo un sorso di vino e appoggiando il bicchiere con un colpo secco. «Godetevi la calma di stasera. Manca ancora un'animatrice all'appello, una certa Simona. Arriverà domattina presto, e poi saremo al completo. Da domani si fa sul serio.»
Proprio mentre Maria finiva la frase, la porta della mensa si aprì con un cigolio.
Sulla soglia apparve una ragazza che catturò immediatamente l'attenzione di tutti, ma che aveva un'espressione palesemente scazzata. Sbuffò sonoramente, come se l'idea stessa di essere lì le causasse un profondo fastidio fisico. Era Fiona.
Nonostante l'aria insofferente, aveva un fisico che univa naturalezza e sensualità in modo molto equilibrato, senza risultare forzato ma comunque estremamente evidente nelle proporzioni. Il viso, in parte nascosto da un paio di occhiali dalla montatura scura, manteneva lineamenti morbidi e pieni: zigomi delicati e labbra carnose, ben definite, che in quel momento sfoggiavano un'espressione neutra e fredda, trasmettendo una calma quasi distaccata. I capelli, scuri e leggermente mossi, le incorniciavano il volto e si appoggiavano sulle spalle con naturalezza, aggiungendo un movimento ipnotico alla sua figura.
Avanzò sbuffando verso il tavolo, e fu impossibile non notare il suo corpo proporzionato e armonioso. Indossava ancora la parte sopra di un bikini sotto un copricostume leggero. Il seno era pieno e rotondo, ben sostenuto dalla stoffa, con una forma morbida che attirava subito l'occhio, creando un contrasto evidente e bellissimo con la vita più stretta. Il busto scendeva in modo fluido verso un addome liscio, mantenendo una linea continua e piacevole.
La vita segnava una curva chiara che portava a fianchi più morbidi e presenti, regalandole una silhouette squisitamente femminile. Non erano fianchi estremi, ma avevano quella rotondità naturale che rendeva il profilo incredibilmente sensuale. Le sue gambe nude erano piene al punto giusto, e anche se il copricostume copriva in parte il lato B, a ogni suo passo stanco si percepiva chiaramente una struttura compatta e soda.
