Capitolo 2 - Sfregamenti Proibiti nel Buio
La gelosia infiamma il bungalow, facendo esplodere la tensione accumulata in una lussuria disperata. Corpi nudi e sudati si avvinghiano nel buio, arrivando a un solo, fatale millimetro dal punto di non ritorno.
Il tonfo sordo della porta del bagno che si richiudeva fu l'unica risposta. Anto era letteralmente scappata, fuggendo dalla visuale del mio corpo ansimante e dalla prova inequivocabile di ciò che stavo facendo.
Rimasi immobile per qualche secondo, l'acqua fredda che continuava a scivolarmi addosso, mescolandosi al senso di colpa, all'imbarazzo e, subito dopo, a una rabbia cieca e fottuta. Ero il suo migliore amico, sì, ma quello era il mio momento di intimità, ed era stato distrutto dalla sua totale mancanza di rispetto per i miei spazi.
Chiusi il miscelatore con un colpo secco. Mi asciugai alla bell'e meglio, i muscoli ancora tesi e la pelle arrossata. Avvolsi l'asciugamano bianco stretto intorno alla vita, lasciando scoperto il petto madido e la linea a V degli addominali bassi, e spalancai la porta.
L'aria calda e umida del bagno invase la piccola camera da letto del bungalow. Fuori dalla finestra, la luce del tardo pomeriggio stava iniziando a calare, annunciando l'ora di cena.
Anto era seduta a gambe incrociate sul suo letto. Teneva il telefono in mano con una presa così rigida che le nocche erano bianche, fingendo di scorrere lo schermo con un'attenzione che non aveva. Le sue guance erano imporporate di un rosso acceso, un misto di vergogna e di quell'agitazione viscerale che aveva provato fissando la mia mano sul mio sesso pochi minuti prima.
«Potevi anche bussare, cazzo,» sbottai, la voce ancora arrochita. Feci un paio di passi nella stanza, portando con me l'odore del bagnoschiuma. «Sapevi perfettamente che ero sotto la doccia, l'acqua andava a dirotto. Ti è del tutto sconosciuto il concetto di privacy?»
Anto si irrigidì. L'imbarazzo sul suo viso fu spazzato via in un istante, sostituito da quella sua solita, insopportabile arroganza. Era il suo meccanismo di difesa: quando era in difficoltà, attaccava. Alzò il mento, incrociando le braccia sotto il seno, un movimento che tese il tessuto del top e mise in risalto le sue forme morbide in modo fin troppo sfacciato.
I suoi occhi, ancora lucidi e nervosi, si piantarono nei miei. Fece una smorfia, come se volesse nascondere dietro al disgusto l'effetto che le aveva fatto vedermi nudo e nel pieno del piacere.
«Scusa se cercavo disperatamente il mio caricabatterie e non pensavo di dover aspettare i tuoi comodi,» ribatté, il tono acido e provocatorio. Poi, con una sfacciataggine che mi lasciò di stucco, inclinò la testa e mi lanciò un'occhiata tagliente, sfiorando per un secondo l'asciugamano che mi copriva a stento. «E comunque... hai intenzione di segarti spesso mentre saremo qui, Ale? Perché se questa è la tua routine pomeridiana, gradirei saperlo, così mi organizzo.»
Mi bloccai. La sfrontatezza di quella domanda, detta con quel tono da maestrina irritata, mi fece salire il sangue alla testa.
«Quello che faccio sotto la doccia sono affari miei,» ringhiai, facendo un altro passo verso il suo letto. Eravamo vicini, troppo vicini. Potevo vedere il suo respiro accelerare, il petto che si alzava e si abbassava ritmicamente, tradendo la finta calma che cercava di ostentare. «Sei tu che sei entrata senza permesso. Non sono io il problema, Anto. Sei tu che devi darti una fottuta regolata e smetterla di comportarti come se fossi la padrona della mia vita e dei miei spazi.»
«Io non mi comporto da padrona!» sbottò lei, scattando in ginocchio sul materasso per trovarsi più vicina al mio viso. Ora i nostri volti erano a pochi centimetri. Il profumo dolce della sua crema si mescolò al mio. «Siamo in una stanza minuscola, Ale! Se ti metti a fare... quelle cose quando io sono a due metri di distanza, mi metti a disagio!»
«Allora la prossima volta aspetta due cazzo di secondi fuori dalla porta!» le risposi a tono, abbassando lo sguardo per una frazione di secondo sulle sue labbra socchiuse e arrabbiate.
La tensione tra noi era densa, quasi palpabile. Era una discussione fatta di rabbia, certo, ma c'era una corrente sotterranea di elettricità, un'intimità distorta generata dal fatto che lei, volente o nolente, mi aveva appena visto raggiungere il piacere. Anto deglutì a fatica, e per un istante i suoi occhi scivolarono di nuovo verso il basso, seguendo una goccia d'acqua che dal mio petto scivolava fino al bordo dell'asciugamano, per poi risalire di scatto.
«Vestiti,» sibilò infine, la voce improvvisamente più bassa, quasi tremante, mentre si ributtava seduta e afferrava di nuovo il telefono, dandogli le spalle. «E sbrigati. Tra venti minuti c'è la cena in mensa e non voglio arrivare tardi per colpa dei tuoi... sbalzi ormonali.»
«Cerca di fare poco la stronza,» mormorai, lanciandole un’ultima occhiata prima di agguantare un paio di boxer e dei jeans dalla valigia.
Non aspettai la replica e mi richiusi in bagno. Sentii subito la sua voce acida filtrare attraverso il legno della porta: «Mi raccomando, quella doccia la devo usare anche io! Vedi di non lasciarla uno schifo!»
Scossi la testa, infilandomi i vestiti in fretta. Era incredibile: Anto riusciva a essere una spina nel fianco anche nei rari momenti in cui non stavamo discutendo. Uscii dal bagno sistemandomi la maglietta, lei era già pronta e ci incamminammo verso la mensa in un silenzio carico di elettricità.
Quando entrammo nel grande salone in legno, mi resi subito conto che l'atmosfera era tutt'altro che festosa. Eravamo solo noi dello staff e un paio di cuochi che andavano avanti e indietro. Ci sedemmo tutti all'unico grande tavolo centrale.
Non feci in tempo a prendere posto che il mio sguardo incrociò quello di Tracy, seduta poco più in là. Il cuore mi fece una capriola nel petto e sentii il sangue affluire violento alle guance. Le immagini di lei nuda, del vapore del bagno, della sua voce maliziosa che mi invitava a toccare i suoi seni perfetti mi travolsero, facendomi mancare il respiro. Tracy se ne accorse. Le sue labbra si curvarono in quel sorriso perverso e trionfante, e mi lanciò un'occhiata così sfacciata che dovetti distogliere subito lo sguardo, deglutendo a fatica e sentendomi un idiota totale.
Cercando un porto sicuro, mi sedetti di fianco ad Anna, che era rannicchiata sulla sua sedia a scorrere il telefono. Anto mi seguì a ruota e si piazzò di fronte a noi. Squadrò Anna per un secondo, il petto in fuori per marcare il territorio. Non si erano ancora presentate.
«Io sono Antonella, ma per tutti Anto,» esordì, tendendo la mano con quel suo sorriso un po' troppo costruito e l'aria da chi si sente già la padrona di casa.
Anna alzò lo sguardo, un po' sorpresa da quell'irruenza. I suoi occhi vivi e luminosi si spalancarono dolcemente, stringendole la mano con una naturale ritrosia. «Piacere... io sono Anna.» Il contrasto tra le due era netto: la sensualità trattenuta, dolce e spontanea di Anna cozzava prepotentemente con l'atteggiamento viziato e le curve ostentate di Anto.
La cena iniziò in un clima gelido. Tra Maria e Tracy, un tempo inseparabili, sembrava esserci un muro di cemento armato. Non si parlavano, non si guardavano. Maria giocherellava nervosamente con la forchetta, mentre Tracy sorseggiava dell'acqua con espressione sprezzante.
Anto, incapace di sopportare il silenzio e non essendo al centro dell'attenzione, iniziò a parlare a voce inutilmente alta, puntando direttamente a Maria. Cercava di mettersi in mostra in ogni modo, raccontandole aneddoti su di noi, su come eravamo i migliori animatori della nostra città, gonfiando il petto e gesticolando. Maria la ascoltava a malapena, liquidandola con dei secchi «Mh-mh» o «Certo», troppo distratta dal lanciare frecciatine silenziose a Tracy.
«Comunque,» la interruppe improvvisamente Maria, prendendo un sorso di vino e appoggiando il bicchiere con un colpo secco. «Godetevi la calma di stasera. Manca ancora un'animatrice all'appello, una certa Simona. Arriverà domattina presto, e poi saremo al completo. Da domani si fa sul serio.»
Proprio mentre Maria finiva la frase, la porta della mensa si aprì con un cigolio.
Sulla soglia apparve una ragazza che catturò immediatamente l'attenzione di tutti, ma che aveva un'espressione palesemente scazzata. Sbuffò sonoramente, come se l'idea stessa di essere lì le causasse un profondo fastidio fisico. Era Fiona.
Nonostante l'aria insofferente, aveva un fisico che univa naturalezza e sensualità in modo molto equilibrato, senza risultare forzato ma comunque estremamente evidente nelle proporzioni. Il viso, in parte nascosto da un paio di occhiali dalla montatura scura, manteneva lineamenti morbidi e pieni: zigomi delicati e labbra carnose, ben definite, che in quel momento sfoggiavano un'espressione neutra e fredda, trasmettendo una calma quasi distaccata. I capelli, scuri e leggermente mossi, le incorniciavano il volto e si appoggiavano sulle spalle con naturalezza, aggiungendo un movimento ipnotico alla sua figura.
Avanzò sbuffando verso il tavolo, e fu impossibile non notare il suo corpo proporzionato e armonioso. Indossava ancora la parte sopra di un bikini sotto un copricostume leggero. Il seno era pieno e rotondo, ben sostenuto dalla stoffa, con una forma morbida che attirava subito l'occhio, creando un contrasto evidente e bellissimo con la vita più stretta. Il busto scendeva in modo fluido verso un addome liscio, mantenendo una linea continua e piacevole.
La vita segnava una curva chiara che portava a fianchi più morbidi e presenti, regalandole una silhouette squisitamente femminile. Non erano fianchi estremi, ma avevano quella rotondità naturale che rendeva il profilo incredibilmente sensuale. Le sue gambe nude erano piene al punto giusto, e anche se il copricostume copriva in parte il lato B, a ogni suo passo stanco si percepiva chiaramente una struttura compatta e soda.
Si fermò al nostro lato del tavolo, guardandoci dall'alto in basso con un sopracciglio sollevato.
«Fiona,» bofonchiò, la voce bassa e priva di qualsiasi entusiasmo.
«Ale,» risposi, sperando di non sembrare imbambolato.
Anto si raddrizzò subito sulla sedia, accavallando le gambe per mostrare le cosce e sfoderando un sorriso fiero. «Io sono Anto. Piacere nostro,» disse, con quel tono da chi vuole stabilire subito le gerarchie.
Anna, dal canto suo, le fece un piccolo sorriso sincero, abbassando lo sguardo sulle mani intrecciate in grembo. «Ciao... io sono Anna.»
Fiona le guardò entrambe per mezzo secondo. Non fece il minimo sforzo per rispondere al sorriso di Anna né si lasciò scalfire dall'atteggiamento di Anto. Fece un cenno impercettibile col capo, come per dire sì, vabbè, e si allontanò con la sua camminata sinuosa. Andò a sedersi esattamente di fianco a Tracy, all'estremo opposto del tavolo. Afferrò una mela, si infilò le cuffiette nelle orecchie e si isolò completamente nei cazzi suoi, lasciando Anto con la bocca mezza aperta per essere stata snobbata in quel modo.
Sinceramente, dell'apparente astio tra Maria e Tracy, del continuo, disperato bisogno di Anto di mettersi in mostra con le più grandi e dell'asocialità cronica di Fiona, me ne fotteva meno di zero. Avevo passato una giornata infernale, il mio corpo era ancora un groviglio di tensione inespressa, e l'unica cosa che mi interessava in quel momento era la ragazza seduta accanto a me.
Per tutta la cena, il resto della tavolata divenne solo un rumore di fondo. Io e Anna finimmo per creare una piccola bolla isolata, ed era incredibile quanto fosse facile parlare con lei.
«Se questo campo estivo fosse un videogioco GDR,» le sussurrai, sporgendomi verso di lei in modo che solo lei potesse sentirmi, «Maria sarebbe palesemente il boss finale da sconfiggere per poter tornare a casa vivi.»
Anna scoppiò in una risata cristallina, coprendosi la bocca con il dorso della mano. Nel farlo, il suo respiro si fece più profondo, e il tessuto leggero del vestito si tese, mettendo in risalto la rotondità contenuta ma perfetta del suo seno. Era una sensualità così naturale e priva di malizia da risultare cento volte più eccitante di qualsiasi scollatura vertiginosa.
«E noi chi saremmo in questa squadra?» rispose lei, i suoi occhi vivi e luminosi che brillavano di puro divertimento. «Gli NPC di livello uno che le devono portare le pozioni di mana e subire i suoi insulti?»
«Parla per te,» ribattei con un sorriso sghembo, accorciando impercettibilmente la distanza tra noi. Sotto il tavolo, il mio ginocchio sfiorò il suo. Fu un contatto leggerissimo, ma nessuno dei due si ritrasse. Il calore della sua pelle attraverso il tessuto mi mandò una piccola, piacevole scossa lungo la gamba. «Io sono chiaramente il paladino del gruppo. E tu, potresti essere la nostra guaritrice. Hai decisamente la faccia da guaritrice.»
Anna si morse il labbro inferiore, un gesto che attirò immediatamente la mia attenzione su quella bocca morbida e invitante che avrei tanto voluto assaggiare qualche ora prima sui materassini. «Non sottovalutarmi, Paladino,» mormorò lei, il tono che da dolce si fece improvvisamente più giocoso e complice. «Potrei avere un paio di incantesimi offensivi nascosti nella manica.»
Quel feeling immediato era inebriante. Ma non passò inosservato.
«Di che diavolo state parlando? Quali incantesimi?» si intromise Anto, sporgendosi in avanti oltre il tavolo.
Il movimento fu calcolato al millimetro per far ricadere i suoi capelli castani all'indietro e mettere in mostra il seno morbido, compresso in modo quasi doloroso nel suo top scollato. Ci guardava male, con gli occhi allungati ridotti a due fessure cariche di gelosia. Cercava disperatamente di infilarsi nella nostra conversazione, non sopportando di vedermi dedicare tutte quelle attenzioni a un'altra ragazza, specialmente dopo quello che era successo nel nostro bagno.
«Niente che possa interessarti, Anto,» la liquidai freddamente, senza nemmeno guardarle la scollatura. «Parliamo di DnD e roba da nerd. Niente che tu possa trovare nei trend di TikTok.»
Anto sbuffò in modo plateale. Si ributtò all'indietro sulla sedia, incrociando le braccia sotto il seno per enfatizzarlo ancora di più, e mise su un broncio irritato, iniziando a scuotere la gamba nervosamente.
Dall'altra parte del tavolo, la situazione stava degenerando. Maria ci stava dando dentro con le birre, una dopo l'altra. Il suo viso era già rubicondo e la sua voce squillante rimbombava per tutto il salone.
«E vi giuro, nel duemilaventi ho fatto piangere tre animatori in una sola settimana!» urlò Maria, sventolando una mezza pinta di birra, mentre il suo petto abbondante sussultava sotto la maglietta a ogni sua risata sguaiata. «Uno se n'è pure andato piangendo dalla madre! Qui dentro o avete le palle, o vi mangio vivi!»
Più in là, ignorando completamente i deliri alcolici della capoanimatrice, Fiona e Tracy sembravano aver trovato una loro macabra sintonia. Erano vicinissime, le teste chine l'una verso l'altra. Parlavano a bassa voce, scambiandosi sorrisi piccoli, quasi taglienti. L'immagine di quelle due insieme era letale: l'esibizionismo provocante e perverso di Tracy mescolato alle curve pesanti, femminili e all'atteggiamento scostante di Fiona. Una miscela che avrebbe fatto sudare freddo chiunque.
Ma a me non importava. Mi voltai di nuovo verso Anna. Lei mi stava guardando, un piccolo sorriso che le increspava le labbra. Il profumo di vaniglia e pulito che emanava sembrava cancellare l'odore di birra e tensione della mensa.
«Lasciali perdere,» le sussurrai, abbassando la voce fin quasi a sfiorarle la spalla con la mia. Sotto il tavolo, premetti un po' di più la mia coscia contro la sua. Anna sussultò leggermente, ma invece di allontanarsi, si inclinò verso di me, la nostra vicinanza che diventava sempre più elettrica e sensuale.
«Meno male che ci sei tu,» mi sussurrò di rimando, gli occhi incatenati ai miei, carichi di una promessa silenziosa. «Credo che questa squadra avrà davvero bisogno di un paladino.»
Tra l'alcol, le risate sguaiate di Maria e le occhiate infuocate che attraversavano il tavolo, la cena scivolò verso la fine. L'aria nel salone di legno si era fatta pesante e carica di odori: quello forte del cibo si mescolò presto all'aroma del caffè e al profumo pungente degli amari che i cuochi ci portarono su un vassoio d'acciaio.
Maria si versò un bicchierino colmo di liquore scuro, se lo buttò giù in un solo sorso e sbatté il vetro sul tavolo con un colpo secco che ci fece sobbalzare. Aveva le guance arrossate e gli occhi lucidi, decisamente su di giri.
«Bene, pulcini, prima che andiamo tutti a svenire nei letti, è il momento di dare i ruoli,» annunciò, appoggiandosi allo schienale con un sospiro pesante che fece sussultare il suo seno prosperoso. «Voglio le squadre operative da domattina alle otto in punto.»
Si passò una mano tra i capelli rossi e scompigliati, puntando il dito verso Anto e Anna.
«Antonella e Anna. Voi due siete la squadra asilo. Vi beccate i piccoli, dai quattro ai nove anni. Voglio vedere disegni, canzoncine e pisolini rispettati.»
Anto si irrigidì all'istante. Strinse le labbra, chiaramente irritata dall'idea di essere stata accoppiata con Anna e, soprattutto, separata da me. Anna, invece, mi lanciò un'occhiata di sottecchi, sfoderando un piccolo sorriso rassicurante, come a dirmi che ce l'avrebbe messa tutta.
«Ale,» continuò Maria, spostando i suoi occhi scuri e predatori su di me. «Tu hai l'onore e l'onere dei più grandi. Fascia dieci-quattordici anni. Ormoni a mille e zero voglia di ascoltare. Lavorerai in coppia con Simona, l'animatrice che arriva domani mattina.»
Sentii Anto sbuffare dal naso come un toro inferocito. Sotto il tavolo, la sua gamba iniziò a tremare per il nervosismo, sfiorandomi il polpaccio in un gesto possessivo che ignorai deliberatamente. L'idea di lavorare con una ragazza che non conoscevo mi incuriosiva, ma ammetto che una piccola parte di me avrebbe voluto passare le giornate nel "bunker" dei materassini con Anna.
«E per finire,» concluse Maria, voltandosi verso l'altro lato del tavolo con un sorriso che era un misto tra il perfido e il divertito, «Tracy e Fiona. Siete le regine del teatro. Copione degli altri anni: preparate gli spettacoli e gestite le due fasce d'età nei turni pomeridiani. Cercate di non traumatizzare nessuno.»
Fiona non alzò nemmeno lo sguardo dal telefono, limitandosi a un minuscolo cenno del capo, mentre la sua maglietta si tendeva leggermente sul seno pieno a ogni suo respiro annoiato. Tracy, invece, incrociò le gambe nude sotto il tavolo, si inumidì le labbra carnose e mi piantò gli occhi addosso con un'intensità che mi fece bruciare la pelle.
Poi, Maria si sporse in avanti, appoggiando i gomiti sul tavolo. Il movimento fu così sguaiato che la scollatura della sua maglietta cedette, rivelando la curva profonda e sudata del suo petto abbondante, premuto contro il legno. L'alcol le aveva sciolto ogni freno inibitorio.
«Ascoltate bene, belli miei,» riprese, il tono che si faceva improvvisamente più roco, denso di un umorismo malizioso e provocante. «Domani è sabato. Sarà solo un primo giorno conoscitivo, quindi niente panico. Preparate qualche gioco semplice, fateli stancare, fateli sudare. Ma per la settimana vera e propria... voglio un programma organizzato con i controcoglioni sulla mia scrivania entro domenica sera.» Si passò la lingua sulle labbra, sorridendo in modo sfacciato. «E chi non me lo consegna, finirà in punizione. Direttamente nel mio ufficio.»
Ridacchiò, per poi fissarmi con un sorriso sghembo, gli occhi resi languidi dalla sbronza.
«E mi raccomando, Ale...» strascicò le parole, ammiccando in modo così plateale che l'intera tavolata piombò nel silenzio. «So che la tentazione è tanta. Sette settimane, chiuso in un campo, beato tra le donne... ma cerca di non fare il dongiovanni con le mie ragazze.»
Si leccò il labbro superiore, lasciando scivolare lo sguardo sul mio torace per poi risalire, abbassando la voce in un sussurro rauco che rimbombò nel salone silenzioso.
«Scegline solo una da portarti a letto, eh. Non farcele litigare tutte per colpa tua.»
Il gelo.
Per un secondo lunghissimo si sentì solo il ronzio del frigorifero in cucina. Sotto il tavolo, il ginocchio di Anna si staccò dal mio di scatto. Vidi con la coda dell'occhio il suo viso, il collo e persino le spalle tingersi di un rosso violento per l'imbarazzo, mentre abbassava la testa fissandosi le mani.
Anto, di fronte a me, sembrava sul punto di esplodere. Il suo petto si alzava e si abbassava a un ritmo folle, gli occhi ridotti a due fessure omicide. La sola idea che io potessi portarmi a letto qualcuna in quel campo la stava divorando viva, una gelosia così tossica da essere quasi palpabile.
Dall'altra parte del tavolo, Tracy scoppiò in una risatina bassa, gutturale e incredibilmente erotica. Inclinò la testa, fissandomi con la sua solita espressione da predatrice che ha appena fiutato il sangue. Sembrava voler dire: ha ragione, ragazzino, vediamo chi scegli. E persino Fiona, per una frazione di secondo, alzò gli occhi dallo schermo, squadrandomi da dietro le lenti degli occhiali con un'indecifrabile aria di sfida, prima di tornare a ignorarmi.
Ero circondato. Sudavo freddo, il cuore che mi batteva all'impazzata contro le costole, schiacciato dall'imbarazzo ma, allo stesso tempo, attraversato da un'erezione fulminea e dolorosa causata da quell'immagine esplicita evocata da Maria davanti a tutte loro.
La cena si sciolse in un misto di sbadigli, imbarazzo residuo e le ultime risate alcoliche di Maria. Anto si alzò di scatto, fulminandomi con un’occhiata carica di veleno e intimandomi a denti stretti di "non fare troppo tardi", prima di marciare a passi pesanti verso il nostro bungalow. Tracy e Fiona sparirono insieme nel buio, mentre Maria si trascinò verso il suo alloggio borbottando tra sé e sé.
Io e Anna restammo da soli. Senza dircelo, ci incamminammo fianco a fianco verso l'area della piscina, lontani dai bungalow, per goderci un po' di fresco prima di chiuderci nelle stanze.
L'acqua azzurra, illuminata dai faretti sul fondo, creava riflessi ipnotici. Ci sedemmo vicini sul bordo in pietra ruvida, togliendoci le scarpe per immergere i piedi e i polpacci nell'acqua rinfrescante. L'odore del cloro si mischiava a quello dei pini.
«Okay, te lo devo chiedere,» esordii, rompendo il silenzio e girandomi verso di lei con un sorriso divertito. «Da uno a dieci, quanto volevi sotterrarti quando Maria ha fatto quell'uscita a fine cena?»
Anna scoppiò a ridere, una risata fresca e genuina che la costrinse a coprirsi il viso con le mani. «Dodici. Assolutamente dodici. Penso di aver raggiunto una sfumatura di rosso che la scienza ancora non ha catalogato.»
Mentre rideva, il tessuto leggero del suo vestitino estivo si tese, mettendo in risalto la rotondità dolce e contenuta del suo petto. Era una sensualità così naturale, priva di qualsiasi malizia o ostentazione, che la rendeva calamitante senza che lei facesse il minimo sforzo.
«Tranquilla, credo che il mio viso fosse della stessa tonalità,» le risposi, muovendo le gambe nell'acqua. «Maria ha decisamente un modo tutto suo per farti sentire a casa.»
«È... un uragano,» concordò Anna, abbassando le mani e guardando l'acqua increspata. Poi, con un sorriso furbo che non le avevo ancora visto, mi diede una leggera spallata amichevole. «Però ammettilo, Ale. L'idea di essere 'il prescelto' in un campo pieno di ragazze ti ha lusingato almeno un po'.»
«Ehi, non mettermi in bocca parole che non ho detto!» finsi di difendermi, alzando le mani in segno di resa. «Io sono qui per lavorare. E, tra l'altro, mi tocca la fascia d'età peggiore. Domani avrò a che fare con ragazzini in piena crisi ormonale. Altro che beato tra le donne, farò la fine del martire.»
Anna sorrise di nuovo, e nel girarsi verso di me, il suo ginocchio bagnato sfiorò accidentalmente il mio. Fu un contatto leggerissimo, scivoloso e fresco per via dell'acqua, ma mi mandò una piccola scossa dritta alla base dello stomaco. Nessuno dei due si ritrasse subito.
«Dai, te la caverai,» mi incoraggiò, gli occhi grandi e luminosi che brillavano alla luce della luna. Poi il suo sorriso si allargò, illuminandole il viso. «E poi lavorerai con Simona! Devi sapere che lei è la mia migliore amica, la conosco da una vita. Vedrai, è una forza della natura, con i ragazzini più grandi ci sa fare in un modo incredibile, sanno che con lei non si scherza ma la adorano. Praticamente ti salverà la vita e farà lei gran parte del lavoro.»
«Davvero?» risposi, genuinamente sollevato, allentando la tensione nelle spalle. «Beh, questa è la migliore notizia della serata. Speriamo solo non si accorga subito che io brancolo nel buio. Tu invece sei pronta per la 'squadra asilo' con Anto? Ti avverto, è la mia migliore amica, ma quando si mette in testa di comandare può essere più dispotica di Maria.»
Anna fece una piccola smorfia giocosa, arricciando il naso. «Me ne sono accorta a cena. Sembra... molto protettiva nei tuoi confronti.»
«È solo abituata ad avermi sempre intorno,» tagliai corto, non volendo rovinare il momento parlando di Anto.
L'atmosfera era rilassata, quasi magica. Anna tirò fuori le gambe dall'acqua, portandole al petto e abbracciandosi le ginocchia. Le gocce d'acqua scivolavano lungo la sua pelle chiara e liscia dei polpacci, brillando sotto i faretti della piscina. La guardai di profilo: il collo sottile, le labbra morbide socchiuse, quel senso di pace che emanava. Era il perfetto opposto dell'aggressività di Tracy o della freddezza di Fiona. Con lei si respirava.
Rimanemmo lì ancora un po', a scherzare sui possibili giochi da far fare ai bambini domani e a inventarci scenari disastrosi in cui i ragazzini prendevano in ostaggio la mensa. La chimica tra noi era innegabile, scorreva fluida e senza forzature, fatta di battute complici e sguardi che indugiavano un secondo in più del necessario.
«Si è fatto tardi,» disse infine lei, sciogliendo l'abbraccio alle ginocchia e alzandosi in piedi. Si sistemò il vestito, che le ricadde morbidamente sui fianchi. «Domani è il grande giorno. Meglio riposare.»
Mi alzai anch'io, passandomi una mano tra i capelli. «Già. Il grande inizio.»
«Buonanotte, Ale,» mi disse, regalandomi un ultimo sorriso dolce e un po' timido prima di voltarsi.
«Notte, Anna.»
La guardai allontanarsi verso il suo bungalow, la camminata leggera, godendomi la sensazione di tranquillità che mi aveva lasciato addosso. Eppure, mentre mi voltavo per dirigermi verso il mio alloggio, sapevo perfettamente che quella pace era solo un'illusione. Varcata la porta della stanza numero quattro, avrei dovuto fare i conti con l'uragano Anto.
Varcai la soglia del bungalow numero quattro preparandomi psicologicamente all'impatto, pronto a schivare insulti o oggetti volanti. Invece, fui accolto solo dal ronzio del piccolo frigorifero e da un silenzio denso.
La stanza era buia, illuminata solo dal bagliore freddo dello schermo del telefono di Anto. Era stesa sul suo letto, a pancia in su. Quando chiusi la porta, abbassò il cellulare e mi guardò. Indossava soltanto un completino per la notte: una canottierina di seta striminzita con le spalline sottilissime, che le fasciava il seno morbido lasciando ben poco all'immaginazione, e un paio di culotte abbinate che le scoprivano quasi del tutto le cosce piene e abbronzate.
L'aria nella stanza era viziata, calda, impregnata del profumo dolce della sua crema per il corpo. Mi tolsi le scarpe e mi lasciai cadere di peso sul mio materasso, a poco più di un metro dal suo.
«Hai finito di fare il casanova a bordo piscina?» mormorò lei. La voce non era tagliente o furiosa come mi aspettavo. Era stanca. Svuotata.
«Stavamo solo parlando, Anto. Cercando di smaltire la follia di Maria,» risposi, passandomi le mani sul viso. «Oggi è stata... una giornata allucinante. Dall'inizio alla fine.»
Lei sospirò, girando la testa sul cuscino per guardarmi. Nel buio, i suoi occhi allungati sembravano più grandi. «Lo puoi dire forte. Questa storia della convivenza, le altre ragazze, Maria che sclera... mi sento come se mi avessero buttata in un frullatore.» Si fermò un istante, mordicchiandosi il labbro inferiore. «E... questa stanza è un buco, Ale. Credo che ci stia dando alla testa a entrambi.»
Era la sua versione di una scusa. Un'ammissione di vulnerabilità che da Anto arrivava raramente. Mi girai sul fianco verso di lei, piegando un braccio sotto la testa.
«Sì, ci sta decisamente fottendo il cervello,» ammisi, la voce bassa. «Senti... mi dispiace per prima. Per aver alzato la voce. E... per la doccia. Non volevo farti sentire a disagio. È solo che ero carico di tensione e volevo un momento per me.»
Anto abbassò lo sguardo sulle proprie mani appoggiate sul ventre scoperto. Il petto le si alzò in un respiro profondo, e la seta della canottiera si tese sulle sue curve. «Mi hai spiazzata,» confessò in un sussurro. «Aprire quella porta e trovarti in quel modo... mi ha fatto uno strano effetto. Insomma, sei il mio migliore amico, non sono abituata a vederti... così.»
«Facciamo finta che non sia mai successo. Resettiamo tutto. Domani è un altro giorno,» le dissi, cercando di alleggerire l'atmosfera. Ma la tensione vibrante tra noi era tutto tranne che fraterna.
Lei annuì impercettibilmente, ma continuava a fissare il vuoto, le braccia incrociate al petto, come se sentisse improvvisamente freddo nonostante l'afa della stanza. Sembrava minuscola e indifesa in quel letto.
«Vieni qui,» le dissi d'istinto, aprendo un braccio e picchiettando la mano sulle lenzuola del mio letto. «Vieni a farti abbracciare. Tira un po' il fiato.»
Anto non se lo fece ripetere. Posò il telefono sul comodino e si alzò. Nel breve tragitto tra i due letti, la penombra delineò perfettamente la curva dei suoi fianchi e il molleggiamento del suo seno. Si infilò sotto il mio braccio con una naturalezza disarmante, le nostre dinamiche di sempre che si mescolavano in modo pericoloso con l'intimità di quel momento.
Il materasso stretto ci costrinse ad appiccicarci l'uno all'altra. Anto mi avvolse un braccio attorno alla vita e appoggiò la testa esattamente nell'incavo del mio collo. La sua gamba nuda si intrecciò istintivamente con la mia, la pelle liscia e calda che sfregava contro i miei jeans.
Trattenni il fiato per una frazione di secondo. La morbidezza schiacciante dei suoi seni premeva senza alcuna barriera contro le mie costole. Il calore del suo corpo era una stufa, il suo profumo mi invadeva le narici a ogni respiro.
«Scusa se ho fatto la stronza a cena,» sussurrò contro la mia pelle, il suo respiro caldo che mi solleticava il collo e mi mandava un brivido incontrollabile lungo la schiena. «Sono solo... stressata.»
«Lo so. Scusa anche io,» mormorai, iniziando ad accarezzarle lentamente i capelli castani, districando le lunghezze con le dita. Le mie nocche sfioravano inavvertitamente la pelle nuda della sua schiena, appena sopra il bordo delle culotte. A ogni mio passaggio, sentivo i suoi muscoli rilassarsi sempre di più sotto le mie mani.
Rimanemmo così, in silenzio, stretti l'uno all'altra nel buio di quella stanza soffocante. L'ostilità e la competizione della giornata si erano dissolte, lasciando il posto a una fisicità che stava diventando fin troppo carica. La vicinanza, la mancanza quasi totale di vestiti di lei e il ricordo ancora vivido di me sotto la doccia stavano creando un cortocircuito pericolosissimo nel mio cervello, e non solo lì.
L'attrito della sua coscia contro la mia e il peso del suo bacino mi stavano risvegliando, inesorabilmente. Pregai che non si accorgesse del mio corpo che iniziava a reagire, tradendo l'innocenza di quell'abbraccio.
Anto si strinse ancora di più, chiudendo gli occhi e strofinando leggermente la guancia contro il mio petto, come una gatta in cerca di calore.
«Ale...» sussurrò, la voce impastata dal sonno e da una rilassatezza totale.
«Mh?»
«Sto troppo comoda qui,» mormorò, stringendo leggermente la presa sulla mia maglietta. «Voglio dormire così. Stanotte non mi muovo.»
Deglutii a fatica, il cuore che accelerava i battiti. Continuai ad accarezzarle i capelli, cercando di ignorare la pressione del mio basso ventre contro il suo grembo e la morbidezza letale del suo petto su di me. «Va bene, Anto. Dormiamo così.»
Chiusi gli occhi, sapendo perfettamente che, abbracciato in quel modo al corpo seminudo della mia migliore amica, chiudere occhio sarebbe stata l'impresa più ardua e fottutamente estenuante di tutta la mia vita.
Ero in quel limbo sfocato tra il sonno e la veglia, cullato dal caldo soffocante della stanza e dal ritmo del suo respiro contro il mio collo. All'improvviso, sentii un tocco leggero.
La mano di Anto aveva smesso di stringermi la maglietta e si era insinuata sotto il tessuto. I suoi polpastrelli caldi iniziarono a tracciare cerchi lenti e decisi sul mio addome, per poi risalire, accarezzando la pelle nuda del mio petto. Prima che potessi realizzare cosa stesse succedendo, le sue labbra morbide si posarono sulla mia guancia. Una, due, tre volte. Baci umidi, insistenti, inaspettatamente avidi.
«Anto... che stai facendo?» sussurrai, la voce impastata e ruvida, aprendo gli occhi a fatica nell'oscurità.
Non rispose. Il suo respiro si era fatto corto, quasi affannoso. Con un movimento fluido si sollevò leggermente su un fianco. Sentii il fruscio leggero della stoffa contro le lenzuola. Si stava sfilando le culotte, calciandole via fino a farle cadere sul pavimento, rimanendo solo con la canottierina striminzita e un minuscolo paio di slip color carne. La pelle nuda delle sue cosce si premette di nuovo contro la mia gamba, ed era letteralmente bruciante.
Il mio cervello andò in cortocircuito.
«Ale...» sussurrò lei contro il mio orecchio, la voce rotta da un'urgenza animalesca, possessiva. «Ti voglio. Adesso.»
Fu come gettare una tanica di benzina su un falò. La mia resistenza, già messa alla prova da un'intera giornata di provocazioni e visioni assurde, crollò miseramente in mezzo secondo. Mi sollevai sui gomiti, sfilandomi i pantaloni e i calzini con movimenti frettolosi, calciandoli oltre il bordo del letto finché non rimanemmo entrambi solamente in mutande.
Anto si strinse contro di me con disperazione. I nostri bacini combaciarono. Attraverso il cotone dei miei boxer e il tessuto leggerissimo dei suoi slip, potevo sentire ogni singola curva del suo inguine premere contro la mia erezione, dura da fare male. Iniziammo a muoverci. A strusciarci. Dapprima con una lentezza esasperante, poi con un ritmo sempre più serrato, affamati. Il calore del suo corpo e l'umidità del suo centro filtravano in modo inequivocabile attraverso i tessuti, mandandomi completamente fuori di testa.
Cercai di aggrapparmi a un ultimo brandello di razionalità, ricordandomi chi fosse e in che stato emotivo si trovasse. Le presi il viso tra le mani, fermandola per un secondo. «Anto, sei sicura? Cazzo, lo sai che non è il periodo giusto per noi, non stiamo ragionando...»
Lei mi ignorò. I suoi occhi brillavano nel buio, ciechi a qualsiasi logica. Invece di rispondere, afferrò i miei polsi e guidò le mie mani con prepotenza direttamente sul suo petto. Mi schiacciò i palmi contro il seno, forzandomi a stringere quelle curve piene e pesanti sotto la seta della canottiera.
Presi quel gesto come l'unico consenso di cui avevo bisogno. L'istinto primordiale prese il comando.
Con una mossa rapida, afferrai i suoi fianchi morbidi e ribaltai le posizioni, girandola e inchiodandola sotto di me contro il materasso. Anto ansimò forte, inarcando la schiena verso l'alto. Affondai il viso nel suo collo, baciandole e succhiandole la pelle sensibile, sentendola fremere e stringermi le spalle con le unghie.
Le mie mani scesero veloci, febbricitanti. In un attimo mi sfilai i boxer, liberandomi del tutto, e subito dopo agganciai i bordi dei suoi slip color carne, tirandoli giù lungo le gambe con uno strattone e gettandoli via.
Eravamo nudi, pelle contro pelle. Spostai di nuovo le mani sul suo seno, stringendola con forza e avidità, inebriato dai piccoli gemiti soffocati che le sfuggivano dalle labbra. Guidai il mio bacino verso il suo, abbassandomi fino a far scivolare la punta turgida e bagnata direttamente contro la fessura calda e umida della sua intimità. Il contatto diretto fu una scossa elettrica devastante.
Feci una pressione leggera, pronto ad affondare, a un millimetro dal rovinare o cambiare per sempre la nostra amicizia.
«No... Ale, fermo!»
La voce di Anto fu uno schiaffo raggelante. Le sue mani, che un attimo prima mi graffiavano la schiena implorandomi di più, si piantarono all'improvviso contro i miei pettorali, spingendomi via con una forza inaspettata.
Mi bloccai di colpo, i muscoli tesi allo spasimo, il respiro che mi raschiava i polmoni, paralizzato da quell'interruzione brutale. «Cosa...»
«Fermo,» ansimò lei, scivolando via da sotto di me con un movimento a scatti, gli occhi sbarrati dal panico. Si tirò le ginocchia al petto per coprirsi. «Ho sbagliato. È una cazzata, Ale, è una cazzata enorme!»
La sua voce tremava, carica di un senso di colpa improvviso e schiacciante. Il cortocircuito era finito, lasciando solo macerie. Senza darmi il tempo di dire una parola, recuperò le sue culotte dal pavimento, muovendosi alla cieca e quasi inciampando.
«Questa situazione non va bene... non dovevamo farlo, scusa. Scusa tanto,» balbettò, la voce che si incrinava.
Sgattaiolò giù dal mio materasso come se scottasse. Si precipitò verso il suo letto, dall'altra parte di quella stanza diventata improvvisamente minuscola e gelida. Diede le spalle alla mia parte del bungalow, rannicchiandosi in posizione fetale sotto il lenzuolo e tirandoselo fin sopra la testa.
Rimasi lì. Seduto al centro del mio letto, completamente nudo nel buio. Avevo il respiro corto, il cuore che mi martellava nelle orecchie e il corpo che bruciava letteralmente per la frustrazione e per l'adrenalina troncata a metà. Avevamo appena sfondato ogni limite, per poi schiantarci contro un muro di mattoni alla massima velocità.
Mi passai le mani sul viso sudato. Il campo estivo non era nemmeno iniziato, e noi eravamo già irrimediabilmente fottuti.
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