Capitolo 1 - Beccato nel pieno dell'orgasmo
Il relax sotto la doccia si trasforma in un gioco torbido di voyeurismo e piacere solitario. L'eccitazione schizza alle stelle quando un'invasione inaspettata distrugge ogni limite di privacy.
Il riverbero del sole sul cofano della mia vecchia auto sembrava quasi voler darci il benvenuto mentre macinavamo l’ultimo chilometro verso il campo. Accanto a me, Anto cantava a squarciagola una hit estiva, muovendo le spalle a ritmo con una spensieratezza che solo lei sapeva avere. Siamo cresciuti insieme, io e lei; siamo migliori amici da quando portavamo ancora i calzoni corti e il nostro legame è quel tipo di certezza che non ha bisogno di troppe parole, anche se ultimamente le cose tra noi sono diventate... interessanti.
«Ale, guarda! Siamo quasi arrivati!» esclamò, voltandosi verso di me con un sorriso radioso.
Mentre lo faceva, i suoi capelli castano chiaro le ricaddero sulle spalle in onde spontanee, incorniciando quel viso delicato che conoscevo a memoria. Notai lo sguardo rilassato, quasi malizioso, dei suoi occhi leggermente allungati, un’espressione che sembrava danzare in armonia con la curva naturale e seducente delle sue labbra piene. Anto si sporse verso il parabrezza, e il movimento tese il top leggero che indossava, mettendo in risalto la struttura compatta del suo corpo minuto. Il seno, naturale e ben disegnato, si delineava chiaramente nella silhouette, mentre la vita sottile creava una curva morbida che scivolava verso i fianchi più pieni. C'era una sensualità quotidiana in lei, una rotondità delicata che la rendeva magnetica proprio per quella sua apparente inconsapevolezza.
«Sì, Anto, cerca di non saltare fuori dal finestrino prima che mi fermi,» risposi ridendo, cercando di mascherare l'effetto che quel profumo di vaniglia e pelle calda stava avendo su di me nell'abitacolo stretto.
Varcammo finalmente il cancello principale, superando il parcheggio per dirigerci verso il punto di accoglienza. Il campo si estendeva davanti a noi in tutta la sua vivacità: il grande giardino libero era già pronto per le attività, e in lontananza potevo scorgere l'area dei bungalow dove avremmo passato le prossime sette settimane.
Parcheggiai all'ombra di un grande pino, ma prima ancora che potessi sfilare le chiavi dal cruscotto, la porta della direzione si aprì con un colpo secco. Ne uscì una figura che bloccò ogni mio pensiero
«Carne fresca in arrivo!» gridò una voce squillante e carica di energia.
Era Maria, la capoanimatrice. Si muoveva verso di noi con una falcata decisa e consapevole, e devo ammettere che la mia prima reazione fu di puro shock: l'abbigliamento che indossava era così ridotto e provocante che per un attimo mi chiesi se fossimo davvero in un campo estivo per bambini. La sua presenza era travolgente. I capelli di un rosso ramato intenso le incorniciavano il viso pieno, rendendo i suoi lineamenti morbidi ancora più accesi sotto il sole. Gli zigomi pronunciati davano struttura a un volto dominato da occhi grandi e scuri, che mi fissarono subito con uno sguardo diretto, quasi predatore.
Mentre si fermava a pochi centimetri dalla mia portiera, non potei fare a meno di notare la sua fisicità decisamente formosa. Il seno, pieno e rotondo, dominava la parte superiore della silhouette, mentre la vita, seppur morbida, disegnava una curva profonda verso i fianchi pieni e arrotondati. L'addome liscio accompagnava la linea delle cosce ben formate, dando all'insieme una stabilità sensuale e magnetica.
«Io sono Maria, l'anima di questo posto, e tu devi essere l'animatore che stavamo aspettando,» disse con un sorriso ammiccante, le labbra carnose che si schiudevano per rivelare un tono di sfida
Accanto a me, sentii Anto irrigidirsi impercettibilmente, il suo sguardo malizioso di pochi minuti prima sostituito da un'attenzione tagliente. Maria notò il movimento e le fece l'occhiolino, prima di tornare a fissare me con un'intensità che prometteva un'estate tutt'altro che noiosa.
Maria non ci lasciò nemmeno il tempo di sgranchirci le gambe dopo il viaggio. Con un gesto teatrale della mano ci fece segno di seguirla, iniziando a camminare per il campo con un’energia che definire contagiosa sarebbe stato un eufemismo.
«Allora, pulcini, aprite bene le orecchie perché non lo ripeterò due volte,» esordì, mentre i suoi fianchi pieni e arrotondati ondeggiavano a ogni passo sotto quei pantaloncini che sembravano pregare per un centimetro di stoffa in più. Camminare dietro di lei era una tortura e un piacere allo stesso tempo: la silhouette a clessidra e il modo in cui il rosso dei suoi capelli brillava sotto il sole rendevano impossibile guardare altrove.
«Questa è la vostra nuova casa per le prossime sette settimane. La routine è semplice: i piccoli mostri arrivano alle 9:00 e i genitori se li riprendono alle 19:00, spero per loro con un briciolo di dignità rimasta. La domenica? Giorno libero. Potete dormire, scappare o fare quello che vi pare, a patto di non distruggere il campo.»
Mentre ci faceva strada verso l’area dei bungalow, Maria iniziò a snocciolare aneddoti di stagioni passate, storie di gavettoni finiti male e di amori estivi nati tra un turno in mensa e una partita a calcio. Il suo sguardo intenso e diretto si posava spesso su di me, quasi a voler testare la mia resistenza.
Mentre ci faceva strada verso l’area dei bungalow, Maria iniziò a snocciolare aneddoti di stagioni passate, storie di gavettoni finiti male e di amori estivi nati tra un turno in mensa e una partita a calcio. Il suo sguardo intenso e diretto si posava spesso su di me, quasi a voler testare la mia resistenza.
Raggiungemmo finalmente i bungalow, strutture in legno che emanavano un odore di resina e ombra, la zona dove avremmo vissuto la nostra vulnerabilità notturna. Scaricammo i bagagli nel bungalow che, almeno per quella prima notte, avrei condiviso con Anto. Lei stava già iniziando a lamentarsi del poco spazio nell'armadio e della disposizione dei letti, muovendosi con quella grazia naturale e un po' viziata che la caratterizzava. Il suo corpo minuto ma curvy nei punti giusti sembrava reclamare un’attenzione che, in quel momento, Maria era pronta a dirottare altrove.
Non facemmo in tempo a posare l'ultima borsa che Maria riapparve sulla porta, le labbra carnose piegate in un sorriso che non ammetteva repliche.
«Bene, basta relax. I camion stamattina hanno scaricato una montagna di scatoloni nel magazzino sotterraneo. Bisogna svuotarli, ordinare i giochi e preparare tutto per l'arrivo dei bambini. Forza, muoversi!»
Anto si bloccò immediatamente, portandosi una mano al petto con un’espressione di puro orrore. «Maria, scherzi? Il magazzino? È sotterraneo, ci sarà una polvere terribile! Lo sai che sono allergica, mi verrebbe un attacco nel giro di due minuti.»
Vidi Maria irrigidirsi. Il contrasto tra la sua presenza forte e decisa e l'atteggiamento svogliato di Anto creò subito una tensione elettrica nell'aria. La capoanimatrice socchiuse gli occhi, il suo sguardo predatore si fece gelido mentre fissava la mia amica d’infanzia.
«Allergica alla polvere o alla fatica, tesoro?» ribatté Maria con un tono che tagliava come una lama, le mani appoggiate sui fianchi pieni in una posa di pura sfida.
Anto gonfiò il petto, il seno morbido che tendeva pericolosamente il top mentre cercava di sostenere lo sguardo della rossa. La situazione stava per degenerare e io, come sempre, mi sentii in dovere di fare da scudo alla mia amica, nonostante la sua pigrizia cronica mi desse sui nervi.
«Vado io, Maria,» interruppi, mettendomi tra le due. «Anto può iniziare a sistemare qui o aiutare con i registri in direzione, se serve. Io scendo giù e sistemo tutto il carico.»
Maria spostò lo sguardo su di me. Per un istante, l'espressione ammiccante tornò a farsi strada sul suo volto, le labbra che si schiudevano in un mezzo sorriso che sembrava quasi un premio per il mio "ardore" nel difendere Anto.
«D'accordo, Ale. Visto che sei così... volenteroso, il magazzino è tutto tuo,» disse, sottolineando ogni parola con una lentezza sensuale. «Ma vedi di finire in fretta. Non mi piace aspettare.»
Mentre mi incamminavo verso le scale che portavano al magazzino sotterraneo, potevo sentire gli occhi di Maria bruciarmi sulla schiena e il sospiro di sollievo di Anto alle mie spalle. Sapevo che quella era solo la prima di molte battaglie, e che sotto la superficie del campo estivo scorreva un’energia molto più calda del sole di luglio.
Ero in quel magazzino sotterraneo da soli quindici minuti, ma tra il calore che iniziava a farsi sentire in quel buco senza finestre e il peso degli scatoloni, mi sembrava fosse passata un'eternità. Avevo iniziato a svuotare e sistemare tutto sulle mensole, convinto che sarebbe stato un lavoro veloce; invece, ero a stento a un quarto dell'opera e la polvere cominciava già a pizzicarmi la gola.
All'improvviso, sentii una voce timida provenire dall'ingresso delle scale. Mi voltai, asciugandomi la fronte con il dorso della mano, e la vidi. Cazzo, la prima cosa che pensai fu che, dall'aspetto, sembrava la ragazza più dolce che avessi mai incontrato.
«Ciao... sono Anna» esordì, facendo un passo avanti con una certa esitazione. «Mi hanno mandata qui appena sono arrivata per darti una mano.»
«Meno male, Anna. Io sono Ale» risposi, cercando di non sembrare troppo sollevato. «Qui c’è un bel po’ di caos, ma in due faremo più in fretta.»
Ci mettemmo subito al lavoro e, mentre ci muovevamo in quello spazio ristretto, non riuscivo a non osservarla. Anna possedeva una sensualità incredibilmente naturale e spontanea, che nasceva dal modo fluido in cui muoveva il corpo tra le pile di cartone. Il suo viso era luminoso e armonioso, con lineamenti morbidi ma ben definiti che catturavano la luce fioca del magazzino. Ogni volta che alzava lo sguardo verso di me, i suoi occhi brillanti e vivi trasmettevano una leggerezza seducente, resi ancora più profondi da ciglia lunghe che incorniciavano perfettamente le sopracciglia precise.
Mentre si chinava per sollevare una scatola di giochi, il suo vestito aderente seguiva fedelmente le curve del suo corpo snello e slanciato, lasciando intuire più che mostrare. Potevo scorgere la linea sottile e ben definita della sua vita, che creava una curva delicata verso i fianchi sinuosi e proporzionati. Non c’erano eccessi nel suo fisico, solo un equilibrio perfetto che rendeva ogni sua linea armoniosa ed elegante. I suoi capelli, tagliati a lunghezza media, le incorniciavano il viso con naturalezza, scendendo morbidi e dando un movimento fresco a ogni suo gesto.
«Allora, Anna... hai già qualche idea di che fine faremo in questo posto?» le chiesi, appoggiando un pesante scatolone di cartone e lanciandole un'occhiata di nascosto. Mentre lo facevo, non potei fare a meno di notare come il suo seno, contenuto ma perfettamente disegnato sotto il tessuto leggero del vestito, accompagnasse ogni suo respiro affannato in modo quasi ipnotico.
Lei sbuffò una risata, un suono limpido e inaspettatamente allegro, sollevando una confezione di pennarelli. «Assolutamente nessuna. Maria è stata un po'... criptica. Spero solo che non mi mettano con i ragazzi delle medie. Hanno quell'aria da adolescenti vissuti che mi terrorizza.» Sorrise, e in quell'istante tutta la sua sensualità cambiò tono: l'imbarazzo svanì, lasciando spazio a un'espressione più giocosa e magnetica.
«Oh, a chi lo dici,» ribattei, appoggiandomi allo scaffale con aria teatrale. «Io sto pregando per i bambini dell'asilo. Li metti a colorare, gli fai fare il pisolino e la giornata vola. Se mi assegnano i quattordicenni potrei non arrivare vivo a fine luglio. Hanno più energia di me.»
Anna scoppiò a ridere di gusto, coprendosi parzialmente il viso con la cartelletta. Poi abbassò le mani, e il mio sguardo cadde inevitabilmente sulle sue labbra piene e invitanti mentre si mordicchiava l'angolo della bocca, in un gesto nervoso ma incredibilmente seducente. «Se le cose si mettono male, sappiamo dove venire a nasconderci,» sussurrò lei, guardandosi intorno con fare complice. «Questo magazzino è un ottimo bunker.»
«Affare fatto. Se senti urlare, preparami un posto tra le tempere e i palloni,» le risposi con un sorriso sghembo, felice di vedere i suoi muri sgretolarsi così in fretta.
Continuammo a chiacchierare a ruota libera e, improvvisamente, svuotare quegli scatoloni non sembrava più una punizione. Era incredibile quanto fosse facile parlare con lei, c'era una simpatia immediata, un'intesa istintiva che mi spiazzò. Anna era così genuina e spontanea che mi colpì subito nel profondo; il suo fascino stava proprio in quel suo modo di essere naturalmente trattenuta, priva di qualsiasi malizia costruita, una cosa che ai miei occhi la rendeva cento volte più interessante delle altre.
L'imbarazzo si era dissolto, ma al suo posto subentrò qualcos'altro. Lavorando a stretto contatto in quello spazio ridotto, spesso le nostre mani si sfioravano mentre ci passavamo i materiali per sistemarli sulle mensole alte. Ogni contatto accidentale, pelle contro pelle, mi mandava una piccola scossa lungo il braccio. E non ero il solo a sentirlo: notavo come anche lei, a ogni sfioramento, ritirasse la mano un millesimo di secondo più tardi del necessario, abbassando lo sguardo con un lieve rossore sulle guance. L'aria in quel buco polveroso si era fatta densa, carica di un'elettricità che prometteva scintille.
Tra uno scatolone e l'altro, il silenzio del magazzino fu riempito dalle nostre voci. Lavorare fianco a fianco, passandoci pennarelli, tempere e vecchi costumi teatrali, aveva sciolto del tutto il ghiaccio.
«Aspetta, ma hai detto che il tuo liceo era il 'Da Vinci'?» le chiesi, fermandomi con una scatola a mezz'aria. «È a due passi da casa mia. Come diavolo è possibile che non ci siamo mai incrociati nella nostra cittadina?»
Anna si strinse nelle spalle, abbracciando una risma di fogli contro il petto. Un sorriso timido le illuminò il viso. «Mi sono diplomata giusto quest'anno... ma ammetto che passo il mio tempo libero più sui libri che in giro. Sono un po' noiosa, lo so.»
«Noiosa? Non direi proprio,» ribattei, appoggiando lo scatolone e asciugandomi il sudore dal collo. «Io ho appena finito il primo anno di Giurisprudenza. Se avessi saputo che tra i corridoi del 'Da Vinci' si nascondeva una ragazza del genere, forse mi sarei fatto bocciare un paio di volte pur di restare al liceo.»
Le sue guance si tinsero di un rosso delizioso. Il suo fascino funzionava proprio perché restava sempre un po' trattenuto, privo di malizia costruita, e quindi ancora più interessante ai miei occhi.
«Smettila,» sussurrò, abbassando lo sguardo con una risatina nervosa, prima di voltarsi verso una catasta di vecchi materassini da palestra in gommapiuma azzurra. «Aiutami a spostare questi, devono andare sulla mensola in a—»
Non fece in tempo a finire la frase. Fece un passo indietro, ma il tacco del suo sandalo si impigliò nel lembo di un telone di plastica abbandonato a terra. Anna lanciò un piccolo grido, le braccia che mulinavano nel vuoto mentre perdeva l'equilibrio all'indietro.
L'istinto prese il sopravvento. Scattai in avanti, afferrandola per i fianchi nel tentativo di sorreggerla. Ma il mio slancio, unito al suo peso, ci sbilanciò entrambi. Inciampai sul telone e cademmo insieme. Atterrammo con un tonfo sordo, per fortuna proprio sopra la pila di materassini da palestra sfoderati, che attutirono il colpo.
Il problema, o forse il miracolo, fu come atterrammo.
Mi ritrovai disteso esattamente sopra di lei, le mani piantate ai lati della sua testa per non schiacciarla del tutto. La caduta ci aveva tolto il fiato, ma non era quello il motivo per cui il mio cuore aveva iniziato a martellare nel petto come un tamburo impazzito. Eravamo incredibilmente vicini. Il suo corpo snello e slanciato era intrappolato sotto il mio.
Il mio petto sudato premeva direttamente contro il tessuto sottile del suo vestitino estivo. Potevo sentire ogni suo respiro affannato, ogni sollevamento del suo petto. Il suo seno, contenuto ma con una rotondità naturale e perfetta, si schiacciava contro i miei pettorali a ogni sua inspirazione. Era un contatto bruciante, elettrico. Le mie ginocchia erano finite in mezzo alle sue gambe, costringendola a dischiudere leggermente le cosce per farmi spazio.
L'aria nel magazzino divenne improvvisamente rovente. Anna non si mosse. Aveva le mani appoggiate di riflesso sui miei bicipiti scoperti; le sue dita si strinsero leggermente sulla mia pelle calda. Alzai lo sguardo dal suo collo e incontrai i suoi occhi. Erano spalancati, vivi e brillanti, ma velati da un'emozione nuova, densa di pura tensione sessuale.
Le sue labbra, piene e invitanti, erano socchiuse alla ricerca di aria. Il suo respiro mi solleticava il mento. Il profumo di vaniglia e pelle pulita mi invase le narici, cancellando l'odore di polvere del magazzino. La linea sottile della sua vita e la curva delicata dei suoi fianchi si adattavano perfettamente alla mia corporatura. Un movimento impercettibile del suo bacino contro il mio innescò una fitta di eccitazione così violenta che dovetti serrare la mascella.
Eravamo a un millimetro dal limite. Potevo abbassare la testa e prendere quelle labbra. Lei lo sapeva. Lo stavamo aspettando entrambi.
«A-Ale...» mormorò, la voce ridotta a un soffio tremante che mi fece vibrare lo stomaco.
«Ti sei fatta male?» sussurrai di rimando, la mia voce roca, irriconoscibile, mentre il mio sguardo scendeva inevitabilmente sulla sua bocca.
«No... io... sto bene.»
Rimanemmo così ancora per quelli che sembrarono secoli, intrappolati in quella vicinanza accidentale e meravigliosa, finché il rumore di una porta che sbatteva al piano di sopra non ruppe l'incantesimo. Ci staccammo lentamente, quasi con riluttanza, l'imbarazzo che tornava a farsi spazio tra noi mentre la aiutavo a rimettersi in piedi. Anna non mi guardò più in faccia, mormorò un "ci vediamo a cena" e scappò letteralmente su per le scale, lasciandomi con il respiro corto, un'erezione dolorosa e la testa completamente nel pallone.
Risalii i gradini del magazzino con i muscoli a pezzi e la mente completamente annebbiata. L'incidente sui materassini con Anna mi aveva lasciato addosso una tensione insopportabile; avevo i jeans che mi tiravano in modo doloroso e un'erezione prepotente che non accennava a placarsi. Sognavo solo il getto ghiacciato della doccia del mio bungalow e quei sacrosanti cinque minuti di solitudine necessari per risolvere il problema con la mia mano destra.
Attraversai l'Area dei Bungalow immerso nella penombra. Entrai barcollando nella casetta, la testa altrove, parlando già a voce alta per anticipare le solite lamentele della mia compagna di stanza: «Anto, giuro che se hai occupato il bagno per le tue solite tre ore io sfondo la—»
Le parole mi morirono in gola. Il sangue mi si gelò, per poi ricominciare a scorrere a una velocità folle verso il basso ventre.
Quella non era Anto. E quella, realizzai con una fitta di panico, non era affatto la mia stanza.
La porta del bagno era spalancata e una nuvola di vapore caldo e profumato invadeva l'ingresso. Da quella nebbia emerse Tracy, totalmente nuda, con un minuscolo intimo appeso con noncuranza a un dito.
Rimasi paralizzato sulla soglia. Tracy aveva un aspetto decisamente più costruito e curato, con una sensualità evidente che nasceva soprattutto dalle proporzioni e da come il suo corpo veniva messo in risalto. Il suo viso era definito, con lineamenti marcati: occhi grandi e intensi, incorniciati da ciglia lunghe e uno sguardo deciso, quasi tagliente, che mi inchiodò sul posto. Le sue labbra, piene e ben disegnate, si aprirono in un'espressione sicura e leggermente provocante non appena si accorse di me. I capelli bagnati, lunghi, lisci e scuri, le cadevano dritti lungo la schiena, accentuando la linea del profilo e rendendola ancora più elegante.
Il mio sguardo scese, incapace di obbedire al cervello. Il suo corpo era snello ma profondamente femminile. Aveva spalle sottili e braccia snelle, ma la mia attenzione fu totalmente catturata dal suo petto. Il seno era proporzionato ma incredibilmente evidente, con una forma piena e rotonda che seguiva alla perfezione la linea del busto. Le gocce d'acqua scivolavano su quelle curve mozzafiato, indugiando sui capezzoli resi turgidi dallo sbalzo termico.
La sua vita era stretta e segnava nettamente il passaggio verso i fianchi, creando una silhouette a clessidra da togliere il fiato. I fianchi erano morbidi ma definiti, e il punto più sensuale era proprio la parte bassa: il bacino leggermente accentuato e un lato B che appariva compatto e sodo. La sua era una sensualità diretta, visibile, fatta di linee pulite, curve evidenti e un atteggiamento così sicuro da mettere in risalto ogni singolo dettaglio del suo corpo nudo.
Rimase perfettamente immobile, lasciandosi divorare dai miei occhi. Il suo sguardo scese lungo il mio petto sudato, soffermandosi in modo sfacciato e palese sul rigonfiamento evidente nei miei jeans.
«Hai sbagliato porta, ragazzino?» sussurrò, con una lentezza che aveva del diabolico. «O speravi di trovare qualcuno che ti desse una bella ripulita?»
Iniziò a camminare verso di me. Ogni passo faceva ondeggiare quel seno rotondo e pieno in un modo che mi prosciugò la saliva in gola. Non indietreggiai. Non ci riuscivo.
Si fermò a pochi millimetri da me. Potevo sentire il calore umido della sua pelle nuda e il profumo dolce del bagnoschiuma. Invece di incrociare le braccia per nascondersi, portò le mani sotto il petto. Con un movimento deliberato e sfacciato, si strinse le tette, sollevandole leggermente e premendole l'una contro l'altra, strizzandole per offrirle al mio sguardo ormai completamente perso.
Le sue labbra si curvarono in un sorriso perverso e trionfante.
«Vedo che le guardi con molto interesse,» mormorò, la voce calda che mi accarezzava il viso, carica di una sensualità schiacciante. «Per caso vuoi farti una poppata, piccolo?»
«S-scusa... cazzo, scusa! Io... pensavo fosse la mia stanza!» balbettai, indietreggiando di un passo e finendo con le spalle premute contro lo stipite della porta.
Cercai disperatamente di puntare lo sguardo verso il soffitto, verso le piastrelle del bagno, ovunque tranne che su quel corpo nudo. Ma era impossibile. La calamita di quella visione era troppo forte, e i miei occhi continuavano a cadere in modo patetico su quel seno perfetto, rotondo e pesante, le cui curve erano rese ancora più lucide dalle gocce d'acqua che vi scivolavano sopra.
«Cercavo la mia amica, Anto... ho fatto confusione con i numeri dei bungalow,» continuai a giustificarmi, il viso in fiamme e il respiro sempre più corto.
Tracy non fece una piega. Invece di coprirsi con le mani o con l'asciugamano, fece un passo verso di me, chiudendo ulteriormente le distanze. La sua nudità non sembrava metterla minimamente a disagio; al contrario, la usava come un'arma. Il suo sguardo deciso e tagliente scese di nuovo sui miei jeans, dove l'erezione causata dall'incidente con Anna e amplificata da quella visione era ormai impossibile da nascondere.
«Certo, ragazzino. Tutti sbagliano porta quando c'è una vista così interessante,» mi prese in giro, la voce calda e intrisa di un'ironia perversa. «Ma visto che ormai sei qui... e vedo chiaramente che ti stanno cadendo gli occhi dalle orbite...»
Si fermò a un palmo da me. Il profumo del suo bagnoschiuma mi avvolse. Con un gesto lento e sfacciato, si passò le mani sotto il petto, sollevando leggermente i seni e spingendoli in avanti, offrendomeli su un piatto d'argento. I capezzoli, turgidi per lo sbalzo termico, puntavano dritti verso il mio petto sudato.
«Perché fai finta di guardare il soffitto?» sussurrò, inclinando la testa con un sorriso malizioso. «Avanti. Puoi toccarle, se ci tieni così tanto. So che ti stanno prudendo le mani.»
Ero paralizzato. Il cervello mi urlava di girare i tacchi e scappare, ma il mio corpo, stanco, carico di testosterone e spinto al limite da quella provocazione assurda, aveva un'altra idea. Il suo seno era lì, a un millimetro da me, morbido, pieno, ipnotico.
«Io... io non dovrei...» mormorai, deglutendo a fatica.
Lei inarcò un sopracciglio, sfidandomi. «E allora vai via. Oppure smettila di tremare e toccale, ragazzino.»
Fu la goccia che fece traboccare il vaso. La mia forza di volontà si sbriciolò. Alzai le mani, sentendo le dita che mi formicolavano per l'attesa. Trattenni il fiato, avvicinando i palmi tremanti a quella pelle nuda e bagnata, pronto a stringere quelle curve perfette.
Ma, a un millimetro dal contatto, Tracy scoppiò a ridere.
Una risata forte, cristallina e fottutamente divertita. Si tirò indietro di scatto, abbassando le mani e lasciando che il seno le rimbalzasse liberamente sul petto in modo delizioso.
«Oddio, ma sei serissimo! Ci stavi cascando in pieno!» esclamò tra le risate, coprendosi la bocca con una mano, gli occhi che le brillavano di puro divertimento. «Sei troppo facile, ragazzino. Comunque, io sono Tracy. Lavoro al teatro. Immagino tu sia Ale, il nuovo animatore.»
Sbiancai. Il sangue mi defluì dal viso per concentrarsi tutto nello stomaco. Mi sentii il ragazzo più stupido e ingenuo del pianeta. Abbassai le mani, stringendole a pugno lungo i fianchi, pregando che il pavimento di legno del bungalow si aprisse per inghiottirmi.
«Piacere...» mormorai, la voce piatta e carica di una delusione cocente. «Scusa ancora per l'intrusione. Tolgo il disturbo.»
Feci per voltarmi verso la porta, frustrato e mortificato. Ma Tracy smise di ridere. Quel suo istinto perverso e "materno" doveva aver colto la mia totale disperazione, perché fece un movimento rapido e audace.
Afferrò i miei polsi con entrambe le mani prima che potessi allontanarmi.
«Ehi, non fare quella faccia da cucciolo bastonato,» sussurrò, il tono di nuovo basso e roco.
Senza darmi il tempo di reagire, tirò le mie mani verso di sé e schiacciò i miei palmi direttamente contro i suoi seni nudi.
Sussultai. La sensazione fu elettrizzante. La sua pelle era calda e umida, la carne morbida ma incredibilmente soda sotto le mie dita. Potevo sentire il peso di quelle curve riempirmi perfettamente le mani, i capezzoli duri che sfregavano contro i miei palmi callosi. Mi costrinse a stringere, spingendo le mie mani contro di sé per farmi affondare le dita nella sua morbidezza per tre, lunghissimi, fottuti secondi. La mia erezione pulsò così forte da farmi male. Tracy chiuse gli occhi per un istante, lasciandosi sfuggire un sospiro leggero, le labbra dischiuse.
Poi, proprio mentre stavo per ricambiare la presa e accarezzarla davvero, mi lasciò andare, dandomi una piccola spinta giocosa sul petto per allontanarmi.
«Solo un assaggio per darti il benvenuto al campo. E per non farti piangere stanotte,» disse con un sorriso trionfante, voltandosi di schiena e regalandomi una visuale perfetta del suo sedere compatto e sodo mentre si dirigeva verso l'asciugamano. «Ora sparisci, Ale. La mammina deve vestirsi.»
Ero letteralmente sotto shock. Mi allontanai dal bungalow di Tracy con il cuore che mi rimbombava nelle orecchie e il palmo delle mani che formicolava ancora, come se avesse impresso a fuoco il peso e il calore di quel seno perfetto.
Ammetto che l'idea di lavorare isolato per sette settimane con sei ragazze mi aveva acceso più di una speranza prima di partire, ma mai, neanche nei miei deliri più ottimisti, avrei creduto che dopo appena poche ore avrei già toccato delle tette così belle. E in quel modo così fottutamente sfacciato.
Raggiunsi finalmente il bungalow giusto, il numero quattro. Entrai cercando di darmi un contegno, ma ero senza parole e senza fiato.
Anto era esattamente come mi aspettavo di trovarla. Era stesa sul suo letto a pancia in giù, completamente ignara del mio stato psicofisico. Indossava un paio di pantaloncini di cotone talmente corti che, in quella posizione con il fondoschiena all'aria e le gambe piegate, lasciavano intravedere la curva morbida e sensuale dei suoi glutei. Scorrendo annoiata i video su TikTok, non si accorse nemmeno del mio sguardo febbrile.
«Alleluia, sei vivo!» esclamò, senza alzare gli occhi dallo schermo. «Non puoi capire, Ale, ho trovato un ragno enorme vicino alla finestra e Maria mi ha risposto malissimo quando le ho chiesto—»
«Anto, scusa,» la interruppi con la voce più roca e tesa del normale. «Sono coperto di polvere del magazzino e sudo da ore. Se non mi lavo in questo preciso istante, svengo. Ne parliamo dopo.»
Non le diedi il tempo di replicare. Mi infilai nel minuscolo bagno del bungalow e chiusi la porta a chiave con due mandate, appoggiandomi per un secondo al legno freddo.
Cazzo. Avevo troppo bisogno di scaricare quella tensione. Se non lo avessi fatto subito, sarei impazzito.
Mi strappai via la maglietta, poi i jeans e l'intimo, calciandoli in un angolo. Aprii il miscelatore della stretta doccia a muro, lasciando che l'acqua tiepida iniziasse a scorrere, e ci entrai sotto. Il getto mi colpì la pelle, lavando via il sudore e la polvere, ma non fece assolutamente nulla per raffreddare l'erezione dolorosa che mi martoriava da quando ero caduto su quei materassini.
Chiusi gli occhi, e la mia mente divenne uno schermo impazzito.
La mia mano scese istintivamente, afferrando il mio desiderio pulsante, e iniziai a muovermi con un'urgenza febbrile, quasi disperata. Il rumore dell'acqua che batteva sul piatto doccia copriva il mio respiro sempre più pesante.
Nella mia testa, le immagini si accavallavano con una prepotenza assoluta. Rivedevo Anna, intrappolata sotto di me nel magazzino buio. Sentivo ancora la pressione del suo petto contenuto ma perfetto contro i miei pettorali sudati, il suo profumo di vaniglia e quello sguardo vivo, brillante, velato da un'eccitazione che non sapeva come gestire. L'idea di quella ragazza così timida e dolce, schiacciata dal mio peso con le labbra dischiuse, mi fece accelerare il ritmo.
Ma poi, il buio del magazzino lasciava il posto al vapore del bagno di Tracy. Risentivo la carne soda e umida dei suoi seni riempirmi le mani. Rivedevo i suoi capezzoli turgidi, la curva oscena e perfetta della sua vita a clessidra e quel sorriso perverso, da predatrice consapevole. "Vuoi farti una poppata, piccolo?" La sua voce mi rimbombò nel cervello, mischiandosi all'ansito di Anna.
Strinsi la presa, scivolando sulla mia pelle bagnata a un ritmo forsennato. L'acqua mi scorreva sul viso e sui muscoli tesi, ma io ero perso in un vortice di pura lussuria, sospeso tra il romanticismo trattenuto di Anna e la perversione esplicita di Tracy.
Il limite arrivò in fretta, un'onda inarrestabile.
Gemetti a denti stretti per non farmi sentire da Anto nell'altra stanza. Appoggiai la fronte contro le piastrelle umide della doccia e mi lasciai andare, travolto da un orgasmo intenso e liberatorio che mi svuotò i polmoni e mi fece tremare le gambe.
L'acqua scorreva via, lavando le ultime tracce del mio piacere mentre cercavo disperatamente di far tornare il battito cardiaco a una frequenza umana. Mi passai una mano tra i capelli bagnati, espirando a fondo, gli occhi ancora chiusi. Era solo il primo fottuto giorno. Quelle sette settimane sarebbero state un viaggio di sola andata per la follia.
Non feci nemmeno in tempo a formulare quel pensiero.
La serratura difettosa scattò con un rumore metallico e la porta del piccolo bagno si spalancò senza il minimo preavviso. Nessun colpo sul legno, nessuna esitazione.
«Ale, scusa, non trovo più il mio carica—»
Aprii gli occhi di scatto, girandomi di mezzo busto verso l'ingresso, il fiato ancora rotto, il corpo nudo e lucido sotto il getto dell'acqua, e la mano ancora fottutamente lì, abbassata sul mio inguine.
Anto si bloccò sulla soglia, letteralmente congelata. Le parole le morirono in gola. I suoi occhi si sbarrarono, scivolando in una frazione di secondo dal mio petto ansante, giù fino alla mia mano, comprendendo con assoluta e devastante chiarezza cosa avessi appena finito di fare.
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