L'acqua gelata della doccia non era servita a un cazzo. Aveva solo abbassato la temperatura della mia pelle, ma il sangue mi pompava ancora furiosamente nelle vene. Mi avvolsi l'asciugamano intorno al collo, lasciando l'accappatoio aperto sul petto, scivolai nei miei boxer puliti e sbloccai la serratura.
Mi aspettavo di trovare un fantasma. Invece, Simona era seduta a gambe incrociate sul suo letto, intenta a scorrere qualcosa sul telefono. Appena mi sentì, bloccò lo schermo e alzò il viso. Il suo sorriso era smagliante, sfacciato. L'uragano era tornato. «Era ora, ale. Stavo per iniziare a grattare la porta. Ti sei rilassato un po’ o hai solo prosciugato tutta l’acqua calda?» mi prese in giro, lanciandomi un cuscino che schivai per miracolo.
La guardai, stringendo la presa sull'asciugamano. Se non l'avessi spiata di nascosto in quel momento di totale rottura, ci sarei cascato in pieno. La sua recita era da Oscar. Ma ora, dietro quel sorriso strafottente e quelle battute veloci, riuscivo a vedere le crepe della sua relazione tossica. Sapevo cosa le costava tenere su quella maschera di ragazza forte e un po' pazza. L'attrazione fisica che provavo per lei si mescolò a un istinto di protezione imprevisto, che mi scombussolò ancora di più. «Ho dovuto lavare via i traumi che mi hanno causato i tredicenni,» ribattei, cercando di mantenere il nostro tono e nascondendo i miei pensieri. «Ora la doccia è Tutta tua. Cerca di non affogare, per favore.»
«Ci proverò,» rise lei, afferrando il suo beauty case. Si alzò, mi passò accanto lasciando una scia di sudore e profumo dolce, e si chiuse la porta alle spalle.
Pochi secondi dopo, il rumore dell'acqua scrosciò nel bagno. Crollai di schiena sul mio materasso, fissando il soffitto di legno del bungalow. L'adrenalina del primo giorno di lavoro stava svanendo, lasciando il posto a una stanchezza fisica devastante. Correre dietro a quell'orda di demoni, la lotta in acqua, il ping pong, e poi le montagne russe emotive e la crisi di Anto... ero letteralmente svuotato. Il rumore bianco della doccia di Simona, che sembrava durare un'eternità, e il calore afoso della stanza fecero il resto. Volevo solo chiudere gli occhi per cinque minuti. Senza nemmeno rendermene conto, sprofondai nel buio.
«Socio... Ale, muoviti, o ci lasciano gli scarti.»
Una mano fresca e umida mi scosse la spalla. Aprii gli occhi a fatica, la vista impastata dal sonno profondo. La stanza era immersa nella penombra bluastra della sera; la luce livida filtrava a stento dalle tapparelle. Sbattei le palpebre, cercando di mettere a fuoco la figura chinata sopra di me.
Simona era in piedi accanto al mio letto. La sua doccia infinita le aveva arrossato leggermente la pelle per il calore, i capelli scuri erano avvolti in un turbante di spugna bianca. Indossava solo l'accappatoio del campo, stretto alla bell'e meglio in vita da un nodo frettoloso e molto precario. «Sei crollato come un sasso,» mormorò, la voce roca e un po' pigra, il viso vicinissimo al mio. Sorrideva, gli occhi stanchi ma finalmente rilassati. «Ho cercato di fare piano per farti dormire, ma giuro che se non andiamo a cena adesso svengo per il calo di zuccheri.»
«Che ore sono...?» biascicai, cercando di tirarmi su sui gomiti, il cervello ancora mezzo addormentato. «Le otto passate. Dai, alzati pigrone.»
Simona si piegò in avanti per afferrarmi il braccio e tirarmi su. Il movimento, unito al fatto che l'accappatoio fosse allacciato malissimo, fu un errore tattico fatale. Il bavero di spugna cedette sotto il peso della gravità, spalancandosi morbidamente in avanti e staccandosi dal suo petto.
La visuale fu un colpo a bruciapelo. Per tre lunghissimi secondi, ebbi una prospettiva perfetta, dall'alto verso il basso, del suo seno sinistro. La curva piena, la pelle umida e calda, e soprattutto il capezzolo scuro, turgido per il fresco della stanza, perfettamente delineato a un palmo dai miei occhi. Lo stesso che avevo visto nel riflesso dello specchio poco prima, ma stavolta reale, tridimensionale, offerto a me da una disattenzione innocente.
Mi si azzerò la salivazione. Il sonno evaporò all'istante, rimpiazzato da una scossa elettrica che mi attraversò la spina dorsale, risvegliandomi in un'erezione furiosa e indomabile contro il cotone leggero dei miei boxer. Simona tirò un po' più forte, completamente ignara dello spettacolo che mi stava regalando. «Sei pesantissimo, maledizione!» rise, mollando la presa e raddrizzandosi di scatto.
L'accappatoio tornò al suo posto, coprendo quel frammento di pelle nuda, ma lei non si era accorta di nulla. Si passò una mano sul collo, sbuffando. «Ti do tre minuti per metterti dei pantaloni, poi vado da sola.»
«Dammi... dammi un secondo,» balbettai con la voce strozzata, piegando rapidamente una gamba verso il petto per nascondere il rigonfiamento evidente sotto la stoffa. «Mi vesto e arrivo.»
Lei mi fece l'occhiolino e si voltò verso lo specchio per srotolarsi il turbante dai capelli, lasciandomi sul letto a combattere contro i miei ormoni impazziti. Eravamo solo all'inizio della serata, ma l'aria nel campo era già carica di elettricità.
Mi infilai in fretta dei jeans di tela leggera e una t-shirt scura, cercando di domare il respiro e ignorare il ricordo fresco del petto di Simona a un palmo dal mio viso. Lei si era chiusa in bagno per vestirsi, lasciandomi il tempo di recuperare un minimo di decenza.
Quando uscì, indossava un paio di pantaloncini di jeans sfilacciati e un top nero aderente. Aveva i capelli ancora umidi che le ricadevano sulle spalle e l'aria adorabilmente distrutta. «Se non mi mettono un piatto di pasta davanti entro cinque minuti, potrei azzannare il polpaccio di qualcuno,» sentenziò, passandosi una mano sugli occhi. «Mettiti in fila, Simo,» sospirai, aprendole la porta.
Uscimmo nell'aria calda della sera. Il sole stava tramontando, tingendo il cielo sopra il campo di sfumature violacee. Iniziammo a percorrere la discesina sterrata che portava verso il grande tendone della mensa, trascinando i piedi nel brecciolino come due sopravvissuti a un naufragio. Eravamo sfiniti, ma il silenzio tra noi era comodo, carico di quella strana intimità che si era creata durante la giornata.
Non facemmo in tempo a percorrere venti metri che una voce sarcastica ci inchiodò sul posto.
«Guardatevi. Sembrate due comparse scartate da The Walking Dead.» Maria sbucò dal vialetto laterale, bloccandoci la strada. Indossava un paio di leggings neri che le fasciavano le cosce piene e una canottiera aderente. Aveva le braccia incrociate sotto il petto esplosivo e ci guardava con un misto di compatimento e superiorità. Essere la veterana del campo le dava una fottuta aura di onnipotenza. «Primo giorno e siete già da buttare,» continuò, schioccando la lingua. «I novellini sono sempre più deboli.» Simona abbozzò un sorriso stanco. «Siamo in fase di rodaggio. Domani andrà meglio.»
«Lo spero per te, tesoro,» rispose Maria, ma i suoi occhi scuri scivolarono subito su di me, carichi di un'autorità torbida. «Ale. Fammi un piacere. Scendi un attimo nel magazzino sotterraneo e vai a chiamare Tracy. L'ho mandata a cercare i microfoni di scorta mezz'ora fa e sembra sparita nel nulla.»
Sbuffai, passandomi una mano tra i capelli. Le gambe mi tremavano ancora per il ping pong e per le corse dietro ai ragazzini. «Maria, ti prego. Il magazzino ha duemila scalini. Non puoi andarci tu? O mandarle un messaggio? Ho le gambe di gelatina.»
Il sorriso di Maria sparì all'istante. La sua mascella si indurì e i suoi occhi diventarono due fessure gelide. La temperatura attorno a noi sembrò precipitare. «No, non posso andarci io,» sibilò, con un tono così affilato che persino Simona si irrigidì. «Io e Tracy non ci rivolgiamo la parola se non è strettamente necessario, e lei sa benissimo perché. Se scendo io, finisce a testate. Quindi vai tu.» Fece un passo verso di me, invadendo il mio spazio. Abbassò la voce, ma non abbastanza da farsi sentire da Simona. «E ricordati che tu mi devi un fottuto favore. Muoviti.»
