Capitolo 4 - L'odore dello sperma e il sapore di Anna
prosegue la giornata di lavoro, che mette tutti a dura prova.
L'acqua gelata della doccia non era servita a un cazzo. Aveva solo abbassato la temperatura della mia pelle, ma il sangue mi pompava ancora furiosamente nelle vene. Mi avvolsi l'asciugamano intorno al collo, lasciando l'accappatoio aperto sul petto, scivolai nei miei boxer puliti e sbloccai la serratura.
Mi aspettavo di trovare un fantasma. Invece, Simona era seduta a gambe incrociate sul suo letto, intenta a scorrere qualcosa sul telefono. Appena mi sentì, bloccò lo schermo e alzò il viso. Il suo sorriso era smagliante, sfacciato. L'uragano era tornato. «Era ora, ale. Stavo per iniziare a grattare la porta. Ti sei rilassato un po’ o hai solo prosciugato tutta l’acqua calda?» mi prese in giro, lanciandomi un cuscino che schivai per miracolo.
La guardai, stringendo la presa sull'asciugamano. Se non l'avessi spiata di nascosto in quel momento di totale rottura, ci sarei cascato in pieno. La sua recita era da Oscar. Ma ora, dietro quel sorriso strafottente e quelle battute veloci, riuscivo a vedere le crepe della sua relazione tossica. Sapevo cosa le costava tenere su quella maschera di ragazza forte e un po' pazza. L'attrazione fisica che provavo per lei si mescolò a un istinto di protezione imprevisto, che mi scombussolò ancora di più. «Ho dovuto lavare via i traumi che mi hanno causato i tredicenni,» ribattei, cercando di mantenere il nostro tono e nascondendo i miei pensieri. «Ora la doccia è Tutta tua. Cerca di non affogare, per favore.»
«Ci proverò,» rise lei, afferrando il suo beauty case. Si alzò, mi passò accanto lasciando una scia di sudore e profumo dolce, e si chiuse la porta alle spalle.
Pochi secondi dopo, il rumore dell'acqua scrosciò nel bagno. Crollai di schiena sul mio materasso, fissando il soffitto di legno del bungalow. L'adrenalina del primo giorno di lavoro stava svanendo, lasciando il posto a una stanchezza fisica devastante. Correre dietro a quell'orda di demoni, la lotta in acqua, il ping pong, e poi le montagne russe emotive e la crisi di Anto... ero letteralmente svuotato. Il rumore bianco della doccia di Simona, che sembrava durare un'eternità, e il calore afoso della stanza fecero il resto. Volevo solo chiudere gli occhi per cinque minuti. Senza nemmeno rendermene conto, sprofondai nel buio.
«Socio... Ale, muoviti, o ci lasciano gli scarti.»
Una mano fresca e umida mi scosse la spalla. Aprii gli occhi a fatica, la vista impastata dal sonno profondo. La stanza era immersa nella penombra bluastra della sera; la luce livida filtrava a stento dalle tapparelle. Sbattei le palpebre, cercando di mettere a fuoco la figura chinata sopra di me.
Simona era in piedi accanto al mio letto. La sua doccia infinita le aveva arrossato leggermente la pelle per il calore, i capelli scuri erano avvolti in un turbante di spugna bianca. Indossava solo l'accappatoio del campo, stretto alla bell'e meglio in vita da un nodo frettoloso e molto precario. «Sei crollato come un sasso,» mormorò, la voce roca e un po' pigra, il viso vicinissimo al mio. Sorrideva, gli occhi stanchi ma finalmente rilassati. «Ho cercato di fare piano per farti dormire, ma giuro che se non andiamo a cena adesso svengo per il calo di zuccheri.»
«Che ore sono...?» biascicai, cercando di tirarmi su sui gomiti, il cervello ancora mezzo addormentato. «Le otto passate. Dai, alzati pigrone.»
Simona si piegò in avanti per afferrarmi il braccio e tirarmi su. Il movimento, unito al fatto che l'accappatoio fosse allacciato malissimo, fu un errore tattico fatale. Il bavero di spugna cedette sotto il peso della gravità, spalancandosi morbidamente in avanti e staccandosi dal suo petto.
La visuale fu un colpo a bruciapelo. Per tre lunghissimi secondi, ebbi una prospettiva perfetta, dall'alto verso il basso, del suo seno sinistro. La curva piena, la pelle umida e calda, e soprattutto il capezzolo scuro, turgido per il fresco della stanza, perfettamente delineato a un palmo dai miei occhi. Lo stesso che avevo visto nel riflesso dello specchio poco prima, ma stavolta reale, tridimensionale, offerto a me da una disattenzione innocente.
Mi si azzerò la salivazione. Il sonno evaporò all'istante, rimpiazzato da una scossa elettrica che mi attraversò la spina dorsale, risvegliandomi in un'erezione furiosa e indomabile contro il cotone leggero dei miei boxer. Simona tirò un po' più forte, completamente ignara dello spettacolo che mi stava regalando. «Sei pesantissimo, maledizione!» rise, mollando la presa e raddrizzandosi di scatto.
L'accappatoio tornò al suo posto, coprendo quel frammento di pelle nuda, ma lei non si era accorta di nulla. Si passò una mano sul collo, sbuffando. «Ti do tre minuti per metterti dei pantaloni, poi vado da sola.»
«Dammi... dammi un secondo,» balbettai con la voce strozzata, piegando rapidamente una gamba verso il petto per nascondere il rigonfiamento evidente sotto la stoffa. «Mi vesto e arrivo.»
Lei mi fece l'occhiolino e si voltò verso lo specchio per srotolarsi il turbante dai capelli, lasciandomi sul letto a combattere contro i miei ormoni impazziti. Eravamo solo all'inizio della serata, ma l'aria nel campo era già carica di elettricità.
Mi infilai in fretta dei jeans di tela leggera e una t-shirt scura, cercando di domare il respiro e ignorare il ricordo fresco del petto di Simona a un palmo dal mio viso. Lei si era chiusa in bagno per vestirsi, lasciandomi il tempo di recuperare un minimo di decenza.
Quando uscì, indossava un paio di pantaloncini di jeans sfilacciati e un top nero aderente. Aveva i capelli ancora umidi che le ricadevano sulle spalle e l'aria adorabilmente distrutta. «Se non mi mettono un piatto di pasta davanti entro cinque minuti, potrei azzannare il polpaccio di qualcuno,» sentenziò, passandosi una mano sugli occhi. «Mettiti in fila, Simo,» sospirai, aprendole la porta.
Uscimmo nell'aria calda della sera. Il sole stava tramontando, tingendo il cielo sopra il campo di sfumature violacee. Iniziammo a percorrere la discesina sterrata che portava verso il grande tendone della mensa, trascinando i piedi nel brecciolino come due sopravvissuti a un naufragio. Eravamo sfiniti, ma il silenzio tra noi era comodo, carico di quella strana intimità che si era creata durante la giornata.
Non facemmo in tempo a percorrere venti metri che una voce sarcastica ci inchiodò sul posto.
«Guardatevi. Sembrate due comparse scartate da The Walking Dead.» Maria sbucò dal vialetto laterale, bloccandoci la strada. Indossava un paio di leggings neri che le fasciavano le cosce piene e una canottiera aderente. Aveva le braccia incrociate sotto il petto esplosivo e ci guardava con un misto di compatimento e superiorità. Essere la veterana del campo le dava una fottuta aura di onnipotenza. «Primo giorno e siete già da buttare,» continuò, schioccando la lingua. «I novellini sono sempre più deboli.» Simona abbozzò un sorriso stanco. «Siamo in fase di rodaggio. Domani andrà meglio.»
«Lo spero per te, tesoro,» rispose Maria, ma i suoi occhi scuri scivolarono subito su di me, carichi di un'autorità torbida. «Ale. Fammi un piacere. Scendi un attimo nel magazzino sotterraneo e vai a chiamare Tracy. L'ho mandata a cercare i microfoni di scorta mezz'ora fa e sembra sparita nel nulla.»
Sbuffai, passandomi una mano tra i capelli. Le gambe mi tremavano ancora per il ping pong e per le corse dietro ai ragazzini. «Maria, ti prego. Il magazzino ha duemila scalini. Non puoi andarci tu? O mandarle un messaggio? Ho le gambe di gelatina.»
Il sorriso di Maria sparì all'istante. La sua mascella si indurì e i suoi occhi diventarono due fessure gelide. La temperatura attorno a noi sembrò precipitare. «No, non posso andarci io,» sibilò, con un tono così affilato che persino Simona si irrigidì. «Io e Tracy non ci rivolgiamo la parola se non è strettamente necessario, e lei sa benissimo perché. Se scendo io, finisce a testate. Quindi vai tu.» Fece un passo verso di me, invadendo il mio spazio. Abbassò la voce, ma non abbastanza da farsi sentire da Simona. «E ricordati che tu mi devi un fottuto favore. Muoviti.»
Rivolse a Simona un sorriso finto e tirato. «Vai in mensa, cara. Ti raggiunge subito.» Non avevo scelta. Feci un cenno rassegnato a Simona e deviai verso il retro del teatro.
La rampa di scale in cemento che portava al magazzino sotterraneo sembrava non finire mai. Più scendevo, più l'aria diventava fresca, umida e carica dell'odore di polvere e cartone vecchio. Aprii la pesante porta di ferro. Il magazzino era in semioscurità, illuminato solo da un neon sfarfallante in fondo alla stanza. Cataste di sedie, scatoloni di costumi e attrezzature teatrali creavano un labirinto inquietante. Di Tracy non c'era traccia.
Ero così fottutamente stanco. Vidi un vecchio divano a due posti, logoro e ancora mezzo coperto dal cellophane da imballaggio, incastrato tra due casse acustiche. Mi ci buttai sopra con un tonfo sordo, la plastica che scricchiolava rumorosamente sotto il mio peso. Lasciai cadere la testa all'indietro, chiudendo gli occhi. La mia mente era un frullatore. Il petto di Simona nell'accappatoio, lo sguardo gelido di Anto, il ricatto di Maria. Ero al campo da quarantott'ore e mi sentivo già intrappolato in una ragnatela di ormoni e giochi di potere.
Il rumore di uno sciacquone mi fece sussultare. Pochi secondi dopo, la porta del piccolo bagno di servizio adiacente al magazzino si aprì, cigolando sui cardini arrugginiti.
Tracy emerse dalla penombra. Aveva la divisa modificata alla sua maniera: la polo bianca era annodata in vita a scoprire l'ombelico, e i pantaloncini erano così corti che si potevano a malapena definire tali. Si stava asciugando le mani sui fianchi. Quando mi vide sbracato sul divano incelofanato, i suoi occhi si illuminarono di una scintilla predatrice e divertita.
«Oh, ma guarda un po' chi abbiamo qui,» trillò, avvicinandosi con un'andatura lenta e ancheggiante. «Ti sei perso, piccino? O sei sceso fin quaggiù per cercarmi?» «Maria mi ha mandato a recuperarti,» risposi, la voce impastata dalla stanchezza. «Dice che stai cercando i microfoni da mezz'ora.»
Tracy sbuffò, alzando gli occhi al cielo in un'espressione di puro fastidio. «Quella vipera repressa. Le ho detto che i microfoni sono rotti, ma lei deve sempre fare la stronza padrona delle ferriere.» Scosse la testa, poi il suo sguardo tornò su di me e il suo tono si addolcì, assumendo quella sfumatura materna e fottutamente perversa che le era propria. Si fermò esattamente in mezzo alle mie gambe divaricate.
«Però... guardati, povero cucciolo,» tubò, abbassando lo sguardo sul mio petto che si alzava e si abbassava pesantemente. «Sei bianco come un cencio. Ti hanno spremuto per bene oggi, eh?» Senza chiedere permesso, Tracy si sedette di lato, affondando nel divano proprio accanto alla mia coscia. La plastica scricchiolò sotto di noi. Si girò verso di me, piegando una gamba in modo che il suo ginocchio nudo sfiorasse il mio inguine. Il profumo dolciastro del suo bagnoschiuma mi investì in pieno.
«Sono solo stanco,» mormorai, sentendo la gola inspiegabilmente secca. La sua vicinanza era asfissiante e carica di promesse torbide. «I novellini si stressano troppo facilmente,» sussurrò lei. Allungò le mani e me le posò sulle spalle. Le sue dita iniziarono a impastare i miei muscoli contratti con una forza inaspettata per una ragazza della sua stazza. «Sei di marmo, Ale. Così non arrivi a fine settimana.»
Mentre mi massaggiava, Tracy si sporse in avanti. La scollatura della sua polo cedette leggermente, offrendomi una visuale fin troppo chiara sulla morbidezza del suo seno premuto contro il tessuto. A ogni movimento delle sue mani, il suo petto sfiorava in modo palesemente intenzionale il mio braccio.
«Sai di cosa hai bisogno?» mi sussurrò all'orecchio. Il suo respiro caldo mi solleticò il collo, facendomi venire la pelle d'oca e risvegliando il mio corpo con una rapidità che mi fece sentire in colpa. «Ci vorrebbe qualcosa per farti rilassare sul serio. Qualcosa per scaricare tutta questa... tensione accumulata.» La sua mano scivolò dalla mia spalla, accarezzandomi lentamente il petto fino ad arrivare pericolosamente vicina alla cintura dei miei jeans. «Io sono la più grande qui sotto, piccino. So come prendermi cura dei miei colleghi stressati.»
Feci per alzarmi, puntando le mani sul divano scricchiolante. «Tracy, dobbiamo andare. È ora di cena, gli altri ci aspettano al tavolo e…»
Cosa cazzo stava succedendo?
La mia mente era un vortice di confusione totale. Fino a dieci minuti fa ero un relitto umano pronto a crollare di sonno, e ora mi ritrovavo in un magazzino sotterraneo, sdraiato sulle cosce nude di una ragazza che conoscevo a malapena, mentre le succhiavo il seno con una passione animalesca che non credevo nemmeno di avere. Il sapore dolce della sua pelle, il calore della sua carne contro il mio viso... era un cortocircuito logico e sensoriale.
Provai a staccarmi per riprendere aria, aggrappandomi a un briciolo di razionalità. «Tracy... aspetta un attimo,» ansimai, sollevando la testa. «Ma perché...»
Non mi lasciò finire la frase. Con un sorriso divertito e uno scatto deciso della mano dietro la mia nuca, mi spinse di nuovo il viso contro la sua pelle, rimettendomi letteralmente il suo seno in bocca con la stessa autorità con cui si tappa la bocca a un bambino che fa i capricci.
«Shhh... i bravi bambini non fanno domande, piccino,» mi sussurrò, accarezzandomi i capelli mentre io, senza alcuna volontà di resistere, riprendevo a succhiare il suo capezzolo turgido. «Amo divertirmi, tutto qui. E tu sei così carino e disperato... mi piace un sacco aiutarti.»
Mentre parlava, sentii le sue dita armeggiare con la mia cintura. Il metallo scattò, seguito dal rumore inequivocabile della cerniera dei miei jeans che scendeva. La sua mano si infilò decisa sotto l'elastico dei miei boxer, tirando fuori la mia erezione dura come la pietra e dolorosamente pulsante.
Tracy la prese in mano, soppesandola. La sua pelle era calda, ma asciutta, e la prima stretta mi fece mancare il fiato. Si fermò un istante. Senza staccare la mano da me, inclinò leggermente la testa di lato, si schiuse le labbra e lasciò cadere un filo di saliva densa, uno sputo osceno e abbondante che atterrò esattamente sulla punta scoperta del mio cazzo.
Il contatto bagnato mi fece inarcare la schiena di riflesso. Tracy sorrise, spalancando le dita per distribuire la saliva lungo l'asta e stringendo di nuovo il pugno. Ora la sua mano scivolava su e giù con una fluidità letale, producendo un rumore umido, uno schiocco viscerale a ogni pompata. La frizione scivolosa era devastante. Il lubrificante improvvisato trasformò il tocco in una morsa inesorabile che mi faceva impazzire contro la plastica logora del divano.
«Guardati come sei teso... un pezzo di marmo,» tubò, la voce che vibrava di una perversione sfacciata e materna allo stesso tempo. Aumentò leggermente la pressione della mano, strizzando alla base per poi risalire rapida e bagnata fino in cima, mentre io perdevo completamente il controllo del mio respiro. «Sei stressato, mh? Maria ti tratta come uno schiavetto, Anto fa la pazza gelosa, e tu devi startene buono e innocuo in stanza con la bella fidanzatina. Povero cucciolo... lascia che la tua Tracy ti svuoti un po'. Succhiami bene.»
Il mix di stimoli era insostenibile. La morbidezza burrosa del suo seno che mi riempiva la bocca, il suono osceno e bagnato della sua mano ricoperta di saliva che mi segava senza sosta, le parole sporche che mi sussurrava all'orecchio... la mia mente andò in blackout.
Sentii il limite avvicinarsi come un treno in corsa. Provai a gemere più forte, a inarcare il collo per staccarmi dal suo petto perché mi mancava l'aria e l'orgasmo stava per esplodermi nel basso ventre, ma Tracy fu implacabile. Mi premette il viso contro la sua scollatura con ancora più forza, soffocando i miei versi contro la sua pelle nuda.
«Sì, così...» ansimò lei, accelerando il ritmo della mano in modo frenetico, massaggiando la punta umida con il pollice. «Vieni, piccino. Sporcami tutta la mano. Fai il bravo.»
Il mio corpo si tese come una corda di violino. Venni con una scossa violenta, un orgasmo così intenso e disperato che mi lasciò la vista annebbiata e i muscoli tremanti, svuotandomi letteralmente a fiotti tra le sue dita bagnate.
Rimasi immobile per qualche secondo, il respiro corto che raschiava contro il suo petto, mentre il cuore mi martellava nelle orecchie. Quando finalmente Tracy allentò la presa sulla mia nuca, mi lasciai cadere all'indietro sul bracciolo del divano, totalmente stordito e privo di forze.
Tracy ritirò la mano, osservando il risultato del suo "lavoro" con un sorriso profondamente compiaciuto. Il palmo e le dita erano lucidi, ricoperti del mio sperma misto alla sua saliva. Poi, con una naturalezza disarmante che mi fece sgranare gli occhi, portò l'indice e il medio alle labbra, chiudendo gli occhi scuri.
«Mhm...» mormorò, leccandosi le dita sporche con una lentezza calcolata, assaporando la scena e il mio totale sconvolgimento. Mi guardò, passandosi la lingua sul labbro inferiore. «Sei molto saporito, piccino. Mi sa che la prossima volta dovrò assaggiarti direttamente alla fonte.»
Ero paralizzato. Totalmente in shock. Il mio cervello, già provato, era incapace di processare la mole di assurdità ed eccitazione appena vissuta.
Tracy prese un fazzoletto di carta chissà dove, si pulì la mano con nonchalance e si tirò giù la polo bianca, risistemandosi la scollatura come se fossimo appena scesi per fare due chiacchiere sul meteo. Si alzò in piedi, lisciandosi i micro-pantaloncini.
«Dai, tirati su la cerniera e andiamo a cena, Ale. La mensa ci aspetta e hai perso un sacco di liquidi.» Mi fece l'occhiolino, girò sui tacchi e si diresse verso la scala di cemento.
Mi riallacciai i jeans con le mani che mi tremavano ancora. Maria aveva ragione: i novellini non erano pronti per quel campo. E la notte di sabato era appena cominciata.
Il frastuono del tendone della mensa era assordante, un caos di vassoi di metallo, voci sovrapposte e odore di sugo al pomodoro. Quando raggiunsi il lungo tavolo di legno riservato allo staff, mi sentivo come se camminassi sull'acqua. Il mio cervello era ancora fermo a dieci minuti prima, sepolto in quel magazzino buio, tra le labbra di Tracy e la morsa calda della sua mano bagnata. Avevo i jeans che mi sembravano improvvisamente troppo stretti e il cuore che batteva a un ritmo innaturale.
Mi accasciai sulla panca, scivolando esattamente nel posto vuoto tra Simona e Anna. Di fronte a me, a completare il quadro, c'era Anto. Noi quattro "novellini" sembravamo i sopravvissuti di un disastro aereo. Simona fissava il suo piatto di pasta come se fosse un miraggio, un'ombra di stanchezza sotto gli occhi magnetici. Anna aveva le spalle curve, palesemente prosciugata dall'ansia di dover gestire i bambini più piccoli e l'iperattività del campo. Anto, invece, mescolava il cibo con la forchetta con un'espressione infastidita, evitandomi accuratamente con lo sguardo ma lanciando occhiate gelide alla mia vicinanza con le altre due.
A capotavola e sul lato opposto, le veterane sembravano fresche come rose. Maria, Fiona e Tracy ci osservavano con sorrisi predatori. «Guardateli,» esordì Maria, appoggiando i gomiti sul tavolo e intrecciando le dita, il seno esplosivo premuto contro la canottiera. «I nostri piccoli cuccioli stremati. Che c'è, la giornata vi ha prosciugato le energie vitali?»Fiona, che fino a quel momento aveva ignorato tutti con la sua solita aria dura e intrattabile, sbuffò una risata roca, addentando un pezzo di pane. «Sono patetici. È sempre così con i novellini. La prima volta fa sempre male, non sanno come muoversi e finiscono per svuotarsi subito. Poi ci prendono il ritmo. O forse no,» aggiunse, lanciando un'occhiata allusiva verso di me, carica di quell'astinenza feroce di cui parlava sempre.
«Oh, lascia stare il mio piccino, Fiona,» intervenne Tracy. Aveva un gomito appoggiato sul tavolo e teneva il viso poggiato sul palmo della mano. I suoi occhi scuri puntarono dritti nei miei. Sorrise, un sorriso lento e carico di segreti osceni. «La prima volta è sempre faticosa, è vero... ti lascia senza fiato, le gambe tremano e non capisci più niente. Ma basta trovare... l'aiuto giusto per rilassarsi.» Il mio viso andò letteralmente a fuoco. Diventai bordeaux. Sentivo ancora il fantasma della sua saliva su di me, il sapore della sua pelle. Ogni volta che incrociavo il suo sguardo lungo la tavolata, lei si passava la lingua sul labbro inferiore o faceva finta di pulirsi le dita con un tovagliolo di carta, un richiamo viscerale a quello che aveva appena fatto con il mio sperma. Distolsi gli occhi, nascondendomi dietro al bicchiere d'acqua, il cavallo dei pantaloni che tornava a farsi dolorosamente teso.
«Se la vostra idea di "prima volta" è farsi massacrare da trenta ragazzini in preda agli ormoni, vi lascio volentieri il primato,» ribatté Simona, pungente come sempre. Si voltò verso di me, la spalla nuda che sfiorò la mia maglietta in un gesto di puro cameratismo. «Oggi a ping pong abbiamo bruciato anche le riserve di ossigeno, vero socio?» «Vero,» balbettai, cercando di sembrare normale, anche se il ricordo di lei mezza nuda in bagno era una lama a doppio taglio.
Anna, alla mia destra, sorrise timidamente, la voce bassa e dolce. «I piccoli sono dei tesori, ma succhiano un'energia incredibile. Anto, tu come hai fatto oggi? Sembravi esausta.» Anto alzò finalmente lo sguardo, fulminando prima Anna e poi me. «Io non sono una babysitter,» rispose secca, la voce da ragazzina viziata che vibrava di possessività. «E sinceramente, Ale, speravo mi dessi una mano oggi pomeriggio invece di fare comunella e giocare a racchette tutto il tempo.» «Ale aveva il suo gruppo, Anto,» intervenne Simona, fredda e letale. «Non è il tuo fidanzatino personale. Ha lavorato, come tutti noi.» L'aria attorno al tavolo divenne improvvisamente densa. Anto strinse i pugni sotto il tavolo, terrorizzata e furiosa allo stesso tempo.
La cena proseguì in un clima di tensione sottile e ormoni fuori controllo. Quando i vassoi vennero portati via e arrivarono i bicchieri di plastica con il caffè sbiadito della mensa, le conversazioni si fecero più confuse. Fu in quel momento che Anna si avvicinò impercettibilmente a me. Il suo profumo di vaniglia e pulito mi invase le narici, un contrasto sconvolgente rispetto all'odore muschiato e sudato di Tracy. «Ale...» sussurrò Anna, la voce ridotta a un soffio. Si guardò intorno con i suoi grandi occhi da cerbiatta, assicurandosi che Maria fosse distratta. «Darei l'anima per una sigaretta. So che ho smesso da mesi... ma oggi è stata una prova di sopravvivenza per i miei nervi.»
La guardai, sorpreso da quella debolezza in una ragazza così apparentemente perfettina e studiosa. Il suo sguardo implorante era adorabile. «Ne ho un pacchetto quasi nuovo nel borsone,» le sussurrai di rimando, inclinandomi verso di lei. «Ma Maria ha fatto una testa tanta sul fatto che non si può fumare nel perimetro dei bungalow. Se ci becca, ci sbrana.» Anna si morse il labbro inferiore, un gesto piccolo ma che su di lei risultò incredibilmente sensuale. «Conosco un posto. Il magazzino sotterraneo. È cieco, il fumo non si vede da fuori e a quest'ora non ci va nessuno. Ti prego. Facciamo due tiri prima di andare a dormire.»
Il magazzino. La parola mi fece contrarre lo stomaco. «Affare fatto,» dissi, cercando di nascondere il nervosismo. «Venti minuti e ci...»
«Ho sentito bene?» Una voce suadente ci interruppe. Tracy era comparsa alle spalle di Anna, chinandosi in avanti, premendo sfacciatamente le forme abbondanti del suo petto contro lo schienale della panca. Il suo viso era a un palmo dal mio. «Sigarette? Oh, cuccioli, avete toccato il mio punto debole,» sussurrò Tracy, gli occhi scuri che guizzavano da Anna a me, fermandosi sulle mie labbra con una malizia che mi fece gelare il sangue. «Ne ho una voglia matta anch'io. E conosco benissimo il magazzino sotterraneo. È un posto così... intimo per rilassarsi.»
Anna, ignara di tutto, le sorrise timidamente. «Perfetto. Allora ci vediamo lì tra venti minuti?» «Venti minuti,» confermò Tracy, ma non stava guardando Anna. Stava guardando me. Si passò lentamente la lingua sul labbro superiore, gli occhi carichi di una promessa perversa. «Preparati, Ale. Mi sa che stasera fumeremo un sacco.»
Si allontanò ancheggiando, lasciandomi incastrato tra il profumo dolce di Anna, le occhiate assassine di Anto di fronte a me, e il terrore eccitante di dover tornare sul luogo del delitto.
Entrai nel bungalow cercando di fare meno rumore possibile, ma inciampai inevitabilmente nello spigolo del mio borsone.
Simona era già a letto. Indossava solo una canottiera bianca di cotone leggero, le coperte spinte fino ai piedi per il caldo asfissiante. Si stava massaggiando le tempie con gli occhi chiusi, ma al mio trambusto aprì un occhio, fissandomi con un sorriso stanco e malizioso.
«Fammi indovinare,» mormorò, la voce impastata. «Non stai cercando lo spazzolino da denti con quell'urgenza.» «Cerco le sigarette,» risposi, frugando disperatamente nella tasca laterale del borsone. «Ho bisogno di nicotina o domattina mordo un bambino.» Simona si mise su un fianco, appoggiando la testa sulla mano. La scollatura della canottiera le ricadde morbidamente di lato. «Le sigarette. Certo. E dimmi, socio, questa improvvisa voglia di distruggerti i polmoni ha per caso a che fare con i grandi occhioni da cerbiatta di Anna?»
Mi bloccai con il pacchetto in mano, sentendo il calore salirmi al viso. «Anna aveva voglia di fumare. Le sto facendo un favore, tutto qui.» Lei sbuffò una risata roca, scuotendo la testa. «Sì, certo. Siete trasparenti. Lei ti guarda come se fossi un supereroe, e tu ti sciogli. Ma fai attenzione, Ale. Anna è dolce, ma è un po' chiusa nel suo mondo di libri. Vacci piano.» Si lasciò ricadere sul cuscino, voltandosi dall'altra parte. «E soprattutto, fammi un favore: quando torni, fai finta di essere un fottuto ninja. Se mi svegli, ti strangolo nel sonno.»
«Sarò invisibile,» promisi, avvicinandomi alla porta. Non feci in tempo a girare la maniglia che il suo telefono, appoggiato sul comodino, si illuminò. Una suoneria stridula ruppe il silenzio. Videochiamata da Edoardo. Il corpo di Simona si irrigidì all'istante. Si passò le mani sul viso, prese un respiro profondo e la sua espressione cambiò, perdendo tutta la spavalderia. Si tirò su le coperte fino al petto e accettò la chiamata, sfoderando un sorriso che non le raggiungeva gli occhi. «Ciao amore... sì, mi stavo per addormentare...» Chiusi la porta alle mie spalle, con un nodo allo stomaco, e mi incamminai verso il teatro.
Quando spinsi la pesante porta di ferro del magazzino sotterraneo, l'odore di polvere mi invase le narici. Il neon sfarfallava ancora, proiettando ombre lunghe sulle pareti di cemento.
Anna e Tracy erano già lì. Ed erano sedute esattamente su quel logoro divano incellofanato. Mi fermai di colpo sulla soglia. La scena era un paradosso visivo che mi mandò il cervello in tilt. Anna era seduta compostamente su un lato, le ginocchia unite, lo sguardo un po' perso e nervoso di chi sta infrangendo le regole. Tracy, al contrario, era sbracata sull'altro cuscino. Aveva le gambe divaricate, i pantaloncini inesistenti che lasciavano scoperte le cosce piene, e un braccio appoggiato sullo schienale. Vedere Tracy lì, nello stesso fottuto punto in cui un'ora prima mi aveva preso il cazzo in mano riempiendolo di saliva mentre le succhiavo i seni, mi fece mancare l'aria. Il fantasma di me stesso con il viso tra le sue tette si sovrappose alla dolcezza timida di Anna.
«Oh, eccolo qui il nostro eroe,» trillò Tracy, leccandosi le labbra con un sorriso felino. «Iniziavamo a pensare che ti fossi perso. O che avessi esaurito di nuovo tutte le energie.» Arrossii violentemente, pregando che la penombra nascondesse il mio imbarazzo. «Ero a cercare l'accendino,» mentii, avvicinandomi. Invece di sedermi sul divano in mezzo a loro — il solo pensiero mi faceva formicolare l'inguine — mi lasciai scivolare a terra, sedendomi a gambe incrociate sul pavimento di cemento, proprio di fronte a loro.
Tirai fuori le sigarette. Ne porsi una ad Anna, che la prese sfiorandomi le dita con le sue, fredde e tremanti. Il suo sorriso fu dolcissimo, carico di gratitudine. Poi ne allungai una a Tracy. Lei non usò le mani. Si sporse in avanti, inarcando la schiena per offrirmi di nuovo una visuale perfetta della sua scollatura, e prese il filtro direttamente con le labbra dischiuse, guardandomi fisso negli occhi.
Accesi le sigarette e la stanza si riempì di fumo denso e bluastro. L'atmosfera si rilassò quasi subito. Tracy, come al suo solito, prese il controllo della conversazione con i suoi modi un po' materni ma sfacciati. «Oggi i ragazzini del teatro mi hanno prosciugato,» sospirò, soffiando il fumo verso l'alto. «Crescono troppo in fretta. A quattordici anni pensano già solo a chi deve farsi chi. Ma non li biasimo... d'altronde, gli ormoni sono una brutta bestia se non li tieni a bada. Vero, Ale?» Mi strozzai con il fumo, tossendo un paio di volte. «Sì, immagino,» gracchiai, evitando il suo sguardo. Anna ridacchiò sommessamente, iniziando a sciogliersi. «I miei sono più piccoli, ma hanno un'energia inesauribile. Meno male che c'era Ale ad aiutarmi stamattina.» Mi guardò, e stavolta nei suoi occhi c'era una scintilla di confidenza. «Ma voi due cosa studiate? Non abbiamo ancora avuto tempo di parlare.»
«Io ho appena finito il primo anno di Giurisprudenza,» risposi, scrollando le spalle. «Un inferno di codici e mattoni da duemila pagine. Sono venuto al campo per non pensare agli esami, ma mi sa che qui lo stress è anche peggio.» «Oh, povero cucciolo stressato,» lo prese in giro Tracy, accavallando le gambe e facendo scivolare la plastica del divano. «Io studio Psicologia. Devo laurearmi a breve. Mi piace capire come funziona la mente umana. Mi piace scavare... trovare i punti deboli delle persone.» Fece una pausa a effetto, guardandomi attraverso la nuvola di fumo. «E mi piace ancora di più capire come far rilassare i nervi tesi. Il corpo umano è affascinante se sai dove mettere le mani.»
Anna, per fortuna totalmente ignara del sottotesto osceno, sorrise. «Deve essere bellissimo. Io invece sto provando a entrare a Medicina. Passo la vita sui libri , credo sia per questo che in mezzo a tutta questa gente a volte mi sento un po' persa... ma volevo mettermi alla prova con questo campo.» «Sei bravissima, Anna,» le dissi, la voce sincera e addolcita. «I bambini ti adorano.» Lei abbassò lo sguardo, arrossendo fino alla punta delle orecchie, e si sistemò una ciocca di capelli dietro l'orecchio. Era di una bellezza delicata, l'esatto opposto della carnalità aggressiva di Tracy.
La conversazione scivolò sulle vacanze post-campo. Anna sognava un viaggio tranquillo in montagna, a leggere circondata dal silenzio. Tracy, ovviamente, parlò di Ibiza, di locali sulla spiaggia e di feste fino all'alba dove "i vestiti sono opzionali".
«E tu, Ale?» mi chiese Tracy, schiacciando il mozzicone di sigaretta sul pavimento con la suola della scarpa. «Cosa farai dopo che noi ragazze ti avremo usato e consumato per sette settimane?» «Probabilmente dormirò per un mese di fila,» scherzai, ma sentivo una tensione liquida pulsarmi nelle vene per il modo in cui mi stava stuzzicando davanti ad Anna.
Tracy si alzò in piedi, stiracchiandosi. La polo bianca si sollevò vertiginosamente, svelando la curva inferiore del suo seno per una frazione di secondo. «Bene, cuccioli, io vado a fare plin plin in quel bagno lercio qui accanto,» annunciò. Passandomi vicino, fece finta di inciampare leggermente, appoggiando una mano pesante sulla mia spalla e sussurrandomi all'orecchio: «Non farti venire strane idee su questo pavimento, piccino. Il divano è decisamente più comodo.» Mi fece l'occhiolino, si girò e aprì la porta del piccolo bagno, chiudendosela alle spalle con uno scatto metallico.
Il rumore della ventola del bagno riempì il silenzio. Anna, sentendosi forse a disagio a stare seduta su quel divano troppo grande senza la presenza prorompente di Tracy, si alzò. Fece un paio di passi e si appoggiò con la schiena contro la fredda parete di cemento, piegando una gamba e appoggiando la suola della scarpa al muro.
Io ero rimasto seduto a terra, a gambe incrociate, esattamente di fronte a lei. Alzai lo sguardo. La luce cruda del neon le illuminava i lineamenti dolci, i grandi occhi chiari che mi fissavano con una nuova intensità. Senza il caos delle altre veterane, l'ansia sociale di Anna sembrava svanita. Eravamo soli, avvolti dall'odore del fumo e dal silenzio del sottosuolo. Fece l'ultimo tiro di sigaretta, lasciando uscire il fumo in un sospiro lento. Mi guardò, le labbra socchiuse, e per la prima volta da quando era iniziato il campo, la dolce e timida Anna non abbassò lo sguardo.
Il rumore della ventola del bagno era l'unico suono in quel sotterraneo freddo e polveroso. Anna era ancora appoggiata al muro di cemento, la gamba piegata, lo sguardo perso nel vuoto. Senza l'ombra ingombrante delle veterane a sovrastarla, tutta la tensione che aveva accumulato nelle ultime quattordici ore sembrava averle ceduto di schianto sulle spalle.
«Ale...» sussurrò, la voce che le tremava leggermente. «Me ne daresti un'altra, per favore?»
Non dissi nulla. Mi alzai dal pavimento e accorciai le distanze, fermandomi a un passo da lei. Estrassi una seconda sigaretta dal pacchetto e gliela portai alle labbra. Quando feci scattare la rotellina dell'accendino, la piccola fiamma illuminò i suoi occhi lucidi. Tremava. Non per il freddo del magazzino, ma per un crollo nervoso imminente.
«Ehi,» mormorai, il tono morbido, spegnendo l'accendino. «Che succede, Anna?»
Lei fece un tiro profondo, abbassando lo sguardo sulle proprie scarpe. Le sue difese, quei muri che creava per proteggersi dalla sua stessa ansia sociale, stavano crollando uno a uno. «È che... pensavo di essere pronta,» confessò, la voce incrinata. «Non sono mai stata lontana da casa prima d'ora. Ieri ero così motivata. Mi dicevo: questo è il tuo primo vero lavoro, puoi dimostrare a tutti che sei indipendente, che non sei solo la ragazza chiusa in camera sui libri. Ma oggi... oggi le responsabilità mi hanno schiacciata.»
Fece una pausa, tirando su col naso. Una lacrima solitaria le sfuggì, rigandole la guancia pallida. «Anto è insopportabile,» continuò, la frustrazione che le increspava la voce. «Si tira sempre fuori dal lavoro, fa la finta tonta e sparisce, lasciandomi da sola a gestire i bambini quando vanno nel panico. E poi... poi oggi pomeriggio un bambino è scivolato a bordo piscina. Non si è fatto quasi nulla, ma Maria mi ha presa da parte e mi ha sgridata con una cattiveria inaudita. Mi sono sentita così stupida, Ale. Così inutile in mezzo a tutta questa gente che sembra sapere sempre cosa fare.»
Mi si strinse il cuore. L'immagine di Anna, dolce e gentile, sbranata dalla perfidia di Maria e dall'egocentrismo di Anto, mi fece scattare un istinto di protezione fortissimo. Feci un altro passo verso di lei, invadendo il suo spazio personale, ma in un modo che voleva essere un rifugio, non una minaccia.
«Anna, guardami,» le dissi, abbassando il tono fino a renderlo un sussurro roco. Lei alzò i grandi occhi chiari, velati di lacrime. «Pensi davvero di essere l'unica a farsela sotto? Io sto andando avanti a inerzia e battute ciniche, ma la verità è che mi sento piccolo quanto te in mezzo a questo manicomio. Ho l'ansia che un ragazzino si faccia male, non so gestire le dinamiche di questo posto e mi sembra di camminare su un campo minato. Sembriamo gli unici due sfigati che non sanno nuotare in una vasca piena di squali.»
Anna mi guardò, le labbra socchiuse. «Davvero?» «Davvero,» confermai, abbozzando un mezzo sorriso. «Ma sai qual è il nostro vantaggio? Che gli squali prima o poi si stancano di fare i gradassi. E noi abbiamo la nicotina dalla nostra parte.»
La battuta funzionò. Anna si lasciò sfuggire una piccola, bellissima risata bagnata dalle lacrime, abbassando la testa. La sigaretta le tremò tra le dita.
Sollevai una mano. Con una delicatezza che non sapevo di possedere, le sfiorai la guancia con il pollice, asciugando la scia umida della lacrima. La sua pelle era morbidissima, calda. Lei sussultò al mio tocco, ma non si ritrasse. Alzò di nuovo il viso verso il mio, il respiro che si faceva improvvisamente irregolare.
«Vedi?» sussurrai, scostandole una ciocca di capelli dal viso e portandogliela dietro l'orecchio. Le mie dita indugiarono sul suo collo. «Sei molto più bella quando sorridi.»
La distanza tra noi era svanita. Potevo sentire il calore del suo corpo, il profumo dolce di vaniglia che copriva l'odore acre del fumo. Senza pensarci, senza calcolare nulla, mi chinai verso di lei.
Le nostre labbra si sfiorarono in un bacio a stampo, timido e leggerissimo. Anna si irrigidì all'istante. Le sue mani si contrassero, e per una frazione di secondo sembrò volersi tirare indietro, spaventata da quell'intimità improvvisa. Mi fermai, dandole il tempo di scegliere. Ma invece di scappare, Anna chiuse gli occhi. Emise un piccolo sospiro tremante e si sporse in avanti, annullando lei stessa quel millimetro che ci separava.
Il secondo bacio fu un'esplosione di dolcezza e passione. Dischiusi le sue labbra con le mie, assaporando il gusto del tabacco e della vaniglia. Anna portò una mano incerta sul mio petto, stringendo il tessuto della mia maglietta, mentre io le avvolsi un braccio attorno alla vita, tirandola contro di me. Era un bacio vero, profondo, intenso, carico di un'attrazione romantica e carnale che mi spazzò via dalla mente la sporcizia e la perversione dei minuti precedenti. La sua lingua sfiorò la mia in modo esitante, inesperto ma fottutamente eccitante. Il mio corpo rispose immediatamente, risvegliandosi contro il suo addome.
La strinsi più forte, perdendomi nella morbidezza della sua bocca, ma improvvisamente Anna si irrigidì.
Mi spinse via dolcemente, appoggiando entrambe le mani sul mio torace, il fiato corto e le guance in fiamme. «No, Ale... aspetta,» farfugliò, scuotendo la testa con gli occhi sgranati e lucidi. «Non è giusto. Io... sono confusa. Non volevo... cioè, non voglio illuderti, io non so neanche come gestire me stessa in questo momento, figuriamoci...»
«Anna, respira, va tutto...»
Il rumore metallico della maniglia del bagno ci fece gelare sul posto. La porta si spalancò e Tracy uscì, canticchiando una canzoncina stonata e sistemandosi i micro-pantaloncini sui fianchi. Si bloccò, inquadrando subito la scena: Anna rossa come un peperone, schiacciata contro il muro, e io a due centimetri da lei, con il respiro affannoso.
Anna andò nel panico totale. Buttò la sigaretta a terra, spegnendola con la scarpa. «Io... io devo andare. Sono stanchissima. Scusate. Buonanotte!» Non mi guardò nemmeno in faccia. Sgattaiolò via come un fulmine, correndo su per le scale di cemento e scomparendo nel buio della notte.
Rimasi immobile, le labbra che formicolavano ancora per il sapore di Anna, cercando di rimettere insieme i pezzi del mio cervello.
La risata bassa e roca di Tracy rimbombò nel magazzino. Si avvicinò lentamente, con la sua solita camminata predatoria, fermandosi esattamente dove un attimo prima c'era Anna. Si appoggiò al muro, incrociando le braccia sotto il petto prorompente, e mi fissò con un sorriso oscuro e carico di lussuria.
«Wow,» mormorò Tracy, passandosi la lingua sui denti. Alzò la mano destra, quella che un'ora prima mi aveva segato fino a farmi impazzire, e la mosse a pochi centimetri dal mio viso, sfiorandomi quasi le labbra con le dita. «Interessante… meno di un’ora fa eri impegnato con me, e adesso sembri completamente altrove.» Allargò il sorriso, i suoi occhi che brillavano nella penombra. «Sei pieno di sorprese, piccino. Questa vacanza sarà dannatamente divertente.»
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