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Erotika
Campo Estivo - Vol.1 · Cap. 10
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Capitolo 10 di 11 47 min di lettura

Troppo Bagnata per Restare Socia

Dopo una telefonata devastante con Edoardo, Simona cerca calore in Ale e scopre che il conforto può diventare pericolosamente fisico.

Asiadu01
4 mesi fa · 1.1k letture · 1

Invece lo spense.

Non modalità silenziosa.

Non schermo giù.

Spento.

Il piccolo logo scomparve nel buio del display.

Simona rimase a guardarlo come se avesse appena ucciso qualcosa.

«Ecco,» disse piano.

Io deglutii.

«Grande gesto rivoluzionario.»

Lei annuì seria.

«Domani mi faranno una statua.»

«In accappatoio?»

Mi guardò.

Per un secondo vidi tornare un lampo della Simona vera. Quella bastarda, viva, pronta a mordere.

«Ti piacerebbe.»

Il sangue mi si mosse addosso prima che potessi fermarlo.

Perché sì.

Mi sarebbe piaciuto.

Troppo.

E lei lo capì.

Non perché guardai. Non guardai. O almeno ci provai. Ma Simona aveva quel talento terribile di capire quando mi si inceppava il cervello. Abbassò appena lo sguardo su di sé, come se solo in quel momento si ricordasse di essere seduta davanti a me con addosso solo un accappatoio corto e umido.

Le sue dita strinsero la cintura.

Non per coprirsi subito.

Non del tutto.

Per un istante restò così, consapevole.

Gli occhi ancora rossi, le labbra ancora tremanti, la pelle del collo lucida di doccia, una spalla scoperta dove l’accappatoio era scivolato. Fragile e provocante senza volerlo. Distrutta e viva. Troppo vicina.

Poi si tirò su il tessuto con un gesto brusco.

«Non guardarmi così.»

«Non ti sto guardando così.»

«Ale.»

«Okay, ti sto guardando così un pochino.»

«Coglione.»

«Scusa.»

«Non scusarti.»

Mi fissò.

«Anzi sì, scusati.»

«Scusa.»

«No, adesso mi dà fastidio.»

Sospirai.

«Sei impossibile.»

«Lo so.»

La sua bocca tremò ancora, ma stavolta non era pianto.

Era quasi un sorriso.

Quasi.

Poi si spense.

«Mi sento sporca.»

Lo disse guardando il pavimento.

«Hai appena fatto la doccia.»

«Non intendo quello.»

Lo sapevo.

Mi alzai piano.

Lei mi seguì con gli occhi.

«Dove vai?»

«A prendere una maglietta pulita. La mia puzza di campo, bugie e trauma infantile.»

«La tua vita in tre parole.»

«Più o meno.»

Mi avvicinai al mio borsone, frugai dentro e tirai fuori una maglietta larga, grigia, una di quelle che usavo per dormire. Gliela lanciai piano.

Lei la prese al volo.

«Che sarebbe?»

«Un’offerta di pace tessile.»

«Puzza?»

«Meno di me.»

Simona la guardò.

Poi guardò me.

«Girati.»

Mi girai subito verso il muro.

«Madonna, sembri addestrato.»

«Giornata lunga.»

La sentii alzarsi.

Il fruscio dell’accappatoio che si scioglieva mi passò lungo la schiena come una corrente elettrica.

Fissai il muro con una concentrazione religiosa.

Una goccia di sudore mi scese dalla tempia.

Non per il caldo.

O almeno non solo.

Dietro di me, Simona si mosse in silenzio. Il tessuto umido dell’accappatoio cadde da qualche parte sul letto con un suono morbido. Poi sentii la mia maglietta scivolarle addosso, il cotone tirato giù sui fianchi, un respiro appena più tranquillo.

«Puoi girarti.»

Lo feci.

La maglietta le stava enorme.

Le cadeva su una spalla, lasciando scoperto il bordo sottile della clavicola. Le arrivava a metà coscia. I capelli bagnati le scurivano il cotone in alcuni punti, disegnando chiazze umide sulla schiena e sul petto. Era meno scoperta di prima e, in qualche modo assurdo, ancora più pericolosa.

Perché sembrava casa.

Sembrava una domenica mattina che non avevamo mai avuto.

Sembrava una cosa che non dovevo desiderare.

Simona abbassò gli occhi sulla maglietta.

«Sembro una reduce.»

«Molto fashion.»

«Tipo: crisi nervosa, collezione estate.»

«Esatto.»

Si sedette di nuovo, poi si lasciò cadere all’indietro sul letto, fissando il soffitto.

Io restai in piedi.

«Vai a farti la doccia,» disse.

«Sicura?»

«Ale, se non ti fai la doccia entro cinque minuti, chiamo io Edoardo e gli chiedo di venire a litigare con te al posto mio.»

«Minaccia pesante.»

«Sto migliorando.»

Presi l’asciugamano e mi avviai verso il bagno.

Avevo già una mano sulla porta quando lei parlò di nuovo.

«Ale.»

Mi voltai.

Simona era ancora stesa, ma aveva girato la testa verso di me. I capelli bagnati si erano sparsi sul cuscino. La mia maglietta le saliva un po’ sulle cosce nude, e lei la teneva ferma con una mano distratta. Non stava cercando di provocarmi. Era solo stanca.

Ed era proprio quello il problema.

«Non dirlo ad Anna.»

La guardai.

«Simo…»

«Non ancora.»

La sua voce era piccola.

Troppo.

«Per favore.»

Restai in silenzio.

Poi annuii.

«Non ancora.»

Lei chiuse gli occhi.

«Grazie.»

Entrai in bagno e chiusi la porta.

Appoggiai la fronte alle mattonelle fredde per un secondo prima ancora di aprire l’acqua.

Poi girai la manopola.

Il getto mi colpì addosso gelido, facendomi imprecare tra i denti. Restai lì, sotto l’acqua, con le mani contro il muro, mentre la giornata cominciava finalmente a scivolarmi via dalla pelle.

O almeno ci provava.

Perché oltre il rumore della doccia sentivo ancora Simona respirare dall’altra parte della porta.

E sapevo che quella sera non era finita.

Non davvero.

Quando uscii dalla doccia, il bungalow sembrava più silenzioso.

Non più calmo.

Solo silenzioso.

C’era differenza.

Il caldo non se n’era andato. Si era solo appiccicato ai muri, al legno, alle lenzuola, ai vestiti buttati sulle sedie. L’odore di shampoo di Simona si era mescolato al mio bagnoschiuma da supermercato e al vapore che usciva ancora dal bagno, creando quell’aria strana da fine giornata, quando tutto dovrebbe essere pulito ma in realtà sembra solo più stanco.

Mi asciugai i capelli con l’asciugamano, uscendo in pantaloncini e maglietta pulita.

Simona era ancora sul letto.

Anzi, era diventata parte del letto.

Sdraiata di traverso, con la mia maglietta grigia addosso, le gambe nude piegate male, una mano sulla pancia e l’altra vicino al telefono spento, come se lo stesse sorvegliando anche da morto. I capelli, ancora umidi, avevano bagnato il cuscino e le stavano incollati alle guance in ciocche scure. Sembrava una che aveva appena vinto una guerra e perso il motivo per cui l’aveva combattuta.

Il mio stomaco fece un rumore indegno.

Simona non aprì gli occhi.

«Elegante.»

«È stato un commento politico del mio intestino.»

«Il tuo intestino ha opinioni di merda.»

«È coerente col proprietario.»

Lei inspirò piano, ma non rise. Non davvero. Le tremò appena la bocca, poi tornò ferma.

Guardai l’ora sul mio telefono.

Le otto meno dieci.

Cena staff tra dieci minuti.

Il solo pensiero di sedermi a un tavolo con Maria, Anna, Anto, Fiona, Tracy e il mio sistema nervoso mi fece venire voglia di rientrare in doccia vestito.

«Dovremmo andare a cena,» dissi.

Simona aprì un occhio.

Uno solo.

«Noi chi?»

«Noi.»

«Noi siamo morti.»

«I morti non hanno fame.»

«Io infatti non ho fame.»

Il mio stomaco rumoreggiò di nuovo.

Simona aprì anche l’altro occhio e mi fissò.

«Tu invece sembri posseduto da un kebab.»

«Ho mangiato due cracker alle tre, un pezzo di anguria rubato a un bambino e vergogna.»

«La vergogna sazia.»

«Non abbastanza.»

Lei si voltò sul fianco, dandosi le spalle al muro. La maglietta le salì un po’ sulla coscia e lei la tirò giù con un gesto automatico, stanco.

«Vai tu.»

«Simo.»

«No.»

«Devi mangiare.»

«Non devo fare un cazzo.»

La voce le uscì piatta.

Troppo piatta.

Peggio di quando urlava.

Mi sedetti sul bordo del mio letto, di fronte a lei. La distanza tra noi era la solita distanza ridicola del bungalow 12: meno di due metri, abbastanza per fingere privacy, troppo poca per averla davvero.

«Okay. Non devi. Però sarebbe intelligente.»

«Ah, adesso facciamo le cose intelligenti? Oggi? Proprio oggi?»

«Ogni tanto mi piace sperimentare.»

Lei chiuse gli occhi.

«Non ce la faccio, Ale.»

La frase arrivò nuda, senza battuta.

«A sedermi lì. Con tutte. Con Anna che mi guarda e capisce che ho qualcosa. Con Maria che fa Maria. Con Tracy che fa battute sul sesso anche quando respira. Con Fiona che sembra un giudice in pensione anticipata. Con Anto che probabilmente mi odia perché esisto. Non ce la faccio.»

Il nome di Anto mi colpì come una pietra piccola ma precisa.

Abbassai lo sguardo.

Simona se ne accorse anche senza aprire gli occhi.

«Che hai fatto con Anto?»

Mi irrigidii.

«Niente.»

Lei aprì gli occhi.

«Ale.»

«Non adesso.»

«Oddio.»

Si tirò su sui gomiti, guardandomi con una lucidità improvvisa che mi fece malissimo.

«Non dirmi che oggi avete fatto casino pure voi due.»

«Non abbiamo fatto casino.»

La pausa fu troppo lunga.

Simona mi fissò.

«Ale.»

«Non adesso, Simo. Davvero.»

Lei mi studiò ancora per un secondo. Poi, sorprendentemente, lasciò perdere. Ricadde sul cuscino, svuotata.

«Okay.»

Quell’“okay” non significava che mi credeva.

Significava solo che non aveva abbastanza energie per scavarmi dentro.

E la cosa mi fece sentire peggio.

«Vado io,» dissi. «Ti porto qualcosa.»

«Non voglio niente.»

«Ti porto qualcosa lo stesso.»

«Allora perché chiedi?»

«Per darti l’illusione della democrazia.»

Lei mi lanciò un cuscino.

Debole.

Patetico.

Il cuscino cadde a metà strada tra i nostri letti.

Lo guardammo entrambi.

«Che lancio di merda,» commentai.

«Non infierire. Sono emotivamente disidratata.»

«Ti porto acqua.»

«Ti ho detto che non voglio niente.»

«Acqua, pane, qualcosa di vagamente commestibile.»

«Ale.»

«E forse un dolce.»

Lei fece una smorfia.

«Non provare a tornare con una mela. Se vuoi salvarmi con la frutta, ti lascio fuori.»

«Ricevuto. Niente frutta moralista.»

Mi alzai.

Lei mi seguì con lo sguardo, le pupille stanche, il viso ancora gonfio di rabbia e lacrime non uscite bene.

«Ale.»

Mi fermai davanti alla porta.

Prima di andare avanti…

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