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Erotika
Campo Estivo - Vol.1 · Cap. 10
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Capitolo 10 di 11 47 min di lettura

Troppo Bagnata per Restare Socia

Dopo una telefonata devastante con Edoardo, Simona cerca calore in Ale e scopre che il conforto può diventare pericolosamente fisico.

Asiadu01
4 mesi fa · 1.1k letture · 1

«No, sto bene.»

«Non mi sembra.»

«Ho detto che sto bene.»

Fece un passo verso il letto, poi si fermò. Guardò il telefono. Poi guardò la porta. Poi il bagno. Poi me. I suoi occhi si muovevano troppo in fretta, come se stesse cercando un’uscita in una stanza senza finestre.

«Devo… devo solo…»

Si interruppe.

Inspirò.

L’aria non entrò.

La vidi sgranare gli occhi.

«Simo.»

«No.» Scosse la testa, facendo schizzare qualche goccia dai capelli bagnati. «No, no, no, no. Non adesso. Non davanti a te. Cazzo, non davanti a te.»

«Ehi.»

Feci un passo verso di lei.

Lei arretrò subito.

«Non mi toccare.»

Mi fermai.

«Okay.»

«Non fare così.»

«Così come?»

«Così calmo!»

Mi urlò addosso la parola come se le avessi fatto qualcosa.

«Non essere calmo, cazzo! Non è calma questa cosa! Non è normale! Non è normale che io debba avere paura di non rispondere a una chiamata! Non è normale che se mi faccio una doccia e non ho il telefono in mano mi venga l’ansia! Non è normale che io debba controllare come rido, con chi parlo, quanto mi diverto, quanto sembro felice!»

La voce le si spezzò.

Il respiro le mancò di nuovo.

Si piegò appena in avanti, le mani sulle ginocchia nude, l’accappatoio che le scivolò più aperto ma lei non se ne accorse. Aveva gli occhi spalancati, il petto che si alzava e si abbassava troppo in fretta, i capelli bagnati che le cadevano davanti al viso.

«Non respiro.»

La frase mi attraversò come una scossa.

«Sì che respiri.»

«No, non respiro.»

«Simo, guardami.»

«Non ci riesco.»

«Guardami.»

Lei alzò gli occhi per un secondo.

C’erano dentro panico e rabbia insieme. Una roba sporca, violenta, quasi infantile. Non era la Simona che faceva battute davanti ai ragazzini. Non era la Simona che mi chiamava socio. Non era nemmeno la Simona della piscina, quella con le gambe attorno alla mia vita e il sorriso provocante prima che il telefono rovinasse tutto.

Era una ragazza in accappatoio, scalza, bagnata, furiosa, che stava scoprendo all’improvviso quanto era stretta la gabbia in cui aveva vissuto.

Feci un altro passo.

Piano.

Come con un animale ferito.

«Ti tocco solo se vuoi.»

Lei rise, ma le uscì quasi un singhiozzo.

«Madonna, quanto sei scemo.»

«È una risposta positiva?»

«No.»

«Okay.»

«Sì.»

Mi bloccai.

«Sì cosa?»

Lei chiuse gli occhi, furiosa con se stessa.

«Sì, toccami. Ma non fare il santo.»

Quella frase mi colpì in un punto ancora aperto.

Anto.

La lavanderia.

Con me fai sempre il santo.

Mi si contrasse lo stomaco, ma non arretrai.

Mi avvicinai e le presi le mani.

Erano fredde.

Assurdo, con quel caldo.

Fredde e umide, strette a pugno. Lei cercò di sottrarle subito, per orgoglio più che per volontà, ma io non strinsi. Le tenni appena. Quanto bastava perché sentisse che non stavo invadendo niente.

«Respira con me.»

«Che frase da film di merda.»

«Lo so.»

«Mi fai incazzare.»

«Anche questo lo so.»

«Ale.»

«Sono qui.»

Il suo respiro saltò.

Inspirò male.

Io inspirai piano, esagerando il movimento, come un idiota davanti a una bambina testarda. Lei mi guardò malissimo.

«Non farmi il tutorial dell’ossigeno.»

«Uno deve pur insegnartelo, visto che stai fallendo.»

Per un istante, minuscolo, le tremò un sorriso.

Poi sparì.

Ma bastò.

«Brava. Ancora.»

«Non dirmi brava.»

«Pessima. Ancora.»

Lei rise davvero, ma la risata si spezzò subito in un singhiozzo rabbioso.

E poi crollò contro di me.

Non dolcemente.

Mi venne addosso come se le gambe le avessero ceduto tutte insieme. La presi al volo, un braccio attorno alla schiena e l’altro dietro le spalle. Il suo corpo bagnato e caldo si schiacciò contro il mio. L’accappatoio era morbido, umido di vapore, aperto abbastanza da farmi sentire la pelle nuda della sua clavicola contro il collo.

Il mio corpo ebbe una reazione stupida, immediata, vergognosa.

Perché ero vivo.

Perché ero stanco.

Perché Simona profumava di doccia e sale e shampoo.

Perché il suo seno premeva contro il mio petto attraverso quell’accappatoio sottile e ogni respiro disperato lo rendeva impossibile da ignorare.

Mi odiai per averlo notato.

Poi lei affondò il viso contro la mia spalla e iniziò a tremare.

E il desiderio si trasformò in qualcosa di più complicato.

Più pericoloso.

Più nostro.

«Mi fa schifo,» disse contro la mia maglietta.

La sua voce uscì ovattata, rotta.

«Lui?»

«Io.»

La strinsi appena di più.

«No.»

«Sì. Mi fa schifo che mi basti una telefonata per diventare così. Mi fa schifo che io gli creda ancora per mezzo secondo quando dice che forse ha ragione lui. Mi fa schifo che una parte di me pensi davvero: magari torno a casa e si sistema tutto.»

«Non si sistema.»

Lei mi diede un pugno debole sul petto.

«Lo so, coglione.»

«Scusa.»

«No, non scusarti. Hai ragione. È quello il problema. Quando hai ragione mi fai venire voglia di lanciarti dalla finestra.»

«È al piano terra.»

«Ti lancio lo stesso. Per principio.»

Restammo così.

Lei stretta a me, bagnata, tremante, con il respiro che piano piano smetteva di spezzarsi. Io fermo al centro del bungalow, ancora sporco di giornata, con la doccia a tre metri da me e la certezza che non ci sarei arrivato tanto presto.

Il telefono vibrò di nuovo.

Simona si irrigidì contro il mio petto.

Io sentii il cambiamento prima ancora di vederlo: il suo corpo che tornava duro, la schiena che si contraeva, le dita che si aggrappavano alla mia maglietta.

«Non devi prenderlo.»

«Lo so.»

«Non devi fare niente.»

«Lo so.»

Ma non si mosse.

Nemmeno io.

Il telefono vibrò fino a smettere.

Quando il silenzio tornò, Simona espirò come se avesse appena evitato un incidente.

«Mi ha detto che Anna dovrebbe smetterla di mettermi idee in testa.»

La frase arrivò all’improvviso.

La sentii contro il petto.

«Anna?»

Lei annuì appena, senza staccarsi.

«Dice che da quando sto più con lei sono cambiata. Che lei è sempre stata quella “sensibile”, quella che vede problemi ovunque, quella che mi fa credere di meritare di più.»

La sua voce diventò cattiva sull’ultima parte.

Non contro Anna.

Contro Edoardo.

«Come se meritare di più fosse una malattia contagiosa.»

Mi venne da stringerla più forte.

«Anna lo sa?»

Simona si staccò appena.

Non abbastanza da uscire dall’abbraccio. Solo quanto bastava per guardarmi.

Aveva gli occhi rossi. I capelli bagnati le incorniciavano il viso. Una goccia le scese dalla tempia alla mascella. Sembrava più piccola e più grande insieme.

«No.»

«Simo…»

«No.»

«Forse dovresti parlarle.»

Lei scosse la testa subito.

«No.»

«È la tua migliore amica.»

«Appunto.»

«Non capisco.»

Simona si liberò dalle mie braccia, ma non andò lontano. Si sedette sul bordo del suo letto, piegata in avanti, i gomiti sulle ginocchia. L’accappatoio le si aprì sulle cosce, rivelando pelle ancora umida, ma lei non se ne accorse o non le importò. Si strinse la cintura in vita con un gesto stanco.

Io restai in piedi davanti a lei.

«Anna mi guarderebbe come mi guardi tu adesso.»

«Malissimo, quindi.»

Lei fece una smorfia.

«Con quella faccia da “ti prego dimmi che non è così grave”. Solo che lei piangerebbe. E io non posso gestire anche il dolore di Anna, capisci?»

Mi sedetti sul letto opposto.

La distanza tra noi era meno di un metro.

Troppa poca per respirare.

Troppa per toccarla.

«Non devi gestirlo tu.»

«Sì, invece.» Si asciugò una guancia con il dorso della mano. «Perché Anna sente tutto. Troppo. Se le dico certe cose, le restano addosso. Poi mi guarda come se fossi una crepa su un muro e lei dovesse passare la giornata a tenermi insieme con le mani.»

«Forse vuole solo aiutarti.»

«Lo so.»

«E allora?»

Simona fissò il pavimento.

Le sue dita giocarono con il bordo dell’accappatoio.

«E allora ho paura.»

La frase uscì nuda.

Senza battute.

Senza rabbia.

Senza difese.

Mi fece quasi più male di tutto il resto.

«Di cosa?»

Lei rise piano.

«Di dirlo ad alta voce.»

«A me lo stai dicendo.»

«Tu sei diverso.»

«In senso buono o perché sono il caso umano della situazione?»

«Entrambi.»

Abbassò gli occhi.

«Con te posso fare finta che sia meno serio.»

«Complimento bellissimo.»

«No, Ale.» Si passò entrambe le mani sul viso. «Intendo che con te posso ancora ridere. Posso dire “Edoardo è un coglione” e tu dici una stronzata, e per dieci secondi sembra una cosa normale. Gestibile. Una relazione di merda, ok, ma una relazione di merda come ne hanno tante.»

Si fermò.

Quando riprese, la voce le uscì più bassa.

«Con Anna no.»

Mi guardò.

«Se lo dico ad Anna, diventa vero.»

Il bungalow tacque.

Fuori, da qualche parte, qualcuno rise vicino alla mensa. Una risata lontana, normale, stonata. Il campo continuava a vivere come se dentro quel bungalow non ci fosse una ragazza in accappatoio che stava cercando di non crollare.

«Simo.»

«Non dire che è già vero.»

Chiusi la bocca.

Lei sorrise amaramente.

«Vedi? Ti conosco.»

«Purtroppo.»

«Stronzo.»

«Sempre.»

Si guardò le mani.

Il telefono si illuminò di nuovo sul letto, ma stavolta non vibrò. Solo lo schermo acceso, muto. Una notifica. Simona lo fissò.

Poi, con un movimento lento, lo prese.

Per un secondo pensai che avrebbe risposto.

Prima di andare avanti…

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