Anna, ignara di tutto, le sorrise timidamente. «Perfetto. Allora ci vediamo lì tra venti minuti?» «Venti minuti,» confermò Tracy, ma non stava guardando Anna. Stava guardando me. Si passò lentamente la lingua sul labbro superiore, gli occhi carichi di una promessa perversa. «Preparati, Ale. Mi sa che stasera fumeremo un sacco.»
Si allontanò ancheggiando, lasciandomi incastrato tra il profumo dolce di Anna, le occhiate assassine di Anto di fronte a me, e il terrore eccitante di dover tornare sul luogo del delitto.
Entrai nel bungalow cercando di fare meno rumore possibile, ma inciampai inevitabilmente nello spigolo del mio borsone.
Simona era già a letto. Indossava solo una canottiera bianca di cotone leggero, le coperte spinte fino ai piedi per il caldo asfissiante. Si stava massaggiando le tempie con gli occhi chiusi, ma al mio trambusto aprì un occhio, fissandomi con un sorriso stanco e malizioso.
«Fammi indovinare,» mormorò, la voce impastata. «Non stai cercando lo spazzolino da denti con quell'urgenza.» «Cerco le sigarette,» risposi, frugando disperatamente nella tasca laterale del borsone. «Ho bisogno di nicotina o domattina mordo un bambino.» Simona si mise su un fianco, appoggiando la testa sulla mano. La scollatura della canottiera le ricadde morbidamente di lato. «Le sigarette. Certo. E dimmi, socio, questa improvvisa voglia di distruggerti i polmoni ha per caso a che fare con i grandi occhioni da cerbiatta di Anna?»
Mi bloccai con il pacchetto in mano, sentendo il calore salirmi al viso. «Anna aveva voglia di fumare. Le sto facendo un favore, tutto qui.» Lei sbuffò una risata roca, scuotendo la testa. «Sì, certo. Siete trasparenti. Lei ti guarda come se fossi un supereroe, e tu ti sciogli. Ma fai attenzione, Ale. Anna è dolce, ma è un po' chiusa nel suo mondo di libri. Vacci piano.» Si lasciò ricadere sul cuscino, voltandosi dall'altra parte. «E soprattutto, fammi un favore: quando torni, fai finta di essere un fottuto ninja. Se mi svegli, ti strangolo nel sonno.»
«Sarò invisibile,» promisi, avvicinandomi alla porta. Non feci in tempo a girare la maniglia che il suo telefono, appoggiato sul comodino, si illuminò. Una suoneria stridula ruppe il silenzio. Videochiamata da Edoardo. Il corpo di Simona si irrigidì all'istante. Si passò le mani sul viso, prese un respiro profondo e la sua espressione cambiò, perdendo tutta la spavalderia. Si tirò su le coperte fino al petto e accettò la chiamata, sfoderando un sorriso che non le raggiungeva gli occhi. «Ciao amore... sì, mi stavo per addormentare...» Chiusi la porta alle mie spalle, con un nodo allo stomaco, e mi incamminai verso il teatro.
Quando spinsi la pesante porta di ferro del magazzino sotterraneo, l'odore di polvere mi invase le narici. Il neon sfarfallava ancora, proiettando ombre lunghe sulle pareti di cemento.
Anna e Tracy erano già lì. Ed erano sedute esattamente su quel logoro divano incellofanato. Mi fermai di colpo sulla soglia. La scena era un paradosso visivo che mi mandò il cervello in tilt. Anna era seduta compostamente su un lato, le ginocchia unite, lo sguardo un po' perso e nervoso di chi sta infrangendo le regole. Tracy, al contrario, era sbracata sull'altro cuscino. Aveva le gambe divaricate, i pantaloncini inesistenti che lasciavano scoperte le cosce piene, e un braccio appoggiato sullo schienale. Vedere Tracy lì, nello stesso fottuto punto in cui un'ora prima mi aveva preso il cazzo in mano riempiendolo di saliva mentre le succhiavo i seni, mi fece mancare l'aria. Il fantasma di me stesso con il viso tra le sue tette si sovrappose alla dolcezza timida di Anna.
«Oh, eccolo qui il nostro eroe,» trillò Tracy, leccandosi le labbra con un sorriso felino. «Iniziavamo a pensare che ti fossi perso. O che avessi esaurito di nuovo tutte le energie.» Arrossii violentemente, pregando che la penombra nascondesse il mio imbarazzo. «Ero a cercare l'accendino,» mentii, avvicinandomi. Invece di sedermi sul divano in mezzo a loro — il solo pensiero mi faceva formicolare l'inguine — mi lasciai scivolare a terra, sedendomi a gambe incrociate sul pavimento di cemento, proprio di fronte a loro.
Tirai fuori le sigarette. Ne porsi una ad Anna, che la prese sfiorandomi le dita con le sue, fredde e tremanti. Il suo sorriso fu dolcissimo, carico di gratitudine. Poi ne allungai una a Tracy. Lei non usò le mani. Si sporse in avanti, inarcando la schiena per offrirmi di nuovo una visuale perfetta della sua scollatura, e prese il filtro direttamente con le labbra dischiuse, guardandomi fisso negli occhi.
Accesi le sigarette e la stanza si riempì di fumo denso e bluastro. L'atmosfera si rilassò quasi subito. Tracy, come al suo solito, prese il controllo della conversazione con i suoi modi un po' materni ma sfacciati. «Oggi i ragazzini del teatro mi hanno prosciugato,» sospirò, soffiando il fumo verso l'alto. «Crescono troppo in fretta. A quattordici anni pensano già solo a chi deve farsi chi. Ma non li biasimo... d'altronde, gli ormoni sono una brutta bestia se non li tieni a bada. Vero, Ale?» Mi strozzai con il fumo, tossendo un paio di volte. «Sì, immagino,» gracchiai, evitando il suo sguardo. Anna ridacchiò sommessamente, iniziando a sciogliersi. «I miei sono più piccoli, ma hanno un'energia inesauribile. Meno male che c'era Ale ad aiutarmi stamattina.» Mi guardò, e stavolta nei suoi occhi c'era una scintilla di confidenza. «Ma voi due cosa studiate? Non abbiamo ancora avuto tempo di parlare.»
«Io ho appena finito il primo anno di Giurisprudenza,» risposi, scrollando le spalle. «Un inferno di codici e mattoni da duemila pagine. Sono venuto al campo per non pensare agli esami, ma mi sa che qui lo stress è anche peggio.» «Oh, povero cucciolo stressato,» lo prese in giro Tracy, accavallando le gambe e facendo scivolare la plastica del divano. «Io studio Psicologia. Devo laurearmi a breve. Mi piace capire come funziona la mente umana. Mi piace scavare... trovare i punti deboli delle persone.» Fece una pausa a effetto, guardandomi attraverso la nuvola di fumo. «E mi piace ancora di più capire come far rilassare i nervi tesi. Il corpo umano è affascinante se sai dove mettere le mani.»
Anna, per fortuna totalmente ignara del sottotesto osceno, sorrise. «Deve essere bellissimo. Io invece sto provando a entrare a Medicina. Passo la vita sui libri , credo sia per questo che in mezzo a tutta questa gente a volte mi sento un po' persa... ma volevo mettermi alla prova con questo campo.» «Sei bravissima, Anna,» le dissi, la voce sincera e addolcita. «I bambini ti adorano.» Lei abbassò lo sguardo, arrossendo fino alla punta delle orecchie, e si sistemò una ciocca di capelli dietro l'orecchio. Era di una bellezza delicata, l'esatto opposto della carnalità aggressiva di Tracy.
La conversazione scivolò sulle vacanze post-campo. Anna sognava un viaggio tranquillo in montagna, a leggere circondata dal silenzio. Tracy, ovviamente, parlò di Ibiza, di locali sulla spiaggia e di feste fino all'alba dove "i vestiti sono opzionali".
«E tu, Ale?» mi chiese Tracy, schiacciando il mozzicone di sigaretta sul pavimento con la suola della scarpa. «Cosa farai dopo che noi ragazze ti avremo usato e consumato per sette settimane?» «Probabilmente dormirò per un mese di fila,» scherzai, ma sentivo una tensione liquida pulsarmi nelle vene per il modo in cui mi stava stuzzicando davanti ad Anna.
Tracy si alzò in piedi, stiracchiandosi. La polo bianca si sollevò vertiginosamente, svelando la curva inferiore del suo seno per una frazione di secondo. «Bene, cuccioli, io vado a fare plin plin in quel bagno lercio qui accanto,» annunciò. Passandomi vicino, fece finta di inciampare leggermente, appoggiando una mano pesante sulla mia spalla e sussurrandomi all'orecchio: «Non farti venire strane idee su questo pavimento, piccino. Il divano è decisamente più comodo.» Mi fece l'occhiolino, si girò e aprì la porta del piccolo bagno, chiudendosela alle spalle con uno scatto metallico.
Il rumore della ventola del bagno riempì il silenzio. Anna, sentendosi forse a disagio a stare seduta su quel divano troppo grande senza la presenza prorompente di Tracy, si alzò. Fece un paio di passi e si appoggiò con la schiena contro la fredda parete di cemento, piegando una gamba e appoggiando la suola della scarpa al muro.
