Io ero rimasto seduto a terra, a gambe incrociate, esattamente di fronte a lei. Alzai lo sguardo. La luce cruda del neon le illuminava i lineamenti dolci, i grandi occhi chiari che mi fissavano con una nuova intensità. Senza il caos delle altre veterane, l'ansia sociale di Anna sembrava svanita. Eravamo soli, avvolti dall'odore del fumo e dal silenzio del sottosuolo. Fece l'ultimo tiro di sigaretta, lasciando uscire il fumo in un sospiro lento. Mi guardò, le labbra socchiuse, e per la prima volta da quando era iniziato il campo, la dolce e timida Anna non abbassò lo sguardo.
Il rumore della ventola del bagno era l'unico suono in quel sotterraneo freddo e polveroso. Anna era ancora appoggiata al muro di cemento, la gamba piegata, lo sguardo perso nel vuoto. Senza l'ombra ingombrante delle veterane a sovrastarla, tutta la tensione che aveva accumulato nelle ultime quattordici ore sembrava averle ceduto di schianto sulle spalle.
«Ale...» sussurrò, la voce che le tremava leggermente. «Me ne daresti un'altra, per favore?»
Non dissi nulla. Mi alzai dal pavimento e accorciai le distanze, fermandomi a un passo da lei. Estrassi una seconda sigaretta dal pacchetto e gliela portai alle labbra. Quando feci scattare la rotellina dell'accendino, la piccola fiamma illuminò i suoi occhi lucidi. Tremava. Non per il freddo del magazzino, ma per un crollo nervoso imminente.
«Ehi,» mormorai, il tono morbido, spegnendo l'accendino. «Che succede, Anna?»
Lei fece un tiro profondo, abbassando lo sguardo sulle proprie scarpe. Le sue difese, quei muri che creava per proteggersi dalla sua stessa ansia sociale, stavano crollando uno a uno. «È che... pensavo di essere pronta,» confessò, la voce incrinata. «Non sono mai stata lontana da casa prima d'ora. Ieri ero così motivata. Mi dicevo: questo è il tuo primo vero lavoro, puoi dimostrare a tutti che sei indipendente, che non sei solo la ragazza chiusa in camera sui libri. Ma oggi... oggi le responsabilità mi hanno schiacciata.»
Fece una pausa, tirando su col naso. Una lacrima solitaria le sfuggì, rigandole la guancia pallida. «Anto è insopportabile,» continuò, la frustrazione che le increspava la voce. «Si tira sempre fuori dal lavoro, fa la finta tonta e sparisce, lasciandomi da sola a gestire i bambini quando vanno nel panico. E poi... poi oggi pomeriggio un bambino è scivolato a bordo piscina. Non si è fatto quasi nulla, ma Maria mi ha presa da parte e mi ha sgridata con una cattiveria inaudita. Mi sono sentita così stupida, Ale. Così inutile in mezzo a tutta questa gente che sembra sapere sempre cosa fare.»
Mi si strinse il cuore. L'immagine di Anna, dolce e gentile, sbranata dalla perfidia di Maria e dall'egocentrismo di Anto, mi fece scattare un istinto di protezione fortissimo. Feci un altro passo verso di lei, invadendo il suo spazio personale, ma in un modo che voleva essere un rifugio, non una minaccia.
«Anna, guardami,» le dissi, abbassando il tono fino a renderlo un sussurro roco. Lei alzò i grandi occhi chiari, velati di lacrime. «Pensi davvero di essere l'unica a farsela sotto? Io sto andando avanti a inerzia e battute ciniche, ma la verità è che mi sento piccolo quanto te in mezzo a questo manicomio. Ho l'ansia che un ragazzino si faccia male, non so gestire le dinamiche di questo posto e mi sembra di camminare su un campo minato. Sembriamo gli unici due sfigati che non sanno nuotare in una vasca piena di squali.»
Anna mi guardò, le labbra socchiuse. «Davvero?» «Davvero,» confermai, abbozzando un mezzo sorriso. «Ma sai qual è il nostro vantaggio? Che gli squali prima o poi si stancano di fare i gradassi. E noi abbiamo la nicotina dalla nostra parte.»
La battuta funzionò. Anna si lasciò sfuggire una piccola, bellissima risata bagnata dalle lacrime, abbassando la testa. La sigaretta le tremò tra le dita.
Sollevai una mano. Con una delicatezza che non sapevo di possedere, le sfiorai la guancia con il pollice, asciugando la scia umida della lacrima. La sua pelle era morbidissima, calda. Lei sussultò al mio tocco, ma non si ritrasse. Alzò di nuovo il viso verso il mio, il respiro che si faceva improvvisamente irregolare.
«Vedi?» sussurrai, scostandole una ciocca di capelli dal viso e portandogliela dietro l'orecchio. Le mie dita indugiarono sul suo collo. «Sei molto più bella quando sorridi.»
La distanza tra noi era svanita. Potevo sentire il calore del suo corpo, il profumo dolce di vaniglia che copriva l'odore acre del fumo. Senza pensarci, senza calcolare nulla, mi chinai verso di lei.
Le nostre labbra si sfiorarono in un bacio a stampo, timido e leggerissimo. Anna si irrigidì all'istante. Le sue mani si contrassero, e per una frazione di secondo sembrò volersi tirare indietro, spaventata da quell'intimità improvvisa. Mi fermai, dandole il tempo di scegliere. Ma invece di scappare, Anna chiuse gli occhi. Emise un piccolo sospiro tremante e si sporse in avanti, annullando lei stessa quel millimetro che ci separava.
Il secondo bacio fu un'esplosione di dolcezza e passione. Dischiusi le sue labbra con le mie, assaporando il gusto del tabacco e della vaniglia. Anna portò una mano incerta sul mio petto, stringendo il tessuto della mia maglietta, mentre io le avvolsi un braccio attorno alla vita, tirandola contro di me. Era un bacio vero, profondo, intenso, carico di un'attrazione romantica e carnale che mi spazzò via dalla mente la sporcizia e la perversione dei minuti precedenti. La sua lingua sfiorò la mia in modo esitante, inesperto ma fottutamente eccitante. Il mio corpo rispose immediatamente, risvegliandosi contro il suo addome.
La strinsi più forte, perdendomi nella morbidezza della sua bocca, ma improvvisamente Anna si irrigidì.
Mi spinse via dolcemente, appoggiando entrambe le mani sul mio torace, il fiato corto e le guance in fiamme. «No, Ale... aspetta,» farfugliò, scuotendo la testa con gli occhi sgranati e lucidi. «Non è giusto. Io... sono confusa. Non volevo... cioè, non voglio illuderti, io non so neanche come gestire me stessa in questo momento, figuriamoci...»
«Anna, respira, va tutto...»
Il rumore metallico della maniglia del bagno ci fece gelare sul posto. La porta si spalancò e Tracy uscì, canticchiando una canzoncina stonata e sistemandosi i micro-pantaloncini sui fianchi. Si bloccò, inquadrando subito la scena: Anna rossa come un peperone, schiacciata contro il muro, e io a due centimetri da lei, con il respiro affannoso.
Anna andò nel panico totale. Buttò la sigaretta a terra, spegnendola con la scarpa. «Io... io devo andare. Sono stanchissima. Scusate. Buonanotte!» Non mi guardò nemmeno in faccia. Sgattaiolò via come un fulmine, correndo su per le scale di cemento e scomparendo nel buio della notte.
Rimasi immobile, le labbra che formicolavano ancora per il sapore di Anna, cercando di rimettere insieme i pezzi del mio cervello.
La risata bassa e roca di Tracy rimbombò nel magazzino. Si avvicinò lentamente, con la sua solita camminata predatoria, fermandosi esattamente dove un attimo prima c'era Anna. Si appoggiò al muro, incrociando le braccia sotto il petto prorompente, e mi fissò con un sorriso oscuro e carico di lussuria.
«Wow,» mormorò Tracy, passandosi la lingua sui denti. Alzò la mano destra, quella che un'ora prima mi aveva segato fino a farmi impazzire, e la mosse a pochi centimetri dal mio viso, sfiorandomi quasi le labbra con le dita. «Interessante… meno di un’ora fa eri impegnato con me, e adesso sembri completamente altrove.» Allargò il sorriso, i suoi occhi che brillavano nella penombra. «Sei pieno di sorprese, piccino. Questa vacanza sarà dannatamente divertente.»
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