La sua paranoia aveva appena aggiunto l'ennesimo tassello, innescando una bomba a orologeria che, lo sapevo, prima del tramonto mi sarebbe esplosa in faccia.
La mattinata continuò a scorrere, ma da quel momento Anto smise di lavorare davvero.
La vedevo a distanza, a tratti, tra una corsa e l’altra, tra una bandierina da legare e un ragazzino da recuperare prima che decidesse di arrampicarsi su un albero “perché tanto sono agile”. Anto era nel gruppo dei piccoli insieme ad Anna, ma sembrava una comparsa capitata nel film sbagliato.
Anna, invece, era nel suo elemento.
Si inginocchiava nell’erba davanti ai bambini, sorrideva, puliva mani sporche di tempera, sistemava cappellini storti, parlava con quella voce bassa e dolce che riusciva miracolosamente a trasformare un branco di nanetti urlanti in una classe vagamente civilizzata. C’era una sensualità tutta sua persino in quello: non sfacciata, non costruita, ma fatta di gesti pazienti, di capelli che le scivolavano davanti agli occhi quando si chinava, di sorrisi trattenuti che sembravano sempre appartenere a qualcuno solo.
Anto, accanto a lei, era l’opposto.
Stava in piedi con le braccia incrociate, spostando il peso da una gamba all’altra, la bocca piegata in una smorfia tesa. Ogni due minuti si voltava verso di me. Non in modo casuale. Non con la semplice curiosità di una migliore amica. Mi cercava come si cerca una prova in una stanza piena di colpevoli.
Io e Simona stavamo sistemando la zona partenza della caccia al tesoro, e ogni volta che ridevamo, Anto si irrigidiva.
Ogni volta che Anna mi guardava, Anto smetteva di respirare.
Ogni volta che Tracy passava nei paraggi e mi lanciava una battuta sporca a mezza voce, Anto stritolava qualcosa tra le mani: un foglio, una bottiglietta, il bordo della sua stessa polo.
E Fiona, peggio ancora, non faceva nulla.
Era appoggiata all’ingresso del teatro, gli occhiali scuri sul viso, le braccia incrociate, immobile come una sentenza. Non parlava con me, non mi chiamava, non mi minacciava di nuovo. Guardava. E il fatto che guardasse bastava a farmi sentire sotto processo.
Anto vedeva anche quello.
Vedeva Fiona fissarmi come se sapesse cose che nessuno avrebbe dovuto sapere. Vedeva Tracy sorridere come se avesse già messo le mani dove non avrebbe dovuto. Vedeva Anna illuminarsi quando mi avvicinavo. Vedeva Simona muoversi accanto a me con quella naturalezza da compagna di squadra, da coinquilina, da qualcosa che forse non aveva ancora un nome ma occupava comunque troppo spazio.
E poi vedeva Maria.
Maria che comandava tutti con due urla e un movimento del dito. Maria che mi chiamava “ragazzino” come se fossi già roba sua. Maria che non chiedeva: prendeva, decideva, invadeva.
A un certo punto vidi Anto sbagliare perfino con un bambino.
Uno dei piccoli le porse un foglio colorato, tutto orgoglioso. Doveva essere una specie di sole con gli occhi storti e una casa viola sullo sfondo.
«Bello, vero?» chiese lui, con un sorriso largo e sporco di pennarello blu.
Anto lo guardò appena. «Sì, sì, bellissimo.»
Il bambino abbassò il foglio, deluso.
Anna se ne accorse subito. Gli si avvicinò, si piegò sulle ginocchia e gli sfiorò la spalla.
«Aspetta, fammelo vedere bene. Ma questo sole ha gli occhiali?»
Il bambino si riaccese. «Sì! Perché c’è troppa luce!»
Anna rise, una risata piccola e pulita, e io, da lontano, la vidi guardarlo come se quel disegno fosse davvero la cosa più importante del mondo.
Anto vide anche quello.
E lì, per un istante, non sembrò arrabbiata. Sembrò svuotata.
Come se Anna le avesse appena rubato anche l’unica cosa in cui avrebbe potuto sentirsi migliore: essere necessaria.
Mi si chiuse lo stomaco.
Perché io Anto la conoscevo. La conoscevo da una vita. Conoscevo le sue scenate, i suoi bronci, il modo in cui gonfiava il petto quando voleva vincere una discussione, il modo in cui si inventava un mal di testa se non aveva voglia di fare qualcosa. Conoscevo la sua pigrizia, il suo ego, la sua fame di attenzioni.
Ma conoscevo anche quella faccia.
Quella era la faccia di quando si sentiva messa da parte.
E Anto, quando si sentiva messa da parte, diventava pericolosa.
«Ale!»
La voce di Simona mi strappò via da quei pensieri. Mi voltai di scatto.
Lei era in piedi accanto al tavolo grande, con un pennarello tra le labbra, una mano sul fianco e l’altra tesa verso di me.
«Mi passi la cartellina degli indizi? Quella blu. Dobbiamo dividere le prove prima che questi decidano di fondare una repubblica autonoma.»
«Subito.»
Mi chinai verso il borsone dei materiali dietro il tavolo. C’erano rotoli di nastro, bandierine rosse, pennarelli, fogli plastificati, cartelloni arrotolati.
La cartellina blu era lì. O almeno, mezz’ora prima era lì.
Frugai una prima volta.
Poi una seconda.
Poi spostai tutto il contenuto del borsone sul tavolo, sentendo il battito accelerare.
«Non c’è.»
Simona si tolse il pennarello dalla bocca. «Come non c’è?»
«Non c’è.»
Lei mi fissò per un secondo, cercando di capire se stessi scherzando. Poi guardò il borsone, poi me, poi di nuovo il borsone.
«Ale, nella cartellina blu ci sono tutti gli indizi.»
«Lo so.»
«Tutti.»
«Lo so, Simo.»
«Senza quelli la caccia al tesoro è letteralmente un gruppo di adolescenti che corre a caso in un prato.»
Alle nostre spalle, Dafne drizzò la testa come un suricato. «Si corre a caso? Io ci sto.»
«Nessuno corre a caso!» urlò Simona, voltandosi verso il gruppo con un sorriso troppo largo per essere credibile. «Era una metafora educativa.»
«Non sembrava educativa,» commentò Martina.
«Tu annoda la bandierina, Socrate.»
Io mi inginocchiai di nuovo davanti al borsone, svuotandolo del tutto. Niente. La cartellina blu era sparita.
All’inizio pensai a una distrazione stupida. Magari l’avevo appoggiata da qualche parte. Magari Simona l’aveva presa senza rendersene conto. Magari Maria l’aveva spostata per farci venire un infarto, cosa che sarebbe stata perfettamente nel suo stile.
Poi alzai lo sguardo.
Anto era vicino al gabbiotto dei materiali, a una ventina di metri. Aveva il suo gruppo di piccoli seduto all’ombra, ma lei non li stava guardando. Guardava noi.
E quando i nostri occhi si incrociarono, impallidì.
Non tanto. Non in modo teatrale. Ma abbastanza.
Abbastanza perché io sentissi qualcosa dentro di me cadere dritto nello stomaco.
«Simo,» dissi piano, senza smettere di fissare Anto, «tu resta qui. Io controllo dietro l’ufficio.»
«Ale, mancano dieci minuti all’inizio.»
«Lo so.»
«Maria ci ammazza.»
«Lo so.»
«E allora perché hai quella faccia da funerale con catering scadente?»
Non risposi.
Mi allontanai dal tavolo con passo rapido, cercando di non correre. Sentivo gli occhi di Simona sulla schiena, quelli dei ragazzi addosso, il sole che mi bruciava il collo e la sensazione sempre più nitida che il disastro avesse appena trovato il modo di indossare le scarpe di Anto.
Feci il giro largo dietro il gabbiotto, passando tra cassette d’acqua, scatoloni vuoti e sedie impilate. Anto mi vide arrivare e si raddrizzò di colpo.
«Che vuoi?» chiese subito.
Troppo veloce.
Troppo acida.
Troppo colpevole.
«Hai visto una cartellina blu?»
Lei strinse le labbra. «No.»
«Anto.»
«Ho detto no.»
Dietro di lei, uno dei bambini piccoli le tirò la polo.
«Anto, il nastro rosso lo posso usare per fare una cintura da supereroe?»
Anto si voltò di scatto. «No! Cioè sì, fai quello che vuoi, basta che non mi tiri.»
Il bambino fece un passo indietro, offeso.
Io guardai il punto da cui aveva preso il nastro.
Una borsa di tela bianca, aperta, appoggiata dietro il gabbiotto.
Dal bordo spuntava l’angolo di un foglio plastificato. Non potevo esserne sicuro. Ma il colore della linguetta era blu.
Anto vide il mio sguardo scivolare lì.
Sbiancò.
Per un secondo sparì tutto: la gelosia, l’arroganza, il broncio da principessa offesa. Davanti a me non c’era più la ragazza che voleva dominare ogni stanza in cui entrava. C’era solo Anto. La mia Anto. Quella che da bambina si nascondeva dietro di me quando rompeva un vaso a casa di mia nonna. Quella che faceva la stronza fino all’ultimo secondo e poi mi guardava con gli occhi enormi, sperando che io trovassi una via d’uscita.
«Anto,» dissi a bassa voce, «che cazzo hai fatto?»
Lei deglutì. «Io… non volevo…»
«Non volevi cosa?»
«Non volevo creare tutto questo casino.»
«Hai preso tu la cartellina?»
I suoi occhi si riempirono di rabbia, ma era una rabbia disperata, quella che arriva quando ti senti già scoperto e non sai più come non crollare.
«Dovevo solo…» Si interruppe, guardandosi intorno. «Dovevo solo farvi fermare un attimo.»
La fissai.
«Farci fermare?»
«Sì.»
«Hai nascosto gli indizi della caccia al tesoro per farci fermare?»
