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Erotika
Campo Estivo - Vol.1 · Cap. 8
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Capitolo 8 di 11 25 min di lettura

ll Favore Numero Due

Una cazzata di Anto manda in crisi la caccia al tesoro e consegna Ale ancora di più nelle mani di Maria.

Asiadu01
4 mesi fa · 822 letture · 0

«Ale, la spillatrice, muoviti!» mi chiamò, tendendo la mano all'indietro senza guardare.

Gliela misi nel palmo. Le mie dita si chiusero per una frazione di secondo sulle sue. Sentii il calore della sua pelle accesa dal sole, e lei non ritrasse la mano subito. Le nostre nocche rimasero a contatto per un battito di cuore di troppo, gravide di una tensione silente.

«Ma voi due state insieme?»

La voce stridula di Dafne, la tredicenne leader del gruppo delle pettegole, distrusse la bolla. Era seduta sull'erba con Angela e Martina, le ginocchia al petto, e ci fissavano con sguardi indagatori.

Simona ritrasse la mano di scatto. Scoppiò a ridere. Una risata forte, sguaiata, che rimbombò nel prato. Ma era finta. Troppo rapida.

«No, grazie al cielo,» rispose Simona, mettendosi le mani sui fianchi. «Io ho standard decisamente più alti di questo caso umano.»

«Bugia,» ribatté Martina, assottigliando gli occhi e inquadrandoci da sotto la visiera del cappellino. «Sembrate sposati da dieci anni. Vi leggete nel pensiero.»

Il sorriso di Simona si sbriciolò. I muscoli della sua schiena si tesero come corde di violino. Il ricordo del telefono girato a faccia in giù, di un finto matrimonio che la stava distruggendo e della verità di ciò che provava in quel momento le cadde addosso tutto insieme. Spense lo sguardo, ingoiò a fatica e si voltò bruscamente verso i cartelloni.

«Meno chiacchiere e più nodi alle bandierine, forza!» ordinò, la voce improvvisamente fredda.

Quella battuta innocente le aveva fatto troppo male. L'avevo percepito fin nelle ossa.

Mi voltai istintivamente verso la staccionata poco distante, sentendomi osservato. Anto era lì. Stava raccogliendo dei fogli per il gruppo dell'asilo, ma era immobile come una statua di sale. Stava fissando me e Simona. Aveva assorbito ogni nostro sorriso, la fluidità dei nostri movimenti, quel tocco prolungato sulle mani. Nei suoi occhi castani non c'era solo rabbia. C'era panico. La paura nuda e infantile di chi sente che il proprio posto, quello dato per scontato per anni, sta venendo occupato da qualcun altro. Si voltò di scatto e sparì dietro una siepe.

Verso le undici, il caldo era tale da fondere l'asfalto. Riuscii a staccarmi dal gruppo per un paio di minuti, con la scusa di andare a recuperare delle bottigliette d'acqua fresche dai distributori vicino al teatro.

Passando accanto all'ombra dei grandi gonfiabili sgonfi, la vidi.

Anna.

Era seduta su una panchina bassa, circondata da bambini di cinque anni con le mani sporche di tempera a dita. In mezzo a quel delirio di voci e colori, lei sembrava un'oasi di pace. Indossava la divisa d'ordinanza, ma su di lei la polo bianca e i pantaloncini non diventavano mai ostentazione. Il tessuto si appoggiava dolcemente alle sue forme snelle, seguendola con una femminilità morbida e discreta, quasi pudica. Anna non accendeva la stanza come Tracy, non invadeva lo spazio come Maria, non ti travolgeva come Simona. Ti attirava piano, con la promessa fragile di qualcosa che non volevi sporcare e che proprio per questo desideravi ancora di più.

Quando mi vide arrivare, smise di pulire le mani di un bambino con una salviettina e si alzò in piedi. Le sue guance si tinsero istantaneamente di un rosso profondo e bellissimo. Abbassò lo sguardo per un decimo di secondo, le dita che giocavano nervosamente con il bordo della maglietta, tradendo la sua eterna ansia sociale.

Ma poi, contro ogni sua abitudine, rialzò il viso. E non scappò.

Mi rivolse un sorriso che mi bloccò il respiro nei polmoni. Non era il sorriso timido e formale dei primi giorni; era intimo, privato, bagnato della memoria della sera prima, di quel bacio affamato e disperato scambiato nell'oscurità dell'area picnic.

Mi avvicinai, il cuore che accelerava, cancellando per un attimo il sapore torbido del magazzino e di Tracy. Le porsi una bottiglietta d'acqua ancora coperta di condensa.

Nel prenderla, le sue dita fredde si avvolsero attorno alle mie.

Il contatto fu elettrico. Anna non ritrasse la mano. La lasciò scivolare lentamente sulla mia pelle ruvida e calda per due, lunghissimi secondi, il pollice che mi accarezzava impercettibilmente il dorso della mano. Un gesto minuscolo, eppure così intimo, così carico di fiducia, da farmi contrarre lo stomaco in una fitta di desiderio tenero e quasi doloroso.

«Dormito?» mi chiese a bassa voce, inclinando il viso e guardandomi da sotto in su attraverso le ciglia lunghe, la voce che le tremava appena.

«Poco,» ammisi, la gola secca, il ricordo del suo respiro corto contro il mio collo che mi accendeva il sangue.

Il suo sorriso si allargò, sciogliendo l'ultima tensione. «Anch'io.»

Si morse il labbro inferiore, arrossendo fino alla radice dei capelli, e con un'eleganza fluida si voltò, tornando a inginocchiarsi in mezzo ai suoi bambini.

Rimasi lì, imbambolato, con l'umidità della sua mano ancora impressa sulla mia.

Ma l'illusione di purezza durò il tempo di un sospiro. Sentii un rumore acuto di plastica schiacciata. A venti metri di distanza, appoggiata allo stipite di legno del gabbiotto dei materiali, c'era Anto.

Aveva accartocciato una bottiglia d'acqua vuota nel pugno, deformando la plastica con una forza spaventosa. I suoi occhi erano fissi sul punto esatto in cui le dita mie e di Anna si erano appena sfiorate. Non aveva sentito una parola, non aveva visto il bacio della sera prima, ma il suo istinto le stava urlando che qualcosa che considerava suo stava scivolando via. E per Anto, questo significava guerra.

Ripresi la marcia verso il mio gruppo, l'acqua ghiacciata sottobraccio e un senso di rovina imminente addosso. Il destino, a quanto pareva, aveva deciso che la mia mattinata dovesse essere un inventario dei miei peccati. Svoltando l'angolo polveroso del magazzino teatrale, mi trovai la strada sbarrata.

Fiona e Tracy stavano trasportando dei grossi scatoloni di costumi. O meglio, Fiona stava trasportando uno scatolone enorme, composta e rigida come se anche lo sforzo dovesse obbedirle, mentre Tracy la seguiva a mani vuote, sventolandosi il viso con un copione.

Tracy indossava i suoi soliti micro-pantaloncini inguinali, quelli che rendevano ogni sua falcata un attentato deliberato. Quando mi inquadrò, il suo viso si illuminò di una lussuria densa e sfacciata, quasi sporca nella sua allegria. I suoi occhi scuri scesero sul mio corpo sudato senza pudore, con la calma esperta di chi non sta guardando: sta ricordando. E vuole che tu lo sappia.

«Ehi, piccino,» tubò Tracy, passandosi la lingua sui denti perfetti, ignorando totalmente la presenza della collega. Si avvicinò, abbassando la voce ma lasciandola calcolatamente udibile. Il suo tono era un misto tra il materno e lo spudorato. «Oggi sembri ancora un po' scarico... sei sudato fradicio. Sicuro che non ti serva un'altra... pausa rigenerante nel mio bungalow? Ho ancora un sacco di crema solare da farmi spalmare.»

Il sangue mi refluì dalla testa ai piedi in una frazione di secondo. Il ricordo torbido del suo corpo addosso al mio, del suo sorriso mentre mi vedeva perdere lucidità, mi esplose nel cervello con una violenza fisica. Feci per balbettare una scusa, indietreggiando, ma il rumore sordo del cartone sul cemento mi gelò sul posto.

Fiona aveva lasciato cadere lo scatolone.

Si raddrizzò lentamente. Non sorrideva. Non aveva bisogno di sorridere. Il suo corpo pieno e statuario non emanava seduzione, in quel momento, ma controllo. Era immobile, fredda, perfettamente composta, come una statua messa lì apposta per giudicarmi. Non mi rinfacciò quello che aveva visto il pomeriggio precedente. Non mi urlò contro. Si limitò a fare un passo lento verso di me, la mascella contratta, abbassando appena gli occhiali da sole scuri per piantarmi i suoi occhi freddi dritti nell'anima.

«Attento, bravo ragazzo,» sibilò Fiona. Le sue labbra carnose si piegarono in una smorfia di puro disprezzo, ma il suo sguardo rimase fermo, lucido, chirurgico. «Oggi ci sono più occhi del solito in giro. A forza di fare il pulito, prima o poi qualcuno nota la merda sotto le scarpe.»

Non aggiunse altro. Si chinò, afferrò i bordi dello scatolone con una calma controllata, e riprese a camminare, superandomi senza degnarmi di un altro sguardo.

Tracy mi fece l'occhiolino, ridacchiando sotto i baffi, e la seguì.

Rimasi immobile in mezzo al sentiero, il cuore che mi batteva nelle orecchie, sentendomi le pareti del campo estivo chiudersi addosso. L'uragano Simona, la tenerezza pericolosa di Anna, il dominio invadente di Maria, la lussuria sporca di Tracy e il giudizio gelido di Fiona.

E poi girai la testa.

Oltre la rete metallica, Anto stava camminando verso il suo gruppo. Si era fermata di nuovo. Aveva visto Tracy mangiarmi con gli occhi, e aveva visto lo sguardo carico di segreti e minacce di Fiona puntato su di me. Ma stavolta, sul suo viso, la gelosia non sembrava più solo rabbia. Sembrava paura. Paura di essere rimasta fuori da una stanza in cui tutti gli altri avevano una chiave.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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