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Erotika
Campo Estivo - Vol.1 · Cap. 8
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Capitolo 8 di 11 25 min di lettura

ll Favore Numero Due

Una cazzata di Anto manda in crisi la caccia al tesoro e consegna Ale ancora di più nelle mani di Maria.

Asiadu01
4 mesi fa · 822 letture · 0

«Non dirlo così, sembri Maria.»

«Anto, ci sono trenta ragazzini pronti a partire, Simona sta per impiccarsi con il nastro adesivo e Maria mi userà come concime davvero.»

«E allora vai da Simona,» sbottò lei, ma la voce le tremò. «Tanto con lei sei bravissimo a risolvere tutto.»

Mi passai una mano sul viso.

«Non adesso.»

«No, infatti. Mai adesso. Mai quando si tratta di me.»

La frase mi arrivò addosso più forte di quanto volessi ammettere.

Avrei dovuto prendere la cartellina subito. Avrei dovuto dirle che ne avremmo parlato dopo. Avrei dovuto fare la cosa semplice.

Ma in quel momento arrivò il fischio.

Un fischio secco, potente, da generale ubriaco di autorità.

Maria.

«ALE!»

Mi voltai lentamente.

La vidi attraversare il prato come una tempesta rossa, la divisa tirata addosso come un avviso di pericolo, i capelli raccolti male, gli occhi già ridotti a due fessure assassine. Dietro di lei, Simona stava cercando di tenere insieme il gruppo dei grandi con la forza della disperazione.

«Ditemi,» gridò Maria mentre si avvicinava, «che non state per far saltare la Grande Caccia al Tesoro dopo che stamattina ho detto testualmente: non fate sparire niente.»

Il prato, di colpo, sembrò diventare silenzioso.

O forse ero io che non sentivo più nulla.

Dafne, Angela e Martina smisero perfino di parlare. I ragazzini più grandi annusarono il sangue nell’acqua e si voltarono tutti verso di noi. I piccoli di Anna guardarono Maria come si guarda un drago che ha appena deciso di atterrare in giardino.

Anna, da lontano, si alzò in piedi. Aveva ancora una salviettina in mano. Il suo sguardo passò da me ad Anto, poi alla borsa di tela, poi di nuovo a me. Capì che qualcosa non andava. Non tutto. Ma abbastanza.

Tracy era comparsa vicino al teatro, appoggiata allo stipite, le braccia sotto il seno e un sorriso divertito sulle labbra.

Fiona era accanto a lei.

Ovviamente.

Immobili entrambe. Una divertita. L’altra in silenzio, fredda, con quello sguardo da archivio vivente. Come se stesse prendendo nota mentale di un’altra pagina del mio manuale di autodistruzione.

Maria arrivò davanti a me.

«Dov’è la cartellina?»

Anto fece un micro-movimento verso la borsa. Quasi impercettibile.

Io lo vidi.

Maria forse no.

Fiona sì.

Ne fui certo dal modo in cui inclinò appena la testa.

Simona arrivò trafelata dietro Maria, il viso arrossato dal caldo e dalla tensione.

«Maria, dammi due minuti e improvviso una partenza alternativa,» disse, cercando di tenerla buona. «Possiamo farli partire a squadre senza indizi e poi—»

«No,» tagliò Maria. «Questa è la tradizione del campo. La facciamo ogni anno. Gli indizi ci sono già. Qualcuno li ha presi. Qualcuno li ha persi. Qualcuno ha fatto una cazzata.»

Poi guardò me.

Non Simona.

Me.

«Chi aveva il materiale?»

Sentii Anto smettere di respirare.

Potevo dire la verità.

Potevo indicare la borsa.

Potevo far finire quella scena lì, in modo pulito, razionale, giusto.

Anto aveva fatto la cazzata. Anto doveva prendersi la colpa.

E invece la vidi.

Non la Anto viziata. Non la Anto gelosa. Non quella che mi controllava il telefono, che invadeva i miei spazi, che mi trattava come se fossi un oggetto da custodire.

Vidi la ragazza spaventata che aveva fatto una cosa idiota solo per essere vista.

E come sempre, come un perfetto coglione addestrato da una vita intera a proteggerla anche quando non se lo meritava, aprii bocca.

«Io.»

Simona si voltò verso di me.

Anna abbassò lentamente la mano con la salviettina.

Anto chiuse gli occhi.

Maria rimase immobile.

«Tu,» ripeté.

«Sì.»

«Tu avevi il materiale.»

«Sì.»

«Tu hai perso la cartellina.»

«Sì.»

Il silenzio durò mezzo secondo.

Poi Maria scoppiò a ridere.

Non una risata allegra. Non una delle sue risate da pazza da campo, quelle che riempivano l’aria e facevano ridere anche chi non voleva.

Questa era bassa. Secca. Pericolosa.

«Ma guarda un po’.»

Fece un passo verso di me.

Io non mi mossi.

«Quindi sei tu che perdi materiale, mi fai saltare le attività e poi fai pure la faccia da cane bastonato?»

«Ho sbagliato.»

«Hai sbagliato.»

«Sì.»

«No, Ale.» Maria sorrise, ma non c’era niente di caldo in quel sorriso. «Sbagliare è dimenticare una penna. Sbagliare è invertire due squadre. Sbagliare è chiamare Martina “Martina” quando in realtà si chiama Angela e poi loro ti fanno causa emotiva per il resto dell’estate.»

Dafne sussurrò: «Io farei causa emotiva.»

Simona le lanciò un’occhiataccia. «Silenzio.»

Maria non distolse mai gli occhi da me.

«Questo non è sbagliare. Questo è farmi fare una figura di merda con la tradizione del campo perché tu non sai tenere in mano una cartellina.»

Mi bruciò la faccia.

Non tanto per Maria.

Per Simona. Che mi guardava con gli occhi stretti, sospettosa.

Per Anna. Che aveva capito che stavo coprendo qualcuno e mi guardava con una dolcezza dolorosa, quasi peggiore del rimprovero.

Per Fiona. Che vedeva tutto e non perdeva niente.

E per Anto. Che invece di sembrare sollevata sembrava più piccola di prima.

Maria si avvicinò ancora. Troppo. Il suo profumo di crema solare e muschio mi avvolse con la stessa prepotenza della sua voce.

Abbassò il tono, abbastanza da farsi sentire solo da me e forse da Simona, che era a un passo.

«Perfetto, Ale.»

Il suo dito mi batté piano al centro del petto.

Una volta.

Due.

«Tu mi dovevi già un favore.»

Terzo colpo.

«Adesso me ne devi due.»

Deglutii.

«Maria, recupero la cartellina e sistemo tutto.»

«Lo so che la recuperi.»

Il suo sorriso si allargò.

«Ma il debito resta.»

Rimasi fermo, con il sole che mi bruciava la nuca e il prato pieno di occhi addosso.

Maria non si spostò subito.

Anzi, fece mezzo passo in più, abbastanza da costringermi ad abbassare appena il mento per sostenere il suo sguardo. La sua mano rimase sul mio petto, piatta, pesante, come se non mi stesse toccando: come se mi stesse marchiando. Il pollice mi sfiorò lentamente il bordo della polo, appena sotto il logo del campo, in un gesto minuscolo, quasi invisibile da fuori, ma abbastanza intimo da farmi irrigidire ogni muscolo.

«E guardami quando ti parlo, ragazzino,» sussurrò.

Alzai gli occhi.

Errore.

Maria sorrise.

Non era il sorriso della capoanimatrice che stava gestendo un casino. Era quello di una donna che aveva appena capito di avere trovato un altro filo da tirare.

«Così va meglio.»

Il suo profumo di crema solare, muschio e sudore mi riempì la gola. Sentivo Simona a un passo da noi, immobile. Sentivo Anna da lontano. Sentivo Fiona, soprattutto Fiona, che probabilmente stava registrando ogni millimetro di quella scena con la precisione di una macchina fotografica.

Maria abbassò ancora la voce.

«Non lo riscuoto adesso, il favore.»

Il suo dito scese di un centimetro lungo il mio petto, lento, controllato.

«Voglio che tu abbia il tempo di pensarci.»

Deglutii.

Lei se ne accorse.

Ovviamente.

Il sorriso le diventò più largo, più sporco, più soddisfatto.

«Bravo. Così mi piaci di più: zitto, colpevole e attento.»

Poi si staccò da me come se nulla fosse successo.

Poi si voltò di colpo verso il gruppo, battendo le mani con una potenza che fece sobbalzare mezza area centrale.

«Bene! Emergenza gestita, branco di scimmie! Simona, improvvisa un gioco di riscaldamento. Ale, hai tre minuti per far riapparire quella cartellina prima che ti faccia scavare buche a mani nude fino a Ferragosto.»

«Sì, capo.»

Mi voltai verso la borsa di Anto.

Lei era ancora lì, immobile.

Mi avvicinai, infilai una mano nella borsa senza guardarla e tirai fuori la cartellina blu. Sopra c’erano anche due rotoli di nastro colorato e una bustina di bandierine.

Anto sussurrò: «Ale…»

«Dopo.»

«Io non volevo—»

«Dopo, Anto.»

Non la guardai nemmeno.

Perché se l’avessi guardata in quel momento, forse avrei urlato. O forse avrei fatto la cosa peggiore: l’avrei perdonata subito.

E non potevo permettermi nessuna delle due.

Prima di andare avanti…

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Asiadu01

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