Io non capivo dove mettere le mani.
Dove guardare.
Come respirare.
Maria se ne accorse e sorrise.
«Ti sei rotto di nuovo?»
«Io…»
«Tu cosa?»
«Maria, che cazzo stiamo facendo?»
«Io sto riscuotendo.»
Mi prese per la polo e mi tirò in piedi.
Poi mi spinse indietro contro la scrivania. Non forte abbastanza da farmi male. Abbastanza da farmi capire che la delicatezza, lì dentro, non era prevista.
«Tu invece stai imparando a stare zitto.»
«Non sono bravo.»
«Lo so.»
Mi lasciò.
Poi indicò lo spazio sotto la scrivania.
«Lì.»
La fissai.
«Cosa?»
«Hai sentito.»
Il silenzio cadde pesante.
Fuori dall’ufficio, il campo iniziava a vivere. Voci lontane. Un fischietto. Qualcuno che rideva. La vita normale che continuava a pochi metri da noi, ignorando completamente il fatto che io stessi per buttare la mia dignità sotto un mobile dell’Ikea versione dittatura estiva.
«Maria.»
Lei inclinò la testa.
«Ultima volta che te lo dico: puoi uscire.»
La porta chiusa alle sue spalle sembrava una provocazione.
La chiave nella serratura, una scelta.
Lei allungò una mano e la girò di nuovo, aprendo il blocco.
Click.
«Vedi?»
Si spostò leggermente, lasciando libera la strada.
«Se vuoi andare, vai.»
Non mi mossi.
Maria mi guardò per tre secondi.
Poi sorrise.
«Pensavo.»
«Cosa?»
«Che ti piace molto fingere di resistere.»
Mi si seccò la gola.
«Sotto la scrivania, Ale.»
Questa volta non fu un ordine urlato.
Fu peggio.
Una certezza.
Mi abbassai.
Il mondo cambiò altezza.
Il legno della scrivania sopra la testa. Le sue gambe davanti a me. Il profumo di Maria più vicino, più caldo, più impossibile da ignorare. Il cuore mi batteva nelle orecchie con una violenza quasi ridicola.
Lei si sedette sulla sedia dietro la scrivania e tornò a prendere una cartellina.
Come se fosse una mattina normale.
Come se io non fossi lì.
Come se quello fosse il punto.
«Registro presenze gruppo piccoli,» disse, sfogliando i fogli. «Fammi rilassare mentre lavoro.»
La sua voce mi arrivò dall’alto.
Calma.
Comandante.
Spietata.
Io sollevai lo sguardo.
Lei abbassò il suo.
«E non essere timido adesso. Sei già sotto la scrivania.»
La vergogna mi attraversò insieme al desiderio.
Una miscela orribile.
Perfetta.
Mi avvicinai.
Maria inspirò appena, ma continuò a guardare i fogli.
La prima volta che la toccai con la bocca, la sua penna si fermò a metà parola.
Solo un istante.
Poi riprese a scrivere.
«Mh.»
Una sillaba.
Niente di più.
Eppure mi fece perdere un pezzo di lucidità.
Sotto la scrivania, il tempo diventò strano.
Non c’erano più minuti. Solo respiri. Il rumore della penna sulla carta. Il fruscio delle cartelline. Il legno contro la mia spalla. Il calore di lei che mi occupava i sensi, il suo corpo che pretendeva senza chiedere, le sue dita che ogni tanto scendevano tra i miei capelli non per accarezzarmi, ma per correggermi.
«Più piano.»
La penna grattò sul foglio.
«Così.»
Un respiro più profondo.
«Vedi? Quando vuoi, sai obbedire.»
Mi si incendiò la faccia.
Lei rise piano, senza smettere di lavorare.
«Che c’è? Ti offende la parola o ti piace troppo?»
Non potevo rispondere.
E forse era esattamente quello che voleva.
A un certo punto, Maria appoggiò la schiena alla sedia e lasciò cadere la cartellina sulla scrivania con un rumore secco.
«Fermo.»
Mi bloccai subito.
Lei respirò lentamente.
Poi abbassò lo sguardo.
Aveva gli occhi più scuri di prima.
La sicurezza era ancora lì, ma sotto c’era qualcos’altro. Calore. Fastidio. Fame. La crepa minuscola di chi si era messa a giocare col fuoco ed era irritata dal fatto che il fuoco scaldasse davvero.
«Non guardarmi così,» disse.
La frase mi sorprese.
«Così come?»
Le uscì un sorriso cattivo.
«Come se stessi scoprendo qualcosa.»
Mi prese il viso con una mano, il pollice sulla mia guancia.
«Tu non scopri niente di me, ragazzino.»
Mi spinse di nuovo verso di lei.
«Tu esegui.»
E io eseguii.
Maria tornò ai suoi fogli.
O almeno provò.
La vidi perdere progressivamente controllo nei dettagli piccoli: una firma che veniva più storta, la penna stretta troppo forte, il ginocchio che si tendeva contro il mio fianco, il respiro che si spezzava e poi veniva schiacciato sotto una risata finta.
«Modulo piscina,» mormorò, più a sé stessa che a me. «Autorizzazione… firma… cazzo.»
Quella parola le scappò.
Una sola.
Bassa.
Roca.
Vera.
Mi arrivò addosso come una ricompensa.
Lei se ne accorse subito.
Mi afferrò i capelli.
Non forte da farmi male.
Forte abbastanza da rimettere i ruoli al loro posto.
«Non montarti la testa.»
Continuò così finché la stanza sembrò non avere più aria.
Fuori, qualcuno passò nel corridoio ridendo.
Maria si immobilizzò.
Io pure.
La maniglia non si mosse.
Le voci si allontanarono.
Lei espirò piano.
Poi rise.
«Guarda che fine facciamo fare alla professionalità.»
«Colpa tua,» mormorai.
Lei abbassò lo sguardo con lentezza.
«Hai parlato?»
Mi si chiuse lo stomaco.
Maria sorrise.
«Male.»
Quello che seguì fu meno gioco.
Più comando.
La sua mano rimase tra i miei capelli. La sua voce divenne un filo basso, spezzato appena ai bordi, mentre continuava a fingere di sistemare registri che ormai non stava più leggendo davvero.
«Così.»
Pausa.
Respiro.
«Bravo.»
Un’altra pausa, più lunga.
«Non fermarti.»
Alla fine, quando il controllo le cedette, fu quasi silenzioso.
Non una scena teatrale.
Non Maria che urlava, non Maria che perdeva la corona.
Peggio.
Le si spezzò il respiro.
La penna cadde sulla scrivania.
La sua mano si chiuse nei miei capelli e il suo corpo si tese sulla sedia, trattenendo tutto fino all’ultimo secondo, come se anche il piacere dovesse chiederle permesso prima di attraversarla.
Poi tremò.
Una volta.
Forte.
Con un suono basso, strozzato, rabbioso, che sembrò più una bestemmia che un gemito.
Per qualche secondo non disse niente.
Il ventilatore continuò a spostare aria calda.
Fuori, il campo urlava già.
Maria respirava sopra di me.
Quando riaprì gli occhi, era tornata lei.
Completamente.
Mi lasciò i capelli.
Si sistemò con calma.
Troppa.
Recuperò gli shorts da terra e se li infilò come se stesse solo rimettendo in ordine una pratica.
Io ero ancora lì, in ginocchio, con il cuore a pezzi e la dignità dispersa in un archivio presenze.
Lei prese un fazzoletto dal cassetto e me lo lanciò.
«Pulisciti.»
Lo presi al volo.
Non dissi niente.
Maria si alzò, venne verso di me e mi guardò dall’alto.
«Adesso puoi andare.»
«Tutto qui?»
Le parole mi uscirono prima del cervello.
Errore enorme.
Maria sorrise.
«Ti aspettavi una medaglia?»
«No.»
«Un abbraccio?»
«No.»
«Un grazie?»
Mi guardò come se la sola idea fosse offensiva.
Poi mi prese il mento tra le dita e mi costrinse a sollevare la faccia.
«Grazie si dice quando qualcuno ti fa un favore.»
Si chinò appena.
«Tu mi dovevi un debito.»
Mi lasciò.
«Vai a lavorare, Ale. E cerca di non sembrare appena uscito da sotto la mia scrivania.»
Aprii la bocca.
La richiusi.
Maria era già tornata alla sedia, una cartellina in mano, la penna tra le dita, la canotta storta su una spalla.
«Ah.»
Mi fermai sulla porta.
«Sì?»
Lei non alzò lo sguardo.
«Domani forse mi servi di nuovo.»
Il sangue mi si gelò e scaldò insieme.
«Forse?»
Maria sorrise al foglio.
«Dipende da quanto sarai bravo oggi.»
Uscii.
Il corridoio mi sembrò troppo luminoso.
Il campo, troppo rumoroso.
Io, troppo vivo.
Quando arrivai nell’area dei grandicelli, erano già le dieci passate.
Simona stava gestendo il gruppo da sola con una bandana rossa in testa, il fischietto al collo e l’aria di una donna pronta a commettere reati minori per legittima difesa. Aveva recuperato la divisa, ma i capelli erano ancora un po’ spettinati, il viso pallido sotto l’abbronzatura, gli occhi segnati dalla notte.
Eppure stava funzionando.
Più che funzionando.
Stava dominando quel branco di tredicenni come se fosse nata con un registro presenze in una mano e una minaccia nell’altra.
«Dafne, se lanci un altro pallone addosso a Marco, ti trasformo in materiale didattico.»
«Ma ha iniziato lui!»
«E tu finirai appesa alla bacheca.»
Poi mi vide.
Mi squadrò dall’alto in basso.
Una volta.
Due.
Troppo bene.
«Oh,» disse. «Il reduce della burocrazia erotica.»
Mi bloccai.
«Cosa?»
«Hai la faccia di uno che ha passato tre ore a fare fotocopie in un locale senza ossigeno.»
«Più o meno.»
Simona mi si avvicinò, abbassando la voce.
«Tutto bene?»
La domanda era semplice.
Gli occhi no.
Gli occhi dicevano: Maria ti ha fatto qualcosa?
Io deglutii.
«Sono vivo.»
«Non era la domanda.»
«È la risposta migliore che ho.»
Lei mi studiò ancora.
Poi, per fortuna o per pietà, Dafne urlò:
«Simo! Marco sta barando!»
Simona chiuse gli occhi.
