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Erotika
Campo Estivo - Vol.1 · Cap. 11
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Capitolo 11 di 11 25 min di lettura

La Punizione della Rossa Bastarda

Tra registri, TikTok provocanti e ordini sussurrati, Maria trasforma l’ufficio nel suo territorio e Ale nel suo giocattolo.

Asiadu01
4 mesi fa · 1.2k letture · 0

«Ogni giorno mi sveglio e scelgo la violenza educativa.»

Si voltò verso il gruppo.

«Arrivo! Ale, tu prendi i coni.»

«Sì, capo.»

Lei si fermò.

Mi guardò.

«Non chiamarmi capo.»

La frase uscì leggera.

Ma qualcosa sotto graffiò.

Io abbassai lo sguardo.

«Scusa.»

Simona lo notò.

Ovviamente.

Non disse niente.

Peggio.

La giornata partì male e proseguì peggio.

Non per eventi grossi.

Per dettagli.

Il sole era troppo caldo. I bambini erano troppo vivi. Io ero troppo stanco. Ogni volta che piegavo la schiena per raccogliere un pallone, il corpo mi ricordava la sedia di Maria, la scrivania, il legno contro le ginocchia, la sua voce che mi diceva bravo come se fosse un insulto.

Simona mi coprì più del necessario.

Lo fece senza farlo pesare.

Mi passava davanti quando vedeva che mi ero incantato. Mi lanciava una bottiglietta d’acqua prima ancora che la chiedessi. Inventava scuse per mandarmi due minuti all’ombra.

«Vai a prendere i pennarelli.»

«Simo, sono nel borsone accanto a te.»

«Ho detto vai a prendere i pennarelli filosofici. Stanno dove non mi fai venire voglia di scuoterti.»

Andai.

All’ombra vicino al teatro trovai Tracy seduta su una cassa, occhiali da sole, gambe nude, un ghiacciolo in bocca.

Ovviamente.

«Piccino,» disse, sfilandosi il ghiacciolo dalle labbra con una lentezza totalmente non necessaria. «Hai un’aria sconvolta. La mammina rossa ti ha strapazzato?»

Mi fermai.

«Non so di cosa parli.»

«No?»

Sorrise.

«Che peccato. Hai proprio la faccia di uno che ha imparato l’alfabeto sotto dettatura.»

«Tracy.»

«Tranquillo.» Si sporse appena. «Io non giudico. Prendo appunti per ridere meglio dopo.»

Scappai prima di darle materiale.

Passai dal gruppo dei piccoli con la scusa di recuperare tempere.

Anna era seduta all’ombra, circondata da bambini che stavano incollando pezzi di carta colorata su cartoncini deformi. Aveva una molletta tra i denti, le mani sporche di colla e i capelli raccolti male. Quando mi vide, tolse la molletta dalla bocca.

«Ehi.»

Una parola sola.

Mi fece più bene di quanto avrei voluto.

«Ehi.»

Mi avvicinai al tavolo.

Un bambino mi mostrò un disegno.

«Questo sei tu.»

Guardai il foglio.

C’era una specie di patata con i capelli e due gambe lunghissime.

«Somigliante.»

Anna sorrise.

«Ha colto l’essenza.»

«Mi sento rappresentato e offeso.»

Lei rise piano.

Poi mi guardò meglio.

Il sorriso le si spense appena.

«Sei stanco.»

«Sono un’opera contemporanea sulla stanchezza.»

«Ale.»

Sempre quel tono.

Morbido.

Pericoloso perché non chiedeva permesso per preoccuparsi.

«Sto bene.»

Lei non mi credette.

Ma non insistette.

Allungò una mano e mi tolse un pezzetto di carta colorata che mi era rimasto attaccato alla manica.

Un gesto minuscolo.

Le sue dita sfiorarono il mio polso.

Si fermarono un istante.

Io sentii quel contatto come se fossi stato in astinenza da cose pulite.

Anna abbassò gli occhi subito, arrossendo.

Poi li rialzò, più decisa.

«Simona sta meglio?»

La domanda arrivò dolce.

Ma sotto c’era tutto.

La cena.

La sua assenza.

Il segreto.

Io guardai verso il gruppo dei grandi, dove Simona stava urlando contro un ragazzino che aveva deciso di usare un cono come cappello rituale.

«Un po’.»

Anna seguì il mio sguardo.

Per un secondo il suo viso si fece strano.

Dolcezza, preoccupazione e quella piccola fitta che non voleva avere.

«Bene,» disse.

Troppo piano.

Avrei voluto dirle qualcosa.

Ma Anto passò dietro di noi proprio in quel momento, con una pila di fogli in mano.

«Anto,» dissi.

Lei non si fermò.

«Sto lavorando.»

«Posso parlarti un secondo?»

«No.»

Anna abbassò lo sguardo sul tavolo.

Io sentii la gola stringersi.

«Anto.»

Lei si voltò appena.

Il viso era chiuso.

Non arrabbiato in modo esplosivo.

Peggio.

Educato.

Freddo.

«Mi serve la colla stick, se devi proprio renderti utile.»

Mi porse la mano.

Solo la mano.

Io presi la colla dal tavolo e gliela diedi.

Le nostre dita non si toccarono.

Lei fece attenzione a evitarlo.

Quel gesto mi fece più male di uno schiaffo.

«Grazie,» disse.

Come a un collega.

Poi se ne andò.

Anna non disse niente.

Non subito.

Quando parlò, la voce era bassa.

«Le hai fatto male?»

La domanda non era accusa.

Era paura.

Io fissai Anto che si allontanava.

«Sì.»

Anna inspirò piano.

«L’hai fatto apposta?»

«No.»

«Lo so.»

Mi voltai verso di lei.

«Allora perché me lo chiedi?»

Anna guardò i bambini davanti a sé.

Uno stava tentando di incollarsi una stellina sulla fronte.

«Perché a volte non basta non voler fare male.»

La frase mi rimase addosso per tutto il pomeriggio.

La giornata continuò a pezzi.

Pranzo rumoroso.

Caldo.

Piscina negata perché mancava un’autorizzazione.

Maria che da lontano mi guardò una volta sola, da sotto gli occhiali da sole, e mi fece un cenno minuscolo con due dita.

Non un saluto.

Un richiamo.

Io finsi di non vederlo.

Lei sorrise come se l’avesse visto benissimo.

Fiona invece mi intercettò vicino al deposito palloni, verso le cinque.

Stava sistemando costumi su una gruccia, immobile nella sua severità, con i capelli raccolti e la fronte lucida di sudore. Non mi guardò subito.

«Hai una brutta cera.»

«Grazie, Fiona. Sempre balsamica.»

«Non era una premura.»

«Figurati.»

Lei appese un costume da leone.

«Maria ti sta usando.»

Mi fermai.

«Non so di cosa parli.»

Fiona finalmente mi guardò.

Fredda.

Precisa.

«È incredibile quante cose tu non sappia, considerando quanto ci finisci dentro.»

Non risposi.

Lei si avvicinò di un passo.

«Stai diventando prevedibile.»

«In che senso?»

«Nel senso che basta guardare quale donna ti ha appena rovinato la giornata.»

Mi si seccò la bocca.

Fiona raccolse un altro costume.

«Prima o poi una di loro si farà male davvero.»

«Una di loro chi?»

Sollevò gli occhi.

«Scegli tu.»

Poi se ne andò.

Lasciandomi lì con un pallone sgonfio in mano e la netta sensazione che il campo, a quel punto, non fosse più un posto.

Era un sistema di trappole con la piscina.

Alle diciannove, quando l’ultimo bambino uscì dal cancello trascinato da una madre abbronzata e furiosa perché aveva perso una ciabatta, io ero finito.

Non stanco.

Finito.

Mi sedetti su una panchina vicino al campo da calcio, ancora con il fischietto al collo e la polo incollata alla schiena. Il sole calava lento, arancione, sporco. Le cicale urlavano come se non avessero mai avuto una crisi esistenziale.

Simona mi trovò lì.

Si sedette accanto a me senza chiedere.

Per un minuto non disse niente.

Poi mi passò una bottiglietta d’acqua.

«Bevi, segretario.»

La presi.

«Non chiamarmi così.»

«Allora smetti di sembrare uno sfruttato d’ufficio.»

Bevvi.

L’acqua era calda.

Buonissima.

Simona guardò davanti a sé, verso il prato vuoto.

«Giornata di merda?»

«Molto.»

«Maria?»

Non risposi.

Lei si voltò appena.

«Non voglio sapere tutto.»

Mi guardò.

«Solo se stai bene.»

La domanda mi prese di lato.

Perché detta da Simona, dopo quello che aveva passato la sera prima, sembrava quasi ingiusta.

Avrebbe dovuto essere lei quella da controllare.

Non io.

«Non lo so,» dissi.

Lei annuì.

Niente battuta.

Niente presa in giro.

Solo un cenno piccolo.

«Allora per stasera non facciamo finta di saperlo.»

Mi uscì una specie di sorriso.

«Programma ambizioso.»

«Sono una leader.»

«Pensavo fossi in smart working emotivo.»

«Ho fatto carriera.»

Restammo seduti lì, sudati, distrutti, troppo vicini e troppo lontani.

Dall’altra parte del campo, Anna aiutava i piccoli a raccogliere gli ultimi pennarelli. A un certo punto alzò lo sguardo e ci vide.

Non sorrise subito.

Poi sì.

Poco.

Un sorriso gentile, ferito, che mi fece abbassare gli occhi.

Anto passò dietro di lei senza guardare nella nostra direzione.

Fiona, vicino al teatro, parlava con Tracy.

Maria uscì dal suo ufficio con una cartellina sotto il braccio, mi guardò da lontano e si portò due dita alla tempia in un saluto ironico.

Domani forse mi servi di nuovo.

Mi venne quasi da ridere.

O da svenire.

Simona mi diede una spallata leggera.

«Ehi.»

«Mh?»

«Non morire prima di cena.»

«Ci proverò.»

«Bravo.»

La parola mi colpì più del dovuto.

Lei se ne accorse.

Mi guardò.

Io guardai altrove.

Simona non disse niente.

Ma la sua mano, sul legno della panchina, scivolò appena verso la mia.

Non abbastanza da toccarmi.

Abbastanza da farmi sapere che avrebbe potuto.

E quella sera, con il corpo distrutto, Maria ancora addosso, Anto lontana, Anna ferita e Simona seduta accanto a me come una promessa complicata, mi resi conto di una cosa semplice.

La settimana era appena iniziata.

E io ero già senza forze.

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Scritto da
Asiadu01

giovane ragazza che da poco si sta approcciando alla scrittura di racconti erotici. se volete scrivermi: [email protected] blog tumblr: https://www.tumblr.com/asiadu01

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