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Erotika
Campo Estivo - Vol.1 · Cap. 11
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Capitolo 11 di 11 25 min di lettura

La Punizione della Rossa Bastarda

Tra registri, TikTok provocanti e ordini sussurrati, Maria trasforma l’ufficio nel suo territorio e Ale nel suo giocattolo.

Asiadu01
4 mesi fa · 1.2k letture · 0

Era peggio.

«Stai sbagliando colonna.»

«No.»

«Sì.»

Guardai.

Aveva ragione.

«Vaffanculo.»

«Linguaggio.»

«Scusa, capo.»

«Meglio.»

Il modo in cui disse “meglio” mi fece venire voglia di lanciarmi dalla finestra.

Poi si alzò.

«Mi annoio.»

«Mi dispiace molto per la tua sofferenza.»

«Dovrebbe.»

Andò verso un treppiede appoggiato in un angolo dell’ufficio, lo aprì, ci montò sopra il telefono e lo puntò verso la parete più libera. Io la guardai di sfuggita.

«Che fai?»

«TikTok.»

«Alle nove del mattino?»

«Il campo deve avere contenuti.»

«Il campo ha bambini, fango e traumi. Non bastano?»

«Zitto e scrivi.»

Premette registrazione.

La musica partì dal telefono, bassa ma ritmata. Una di quelle canzoni estive stupide che entrano nel cervello e ci restano anche contro la tua volontà.

Maria si mise davanti alla camera.

All’inizio sembrò quasi normale.

Quasi.

Sorriso da capoanimatrice. Mani sui fianchi. Due passi a destra, due a sinistra. Un gesto con le braccia, una giravolta, un occhiolino alla camera. Roba da profilo del campo, carina, energica, pubblicabile.

Poi si fermò.

Guardò il video.

Fece una smorfia.

«No. Troppo morta.»

«Io mi sento rappresentato.»

«Non parlavo di te, cadavere.»

Ricomincio.

Stavolta il movimento cambiò.

Non abbastanza da diventare volgare.

Troppo per restare innocente.

Maria aveva un controllo del corpo quasi irritante. Ogni passo sembrava sapere dove sarebbe finito prima ancora di iniziare. I fianchi seguirono il ritmo con una morbidezza precisa, gli shorts si tesero sulle curve, la canotta le scivolò leggermente su una spalla mentre si girava. Fece un mezzo giro, poi un altro, ridendo verso la camera come se stesse davvero solo giocando.

Io abbassai gli occhi sul registro.

Nome materiale: corde.

Quantità: cinque.

Condizione: usate.

Il cervello decise comunque di fornirmi, in altissima definizione, l’immagine di Maria che si voltava di schiena alla camera, fletteva appena le ginocchia e seguiva il beat con un movimento lento dei fianchi.

La penna mi si fermò tra le dita.

«Ale.»

Alzai lo sguardo di scatto.

Maria mi guardava attraverso lo specchio appeso alla parete.

Stava sorridendo.

«Ti si è rotto l’inventario?»

«No.»

«Sicuro? Sembravi molto concentrato sul materiale.»

«Stavo pensando.»

«Con quella faccia?»

«Ho molte facce brutte.»

«Quella era specifica.»

Riprese il video.

Peggio.

Perché adesso sapeva.

E quando Maria sapeva qualcosa, lo usava.

Si avvicinò alla camera, poi arretrò seguendo il ritmo, lasciando che il corpo occupasse lo spazio senza chiedere permesso. Fece una risata, si portò le mani tra i capelli, ruotò i fianchi con una lentezza volutamente esagerata, poi si voltò di profilo. La canotta le aderì al ventre, gli shorts le stringevano i fianchi, la pelle delle gambe prendeva luce dalla finestra.

Era un TikTok per il campo solo nella stessa misura in cui un coltello è uno strumento da cucina.

Dipende da chi lo tiene in mano.

«Questo non lo pubblichi,» dissi.

Lei si fermò a metà movimento.

«Ah no?»

«No.»

«E chi me lo vieta?»

«Il buon senso.»

Maria scoppiò a ridere.

«Che tenero. Pensa che qui dentro comandi lui.»

Cancellò il video.

Ne fece un altro.

Questo, almeno, tornò più pulito: sorriso, battito di mani, gesto verso un cartello immaginario, un balletto scemo. Però ogni volta che passava dietro la sedia, ogni volta che si chinava per controllare il telefono, ogni volta che mi chiedeva “com’è venuto?”, lo faceva da troppo vicino.

Una volta mi sfiorò la spalla con la coscia.

«Scusa.»

«Non sembrava.»

«Infatti.»

Un’altra volta si mise dietro di me, il telefono in mano, e mi mostrò lo schermo.

«Guarda.»

Io guardai il video.

Poi lei.

Poi di nuovo il video.

«È… energico.»

«Energico.»

«Sì.»

«Ale, se devi mentire fallo meglio. Sembri uno che ha appena visto la Madonna in shorts.»

«Mi sto impegnando.»

«No. Ti stai trattenendo.»

Abbassò la voce, chinandosi vicino al mio orecchio.

«È diverso.»

Sentii il suo respiro caldo sul collo.

La penna mi scivolò.

Maria rise piano.

Una risata bassa, cattiva.

«Scrivi, ragazzino.»

Scrissi.

Male.

Storto.

Ma scrissi.

Il tempo perse consistenza.

Fu un’ora strana, spezzata tra numeri, categorie, registri e Maria che faceva avanti e indietro come una tentazione con compiti amministrativi. Ogni tanto usciva dall’inquadratura della camera e diventava solo corpo nella stanza. Ogni tanto tornava capoanimatrice e dettava indicazioni. Ogni tanto mi pungeva con una frase.

«La S di spettacolo è questa, non quella roba morta.»

«Non mordere la penna, mi distrai.»

«Hai caldo?»

«Vuoi che apra la finestra o ti basta smettere di guardarmi?»

Io rispondevo poco.

Perché ogni risposta sembrava darle materiale.

Quando finalmente chiusi l’ultima cartellina, avevo la schiena a pezzi, gli occhi secchi e il sangue troppo caldo.

«Finito.»

Maria era sul divanetto, scalza adesso.

Non avevo visto quando si era tolta i sandali.

Errore mio.

I piedi erano appoggiati al bordo del tavolino, le unghie nere lucide, una caviglia sopra l’altra. Sembrava la persona meno intenzionata al mondo a lasciarmi andare.

«Bene.»

Mi alzai.

«Allora vado.»

Non arrivai alla porta.

Il suo piede si sollevò e si piantò contro la sedia, spingendola indietro di colpo quel tanto che bastò a farmi urtare il bordo con la gamba.

«Dove vai?»

Mi voltai.

Maria mi guardava dal divano con un sorriso pigro.

«Ho finito.»

«Hai finito metà punizione.»

«Maria.»

«Ale.»

«Devo lavorare.»

«Stai lavorando.»

«Con i bambini.»

«Ti ho già detto che ti copre Simona.»

«Non puoi tenermi qui tutta la mattina.»

Lei inclinò la testa.

«Posso fare molte cose.»

Si alzò.

Lentamente.

La stanza diventò più piccola a ogni suo passo.

Io rimasi vicino alla sedia, la mano ancora sullo schienale. La porta era dietro di me. Uscire sarebbe stato facile.

Lo sarebbe stato davvero.

Maria si fermò a mezzo metro.

«Ora,» disse, «inizia la parte in cui impari qualcosa.»

«Sarebbe?»

Mi prese il mento tra due dita.

Non forte.

Abbastanza da costringermi a guardarla.

«Che quando ti dico di restare, tu resti.»

Il cuore mi diede un colpo secco.

«E se non volessi?»

Il sorriso di Maria cambiò.

Per la prima volta, perse un filo di gioco.

Non dolcezza.

Mai dolcezza.

Ma lucidità.

«Allora apri quella porta e vai.»

Rimasi fermo.

Lei non mi toccò più.

«Il lavoro è finito, Ale. Quello vero. Nessuno ti obbliga a restare.»

La frase rimase tra noi.

Pesante.

Necessaria.

Spaventosa.

Fu in quel silenzio che capii quanto fosse pericolosa Maria.

Non perché mi avrebbe costretto.

Perché sapeva benissimo che il punto era farmi scegliere.

Mi guardò.

«Allora?»

Avrei potuto uscire.

Pensai a Simona addormentata con la mia maglietta.

Ad Anna che mi aveva detto “diviso”.

Ad Anto che non mi guardava più.

A Fiona che da qualche parte avrebbe potuto leggere tutto questo sulla mia faccia anche senza esserci.

Pensai a quanto ero stanco.

A quanto ero stupido.

A quanto una parte di me volesse, per una volta, non dover essere quello buono.

Non dissi niente.

Maria sorrise appena.

Non vittoriosa.

Peggio.

Soddisfatta.

«Bravo.»

Si voltò e andò alla porta.

Per un secondo pensai che fosse finita.

Invece chiuse a chiave.

Il click sembrò enorme.

Tornò verso di me senza fretta.

«Adesso ascolta bene.»

La voce le era scesa.

Più bassa.

Più sporca.

Più Maria.

«Tu passi le giornate a farti tirare da una parte all’altra. La dolce. La gelosa. La socia. La pazza. La giudice.» Fece scorrere le dita sul bordo della scrivania. «Tutte ti vogliono in un modo diverso. Tutte ti fanno sentire importante. E tu fai quella faccia da povero ragazzo travolto dagli eventi.»

Si avvicinò ancora.

«Ma a me quella faccia non la fai.»

«No?»

«No.»

Mi toccò il petto con un dito.

Lo stesso punto del giorno prima.

«Io lo vedo quando uno vuole essere comandato per smettere di scegliere.»

La frase mi colpì più di un bacio.

«Non sai niente.»

«So abbastanza.»

Le sue dita scesero piano lungo la polo, fermandosi al bordo. Non era una carezza tenera. Era un controllo. Come se stesse verificando che il suo ordine fosse arrivato sotto la pelle.

«E tu sai una cosa di me?»

«Che sei completamente fuori di testa?»

Maria rise.

«Anche.»

Si chinò appena.

«Che odio perdere tempo.»

Il resto accadde senza fretta.

E proprio per quello fu peggio.

Maria non si spogliò come chi si concede.

Si spogliò come chi toglie un ostacolo.

Un bottone. Poi un altro. Gli shorts slacciati con un gesto secco, lo sguardo sempre su di me, come se ogni mio respiro fosse una risposta. Li lasciò scendere abbastanza da farmi dimenticare tutte le cartelline del mondo, poi li spinse via con un piede.

Il mio cervello smise di funzionare per qualche secondo.

Lei mi si mise davanti con una sicurezza spietata, il corpo esposto senza vergogna, senza fretta, senza richiesta. C’era qualcosa di quasi crudele nella naturalezza con cui occupava il mio sguardo. Non cercava di essere bella. Lo era già. Non cercava di sedurre. Stava comandando.

Prima di andare avanti…

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