Le sue labbra, piene e invitanti, erano socchiuse alla ricerca di aria. Il suo respiro mi solleticava il mento. Il profumo di vaniglia e pelle pulita mi invase le narici, cancellando l'odore di polvere del magazzino. La linea sottile della sua vita e la curva delicata dei suoi fianchi si adattavano perfettamente alla mia corporatura. Un movimento impercettibile del suo bacino contro il mio innescò una fitta di eccitazione così violenta che dovetti serrare la mascella.
Eravamo a un millimetro dal limite. Potevo abbassare la testa e prendere quelle labbra. Lei lo sapeva. Lo stavamo aspettando entrambi.
«A-Ale...» mormorò, la voce ridotta a un soffio tremante che mi fece vibrare lo stomaco.
«Ti sei fatta male?» sussurrai di rimando, la mia voce roca, irriconoscibile, mentre il mio sguardo scendeva inevitabilmente sulla sua bocca.
«No... io... sto bene.»
Rimanemmo così ancora per quelli che sembrarono secoli, intrappolati in quella vicinanza accidentale e meravigliosa, finché il rumore di una porta che sbatteva al piano di sopra non ruppe l'incantesimo. Ci staccammo lentamente, quasi con riluttanza, l'imbarazzo che tornava a farsi spazio tra noi mentre la aiutavo a rimettersi in piedi. Anna non mi guardò più in faccia, mormorò un "ci vediamo a cena" e scappò letteralmente su per le scale, lasciandomi con il respiro corto, un'erezione dolorosa e la testa completamente nel pallone.
Risalii i gradini del magazzino con i muscoli a pezzi e la mente completamente annebbiata. L'incidente sui materassini con Anna mi aveva lasciato addosso una tensione insopportabile; avevo i jeans che mi tiravano in modo doloroso e un'erezione prepotente che non accennava a placarsi. Sognavo solo il getto ghiacciato della doccia del mio bungalow e quei sacrosanti cinque minuti di solitudine necessari per risolvere il problema con la mia mano destra.
Attraversai l'Area dei Bungalow immerso nella penombra. Entrai barcollando nella casetta, la testa altrove, parlando già a voce alta per anticipare le solite lamentele della mia compagna di stanza: «Anto, giuro che se hai occupato il bagno per le tue solite tre ore io sfondo la—»
Le parole mi morirono in gola. Il sangue mi si gelò, per poi ricominciare a scorrere a una velocità folle verso il basso ventre.
Quella non era Anto. E quella, realizzai con una fitta di panico, non era affatto la mia stanza.
La porta del bagno era spalancata e una nuvola di vapore caldo e profumato invadeva l'ingresso. Da quella nebbia emerse Tracy, totalmente nuda, con un minuscolo intimo appeso con noncuranza a un dito.
Rimasi paralizzato sulla soglia. Tracy aveva un aspetto decisamente più costruito e curato, con una sensualità evidente che nasceva soprattutto dalle proporzioni e da come il suo corpo veniva messo in risalto. Il suo viso era definito, con lineamenti marcati: occhi grandi e intensi, incorniciati da ciglia lunghe e uno sguardo deciso, quasi tagliente, che mi inchiodò sul posto. Le sue labbra, piene e ben disegnate, si aprirono in un'espressione sicura e leggermente provocante non appena si accorse di me. I capelli bagnati, lunghi, lisci e scuri, le cadevano dritti lungo la schiena, accentuando la linea del profilo e rendendola ancora più elegante.
Il mio sguardo scese, incapace di obbedire al cervello. Il suo corpo era snello ma profondamente femminile. Aveva spalle sottili e braccia snelle, ma la mia attenzione fu totalmente catturata dal suo petto. Il seno era proporzionato ma incredibilmente evidente, con una forma piena e rotonda che seguiva alla perfezione la linea del busto. Le gocce d'acqua scivolavano su quelle curve mozzafiato, indugiando sui capezzoli resi turgidi dallo sbalzo termico.
La sua vita era stretta e segnava nettamente il passaggio verso i fianchi, creando una silhouette a clessidra da togliere il fiato. I fianchi erano morbidi ma definiti, e il punto più sensuale era proprio la parte bassa: il bacino leggermente accentuato e un lato B che appariva compatto e sodo. La sua era una sensualità diretta, visibile, fatta di linee pulite, curve evidenti e un atteggiamento così sicuro da mettere in risalto ogni singolo dettaglio del suo corpo nudo.
Rimase perfettamente immobile, lasciandosi divorare dai miei occhi. Il suo sguardo scese lungo il mio petto sudato, soffermandosi in modo sfacciato e palese sul rigonfiamento evidente nei miei jeans.
«Hai sbagliato porta, ragazzino?» sussurrò, con una lentezza che aveva del diabolico. «O speravi di trovare qualcuno che ti desse una bella ripulita?»
Iniziò a camminare verso di me. Ogni passo faceva ondeggiare quel seno rotondo e pieno in un modo che mi prosciugò la saliva in gola. Non indietreggiai. Non ci riuscivo.
Si fermò a pochi millimetri da me. Potevo sentire il calore umido della sua pelle nuda e il profumo dolce del bagnoschiuma. Invece di incrociare le braccia per nascondersi, portò le mani sotto il petto. Con un movimento deliberato e sfacciato, si strinse le tette, sollevandole leggermente e premendole l'una contro l'altra, strizzandole per offrirle al mio sguardo ormai completamente perso.
Le sue labbra si curvarono in un sorriso perverso e trionfante.
«Vedo che le guardi con molto interesse,» mormorò, la voce calda che mi accarezzava il viso, carica di una sensualità schiacciante. «Per caso vuoi farti una poppata, piccolo?»
«S-scusa... cazzo, scusa! Io... pensavo fosse la mia stanza!» balbettai, indietreggiando di un passo e finendo con le spalle premute contro lo stipite della porta.
Cercai disperatamente di puntare lo sguardo verso il soffitto, verso le piastrelle del bagno, ovunque tranne che su quel corpo nudo. Ma era impossibile. La calamita di quella visione era troppo forte, e i miei occhi continuavano a cadere in modo patetico su quel seno perfetto, rotondo e pesante, le cui curve erano rese ancora più lucide dalle gocce d'acqua che vi scivolavano sopra.
«Cercavo la mia amica, Anto... ho fatto confusione con i numeri dei bungalow,» continuai a giustificarmi, il viso in fiamme e il respiro sempre più corto.
Tracy non fece una piega. Invece di coprirsi con le mani o con l'asciugamano, fece un passo verso di me, chiudendo ulteriormente le distanze. La sua nudità non sembrava metterla minimamente a disagio; al contrario, la usava come un'arma. Il suo sguardo deciso e tagliente scese di nuovo sui miei jeans, dove l'erezione causata dall'incidente con Anna e amplificata da quella visione era ormai impossibile da nascondere.
«Certo, ragazzino. Tutti sbagliano porta quando c'è una vista così interessante,» mi prese in giro, la voce calda e intrisa di un'ironia perversa. «Ma visto che ormai sei qui... e vedo chiaramente che ti stanno cadendo gli occhi dalle orbite...»
Si fermò a un palmo da me. Il profumo del suo bagnoschiuma mi avvolse. Con un gesto lento e sfacciato, si passò le mani sotto il petto, sollevando leggermente i seni e spingendoli in avanti, offrendomeli su un piatto d'argento. I capezzoli, turgidi per lo sbalzo termico, puntavano dritti verso il mio petto sudato.
«Perché fai finta di guardare il soffitto?» sussurrò, inclinando la testa con un sorriso malizioso. «Avanti. Puoi toccarle, se ci tieni così tanto. So che ti stanno prudendo le mani.»
Ero paralizzato. Il cervello mi urlava di girare i tacchi e scappare, ma il mio corpo, stanco, carico di testosterone e spinto al limite da quella provocazione assurda, aveva un'altra idea. Il suo seno era lì, a un millimetro da me, morbido, pieno, ipnotico.
«Io... io non dovrei...» mormorai, deglutendo a fatica.
Lei inarcò un sopracciglio, sfidandomi. «E allora vai via. Oppure smettila di tremare e toccale, ragazzino.»
Fu la goccia che fece traboccare il vaso. La mia forza di volontà si sbriciolò. Alzai le mani, sentendo le dita che mi formicolavano per l'attesa. Trattenni il fiato, avvicinando i palmi tremanti a quella pelle nuda e bagnata, pronto a stringere quelle curve perfette.
Ma, a un millimetro dal contatto, Tracy scoppiò a ridere.
