Ero in quel magazzino sotterraneo da soli quindici minuti, ma tra il calore che iniziava a farsi sentire in quel buco senza finestre e il peso degli scatoloni, mi sembrava fosse passata un'eternità. Avevo iniziato a svuotare e sistemare tutto sulle mensole, convinto che sarebbe stato un lavoro veloce; invece, ero a stento a un quarto dell'opera e la polvere cominciava già a pizzicarmi la gola.
All'improvviso, sentii una voce timida provenire dall'ingresso delle scale. Mi voltai, asciugandomi la fronte con il dorso della mano, e la vidi. Cazzo, la prima cosa che pensai fu che, dall'aspetto, sembrava la ragazza più dolce che avessi mai incontrato.
«Ciao... sono Anna» esordì, facendo un passo avanti con una certa esitazione. «Mi hanno mandata qui appena sono arrivata per darti una mano.»
«Meno male, Anna. Io sono Ale» risposi, cercando di non sembrare troppo sollevato. «Qui c’è un bel po’ di caos, ma in due faremo più in fretta.»
Ci mettemmo subito al lavoro e, mentre ci muovevamo in quello spazio ristretto, non riuscivo a non osservarla. Anna possedeva una sensualità incredibilmente naturale e spontanea, che nasceva dal modo fluido in cui muoveva il corpo tra le pile di cartone. Il suo viso era luminoso e armonioso, con lineamenti morbidi ma ben definiti che catturavano la luce fioca del magazzino. Ogni volta che alzava lo sguardo verso di me, i suoi occhi brillanti e vivi trasmettevano una leggerezza seducente, resi ancora più profondi da ciglia lunghe che incorniciavano perfettamente le sopracciglia precise.
Mentre si chinava per sollevare una scatola di giochi, il suo vestito aderente seguiva fedelmente le curve del suo corpo snello e slanciato, lasciando intuire più che mostrare. Potevo scorgere la linea sottile e ben definita della sua vita, che creava una curva delicata verso i fianchi sinuosi e proporzionati. Non c’erano eccessi nel suo fisico, solo un equilibrio perfetto che rendeva ogni sua linea armoniosa ed elegante. I suoi capelli, tagliati a lunghezza media, le incorniciavano il viso con naturalezza, scendendo morbidi e dando un movimento fresco a ogni suo gesto.
«Allora, Anna... hai già qualche idea di che fine faremo in questo posto?» le chiesi, appoggiando un pesante scatolone di cartone e lanciandole un'occhiata di nascosto. Mentre lo facevo, non potei fare a meno di notare come il suo seno, contenuto ma perfettamente disegnato sotto il tessuto leggero del vestito, accompagnasse ogni suo respiro affannato in modo quasi ipnotico.
Lei sbuffò una risata, un suono limpido e inaspettatamente allegro, sollevando una confezione di pennarelli. «Assolutamente nessuna. Maria è stata un po'... criptica. Spero solo che non mi mettano con i ragazzi delle medie. Hanno quell'aria da adolescenti vissuti che mi terrorizza.» Sorrise, e in quell'istante tutta la sua sensualità cambiò tono: l'imbarazzo svanì, lasciando spazio a un'espressione più giocosa e magnetica.
«Oh, a chi lo dici,» ribattei, appoggiandomi allo scaffale con aria teatrale. «Io sto pregando per i bambini dell'asilo. Li metti a colorare, gli fai fare il pisolino e la giornata vola. Se mi assegnano i quattordicenni potrei non arrivare vivo a fine luglio. Hanno più energia di me.»
Anna scoppiò a ridere di gusto, coprendosi parzialmente il viso con la cartelletta. Poi abbassò le mani, e il mio sguardo cadde inevitabilmente sulle sue labbra piene e invitanti mentre si mordicchiava l'angolo della bocca, in un gesto nervoso ma incredibilmente seducente. «Se le cose si mettono male, sappiamo dove venire a nasconderci,» sussurrò lei, guardandosi intorno con fare complice. «Questo magazzino è un ottimo bunker.»
«Affare fatto. Se senti urlare, preparami un posto tra le tempere e i palloni,» le risposi con un sorriso sghembo, felice di vedere i suoi muri sgretolarsi così in fretta.
Continuammo a chiacchierare a ruota libera e, improvvisamente, svuotare quegli scatoloni non sembrava più una punizione. Era incredibile quanto fosse facile parlare con lei, c'era una simpatia immediata, un'intesa istintiva che mi spiazzò. Anna era così genuina e spontanea che mi colpì subito nel profondo; il suo fascino stava proprio in quel suo modo di essere naturalmente trattenuta, priva di qualsiasi malizia costruita, una cosa che ai miei occhi la rendeva cento volte più interessante delle altre.
L'imbarazzo si era dissolto, ma al suo posto subentrò qualcos'altro. Lavorando a stretto contatto in quello spazio ridotto, spesso le nostre mani si sfioravano mentre ci passavamo i materiali per sistemarli sulle mensole alte. Ogni contatto accidentale, pelle contro pelle, mi mandava una piccola scossa lungo il braccio. E non ero il solo a sentirlo: notavo come anche lei, a ogni sfioramento, ritirasse la mano un millesimo di secondo più tardi del necessario, abbassando lo sguardo con un lieve rossore sulle guance. L'aria in quel buco polveroso si era fatta densa, carica di un'elettricità che prometteva scintille.
Tra uno scatolone e l'altro, il silenzio del magazzino fu riempito dalle nostre voci. Lavorare fianco a fianco, passandoci pennarelli, tempere e vecchi costumi teatrali, aveva sciolto del tutto il ghiaccio.
«Aspetta, ma hai detto che il tuo liceo era il 'Da Vinci'?» le chiesi, fermandomi con una scatola a mezz'aria. «È a due passi da casa mia. Come diavolo è possibile che non ci siamo mai incrociati nella nostra cittadina?»
Anna si strinse nelle spalle, abbracciando una risma di fogli contro il petto. Un sorriso timido le illuminò il viso. «Mi sono diplomata giusto quest'anno... ma ammetto che passo il mio tempo libero più sui libri che in giro. Sono un po' noiosa, lo so.»
«Noiosa? Non direi proprio,» ribattei, appoggiando lo scatolone e asciugandomi il sudore dal collo. «Io ho appena finito il primo anno di Giurisprudenza. Se avessi saputo che tra i corridoi del 'Da Vinci' si nascondeva una ragazza del genere, forse mi sarei fatto bocciare un paio di volte pur di restare al liceo.»
Le sue guance si tinsero di un rosso delizioso. Il suo fascino funzionava proprio perché restava sempre un po' trattenuto, privo di malizia costruita, e quindi ancora più interessante ai miei occhi.
«Smettila,» sussurrò, abbassando lo sguardo con una risatina nervosa, prima di voltarsi verso una catasta di vecchi materassini da palestra in gommapiuma azzurra. «Aiutami a spostare questi, devono andare sulla mensola in a—»
Non fece in tempo a finire la frase. Fece un passo indietro, ma il tacco del suo sandalo si impigliò nel lembo di un telone di plastica abbandonato a terra. Anna lanciò un piccolo grido, le braccia che mulinavano nel vuoto mentre perdeva l'equilibrio all'indietro.
L'istinto prese il sopravvento. Scattai in avanti, afferrandola per i fianchi nel tentativo di sorreggerla. Ma il mio slancio, unito al suo peso, ci sbilanciò entrambi. Inciampai sul telone e cademmo insieme. Atterrammo con un tonfo sordo, per fortuna proprio sopra la pila di materassini da palestra sfoderati, che attutirono il colpo.
Il problema, o forse il miracolo, fu come atterrammo.
Mi ritrovai disteso esattamente sopra di lei, le mani piantate ai lati della sua testa per non schiacciarla del tutto. La caduta ci aveva tolto il fiato, ma non era quello il motivo per cui il mio cuore aveva iniziato a martellare nel petto come un tamburo impazzito. Eravamo incredibilmente vicini. Il suo corpo snello e slanciato era intrappolato sotto il mio.
Il mio petto sudato premeva direttamente contro il tessuto sottile del suo vestitino estivo. Potevo sentire ogni suo respiro affannato, ogni sollevamento del suo petto. Il suo seno, contenuto ma con una rotondità naturale e perfetta, si schiacciava contro i miei pettorali a ogni sua inspirazione. Era un contatto bruciante, elettrico. Le mie ginocchia erano finite in mezzo alle sue gambe, costringendola a dischiudere leggermente le cosce per farmi spazio.
L'aria nel magazzino divenne improvvisamente rovente. Anna non si mosse. Aveva le mani appoggiate di riflesso sui miei bicipiti scoperti; le sue dita si strinsero leggermente sulla mia pelle calda. Alzai lo sguardo dal suo collo e incontrai i suoi occhi. Erano spalancati, vivi e brillanti, ma velati da un'emozione nuova, densa di pura tensione sessuale.
