Una risata forte, cristallina e fottutamente divertita. Si tirò indietro di scatto, abbassando le mani e lasciando che il seno le rimbalzasse liberamente sul petto in modo delizioso.
«Oddio, ma sei serissimo! Ci stavi cascando in pieno!» esclamò tra le risate, coprendosi la bocca con una mano, gli occhi che le brillavano di puro divertimento. «Sei troppo facile, ragazzino. Comunque, io sono Tracy. Lavoro al teatro. Immagino tu sia Ale, il nuovo animatore.»
Sbiancai. Il sangue mi defluì dal viso per concentrarsi tutto nello stomaco. Mi sentii il ragazzo più stupido e ingenuo del pianeta. Abbassai le mani, stringendole a pugno lungo i fianchi, pregando che il pavimento di legno del bungalow si aprisse per inghiottirmi.
«Piacere...» mormorai, la voce piatta e carica di una delusione cocente. «Scusa ancora per l'intrusione. Tolgo il disturbo.»
Feci per voltarmi verso la porta, frustrato e mortificato. Ma Tracy smise di ridere. Quel suo istinto perverso e "materno" doveva aver colto la mia totale disperazione, perché fece un movimento rapido e audace.
Afferrò i miei polsi con entrambe le mani prima che potessi allontanarmi.
«Ehi, non fare quella faccia da cucciolo bastonato,» sussurrò, il tono di nuovo basso e roco.
Senza darmi il tempo di reagire, tirò le mie mani verso di sé e schiacciò i miei palmi direttamente contro i suoi seni nudi.
Sussultai. La sensazione fu elettrizzante. La sua pelle era calda e umida, la carne morbida ma incredibilmente soda sotto le mie dita. Potevo sentire il peso di quelle curve riempirmi perfettamente le mani, i capezzoli duri che sfregavano contro i miei palmi callosi. Mi costrinse a stringere, spingendo le mie mani contro di sé per farmi affondare le dita nella sua morbidezza per tre, lunghissimi, fottuti secondi. La mia erezione pulsò così forte da farmi male. Tracy chiuse gli occhi per un istante, lasciandosi sfuggire un sospiro leggero, le labbra dischiuse.
Poi, proprio mentre stavo per ricambiare la presa e accarezzarla davvero, mi lasciò andare, dandomi una piccola spinta giocosa sul petto per allontanarmi.
«Solo un assaggio per darti il benvenuto al campo. E per non farti piangere stanotte,» disse con un sorriso trionfante, voltandosi di schiena e regalandomi una visuale perfetta del suo sedere compatto e sodo mentre si dirigeva verso l'asciugamano. «Ora sparisci, Ale. La mammina deve vestirsi.»
Ero letteralmente sotto shock. Mi allontanai dal bungalow di Tracy con il cuore che mi rimbombava nelle orecchie e il palmo delle mani che formicolava ancora, come se avesse impresso a fuoco il peso e il calore di quel seno perfetto.
Ammetto che l'idea di lavorare isolato per sette settimane con sei ragazze mi aveva acceso più di una speranza prima di partire, ma mai, neanche nei miei deliri più ottimisti, avrei creduto che dopo appena poche ore avrei già toccato delle tette così belle. E in quel modo così fottutamente sfacciato.
Raggiunsi finalmente il bungalow giusto, il numero quattro. Entrai cercando di darmi un contegno, ma ero senza parole e senza fiato.
Anto era esattamente come mi aspettavo di trovarla. Era stesa sul suo letto a pancia in giù, completamente ignara del mio stato psicofisico. Indossava un paio di pantaloncini di cotone talmente corti che, in quella posizione con il fondoschiena all'aria e le gambe piegate, lasciavano intravedere la curva morbida e sensuale dei suoi glutei. Scorrendo annoiata i video su TikTok, non si accorse nemmeno del mio sguardo febbrile.
«Alleluia, sei vivo!» esclamò, senza alzare gli occhi dallo schermo. «Non puoi capire, Ale, ho trovato un ragno enorme vicino alla finestra e Maria mi ha risposto malissimo quando le ho chiesto—»
«Anto, scusa,» la interruppi con la voce più roca e tesa del normale. «Sono coperto di polvere del magazzino e sudo da ore. Se non mi lavo in questo preciso istante, svengo. Ne parliamo dopo.»
Non le diedi il tempo di replicare. Mi infilai nel minuscolo bagno del bungalow e chiusi la porta a chiave con due mandate, appoggiandomi per un secondo al legno freddo.
Cazzo. Avevo troppo bisogno di scaricare quella tensione. Se non lo avessi fatto subito, sarei impazzito.
Mi strappai via la maglietta, poi i jeans e l'intimo, calciandoli in un angolo. Aprii il miscelatore della stretta doccia a muro, lasciando che l'acqua tiepida iniziasse a scorrere, e ci entrai sotto. Il getto mi colpì la pelle, lavando via il sudore e la polvere, ma non fece assolutamente nulla per raffreddare l'erezione dolorosa che mi martoriava da quando ero caduto su quei materassini.
Chiusi gli occhi, e la mia mente divenne uno schermo impazzito.
La mia mano scese istintivamente, afferrando il mio desiderio pulsante, e iniziai a muovermi con un'urgenza febbrile, quasi disperata. Il rumore dell'acqua che batteva sul piatto doccia copriva il mio respiro sempre più pesante.
Nella mia testa, le immagini si accavallavano con una prepotenza assoluta. Rivedevo Anna, intrappolata sotto di me nel magazzino buio. Sentivo ancora la pressione del suo petto contenuto ma perfetto contro i miei pettorali sudati, il suo profumo di vaniglia e quello sguardo vivo, brillante, velato da un'eccitazione che non sapeva come gestire. L'idea di quella ragazza così timida e dolce, schiacciata dal mio peso con le labbra dischiuse, mi fece accelerare il ritmo.
Ma poi, il buio del magazzino lasciava il posto al vapore del bagno di Tracy. Risentivo la carne soda e umida dei suoi seni riempirmi le mani. Rivedevo i suoi capezzoli turgidi, la curva oscena e perfetta della sua vita a clessidra e quel sorriso perverso, da predatrice consapevole. "Vuoi farti una poppata, piccolo?" La sua voce mi rimbombò nel cervello, mischiandosi all'ansito di Anna.
Strinsi la presa, scivolando sulla mia pelle bagnata a un ritmo forsennato. L'acqua mi scorreva sul viso e sui muscoli tesi, ma io ero perso in un vortice di pura lussuria, sospeso tra il romanticismo trattenuto di Anna e la perversione esplicita di Tracy.
Il limite arrivò in fretta, un'onda inarrestabile.
Gemetti a denti stretti per non farmi sentire da Anto nell'altra stanza. Appoggiai la fronte contro le piastrelle umide della doccia e mi lasciai andare, travolto da un orgasmo intenso e liberatorio che mi svuotò i polmoni e mi fece tremare le gambe.
L'acqua scorreva via, lavando le ultime tracce del mio piacere mentre cercavo disperatamente di far tornare il battito cardiaco a una frequenza umana. Mi passai una mano tra i capelli bagnati, espirando a fondo, gli occhi ancora chiusi. Era solo il primo fottuto giorno. Quelle sette settimane sarebbero state un viaggio di sola andata per la follia.
Non feci nemmeno in tempo a formulare quel pensiero.
La serratura difettosa scattò con un rumore metallico e la porta del piccolo bagno si spalancò senza il minimo preavviso. Nessun colpo sul legno, nessuna esitazione.
«Ale, scusa, non trovo più il mio carica—»
Aprii gli occhi di scatto, girandomi di mezzo busto verso l'ingresso, il fiato ancora rotto, il corpo nudo e lucido sotto il getto dell'acqua, e la mano ancora fottutamente lì, abbassata sul mio inguine.
Anto si bloccò sulla soglia, letteralmente congelata. Le parole le morirono in gola. I suoi occhi si sbarrarono, scivolando in una frazione di secondo dal mio petto ansante, giù fino alla mia mano, comprendendo con assoluta e devastante chiarezza cosa avessi appena finito di fare.
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giovane ragazza che da poco si sta approcciando alla scrittura di racconti erotici. se volete scrivermi: [email protected] blog tumblr: https://www.tumblr.com/asiadu01
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