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Erotika
Il Nipote Perfetto · Cap. 5
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Capitolo 5 di 14 22 min di lettura

Una settimana in paradiso

Finalmente una settimana di libertà per Domenico e la sua amata nipotina. Sarà l'occasione giusta per sfruttarla al massimo e giocare finalmente secondo le proprie regole!

Forbidden_Fantasy
5 mesi fa · 1.2k letture · 0

Senza pensarci sù, guardai rapidamente le scatole impilate sotto la scarpa esposta, trovai subito il numero trentanove, presi la scatola e dopo averla aperta e guardato le scarpe riposte dentro, andai alla cassa facendo finta di niente.

La signora cinese mi guardò, forse un po’ meravigliata per l’articolo che le avevo portato, ma non disse nulla, chiese il totale ed io tirando fuori il portafoglio pagai in fretta, la signora imbustò la scatola e in pochi secondi ero fuori che camminavo verso casa con la busta in mano. Tornai a casa, andai diretto in camera e presi lo zainetto segreto. Tirai fuori la scatola dalla busta, sopra c’era disegnato un cuore rosso con scritto “Red Passion”. Per un attimo fui preso dal panico, lo zainetto sembrava troppo piccolo per le scarpe, ma poi appena le tolsi dalla scatola mi resi conto che mi sbagliavo. Mi spogliai completamente, rimasi solo con le calze e il reggiseno. Presi le scarpe e le provai, calzavano bene, anche se le sentivo leggermente strette, sicuramente si sarebbero allentate indossandole. Mi sedetti sul letto e mi guardai i piedi, il rosso fiammante delle scarpe quasi mi accecava da quanto erano lucide, la suola color crema era immacolata, quasi mi dispiaceva farle toccare il pavimento e farle sporcare un passo dopo l’altro. Mi alzai in piedi e iniziai a camminare. I tacchi nuovi risuonavano acuti ad ogni passo, sentivo la pianta del piede che poggiava sul suolo senza un minimo di sostegno, non era una sensazione piacevole, anzi, faceva piuttosto male. Mi fermai, guardai le scarpe, cavolo se erano belle! Sentivo il dolore sulla pianta del piede che aumentava. Andai di corsa verso la scarpiera, trovai una scatola, dove mamma teneva tutta una serie di lacci da scarpe, frugai dentro e trovai anche alcune confezioni di cuscinetti gel per scarpe con tacco. Ne trovai subito una che faceva al caso mio. Aprì la bustina, mi tolsi le scarpe e applicai i cuscinetti, quando rimisi le scarpe, sentì la scarpa molto più morbida. “Che sollievo...” dissi tra me e me.

Ripresi a camminare facendo passi molto più brevi e marcati. Facevo avanti e indietro nel corridoio, iniziai a sentire il tacco che premeva sul tallone, quel tacco era decisamente più alto dei soliti dodici o tredici centimetri  che usavano mamma o zia, erano molto più alte. Capì subito che se volevo godermele, dovevo imparare a camminarci, a tutti i costi. Ripresi la camminata cercando di non pensare ai talloni che mi facevano male.

“Certo saranno pure belle ma fanno un male....” dissi sottovoce cercando di non pensare al dolore. Andai a cercare altri cuscinetti gel da me nella zona del tallone, con quelli sembravano meno dolorose. Mi consolai pensando alla faccia che avrebbe fatto zio quando mi avrebbe visto con quelle scarpe ai piedi. Lo smalto rosso era d’obbligo, non potevo certo indossarle senza. Continuai a sculettare per casa, sperando di ammorbidire un po’ le scarpe, dopo quasi un’ora di camminata e con i piedini doloranti mi spogliai, piegai le calze, le mutandine e il reggiseno e misi tutto nello zainetto, per fortuna le scarpe entravano senza occupare troppo spazio. Misi tutto al solito posto, e dopo aver messo la tuta da casa, scesi a buttare la busta con la scatola delle scarpe per far sparire le prove del mio acquisto. Tornai a casa e guardai l’orologio, era quasi ora di pranzo, a breve mamma sarebbe tornata a casa. Facendo finta di niente mi vestì e uscì come se dovessi andare a lavoro. Invece di andare al bistrot tornai al grande parco a pochi isolati da casa, mi fermai a prendere un panino al chiosco vicino l’ingresso del parco e poi andai a sdraiarmi sotto un albero in una delle zone più tranquille del parco. Di solito in estate quella zona era la meta preferita degli studenti e degli amanti dei pic-nic all’aperto ma ora che era quasi autunno, era semi deserta. Mi sdraiai sul prato, dopo aver mangiato il panino, mi addormentai per qualche minuto e passai lì le ore di quello che una volta era il mio turno al bistrot, feci lo stesso nei giorni seguenti mentre i miei genitori m’immaginavano a lavoro. Alla fine, arrivò il fatidico giorno della partenza. Zia e la mamma si sentirono la sera prima, zia disse a mamma dei soliti dettagli riguardo alla partenza e di quanto non le andasse di partire e di quanto secondo lei quel viaggio fosse inutile. Per me invece era tutto l’opposto...!

Lunedì mattina mi svegliai con il suo buongiorno, come sempre.

 

“Buongiorno tesoro. Vieni a casa quando vuoi, io oggi tornerò verso le quattro a casa. Fatti trovare come solo tu sai fare...”

 

Tutto eccitato andai a fare una colazione veloce. Per fortuna che non c’era nessuno a casa, sia mamma sia papà erano già usciti per andare a lavoro, altrimenti credo che la mia esplosiva felicità li avrebbe insospettiti. Dopo aver mangiato, andai a lavarmi, feci il solito controllo dei peli superflui (l’ultima volta me n’erano sfuggiti un po’ e dovetti rimediare) e la solita pulizia rettale. Entrai in doccia e ne uscì dopo più di un’ora, passai tutto il tempo a lavarmi e toccarmi mentre in preda all’eccitazione pensavo a cosa mi aspettasse. Non resistetti alla tentazione e con l’acqua che scorreva, iniziai a infilare un dito dopo l’altro nel culo. Mentre me ne stavo chinato verso la parete della doccia spingevo con le dita per aprirmi sempre di più. Con una mano potevo sentire l’ano dilatarsi e con l’altra tenevo il doccino sempre fisso sul buco, strusciandolo e riempiendomi il culetto di acqua per sentirmi pieno e appagato. Il pisellino faceva su e giù, a tratti duro a tratti moscio, ma io non gli badavo e mi concentravo solo sul culo. La sensazione del culetto pieno era diventata una gioia oramai, già mi pregustavo con la bava alla bocca cosa mi aspettava nel pomeriggio. Mi resi conto di aver passato troppo tempo sotto la doccia e uscì ad asciugarmi. Non badai all’erezione che avevo, la ignorai. Mi sarei masturbato molto volentieri ma lasciai che la voglia restasse insoddisfatta, attesti finchè il mio cazzo non si calmò, il cuore smettesse di battere così forte e l’eccitazione non tornasse a nascondersi nel sottobosco di felicità, impazienza e passione. Mi asciugai i capelli, provando e riprovando più volte diverse acconciature facendo la riga prima da un lato e poi dall’altra, facendomi una coda, uno chignon dietro la testa oppure uno per lato con una bella riga in mezzo provando magari a lasciare due ciocche che penzolavano ai lati del mio viso. Alla fine vinse la solita riga laterale, avrei sicuramente avuto modo di provare altre pettinature durante la settimana.

Prendendomela comoda misi nuovamente lo smalto ai piedi, ovviamente il solito rosso. Feci tutto con la massima calma, senza quasi guardare l’orologio, sapevo che sarei uscito tranquillamente fingendo di andare a lavoro, avrei poi mandato un messaggio ai miei genitori per dirgli che dopo pranzo sarei rimasto fuori di casa e sarei tornato più tardi, forse anche dopo cena, così avrei passato l’intero pomeriggio con zio Domenico senza problemi. Presi il mio zainetto segreto dall’armadio e senza perdere tempo andai a casa di zio, di corsa come se ci fosse il rischio che qualcuno potesse vedermi e scoprirmi. Entrai lentamente sena fare rumore per paura che qualcuno potesse sentirmi. All’ingresso trovai un biglietto che lui mi aveva lasciato prima di uscire quella mattina per ricordarmi di fare come se fossi a casa mia e di sentirmi “libera”.

Ci volle un po’ ma lentamente mi lasciai andare e lo presi in parola. Andai in camera e mi spogliai completamente, presi dallo zainetto il completino nero e le collant e indossai il tutto. Iniziai a sentirmi più a mio agio. Zia aveva lasciato una vestaglia nera appesa dietro la porta, la notai subito e la feci mia. Con quella addosso andava ancora meglio e quando misi un paio di sandali che trovai ai piedi del letto, fu tutto perfetto. Erano dei semplici sandali color crema con una leggera zeppa e una fascia con un fiocco sul davanti ma erano comodissimi. Iniziai a girare così per casa, per fortuna le tapparelle erano tutte abbassate, mentre stringevo leggermente la cintura della vestaglia in vita lasciando aperta la scollatura. Sentivo il pizzo dei bordi della vestaglia a contatto con la pelle, quel leggero prurito e l’odore del profumo di zia Maddalena... andai a sdraiarmi sul letto, piegai le gambe e le incrociai, alzai appena un piede e vidi il sandalo che iniziò a dondolare mentre lo tenevo con le dita dei piedi.  Stare lì era bellissimo, senza niente e nessuno, semplicemente essere, in quel momento e lì. Le ore passavano ed io ero lì in attesa, ogni tanto mi accarezzavo le gambe, mi sistemavo le spalline del reggiseno e aspettavo che lui mi avvisasse per dirmi che stava arrivando, alla fine arrivò il messaggio. Tra una mezz’oretta massimo sarebbe tornato a casa. Mi alzai dal letto e andai in bagno, aprì il cassetto dei trucchi di zia e dopo una leggera passata di fondo tinta misi il mascara, feci un rapido contorno agli occhi con la matita e misi il rossetto rosso. Tutto di corsa, giusto per non essere completamente “sciatto”. Sistemai i capelli come al solito e andai in salone ad aspettarlo. I minuti sembravano non passare mai, eppure mancava poco. Alla fine sentì la serratura scattare e la porta si aprì.

Prima di andare avanti…

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