Anche se le sue parole mi avevano un po’ tranquillizzato, non la smettevo di essere nervoso. La cena si sarebbe tenuta a casa di Daniele quel sabato sera, esattamente tra due giorni. Per i miei genitori avevamo trovato una buona scusa: dissi che avevo effettivamente una cena a casa di amici e che quel giorno avrei lavorato a pranzo per poi andare a dare una mano a casa di chi avrebbe ospitato la cena per dare una mano con i preparativi.
L’ansia mi stava divorando. Domenico mi aveva detto di “sentirmi libera” e di non preoccuparmi. Potevo tranquillamente scegliere tra i vestiti di zia quello che per me potesse essere il più adatto alla cena, anche se il mio desiderio era trovare qualcosa che piacesse più a lui. Volevo essere “bella” per lui, volevo far fare a lui bella figura.
“Saprai scegliere bene tesoro mio, ne sono sicuro!” mi aveva detto.
Il giorno stesso della cena, dopo aver esaminato tutto l’armadio di zia, non riuscivo a trovare niente che mi piacesse. Spesso ripassavo in rassegna i vestiti anche nel pomeriggio quando anche lui era in casa, chiedendogli consigli, pareri su come mi stava questo o quell’altro, se gli piacessero di più le scarpe aperte o chiuse, ecc.
Dopo ore di domande, casualmente, fu lui a darmi la soluzione del dilemma.
“Piccola mia, perché non metti quella gonna e quella camicetta che indossasti la prima volta con me? Te le ricordi?” non ci avevo minimamente pensato.
“Oh, si che me le ricordo...” andai subito tirarle fuori dall’armadio e le misi sul letto. “Queste qui dici?”.
“Esatto tesoro proprio queste! Perché non ti vesti come quel pomeriggio? Andrà più che bene per la cena di questa sera ne sono sicuro.” disse conservando ancora tantissima pazienza.
“Bhè si, forse hai ragione, non ci avevo pensato. Si mi ricordo cosa indossavo, credo che potrebbe andar bene. Ma tra quanto dobbiamo uscire? Non ho idea da quanto tempo sto qui a provare i vestiti... ”.
“Abbiamo ancora un’ora e mezza tesoro prima di uscire, sta tranquilla, hai tutto il tempo per prepararti.” mi tranquillizzò ancora di più, non riuscivo a capire dove tirasse fuori tutta quella pazienza. Mi domandai se anche con la zia fosse così tranquillo e paziente.
Misi a posto tutti i vestiti che avevo tirato fuori, lasciando solo quello che mi serviva sul letto. Andai a farmi una doccia calda. Dopo essermi lavato con un bagno schiuma dalla lavanda e con uno shampoo all’Argan, usai un rasoio di zia per depilarmi. Feci un altro clistere per sicurezza, come prevedeva la solita abitudine, asciugai i capelli e ripassai il classico smalto rosso su mani e piedi.
Andai in camera con addosso solo l’accappatoio rosa di zia e iniziai a vestirmi. Misi il reggiseno con dentro le coppe imbottite e feci scivolare i collant a rete lungo le gambe, sistemai il pisellino facendolo uscire da una delle larghe maglie della rete e poi misi le mutandine facendo attenzione a far sparire nel mezzo delle gambe. Avevo il sentore che dopo la cena, tornati a casa ci saremmo divertiti con zio e volevo farmi trovare pronto... indossai la camicetta e dopo aver chiuso i primi bottoni fino alla scollatura, tirai su e allacciai la gonna. Dopo aver infilato i sandali, andai in bagno per il trucco. Guardandomi allo specchio notai subito l’imbottitura nel reggiseno, era da quel pomeriggio che non usavo più le coppe imbottite, l’effetto che facevano mi piaceva tantissimo. Mi toccai più volte i seni come per sentire come fossero. Pensai che fossi stato stupido ad averle usate una sola volta. Chiusi gli ultimi bottoni lasciando intravedere la scollatura.
Iniziai a mettere il fondotinta, poi il colore sulle guance, dedicai tempo agli occhi per il mascara e il rimmel e poi alla fine passai il rossetto sulle labbra. Non era nulla di che, il solito trucco che facevo sempre, anche se questa volta mi avrebbero visto degli sconosciuti e la cosa mi mandava quasi nel panico. Rimasi immobile a fissare la mia immagine allo specchio. In quel momento sulla porta del bagno comparve Domenico, mi guardava a bocca aperta.
“Che ti avevo detto? Sei perfetta..!” mi passò gli occhiali. “Ti mancano solo questi...”. Presi gli occhiali e li misi sul naso. Tirai i capelli indietro per fare la coda e poi sfilai le ciocche da lasciare libere lungo i lati del viso. Sistemai gli occhiali e guardandomi attentamente capì il motivo dello stupore di Domenico, adesso in questo modo quasi non mi riconoscevo. Il cuore mi batteva fortissimo, nello specchio non c’ero più io ma un’altra persona. Guardai Domenico, lui si era vestito mentre io ero stato impegnato a truccarmi, aveva messo un completo spezzato con pantalone blu e giacca grigia, con una camicia bianca sotto. Stava benissimo così, era più affascinante che mai.
“Tra poco dobbiamo andare tesoro. Io vado a prendere la macchina, ti aspetto con il motore acceso davanti al cancello. Aspetta cinque minuti dopo che sono uscito io e poi vieni fuori. Chiudi la porta al volo senza fare troppo rumore e poi raggiungimi subito.” annuì senza dire una parola. Lui prese le chiavi della macchina e uscì senza aggiungere altro. Nell’attesa, andai in camera e dall’armadio tirai fuori una piccola borsetta nera nella quale misi il cellulare e le chiavi di casa. Dall’armadio presi un blazer di pelle nera, indossandolo notai che le maniche erano un po’ corte, ma non si notava tantissimo. Aspettai qualche minuto, poi presi le chiavi di casa, guardai dallo spioncino se ci fosse qualcuno nel corridoio e uscì lentamente. Cercavo di non fare troppo rumore con i tacchi, tirai lentamente la porta e piano piano feci scattare la serratura. Iniziai a camminare, il rumore dei tacchi per quanto facessi piano si sentiva comunque ma io cercai di non perdere tempo e andai dritto verso il portone. Non incontrai nessuno per fortuna. Aprì il portone e camminai lungo il viale del cortile, in fondo c’era la macchina di Domenico appena dopo il cancello. Percorsi tutto il viale guardando in basso, alzando lo sguardo appena per vedere quando mancasse al cancello. Arrivai ad aprire finalmente il cancello con il cuore che batteva a mille, avevo paura che qualcuno passasse in quel preciso istante e mi vedesse salire sulla macchina di Domenico, oppure che qualcuno, magari nascosto dietro a qualche finestra potesse vedermi. Tirai la maniglia della portiera e salì a bordo. Mi sedetti, chiusi lo sportello e Domenico partì subito.
“Allora? Come ci si sente ad uscire per la prima volta?” mi chiese.
“Eh... diciamo... eccitante!” risi con il cuore che batteva forte. Iniziammo ad allontanarci da casa, la macchina si muoveva senza incontrare nessuno, sembrava come se il caso avesse voluto farci allontanare senza occhi indiscreti.
“Quanto ci vorrà ad arrivare?” domandai.
“Un quarto d’ora circa, non sembra esserci traffico, magari anche meno se siamo fortunati.” mi rispose.
La strada continuava a essere libera e tutti i semafori che incontravamo sembravano essere impostati automaticamente sul verde. Guardavo la strada davanti a me, senza girare troppo la testa per paura di incrociare lo sguardo di qualcuno. Zio Domenico mi mise una mano sulla coscia, istintivamente misi la mia mano sopra la sua e risalì lentamente sotto la gonna, sentì le sue dita accarezzarmi il pube e poi ritirarsi velocemente per tornare sulla coscia. Quel piccolo contatto bastò a farmi correre un brivido ungo la schiena, come se tutta la situazione non bastasse già a farmi tremare. Non scambiammo una parola durante tutto il tragitto, solo sguardi e mani.
“Siamo arrivati, quello è il palazzo.” indicò un palazzo verde, sarà stato alto circa sette o otto piani. “Ora cerchiamo parcheggio e poi andiamo subito su”.
