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Erotika
Il Nipote Perfetto · Cap. 10
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Capitolo 10 di 14 36 min di lettura

Le prime lezioni di Monica

Monica ha molto da insegnare a Luana. Sarà un'insegnante perfetta per lei, esattamente ciò di cui aveva bisogno per diventare finalmente la compagna che lo zio Domenico ha sempre sognato.

Forbidden_Fantasy
5 mesi fa · 763 letture · 0

Era passata appena una settimana, alla fine avevo confessato ai miei genitori di non lavorare più al bistrot mentendo e dicendo che insieme a me erano stati licenziati anche un altro paio di camerieri. Secondo proprietario il lavoro era diminuito e non poteva più permettersi altri dipendenti oltre a quelli essenziali. Poco male alla fine, mamma e papà m’incoraggiarono ad andare avanti e a non lasciarmi buttare giù da quel licenziamento.

“Sono cosa che succedono ma devi sempre andare avanti, non c’è altra soluzione. Vedrai che chiusa una porta si aprirà un portone!” mi disse papà, aveva ragione in effetti, anche se io vedevo questo portone in Monica e zio Domenico. Oramai passavo le mie giornate a casa e al parco, cercando di correre un po’ per rimettermi in forma, mentre la sera uscivo con gli amici senza mai fare troppo tardi e senza bere un goccio d’alcool se non una volta ogni tanto. Anche loro sapevano che stavo cercando di dimagrire e m’incoraggiavano. Domenico in quei giorni purtroppo lavorava molto, i nostri soliti incontri diminuirono ancora di più, anche se ogni tanto riuscivamo a incontrarci nella solita scala anti incendio per dei rapidi pompini, mi dispiaceva tantissimo non poterlo più soddisfare come facevo di solito, mi rendevo conto che dispiaceva anche a lui nonostante cercasse di far finta di niente. Ci scambiavamo qualche messaggio veloce durante la giornata, sapevo che ovviamente non poteva rischiare e cancellava tutto quello che gli mandavo dopo averlo letto. Era difficile cercare di sopportare quell’improvvisa lontananza da Domenico dopo una settimana come quella che avevamo passato insieme, soprattutto dopo quel sabato sera, culmine perfetto per una settimana perfetta. Andare a correre al parco era un ottimo passatempo, mi teneva impegnato e soprattutto mi distraeva nonostante i miei pensieri fossero fissi su Domenico, ma almeno correre mi aiutava a ignorarli quel tanto che bastava per non essere sempre e costantemente eccitato. Appena due giorni dopo quella domenica pomeriggio passato con Monica, mi ero reso conto che avevo passato le precedenti quarant’otto ore a ripensare ininterrottamente a quel fine settimana, masturbandomi di continuo e tormentando il mio culetto (una mattina ero così eccitato che arrivai ad infilarmi dentro anche quattro dita nel mio ano mentre mi masturbavo) senza nemmeno dargli il tempo di riprendersi dagli sforzi fatti nell’ultima settimana. Il pomeriggio del secondo giorno ero così sfinito che la mia cappella e il mio ano erano completamente arrossati, per non parlare del dolore alla palle. Capì di aver esagerato, non potevo certo andare avanti in quel modo. Mi misi in testa di cambiare radicalmente dal giorno dopo, infatti, quella stessa sera andai a letto presto e il giorno dopo mi svegliai fresco come una rosa, indossai i leggins e una t-shirt bianca e andai a correre al parco. Fu difficile spezzare il fiato ma quando ci riuscì, non mi fermai più e dopo aver corso una mezz’ora abbondante, me ne tornai a casa felice e soddisfatto. Prima di mettermi sotto la doccia provai alcuni esercizi di aerobica e corpo libero, soprattutto per l’addome, gambe e glutei. Ci tenevo molto a rassodare quelle parti e nonostante fosse faticoso, non demordevo. Il pomeriggio lo passavo dando una mano a mamma in casa oppure andando a fare qualche commissione mentre la sera uscivo raramente, usando la scusa di voler risparmiare un po’ e salvaguardare quei pochi soldi guadagnati con il lavoro al bistrot. Mamma e papà non si rifiutavano certo di aiutarmi, quando dovevo uscire con gli amici, mi davano sempre qualcosa, sapevano che volevo risparmiare ma comunque non volevano che uscissi di casa senza soldi. A poco servivano i miei rifiuti, ci rimanevano male se non accettavo quei venti o quindici euro che mi davano al volo prima che uscissi da casa, per loro era una questione di principio. “Quando troverai un nuovo lavoro, userai i tuoi soldi, non c’è nulla di male se ti diamo un piccolo aiuto ogni tanto!” era la risposta che mi dava mamma tutte le volte che cercavo di rifiutare gentilmente i suoi soldi. Alla fine quasi tutti i loro piccoli aiuti finirono nel mio salvadanaio, insieme ai soldi di Domenico che ancora non mi decidevo a toccare. Un pomeriggio dopo aver pranzato decisi di andare a fare una bella passeggiata al solito parco, quella mattina non ero andato a correre e non avevo fatto esercizi, diedi una sistemata alla mia stanza e in generale alla casa per aiutare mamma con le solite faccende. Avevo deciso che quel giorno mi sarei riposato e avrei fatto due passi al parco, magari fermandomi sotto il solito albero per leggere un libro e rilassarmi. Misi il reggiseno e le mutandine nere, una t-shirt bianca, i leggins push up (per mia fortuna erano un modello sportivo anche se femminile, quindi non davo molto nell’occhio), la felpa della tuta e per finire mi coprì con un pesante e coloratissimo maglione con la zip che avevo rubato qualche tempo prima a mio padre. Era un modello nepalese che aveva comprato molti anni prima durante un viaggio in Asia, a lui oramai andava stretto e aveva deciso di darlo a me. Misi nel mio zaino anche una sciarpa e un cappello oltre al libro. Oramai le giornate iniziavano a essere sempre più corte e le temperature sempre più basse. Uscì da casa velocemente e mentre scendevo le scale, mi toccai appena il culetto. Sentì l’effetto push up, avevo due chiappe belle sode, molto più del solito. Non persi tempo, chiamai subito l’ascensore al piano e una volta dentro mi guardai allo specchio, notai come i leggins mi facevano il culo più sodo e grande del solito, erano i primi frutti degli esercizi che facevo dopo la corsa. Dopo quella bella visione uscì dall’ascensore e corsi giù per le scale fino al portone più felice di prima. Camminai rapidamente in strada, sentì il vento freddo che iniziava ad alzarsi, andando verso l’ingresso del parco passai davanti al negozio cinese, dove avevo comprato le decolleté rosse. Sostai per un attimo davanti alla porta d’ingresso, indeciso se entrare o no, del resto non avevo nulla da fare, alla fine decisi di perdere qualche minuto ed entrai. Il parco non andava certo da nessuna parte... la signora cinese in cassa mi salutò, le risposi e poi andai a perdermi tra i corridoi. Guardavo gli scaffali senza nemmeno sapere cosa cercassi davvero finchè non arrivai di nuovo al reparto dell’abbigliamento. Improvvisamente mi trovai davanti allo scaffale con l’intimo femminile, esitai un minuto guardando velocemente tutti i reggi seni esposti, camminando lentamente fino ad arrivare alle calze e a quei completi e tutine e rete ma alla fine mi trovai davanti  ad una vestaglia nera di raso, appesa su una stampella. Colpì subito la mia attenzione, era molto simile a quella di zia Maddalena, con dei bordi in pizzo molto semplici. La guardai per un attimo, poi timidamente presi la stampella. Sembrava troppo grande per me, anche con i tacchi la vestaglia avrebbe toccato il pavimento. L’etichetta all’interno diceva che quella era una taglia unica, la rimisi al suo posto a malincuore ma appena mollai la presa, notai che poco più avanti erano appesi altri modelli. Trovai una bellissima vestaglia nera, in raso delle strisce di pizzo che partivano dai seni e salivano su lungo le spalle fino a perdersi nella schiena, che era tutta lasciata quasi a nudo da una porzione di pizzo ancora più grande che finiva in un semicerchio appena sotto la cintura. Sicuramente avrebbe lasciato quasi a nudo la schiena per intero e una leggera parte del sedere. Presi la stampella, aprii velocemente la zip del maglione e mi poggiai la vestaglia addosso. Sembrava starmi bene, arrivava appena a metà coscia. Mi guardai intorno, non c’era nessuno, chiusi la zip del maglione ed andai verso la cassa. Davanti a me c’era un signore che stava chiedendo informazioni alla signora cinese su alcune pellicole protettive per il telefono, sembrava non capire quello che la signora cinese le stava dicendo. Tenni la stampella con la vestaglia più in basso che potevo per non farla vedere, avevo paura che quell’uomo mi vedesse e capisse cosa stavo comprando. Alla fine pagò di corsa e se ne andò, forse non si accorse nemmeno della mia presenza. Timidamente misi la stampella sul bancone della cassa, la signora cinese guardò il cartellino.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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