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Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 8
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Capitolo 8 di 10 22 min di lettura

Tre Ore da Fidanzata

Una notte sospesa tra ricatto, desiderio e normalità rubata porta Giulia nel letto di Franci.
Tra oggetti lasciati da Erika e attenzioni proibite, il confine tra gioco e scelta diventa sempre più pericoloso.

Alessia
2 mesi fa · 1.4k letture · 1

Rimasi zitto, il respiro bloccato in gola. Lei indurì lo sguardo, aggiungendo la lama finale: «Voglio vedere cosa ha lei quando non ci sono io.»

Una rabbia sorda mi montò nel petto. Non sopportavo che usasse Erika come metro di paragone per misurare il proprio valore. «Tu non vuoi me,» le sputai addosso, duro. «Tu vuoi solo dimostrare di poter essere lei.»

Giulia scosse la testa, un movimento secco. «No. Voglio dimostrare che posso essere scelta anche se non sono lei.»

Quella risposta mi disarmò. Chiariva il suo vero, disperato desiderio: non voleva sostituire la sorella al cento per cento. Voleva semplicemente smettere di essere lo scarto, l'ombra, la cosa laterale e sbagliata da usare nei ritagli di tempo.

Mi oltrepassò, camminando verso la camera da letto. La seguii, come trascinato da un filo invisibile.

Appena entrò, Giulia vide il letto intatto. Poi, i suoi occhi scattarono sul comodino. Fece due passi, allungò la mano e prese la boccetta azzurra del lubrificante di Erika.

«Questo è suo,» constatò, la voce piatta.

«Mettilo giù,» le ordinai, sentendo una fitta di vergogna.

Giulia non lo buttò. Lo riappoggiò sul legno con estrema delicatezza. Poi, prese il suo telefono, con lo schermo acceso sulla chat, e lo posò esattamente lì accanto. Il lubrificante e il messaggio non consegnato. La fiducia e il ricatto. Era l'altare grottesco del nostro triangolo malato, illuminato dalla luce giallastra della lampada.

«Lei ti ha lasciato una promessa,» mormorò Giulia, fissando i due oggetti. «Io ti ho lasciato una scadenza.» Si voltò a guardarmi, gli occhi lucidi. «Però lei può lasciarti le cose. Io devo minacciarti per farmi aprire la porta.»

Era tossica. Era manipolatrice. Ma era fottutamente, tragicamente umana.

Si voltò verso il materasso. «Quando lei viene qui, dove si mette?» chiese.

«Giulia, basta.»

«No. Voglio saperlo.»

Feci un respiro profondo, esasperato. Feci un cenno con il mento verso la parte sinistra del letto, quella più vicina alla finestra. Giulia non esitò. Si avvicinò e si sedette proprio lì, al centro esatto dello spazio di sua sorella, le mani appoggiate sulle cosce. «E tu cosa fai?»

«Dipende,» risposi, restando in piedi, rigido.

«Allora fai una cosa normale,» mi sfidò, la voce che si incrinava appena.

«Normale?»

«Sì. Una cosa da fidanzato.»

Mi sentii un pezzo di merda. Ero abituato a prenderla con forza, a zittirla, a piegarla negli angoli bui. Non ero abituato alla tenerezza alla luce del sole. Mi avvicinai lentamente. Mi sedetti sul bordo del letto, accanto a lei. L'aria condizionata della sala non arrivava bene in camera, e il calore dei nostri corpi iniziò a fondersi. Allungai le mani e le sfilai le scarpe da ginnastica, gettandole sul tappeto. Poi, alzai una mano. Esitai un istante prima di affondare le dita nei suoi capelli neri e scompigliati. Glieli accarezzai, spostandoli dal collo madido di sudore.

Giulia si irrigidì all'istante sotto il mio tocco. I suoi muscoli si tesero come corde di violino; non era abituata a essere sfiorata senza provocazione, senza rabbia o lussuria cruda.

E infatti, il suo istinto di difesa scattò per rovinare tutto. «Con lei ti viene più facile?» sussurrò, velenosa.

La guardai. Ma non risposi alla provocazione. Spostai la mano dai suoi capelli al suo viso. Il mio pollice sfiorò, con una delicatezza che non sapevo di avere, il segno rosso e livido che le avevo lasciato sulla guancia. La colpa mi invase, densa e opprimente. L'avevo colpita. Avevo segnato la sua pelle perfetta.

Giulia chiuse gli occhi al mio tocco, il respiro che si faceva tremante. «Non guardare quello,» sussurrò.

«L'ho fatto io.»

«Lo so.» Riaprì gli occhi, fissando i miei. Il veleno era sparito, sostituito da una nudità emotiva devastante. Abbassò la voce, quasi implorando. «Però adesso guardami come se non fosse l'unica cosa che vedi.»

Era tornata in sé. Non voleva essere il ricatto. Non voleva essere lo schiaffo. Non voleva essere il messaggio in sospeso. Voleva solo essere guardata. Voleva essere lei.

E io la guardai. Feci scivolare entrambe le mani lungo il suo collo, accarezzandole la gola, e mi chinai su di lei. Le mie labbra sfiorarono le sue, chiuse, in un bacio casto, esitante. Giulia emise un piccolo sospiro, socchiudendo la bocca, e io mi presi lo spazio che mi offriva.

Non ci fu l'impeto violento delle altre volte. Fu un bacio profondo, lento, sensuale. Le nostre salive si mescolarono in un ritmo intimo e prolungato che sapeva di sale e di resa. La spinsi dolcemente all'indietro, facendola stendere sul materasso, seguendo il suo corpo con il mio.

Le baciai il mento, la linea della mascella, scendendo sul collo, assaporando il gusto della sua pelle accaldata. Le mie mani non la strattonarono. Iniziarono a esplorare il suo corpo con una reverenza che la fece gemere sommessamente.

Sfilai il bordo della sua canottiera, accarezzando la pelle piatta del ventre, risalendo fino a sfiorare il pizzo del reggiseno. Lo slacciai con un movimento fluido, liberando i suoi seni piccoli, alti e sodi, dai capezzoli già turgidi e reattivi. Li presi tra i palmi, stringendoli con fermezza ma senza brutalità, massaggiando la carne giovane mentre la mia bocca tornava a impossessarsi della sua.

Giulia ansimava contro le mie labbra, le braccia morbidamente avvolte attorno alle mie spalle. Scivolai con una mano lungo il suo fianco, accarezzando la curva della vita per poi scendere sui suoi jeans. Le afferrai una natica, stringendo il culo sodo e perfetto attraverso il tessuto, impastando la carne con un movimento circolare che la fece inarcare contro il mio bacino.

«Franci...» sussurrò, il mio nome che le usciva come una preghiera laica.

Mi staccai dalle sue labbra per guardarla. Era bellissima, stesa sulle lenzuola di casa mia, gli occhi semichiusi, il respiro corto, il petto che si alzava e si abbassava sotto i miei tocchi lenti e carichi di desiderio. Per la prima volta, non si stava nascondendo. Non stavamo lottando contro il tempo, contro lo spazio o contro l'ombra di qualcun altro.

Le stavo dando esattamente ciò che aveva ricattato per avere. La stavo toccando come se fosse l'unica donna al mondo. Come se fosse la mia fidanzata. E l'erotismo di quella finta normalità era la droga più potente e letale che avessimo mai provato.

Il respiro di Giulia si era fatto pesante sotto le mie mani. La stavo accarezzando con una lentezza che non ci apparteneva, assecondando la sua disperata richiesta di normalità, ma il mio cervello non riusciva a spegnersi. Mentre le baciavo il collo, scendendo verso la clavicola, i miei occhi scattarono oltre la sua spalla, puntando di nuovo verso il comodino. Verso lo schermo nero del suo telefono, appoggiato accanto alla boccetta azzurra.

Giulia si irrigidì. Sentì il mio corpo distrarsi, sentì il mio sguardo scivolare via dalla sua pelle. Mi spinse leggermente il petto con i palmi, allontanandomi di qualche centimetro.

«Stai ancora pensando al messaggio,» constatò, la voce che tremava di una delusione amara. Prima, in corridoio, avrebbe goduto di quel potere. Ora, invece, le faceva solo male.

Non provai a mentirle. Eravamo andati troppo oltre per le bugie di circostanza. «È difficile non farlo, Giulia.»

Lei incassò il colpo sbattendo le palpebre. Guardò il soffitto per un secondo, poi riportò i suoi occhi scuri sui miei. «Quindi sei qui per quello.»

«No,» risposi d'istinto.

«Bugia.»

Era una crepa insanabile. Giulia aveva appena capito la trappola in cui si era rinchiusa da sola: il ricatto mi aveva costretto ad aprirle la porta di casa, ma finché quell'arma restava sul comodino, le avrebbe sempre impedito di sapere se la stavo toccando perché la volevo davvero, o solo per salvare la mia fottuta vita. Il messaggio aveva smesso di essere il suo scudo ed era diventato il suo ostacolo.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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