I nostri respiri erano pesanti, confusi col rumore della risacca. L'adrenalina di farlo alla luce del sole, in mezzo al mare, pur sapendo che a un centinaio di metri di distanza le altre potevano voltarsi, era un afrodisiaco letale. La scopata si fece brutale, istintiva. Le nostre pance sbattevano sotto l'acqua creando piccoli vortici silenziosi.
La sentii irrigidirsi contro il mio bacino. Le sue pareti si strinsero attorno al mio sesso con spasmi ritmici e violenti. «Vengo... Franci, vengo!» ansimò Erika, mordendomi la spalla per trattenere un urlo mentre il suo corpo veniva scosso dall'orgasmo.
Quel contatto serrato e la sua voce rotta furono la fine. Mi spinsi dentro di lei un'ultima, profondissima volta, e mi svuotai. Il mio seme si perse nel suo calore, denso e pulsante, in netto contrasto con l'acqua fredda del mare. Rimanemmo così, avvinghiati, i respiri corti, i petti che si alzavano e si abbassavano all'unisono sotto il sole a picco, cullati dalle onde, in un momento di perfezione assoluta che apparteneva solo a noi due.
Ma mentre riaprivo gli occhi e baciavo dolcemente la spalla di Erika, il mio sguardo scivolò involontariamente verso la spiaggia bianca. Tre sagome erano sedute sotto l'ombrellone. E sebbene fosse impossibile scorgere i dettagli da quella distanza, ebbi la netta, raggelante sensazione che Sofia stesse guardando dritto verso di noi.
Rimanemmo avvinghiati l'uno all'altra, cullati dal dolce dondolio del mare, mentre il battito dei nostri cuori rallentava all'unisono. Le nostre bocche si cercarono di nuovo, quasi per istinto, unendosi in un bacio profondo e vorace.
Le nostre lingue iniziarono a danzare intrecciandosi con passione, scambiandosi il sapore acuto del sale e quello dolce e crudo del nostro sesso appena consumato. Le mie mani scivolarono dai suoi fianchi fino ad affondare nei suoi capelli bagnati, tenendola stretta contro di me, mentre lei mi mordicchiava il labbro inferiore con una foga che mi fece fremere. Fu un limone intenso, disperato e bellissimo, un tentativo fisico di sigillare quell'attimo di purezza lontano dalle ombre che ci aspettavano a riva.
Dopo qualche minuto, Erika si staccò a malincuore, il fiato ancora un po' corto e le guance arrossate non solo per il sole. Mi sorrise, passandosi il dorso della mano sulle labbra gonfie. «Ok, materassino mio, sei stato fantastico, ma mi hai consumato tutte le energie,» ridacchiò, sistemandosi i laccetti del pezzo di sopra del bikini con un movimento sensuale che mi fece quasi venire voglia di ricominciare. «E ora ho un languorino che non ti dico. Se non metto qualcosa sotto i denti, svengo qui in mezzo al mare.» «Ai tuoi ordini,» le risposi, dandole un ultimo, morbido bacio a stampo. «Torniamo a riva.»
Uscimmo dall'acqua mano nella mano, i corpi madidi che brillavano sotto la luce accecante del mezzogiorno. Sentivo i muscoli piacevolmente indolenziti e un senso di profonda, seppur malata, invincibilità. Avevo Erika. L'avevo appena fatta godere in mezzo al mare, la amavo e lei amava me. Tutto il resto era solo rumore di fondo.
Raggiungemmo l'ombrellone dove le altre avevano già allestito un piccolo banchetto improvvisato sulla sabbia: focacce farcite, tranci di pizza e contenitori di insalata di riso estratti dalla borsa termica. «Era ora! Stavamo per divorare anche la vostra parte,» esclamò Sara, addentando un pezzo di focaccia. Lara mi lanciò un'occhiata fugace da dietro i suoi occhiali da sole, un misto di sottomissione e curiosità, ma la ignorai deliberatamente.
Mangiammo tutti insieme, seduti in cerchio sui teli mare. Il pranzo scivolò via tra chiacchiere leggere, aneddoti del liceo e risate. Io ed Erika eravamo seduti vicinissimi, le nostre cosce nude che si sfioravano costantemente. Ogni volta che i nostri sguardi si incrociavano, c'era una scintilla di complicità inequivocabile. Le passai un tovagliolo, lei mi imboccò con un pomodorino, ridendo quando feci finta di morderle le dita. Eravamo radiosi, racchiusi in una bolla di affetto e tenerezza che sembrava impermeabile a tutto.
Il primo pomeriggio portò con sé quella tipica pigrizia post-pranzo, amplificata dal calore del sole e dal rumore ipnotico della risacca. Sara si mise le cuffiette, sdraiandosi a pancia in giù per abbronzarsi la schiena, mentre Lara prese un e-reader, isolandosi nel suo mondo.
Erika si rannicchiò accanto a me. Io ero sdraiato a pancia in su e lei appoggiò la testa esattamente nell'incavo della mia spalla, stendendo un braccio sul mio petto. «Sei bellissimo con i capelli tutti arruffati dal sale,» mi sussurrò all'orecchio, sfiorandomi il collo con la punta del naso in un gesto di una dolcezza disarmante. «E tu sei la creatura più sexy che abbia mai messo piede su quest'isola,» le risposi a bassa voce, iniziando ad accarezzarle la schiena nuda. Tracciavo linee invisibili lungo la sua spina dorsale, sfiorando la pelle dorata e bollente, scendendo fino a lambire l'elastico del costume. Lei emise un piccolo sospiro di benessere, stringendosi ancora di più a me. C'era un feeling perfetto, una connessione emotiva e fisica che vibrava in ogni nostro piccolo tocco.
Ma quella bolla di felicità incontaminata non passò inosservata.
Poco più in là, seduta a gambe incrociate sul suo telo, Sofia ci stava fissando. Teneva in mano una mezza mela, ma non la stava mangiando. Il suo sguardo, privo della solita maschera di fredda superiorità, tradiva un fastidio viscerale. Le sue labbra perfette erano strette in una linea dura, e i muscoli della mascella erano contratti.
Sofia prosperava nel caos, nella sottomissione e nella distruzione psicologica. Vedermi distrutto, paranoico e colpevole le dava potere. Ma vedermi così sereno, rinvigorito, fottutamente innamorato e unito alla mia ragazza dopo aver eseguito i suoi ordini malati era un insulto al suo ego. Non stava funzionando come voleva lei. Non ero un cucciolo tremante, ma un uomo che aveva appena scopato la sua fidanzata e ora la coccolava con una dolcezza che la faceva sentire tagliata fuori, impotente di fronte a un amore reale.
Piantò le unghie smaltate nella polpa della mela, incrinando la buccia con un rumore sordo. «Che scena diabetica,» sputò fuori Sofia, la voce carica di un sarcasmo affilato, progettato per rompere quell'incanto. «Attenti a non sciogliervi al sole, voi due. L'amore eterno fa sudare.»
Erika sollevò appena la testa, guardandola con un sorriso indulgente, totalmente ignara del veleno reale che si celava dietro quelle parole. «Sei solo invidiosa perché ross non è qui, Sofi,» ribatté Erika, scherzando e tornando a posare la guancia sul mio petto.«non prendertela perché la mia relazione va bene!»
I miei occhi incrociarono quelli di Sofia. Il suo sguardo si fece letale, un abisso di oscurità e promesse di vendetta. Aveva incassato il colpo della sua amica, ma la rabbia fredda che le leggevo in faccia era una sentenza chiara. Non avrebbe tollerato quella mia ribellione silenziosa ancora per molto. L'illusione di aver toccato il fondo stava per scontrarsi con la creatività sadica di una mente che odiava perdere il controllo.
Il sole calante del tardo pomeriggio aveva avvolto la spiaggia in una luce dorata e densa. Il ritmo ipnotico delle onde e il calore avevano fatto il loro dovere: Erika si era addormentata profondamente al mio fianco, il petto che si alzava e si abbassava con regolarità. Più in là, Sara e Lara giocavano a carte sotto l'ombrellone, mentre Sofia sembrava completamente assorbita dal suo telefono, probabilmente intenta a chattare con Ross.
Mi sollevai piano per non svegliare Erika. Avevo bisogno di sgranchirmi le gambe e di svuotare la vescica. Feci un cenno distratto alle ragazze e mi incamminai verso la scogliera di granito che chiudeva la caletta, cercando un po' di privacy dietro gli enormi massi chiari, lontano da sguardi indiscreti.
Raggiunsi un anfratto nascosto, dove l'ombra offriva un po' di tregua dal caldo asfissiante. Slacciai il costume e, con un sospiro di sollievo, iniziai a urinare contro la roccia. La mia mente era ancora avvolta in quella falsa bolla di sicurezza che mi ero costruito. Ero quasi rilassato.
