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Erotika
Schiavo Delle sue Amiche · Cap. 11
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Capitolo 11 di 11 24 min di lettura

La Stanza di Sara, l’Ordine di Sofia

Dopo una notte di colpa e desiderio, Franci si ritrova stretto tra la rabbia di Sara, il disgusto di Lara e il controllo sempre più feroce di Sofia.
Ma l’ultimo ordine supera ogni limite, trasformando il ricatto in una guerra aperta.

Alessia
2 mesi fa · 749 letture · 0

Sulla soglia, immobile come una statua di sale, c'era Lara. Era bianca in volto, quasi diafana. Indossava gli stessi vestiti della sera prima. I suoi piedi nudi sembravano incollati al pavimento. I suoi occhi erano rossi, gonfi e cerchiati da occhiaie violacee: i segni inequivocabili di una notte passata interamente sveglia, a raccogliere dal pavimento i frammenti della sanità mentale di Erika.

Il gelo calò nella stanza, paralizzandoci tutti. La vergogna mi investì come un getto di acido. Vidi Sara sgranare gli occhi e tirarsi subito giù la maglietta, il respiro che le si bloccava in gola. Per tre, interminabili secondi, Lara si limitò a fissarci. Fissò i nostri corpi, il lenzuolo sporco, i vestiti strappati sul pavimento. E capì. Capì tutto all'istante.

«No.» Fu un sussurro spezzato. Il suono di un'anima che si arrendeva all'orrore. Mi tirai su a sedere, il panico che mi accecava. «No, ditemi che non è vero,» implorò Lara, la voce che iniziava a tremare, scuotendo la testa come per scacciare un incubo.

Ma l'incubo era reale, e puzzava di tradimento. La disperazione di Lara si trasformò istantaneamente in una furia cieca, un'esplosione di rabbia che non le avevo mai visto addosso. «Tu ieri le hai dato uno schiaffo!» urlò, puntando un dito tremante contro di me. Scattai in piedi, inciampando nel lenzuolo. «Lara, ti prego...» «Le hai distrutto la testa!» continuò lei, ignorandomi, la voce che le si spezzava per i singhiozzi rabbiosi. «L'hai lasciata tremare sul pavimento del bagno tutta la cazzo di notte, a piangere come se fosse colpa sua! L'hai annientata! E poi sei venuto qui?»

Spostò lo sguardo su Sara. Il suo viso era una maschera di disgusto assoluto. «Con lei?» sputò Lara, come se quella parola le bruciasse la lingua.

Poi fece un passo verso la sua compagna di stanza. Sara era seduta sul bordo del letto, le ginocchia al petto, pallida come un cadavere. Lara la guardò dall'alto in basso e sferrò il colpo di grazia. «E tu? Tu sei salita a consolarla mentre crollava, o sei venuta qui sotto a finire il lavoro?»

Fu una frase di una cattiveria inaudita, ma brutalmente perfetta. Sara incassò il colpo chiudendo gli occhi. Per un istante, vidi la vergogna pura schiacciarla, farla vacillare. Ma Sara era una sopravvissuta. Se l'orrore l'aveva piegata, la necessità di restare lucida per combattere Sofia la fece raddrizzare. Si indurì. La sua espressione si chiuse come una cassaforte. Si alzò in piedi, sistemandosi la maglietta stropicciata, e guardò Lara dritta negli occhi.

«Hai ragione a odiarci,» disse Sara, la voce fredda, priva di qualsiasi inflessione. Lara scoppiò in una risata secca, amara, che raschiava la gola. «Oh, grazie. Mi sento decisamente meglio ora,» rispose, le lacrime che le rigavano le guance.

Feci un passo avanti, disperato, alzando le mani in segno di resa. Dovevo arginare quell'emorragia, dovevo farle capire che non eravamo due mostri che avevano pianificato quell'inferno. «Sara, Lara, ascoltatemi, devo spiegare—» Sara si voltò verso di me con la rapidità di un serpente. Mi piantò una mano sul petto. «Tu zitto.» «Ma Sara, cazzo, lei deve sapere che—» «No!» mi abbaiò contro, gli occhi che mandavano scintille. «Tu adesso sparisci.»

Rimasi immobile, la bocca mezza aperta. Mi stava estromettendo. Mi stava sbattendo fuori dalla scena, tagliandomi via dall'equazione femminile. «Ho detto sparisci,» ribadì Sara, il tono duro come la pietra. «Questa non puoi sistemarla tu. Tu sei solo il problema, adesso.»

Si chinò, afferrò la mia maglietta sgualcita dal pavimento e me la lanciò contro il petto con disprezzo. Non c'era traccia della passione sporca della notte prima, non c'era traccia di quell'alleanza disperata nata nel buio. Mi guardò come si guarda un insetto schiacciato sotto la suola della scarpa: qualcosa di cui sbarazzarsi in fretta.

Infilai la maglietta con movimenti meccanici. Ero stato degradato, spogliato di ogni diritto, di ogni giustificazione. Abbassai la testa e mi incamminai verso la porta, sconfitto in modo assoluto e irrevocabile.

Mentre le passavo accanto, Lara non si spostò di un millimetro. Mi costrinse a sfiorarla, a sentire il gelo della sua aura. Mi guardò con un disgusto così profondo da farmi venire la nausea. Feci per varcare la soglia, verso il corridoio, verso le scale che portavano al piano superiore.

«Non provare a salire da lei,» sibilò Lara, fermandomi con quelle parole come se mi avesse lanciato un lazo al collo. Mi bloccai, voltandomi appena. Lara mi fissò, gli occhi rossi carichi di una condanna inappellabile. «Non ne hai più il diritto.»

Fu il colpo più forte di tutti. Il colpo di grazia. Inghiottii a vuoto, annuii debolmente, e uscii dalla stanza, chiudendomi la porta alle spalle e lasciandomi inghiottire dal silenzio tombale del corridoio.

Rientrai in villa passando dalla porta sul retro, muovendomi come uno spettro. Ero solo. La pelle mi tirava, incrostata di terra, sudore freddo e degli umori di una notte che mi aveva svuotato di ogni dignità. I muscoli dolevano e la testa pulsava al ritmo di una colpa sorda. Volevo solo nascondermi, lavarmi via lo schifo che sentivo addosso.

Mi infilai nella lavanderia al piano terra. Era uno spazio stretto, asettico, illuminato da un neon azzurrognolo che faceva risaltare il bianco immacolato delle piastrelle. L'odore chimico e pungente del detersivo per il bucato mi colpì le narici, creando un contrasto nauseante con l'odore di erba bagnata e sesso disperato che mi portavo addosso. Mi appoggiai al lavandino di ceramica, fissando il mio riflesso distrutto nello specchio.

La porta scattò alle mie spalle. Si chiuse con un clic secco.

Mi voltai di scatto. Sofia era lì. Fresca, con i capelli perfettamente pettinati, avvolta in una vestaglia di seta chiara che la faceva sembrare quasi luminosa sotto quella luce fredda. Sembrava non aver perso un'ora di sonno. Padroneggiava lo spazio ristretto con la sicurezza di chi muove gli altri come se fossero su una scacchiera, consapevole che ogni pezzo ha la sua precisa funzione.

«Notte movimentata?» chiese, la voce morbida e letale. Mi bloccai, i muscoli contratti. «Che vuoi ancora?» Sofia fece un passo avanti, invadendo il mio spazio. «Ancora? Dopo quello che hai fatto stanotte, dovresti chiedermi cosa voglio offrirti.»

I suoi occhi di ghiaccio mi scrutarono, scendendo sul mio petto nudo, sui segni che Sara mi aveva lasciato. Le sue narici fremettero impercettibilmente, catturando la verità nell'aria chiusa della stanza. «Hai l'odore di una colpa nuova addosso,» sussurrò, con un sorriso divertito. Allungò una mano, sfiorandomi la linea del collo con la punta delle dita, tracciando il contorno di un graffio. Rise piano, un suono che mi fece gelare il sangue. «Sara ti ha odiato abbastanza da volerti di nuovo?»

«Stai zitta,» ringhiai, ritraendomi come se mi avesse bruciato. Sofia non si scompose. Lasciò cadere la mano con eleganza. «Non ti sto rimproverando, Franci. Anzi. Sono quasi fiera di te.»

La Tentazione e il Degrado

Quella frase minacciò di farmi perdere definitivamente la ragione. Sofia fece un altro passo verso di me, spingendomi lentamente con il corpo finché la mia schiena non toccò il metallo freddo della lavatrice. Era vicinissima. Il suo profumo costoso si mescolò a quello del detersivo. Mi sistemò il colletto inesistente della maglietta che tenevo stretta in pugno, poi, con una lentezza calcolata, mi tolse un filo d'erba bagnato dai capelli.

Il suo indice scivolò sulla mia guancia, sfiorandomi l'angolo delle labbra. L'approccio fisico era sottile ma carico di un'intenzione inequivocabile, sfruttando la tensione della vicinanza. Ero disgustato, terrorizzato, eppure, tradito dall'adrenalina e da quella sottomissione psicologica malata, sentii il mio corpo reagire a quel tocco. Mi odiai in un istante.

Lei se ne accorse. Il suo sorriso si allargò. «Mi fai schifo,» sibilai a denti stretti. «No,» mormorò lei, il fiato caldo contro la mia bocca. «Ti faccio paura. È diverso.» Inclinò leggermente la testa, fissandomi le labbra. «Vuoi odiarmi?» Non risposi. Il respiro mi si incastrava in gola. «Fallo,» sussurrò. «Ma il tuo corpo non è bravo quanto la tua bocca a mentire.»

Mi diede la sensazione vertiginosa che stesse per baciarmi, per concedermi quella "ricompensa" malata di cui aveva parlato. Poi, con uno scatto netto, si staccò. «Non ancora.» Restai senza fiato, sconvolto, aggrappato al bordo della lavatrice. «Cosa vuoi?» ansimai. Sofia incrociò le braccia. «L'ultima cosa.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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