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Erotika
Schiavo Delle sue Amiche · Cap. 11
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Capitolo 11 di 11 24 min di lettura

La Stanza di Sara, l’Ordine di Sofia

Dopo una notte di colpa e desiderio, Franci si ritrova stretto tra la rabbia di Sara, il disgusto di Lara e il controllo sempre più feroce di Sofia.
Ma l’ultimo ordine supera ogni limite, trasformando il ricatto in una guerra aperta.

Alessia
2 mesi fa · 749 letture · 0

Non era trascinata dall'istinto. Era perfettamente consapevole. Sceglieva di cedere, ma odiando con tutta se stessa quella scelta, spinta dall'adrenalina oscura che Sofia ci aveva iniettato nelle vene.

«Questa cosa non cambia niente,» le dissi, il respiro spezzato. «Lo so.» «Io ti odio ancora,» aggiunse lei, guardandomi con un disprezzo che mi eccitò in modo malato. «Lo so anche questo.» «E non divento la tua assoluzione.» «Non te l'ho chiesta.»

Non fu una riconciliazione. Non fu nemmeno desiderio, non davvero. Fu il modo peggiore che trovammo per restare vivi ancora qualche minuto.

Le mie mani scattarono sui suoi fianchi. Le sue mi afferrarono i capelli. Ci scontrammo in un bacio affamato, disperato, che sapeva di sale e di pioggia. I nostri corpi si cercavano per poi respingersi in un ritmo spezzato, una lotta muta per il dominio. I vestiti non vennero tolti con cura: glieli strappai di dosso con gesti bruschi, impazienti, lasciandola nuda nel buio illuminato solo dai lampi che fendevano il cielo fuori dalla finestra.

La spinsi verso il letto. La scena si fece più lenta, più stanca, carica di una vergogna pesante che ci incollava al materasso. Le strinsi i seni con forza, palpando la carne morbida, per poi abbassarmi a leccarle il collo, mordendole la pelle salata, succhiando un capezzolo fino a farla inarcare. La progressione degli approcci si faceva sempre più carnale e diretta, costruendo un crescendo di tensione fisica e psicologica palpabile.

Ogni scricchiolio del legno, ogni tuono mi faceva gelare il sangue per la paura che qualcuno aprisse la porta. Ma quella paura alimentava l'urgenza. Scesi lungo il suo corpo, baciandole il ventre, leccando la pelle sudata. Le aprii le cosce, mordendole l'interno con una crudeltà che le strappò un gemito soffocato. Affondai il viso nella sua figa bagnata. Le diedi piacere con una fame animale, leccando e succhiando il suo clitoride, usando la lingua e le labbra in movimenti circolari e spietati. Sara si contorse. Le sue mani scesero a schiacciarmi la faccia tra le cosce, stringendomi con forza per costringermi a bere ogni sua stilla di piacere sporco. Piangeva in silenzio, odiandomi, odiandosi, mentre il suo corpo tremava sotto il mio dominio.

«Scopami...» mi pregò con voce roca e arrabbiata, tirandomi su per i capelli. «Fallo, cazzo.»

Salii su di lei, inginocchiandomi tra le sue gambe. Ero un cumulo di nervi tesi. Mentre mi abbassavo, Sara fece un gesto di dominio viscerale e degradante: sollevò una gamba, portando il piede fino al mio viso. Le dita sfiorarono le mie labbra. Non mi ritrassi. In un atto di totale sottomissione a quella follia, leccai la pelle liscia del suo piede, assaporando il suo odore, accettando quell'umiliazione erotica prima di premere il bacino contro il suo.

La penetrai con una foga cieca. Le sue pareti erano strettissime, bollenti, e mi accolsero con una morsa che mi tolse il fiato. I miei movimenti erano ruvidi, la passione era violenta. Il rumore umido dei nostri corpi che sbattevano rimbombava nella stanza. Per soffocare i miei gemiti, Sara mi premette una mano sulla bocca, mentre con l'altra mi affondava le unghie nella spalla. A mia volta, io le strinsi forte le tette, dominandola fisicamente in quella posizione disperata.

Il climax fu esplosivo, una detonazione che ci scosse fin nel midollo. Venni dentro di lei con spasmi dolorosi, collassando sul suo petto, sentendo che non c'era nulla di pulito in quel piacere. Era solo uno sfogo, un crollo.

Rimanemmo in silenzio, respirando a fatica. Feci per scivolare via, per rannicchiarmi nel mio senso di colpa, ma Sara non me lo permise. Mentre ero ancora in mezzo alle sue gambe, il mio sesso ammorbidito ma ancora scosso dai brividi, lei mosse il piede. Con la pianta liscia e le dita bagnate dei nostri umori mischiati, iniziò a stuzzicarmi. Fu un contatto freddo, sporco, eppure incredibilmente eccitante. Massaggiò la mia carne scivolosa con il piede, muovendosi su e giù con una lentezza calcolata, costringendomi a guardarla. L'eccitazione si risvegliò, inaspettata e tossica. Tanta ricchezza di dettagli serviva a far viaggiare l'immaginazione, senza trascurare la concretezza dei gesti.

«Sei un disastro, Franci,» sussurrò lei, gli occhi lucidi e spietati nel buio. «Vieni qui.»

Mi tirò verso l'alto per le spalle, facendomi stendere su di lei. Con un gesto fluido, prese il mio cazzo di nuovo duro e lo posizionò in mezzo ai suoi seni. Iniziò a stringerli l'uno contro l'altro, schiacciandomi. Mi fece una spagnola intensa, guardandomi dritto negli occhi, mentre il suo petto si alzava e si abbassava. I suoi movimenti erano ritmici, serrati. Leccò le proprie labbra, aggiungendo saliva per rendere l'attrito perfetto.

«Ti faccio schifo?» mi provocò, ansimando contro la mia bocca, aumentando il ritmo della stretta sui miei fianchi. «Sì,» ringhiai, chiudendo gli occhi, sopraffatto da quell'estasi marcia. «Da morire.» «Anche tu a me,» soffiò Sara, per poi mordermi violentemente la spalla.

Il dolore si mescolò al piacere estremo. Il secondo climax mi investì con una potenza devastante, strappandomi un ruggito roco che lei soffocò premendomi di nuovo la mano sulla bocca, costringendomi a ingoiare le mie stesse urla mentre mi svuotavo sul suo petto sudato, legandoci in un segreto ancora più oscuro, mentre fuori la pioggia batteva contro i vetri.

Il crollo fu brutale. Svuotati dall'adrenalina, dall'odio e da quell'estasi tossica, scivolammo in uno sfinimento che non aveva nulla a che fare con il riposo.

Il climax ci aveva svuotati, bruciando ogni residuo di energia nervosa e lasciandoci come due relitti sputati sulla spiaggia dopo una tempesta. Quando i nostri respiri affannosi si placarono, non ci fu spazio per nessuna tenerezza. Niente carezze, niente sussurri dolci. La passione sporca si ritirò rapidamente, lasciando scoperta solo la nuda, cruda desolazione di ciò che eravamo diventati.

Crollammo per puro sfinimento. Sara si voltò immediatamente dandimi la schiena, rannicchiandosi su un fianco al limite estremo del materasso sfatto. Io rimasi poco dietro di lei. Il mio corpo desiderava disperatamente il calore del suo, ma non osai sfiorarla. Lo spazio di pochi centimetri che ci separava sembrava un abisso incolmabile.

Tirai su alla bell'e meglio un lenzuolo stropicciato e un plaid leggero che trovai ai piedi del letto, coprendoci entrambi. Fuori, il temporale era finalmente esploso. Le gocce di pioggia battevano con un ritmo incessante e malinconico contro la tettoia e sui vetri della finestra. Sotto la coperta, entrambi tremavamo. Non avrei saputo dire se fosse per il freddo umido che si infiltrava nella stanza, per il calo di adrenalina, o per la vergogna assoluta che ci stava avvelenando il sangue.

Nel buio, spezzato solo dai bagliori lontani dei fulmini, la voce di Sara ruppe il silenzio. Era un sussurro roco, stanco. «Domani non fare il coglione.» Fissai la curva delle sue spalle pallide, deglutendo il groppo di cenere che avevo in gola. «Non so più come si fa,» le risposi, ed era la verità più assoluta della mia vita. «Allora impara in fretta.»

Poi, il silenzio. Avrei voluto chiederle se mi odiava ancora, dopo aver mescolato i nostri respiri e i nostri umori in quel modo così disperato, ma tenni la bocca chiusa. Non lo feci perché conoscevo già la risposta. L'odio era l'unica cosa che ci teneva uniti. Chiusi gli occhi, cullato dal rumore della pioggia. L'ultimo dettaglio che registrai prima di sprofondare in un sonno nero e senza sogni fu un movimento impercettibile del materasso. Sara non si avvicinò. Ma non se ne andò.

La mattina ci investì con una luce cruda, grigia e impietosa. L'aria nella camera sapeva di pioggia, lenzuola stropicciate e scelte sbagliate. Mi svegliai di soprassalto. Il rumore metallico della maniglia che scattava verso il basso mi fece gelare il sangue. Sara e Lara dividevano quella stanza, e nella foga animale della notte, dopo aver girato la chiave per chiuderci dentro, non mi ero reso conto che l'avevamo lasciata inserita a metà, permettendo a chiunque avesse l'altra copia di forzare l'apertura.

La porta si aprì. La scena che si presentò davanti a chi stava entrando era inequivocabile, un quadro perfetto dello squallore. Il letto era un campo di battaglia. Sara era mezza scoperta, la sua maglietta bianca, l'unica cosa che indossava, era sgualcita e tirata su fin quasi al seno. Io ero seminudo, i boxer infilati male, il petto ancora segnato dai graffi della notte. I nostri corpi, nel sonno, erano scivolati troppo vicini, in un groviglio di membra che trasudava intimità violata.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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