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CHIMERA - L'ultimo respiro dell'umanità · Cap. 10
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Capitolo 10 di 11 33 min di lettura

Siamo noi i morti che camminano

Grazie a chi sostiene questa storia.

Michael035
1 mese fa · 220 letture · 1

«Certo.» Frugo nella tasca laterale dello zaino e tiro fuori le pillole che ci ha dato Jessica, ne prendo due e gliele porgo insieme alla borraccia. Mentre le manda giù, mi avvicino e le sfilo con delicatezza la benda logora dal braccio. La ferita sta guarendo, i punti tengono, non c'è odore di infezione. Pulisco i bordi con un po' d'acqua e le avvolgo una garza pulita attorno al bicipite. «Fatto. Cerca di riposare adesso.»

Clementine annuisce. Mi fissa un secondo, poi fa un piccolo, impercettibile cenno col capo in direzione di Meave. Vai da lei. Non aggiunge altro, si rannicchia sul sedile posteriore del SUV e chiude lo sportello, lasciandomi solo con il freddo della notte.

Rimango in piedi per qualche secondo, passandomi una mano sul viso stanco. Poi comincio a camminare verso i cassoni. Gli anfibi scricchiolano sull'erba ghiacciata. Meave non si gira quando mi avvicino. Tiene le braccia incrociate al petto, il viso rivolto verso l'alto, a fissare le poche stelle visibili tra i banchi di nuvole nere.

«Se mi sono allontanata è perché voglio stare da sola, Trevis,» dice. La voce è piatta, un muro di cemento tirato su per tenermi a distanza.

Mi fermo a un passo da lei. «Lo so,» rispondo. «Ma dobbiamo parlare.»

«Non abbiamo niente da dirci che non ci siamo già urlati oggi.»

«Forse no.» Faccio un passo avanti. Prima che possa rispondermi con un altro muro, le prendo il polso.

Non stringo forte. Solo abbastanza da non lasciarle la scelta di restare seduta lassù, distante, con quel cassone a fare da trono e da barriera insieme. Tiro piano, e lei scende, quasi controvoglia, gli stivali che toccano l'erba gelata a un palmo dai miei.

«Scusami per oggi,» dico, la voce ruvida ma sincera, spogliata di orgoglio. «Davvero. Non so cosa mi sia successo al piazzale. So solo che quando ti ho vista a terra, con quella cosa addosso, sono tornato al giorno in cui Tessa è stata morsa. La testa mi si è svuotata. Mi sono bloccato, e avresti potuto rimetterci la vita per colpa mia.»

Meave abbassa lo sguardo dalle stelle. Il profilo è teso, duro. Alza una mano con un gesto stizzito, passandosi il dorso del pollice sotto l'occhio con rapidità, per asciugare una lacrima che le è sfuggita prima che io potessi notarla. «Tanto volevi lasciarmi crepare in quella segheria, no?» sputa fuori, la voce che trema appena. «È questo che mi hai detto prima che ci attaccassero.»

«Non lo pensavo veramente e lo sai,» ribatto, senza indietreggiare. «Ero fuori di me. Ma tu non mi lasci scampo, Meave. Mi provochi in continuazione. Mentre io mi spacco la schiena per tenere in vita tutti e tre, tu non fai che—»

«Giudicarti?» Il fiato le esce in una specie di risata amara, senza allegria. «È di questo che ti preoccupi adesso?» Scuote la testa, gli occhi che le brillano di rabbia e di qualcosa di più profondo. «Ti ascolto, Trevis. Ogni volta che dici il suo nome nel sonno. Ogni volta che ti blocchi, che scappi in un silenzio di ghiaccio per ore, io sto zitta. Aspetto. Non ti riempio di domande, non ti chiedo di spiegarmi niente, perché ho imparato che è quello che ti serve.» La voce le si incrina, ma non si ferma. «E quando sono io quella che ha bisogno di essere ascoltata, che succede? Mi sbatti contro uno scaffale. Mi urli in faccia che avresti dovuto lasciarmi marcire in quel magazzino il primo giorno.»

«Meave—»

«Non voglio che tu risolva niente,» continua, la voce che sale, disperata adesso più che arrabbiata. «Non voglio che tu mi dica che andrà tutto bene, perché sappiamo entrambi che sarebbe una bugia. Voglio solo che per una volta, una sola fottuta volta, qualcuno ascolti anche me. Senza che io debba quasi morire per guadagnarmelo.» Mi colpisce con entrambi i pugni sul petto. La lascio fare.

Il silenzio cala tra noi, denso, rotto solo dal vento tra i cassoni arrugginiti.

«Lo so,» sussurro. «Hai ragione. Su tutto.»

Si volta a guardarmi, e quello che vedo mi toglie il fiato. Non c'è più sfida nei suoi occhi verdi. Non c'è arroganza. C'è solo disperazione.

«Lo so che faccio schifo, a volte,» continua, la voce che si incrina irrimediabilmente. «Lo faccio perché è l'unica cosa che so fare per farmi notare. Ti guardo prendere decisioni, sparare, uccidere per noi, mentre io... io mi sento solo una fottuta zavorra che aspetta il prossimo errore per far crollare tutto.»

«Non sei una—»

«Oggi, mentre quell'errante mi schiacciava e non riuscivo a spostarlo...» Le parole le escono a scatti, sempre più veloci. «Ho sentito esattamente quello che deve aver provato Caleb.» Il nome le esce come un conato. «Il terrore di chi sa che sta per essere sbranato vivo, mentre la persona che dovrebbe proteggerlo se ne sta ferma a guardare.»

Si copre il viso con le mani, le spalle che tremano per i singhiozzi trattenuti.

Non aspetto che si ricomponga da sola. Copro io stesso l'ultimo passo che ci separa e la tiro contro il mio petto, un braccio stretto intorno alla schiena. Meave non si oppone. Anzi, cede quasi subito, come se aspettasse solo il permesso di farlo. Affonda il viso sul mio collo, le mani che si aggrappano al tessuto del giaccone come se stesse annegando. Scoppia a piangere, un pianto disperato, liberatorio, i sensi di colpa che le escono tutti insieme.

Chiudo gli occhi, posando il mento sui suoi capelli, e comincio ad accarezzarli lentamente. Sotto le dita sento la ruvidezza della polvere mescolata alla morbidezza delle ciocche sporche. È un dettaglio stupido, ma che mi riporta alla mente le notti in cui Tessa piangeva contro il mio petto nei primi anni del crollo. Non è lei quella che sto stringendo adesso. Ma il bisogno disperato di aggrapparsi a un altro corpo vivo è lo stesso, e in qualche modo assurdo, lenisce il dolore di entrambi.

Restiamo così per quelli che sembrano minuti interminabili. Io che respiro nel buio, lei che svuota i sensi di colpa contro la mia spalla. Lentamente, i singhiozzi si affievoliscono. Il respiro si regolarizza in piccoli sospiri rotti.

Meave allenta la presa sul mio giaccone e solleva la testa, staccandosi appena dalla mia spalla. Il viso è a pochi centimetri dal mio, bagnato di lacrime, gli occhi arrossati ma limpidi. Mi guarda nell'oscurità. I nostri respiri si incrociano, nuvole bianche nel freddo pungente.

Non dico nulla. Non mi muovo. È lei a colmare l'ultimo, sottilissimo spazio che ci separa.

Mi posa una mano sul collo, le dita fredde contro la pelle, e preme le labbra sulle mie. Non c'è niente di dolce in questo bacio. È salato dalle sue lacrime, il bacio di due persone che hanno sfiorato la morte troppe volte nella stessa giornata e hanno bisogno di sentirsi vive. Le mie mani le stringono i fianchi, tirandola ancora più vicina. Lei schiude le labbra, approfondendo il bacio con una fame che mi sorprende e mi infiamma il sangue. Si stacca per riprendere fiato e torna immediatamente a baciarmi.

Poi, qualcosa di freddo e leggero mi si posa sulla guancia, sciogliendosi all'istante. Un altro tocco sul naso. Un altro ancora sulle ciglia di Meave.

Ci separiamo a fatica, i respiri sono frenetici. Apriamo gli occhi. Piccoli puntini bianchi vorticano silenziosi nel buio intorno a noi.

I primi fiocchi di neve della stagione hanno iniziato a cadere.

Meave alza il viso verso il cielo per un istante, un fiocco che le si posa su un ciglio senza sciogliersi subito. Quando torna a guardarmi, quello che le resta negli occhi non è più la disperazione di un minuto fa. È qualcosa di più stanco, più onesto — come se il pianto avesse ripulito anche la vista, non solo il petto.

«Non so come si fa a smettere di avere paura, Trevis,» dice, la voce ridotta a un soffio bianco nell'aria gelida. «Paura di fallire ancora. Di essere quella che si blocca proprio mentre qualcuno muore per colpa mia.»

Resto in silenzio un momento, guardando i fiocchi posarsi tra i suoi capelli senza sciogliersi più, il freddo che torna lentamente a reclamare lo spazio tra i nostri corpi.

«Devi ancora capire una cosa fondamentale per smettere di avere paura, Meave.»

«Che cosa?»

«Smetterai di aver paura quando capirai che siamo noi i morti che camminano.»

Non aggiungo altro. Lascio che la frase resti lì, sospesa nell'aria insieme alla neve, mentre dietro di noi il fuoco si è già spento e la brace si è raffreddata.

CONTINUA...

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Michael035

Scrivo erotica da poco. Le mie storie partono sempre da una scintilla reale — qualcosa che è successo a me, a chi mi sta intorno o che potrebbe capitare a chiunque nella vita di tutti i giorni. Prendo quella dinamica quotidiana e ci costruisco attorno una trama romantica e intensa, sviluppandola in più parti. Da me non troverete racconti singoli e veloci, ma vere e proprie raccolte e libri da esplorare. Mi piace scavare nella psicologia e nei sentimenti dei personaggi, per poi farli esplodere in una passione erotica travolgente.

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