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Erotika
CHIMERA - L'ultimo respiro dell'umanità · Cap. 6
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Capitolo 6 di 11 30 min di lettura

Non c'è posto per i buoni

A Balsam, Trevis si trova costretto a mostrare il lato più spietato di sé per proteggere Meave e ottenere la possibilità di restare nel villaggio.

Michael035
2 mesi fa · 309 letture · 0

Il silenzio di Balsam poco prima dell'alba ha una consistenza diversa da qualsiasi altro silenzio io abbia mai imparato a leggere. Non è pace. È l'attesa sospesa di un mondo che non sa ancora se il giorno porterà cibo o sangue.

La luce grigia filtra attraverso le fessure del legno rovinato, proiettando raggi pallidi sul pavimento di terra battuta. L'aria nel fienile sa ancora di disinfettante, ma qualcosa è cambiato nelle ultime ore. Il respiro di Meave non è più quello disperato di ieri notte. La Ciprofloxacina sta combattendo la sua guerra silenziosa nelle sue vene, abbassando la febbre a un livello finalmente umano.

Resto seduto su una cassa di legno, l'arma appoggiata sulle ginocchia, gli occhi fissi sul suo profilo addormentato. Per la prima volta da giorni, il suo viso non è contratto dal dolore. Dorme con la bocca socchiusa, una ciocca di capelli scuri incollata alla fronte ancora umida di sudore, ma è un sudore diverso adesso. Non è più quello acre e disperato della febbre alta. È solo il corpo che si ripulisce da dentro.

Non ho chiuso occhio. Non lo faccio mai quando il perimetro non è sicuro, e stanotte meno che mai. Da qualche parte, in una clinica abbandonata a sei miglia da qui, tre uomini che ieri respiravano ancora adesso stanno diventando cibo per gli erranti che ho lasciato indietro. Non me ne pento. Ma il conto arriva sempre, in un modo o nell'altro, e io lo so.

Il rumore di passi pesanti e disordinati che calpestano la ghiaia gelata all'esterno mi fa scattare in piedi prima ancora che il cervello finisca di elaborare il segnale. Non è il passo leggero di Jessica. È qualcuno di grosso, e ha fretta. Mi sposto nell'ombra del pilastro centrale, sollevando la canna dell'arma con un movimento quasi naturale ormai.

Il pesante portone scorrevole geme sui cardini arrugginiti e viene spinto di lato con violenza.

Sulla soglia c'è Earl. Il capo ufficioso di questo ammasso di baracche chiamato Balsam. Indossa lo stesso giaccone di flanella rattoppato di ieri, ma stanotte qualcosa in lui è diverso. Le mani che stringono il calcio della doppietta tremano con un ritmo visibile, incontrollabile. Non è il freddo dell'alba a scuoterlo così. È terrore puro, quello che ti sale dalle viscere e ti toglie il controllo dei muscoli fini.

«Fuori,» ringhia, la voce impastata di panico e rabbia mal calibrata.

«Tu e la puttanella. Prendete le vostre cose e andatevene immediatamente.»

Non esco dall'ombra. Abbasso leggermente la canna del fucile, ma la tengo comunque in punteria, il dito indice fermo lungo il ponticello.

«Abbassa quel pezzo di antiquariato prima di spararti a un piede, Earl,» dico, la voce piatta, quasi annoiata. «Che diavolo succede?»

«Ho visto il fuoristrada grigio che hai nascosto dietro la vecchia segheria,» sputa lui, stringendo ancora di più la presa sul legno consumato dell'arma.

«Sangue sui sedili. Sangue sulle maniglie. Non sono uno stupido, straniero. So leggere i segni di qualcuno che non c'è più. Hai ammazzato qualcuno stanotte per prendere quelle medicine, e ora hai portato la loro cazzo di ombra fino alla nostra porta!»

Alle mie spalle sento il fruscio della coperta militare. Mi volto a metà, senza abbassare del tutto la guardia. Meave è sveglia. Pallida come un lenzuolo steso al gelo, aggrappata al palo di sostegno per issarsi a sedere. Le sue iridi verdi, ancora annebbiate dai residui della morfina, si spostano da me a Earl, poi tornano su di me e restano lì, fisse.

Ha sentito tutto.

«Trevis...» sussurra, la voce spezzata, raschiata dalla gola secca. «Cosa hai fatto?»

Resto immobile un istante di troppo. Avrei preferito che non lo scoprisse così, di scatto, urlato da un vecchio terrorizzato invece che detto da me con le parole giuste, qualunque esse siano. Ma la realtà non concede il lusso della messa in scena. Io sono quello che si sporca le mani nella merda da sempre. Questa volta l'ho fatto perché lei possa continuare a respirare un altro giorno. In questo mondo non c'è spazio per raccontarsela diversamente.

La guardo dritta negli occhi, senza un briciolo di esitazione.

«Quello che andava fatto,» rispondo. «C'erano tre sciacalli alla clinica. Volevano i farmaci per sé. Adesso non li vogliono più, non vogliono più niente.»

Meave incassa il colpo con tutto il corpo. Sbatte le palpebre, il respiro che le si incastra a metà del petto. La vedo mettere a fuoco, un dettaglio alla volta, il sangue rappreso sulle mie nocche, l'odore acre di polvere da sparo che ancora mi impregna la giacca. Non sono i segni di una difesa astratta. Sono la prova diretta che ho giustiziato tre esseri umani perché lei aveva bisogno di una linea endovenosa.

È un peso enorme da scaricare sulle spalle di qualcuno all'improvviso, e glielo leggo in faccia in tempo reale: il disgusto arriva per primo, poi la paura, e infine — lenta, quasi vergognosa — una gratitudine che non vorrebbe provare. China la testa, le nocche che sbiancano intorno alla coperta stretta a pugno. Non aggiunge altro. Ma la vedo guardarsi le proprie mani per un secondo, come se stesse cercando lì una risposta che non trova.

Earl fa un passo avanti, la canna della doppietta che oscilla verso di me con un movimento incerto.

«Noi abbiamo famiglie qui!» urla, la vena sul collo che pulsa visibilmente sotto la pelle sottile.

«Abbiamo bambini, capisci? Se quei tre avevano un gruppo alle spalle, li cercheranno. Seguiranno le tracce fin qui! Non permetterò che Balsam bruci per i tuoi maledetti peccati. Prendi quel SUV e portati via i tuoi problemi. Adesso.»

Faccio un respiro lento, misurato. Metto la sicura al mio fucile d'assalto con un clic metallico secco e lo lascio scivolare lungo il fianco, appeso alla cinghia tattica. Esco finalmente dall'ombra e cammino dritto verso la canna dell'arma di Earl, senza fretta, senza esitazione.

Lui indietreggia di un passo, inciampando quasi sui propri stivali. Fanno tutti quanti i duri, gli uomini come lui, finché non si trovano davanti a qualcuno che ha smesso di temere la morte un decennio fa.

«Ascoltami bene,» dico, la voce che scende a un registro basso, gelido come la brina che ricopre le travi del tetto sopra di noi.

«Meave non può muoversi. L'antibiotico ha appena iniziato a fare effetto sull'infezione. Se la carico su quel fuoristrada adesso, con le buche e il freddo, l'infezione le raggiunge il cuore prima ancora di percorrere dieci miglia. Quindi io da qui non mi muovo e neanche lei. Hai capito? Perché non lo ripeterò una seconda volta, vecchio. Se hai dimenticato l'apparecchio sul comò, peggio per te.»

«Ti ammazzo, giuro su Dio che ti ammazzo qui dentro!» balbetta lui, il dito che sfiora il grilletto con un tremito che tradisce più paura che determinazione.

«No. Non lo farai.» Mi fermo a mezzo metro da lui. Abbasso lo sguardo sulla sua arma, poi lo rialzo sulle sue iridi spaventate, cerchiate di un rosso che parla di notti insonni ben prima di questa.

«Sento la puzza di merda fin da qui. Non hai le palle per farlo. Non hai le palle per fare un cazzo.

Eravate senza cibo. Senza farmaci. Morti di paura. Così terrorizzati che non riuscivate nemmeno ad allontanarvi da quelle baracche di merda per andare a prendervi un coniglio. E adesso vorresti fare il duro con me?»

Indico con il pollice la strada sterrata oltre il portone.

«Hai detto che seguiranno le tracce, giusto? Hai ragione, e per una volta hai ragionato bene. Le gomme del SUV hanno scavato solchi profondi nel fango della Route 23, e quei solchi portano dritti al vostro cancello di lamiera arrugginita. Anche se io e lei sparissimo in questo preciso istante, le tracce resterebbero comunque qui, scolpite nella terra come una firma. Se il gruppo di quei tre bastardi è organizzato come temo che sia, arriveranno. E quando vedranno queste baracche di legno marcio, non chiederanno gentilmente se siamo passati di qua. Vi massacreranno tutti, prenderanno le vostre donne e quel poco cibo che avete, e daranno fuoco al resto per il gusto di farlo.»

Il colore abbandona il viso di Earl in un istante, lasciandolo cereo come la cera fusa di una candela. Le sue labbra tremano, formando parole che non escono. La rabbia lascia il posto a una consapevolezza gelida, paralizzante: ha appena capito che il suo villaggio era già condannato prima ancora che io mettessi piede fuori dal fienile stanotte.

Prima di andare avanti…

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