Capitolo 2 - Le regole dei sopravvissuti
Nel mondo dei morti non esistono eroi. Solo persone disposte a tutto pur di sopravvivere. Anche a fidarsi del nemico.
6 ore fa
Il gelo dell’alba ti entra nei polmoni prima ancora che tu apra gli occhi.
Mi sveglio con i muscoli della schiena contratti, rigidi come corde di violino, steso sotto un ammasso di rami secchi e teloni di plastica scura che ho usato per schermare la mia presenza in un fossato. L'aria ha quel sapore tagliente di pioggia imminente e terra morta. Sputo un grumo di saliva densa, mi passo una mano guantata sulla faccia per scacciare il torpore e mi rimetto in piedi.
Asheville è ancora lontana. Trentotto fottute miglia, secondo i miei calcoli. Un’infinità, se devi farle camminando su binari esposti, con l'inverno che ti soffia sul collo.
Riprendo la marcia quando il sole pallido di novembre non è ancora riuscito a farsi largo attraverso la lastra di piombo del cielo. Dopo un paio d'ore, i binari cominciano a sdoppiarsi, poi a triplicarsi, intrecciandosi come vene nere su un letto di pietrisco macchiato d'olio e ruggine. In lontananza, inghiottito dalla nebbia bassa, si staglia il profilo spigoloso di uno scalo merci.
È un gigantesco cimitero di acciaio. Vagoni cisterna deragliati, container sventrati e piloni di cemento armato ricoperti di edera nera. La natura sta divorando tutto, ma le tracce del panico di otto anni fa sono ancora incise ovunque.
Mi muovo con la lentezza fluida che mi ha tenuto vivo finora. Il fucile d'assalto è stretto contro il petto, il dito indice allungato sopra il ponticello del grilletto. Supero un convoglio merci le cui porte scorrevoli sono state divelte. All'interno c'è solo oscurità e il fetore dolciastro di carne guasta. Sento il raschiare inconfondibile di unghie contro la lamiera: un paio di erranti rimasti intrappolati in un container chiuso dall'esterno. Stanno grattando l'acciaio da anni. Me ne fotto e vado avanti.
Al centro dello scalo si erge un magazzino di stoccaggio su due livelli. I portelloni principali sono sbarrati, ma c'è una porta di servizio laterale socchiusa. Faccio un rapido calcolo visivo: all'esterno ci sono quattro erranti, forse cinque. Sono lenti, quasi congelati, aggirati intorno ai resti di un furgone ribaltato. Non mi hanno visto, il vento soffia nella mia direzione portando via il mio odore. Non vale la pena sprecare colpi o energie.
Mi infilo nella porta di servizio scivolando nell’ombra del magazzino.
L’interno è cavernoso, illuminato solo dai fasci di luce grigia che penetrano dai lucernari incrostati di sporco sul tetto alto. C'è odore di cartone umido, polvere chimica e... qualcosa di diverso. Qualcosa che non appartiene a un posto abbandonato.
Avanzo senza fare il minimo rumore, i miei stivali tattici scivolano sul cemento liscio aggirando bancali di legno marcio. Individuo una scala di ferro che porta a un ballatoio superiore, verso quelli che un tempo dovevano essere gli uffici della logistica.
L'istinto mi dice di controllare.
Salgo i gradini tenendomi rasente al muro, evitando di caricare il peso al centro dei gradini di metallo per non farli cigolare. Arrivato in cima, la porta a vetri dell'ufficio è mezza sfasciata.
Abbasso la canna del fucile, spingo il telaio con la spalla ed entro.
La stanza è un caos di vecchi archivi ribaltati, ma in un angolo c'è qualcosa che fa fermare di colpo i miei pensieri.
Dei cartoni aperti e appiattiti sul pavimento. Una coperta di pile grigio, logora ma piegata. Un barattolo di fagioli vuoto, meticolosamente raschiato, e una bottiglia di plastica con tre dita d'acqua dentro.
Non c'è traccia di polvere su quei cartoni.
Capisco all'istante di aver fatto un cazzo di errore. E in questo mondo, gli errori li paghi subito.
Il rumore del cane di una pistola che viene armato scatta a pochi centimetri dalla base del mio cranio.
«Fai un solo movimento sbagliato e ti lascio trasformare su questo pavimento,» sibila una voce alle mie spalle.
È una voce di donna. Raudica, bassa, graffiata dalla disperazione e dalla mancanza di sonno. Il metallo gelido della canna dell'arma si preme esattamente contro l'ultima vertebra cervicale. Ha mirato al tronco encefalico. Sa esattamente come si uccide in questo fottuto mondo.
Non mi irrigidisco. Non sussulto. Non alzo le mani come un codardo in cerca di pietà. L'adrenalina mi inonda il sangue, ma il mio cervello rimane freddo, lucido, completamente calmo. Ho visto morire la donna che amavo, ho scavato la sua tomba. Una pistola puntata alla schiena non è nulla in confronto.
Forse, sotto sotto, una parte spezzata di me spera persino che lei tiri quel maledetto grilletto.
«Butta il fucile. Piano,» ordina. Il suo fiato irregolare mi sfiora il collo del giubbotto.
«Facciamo un respiro profondo,» rispondo io. La mia voce esce piana, quasi annoiata, un ronzio profondo che stride completamente con la tensione del momento. «Se volessi farmi saltare il cervello, non saresti qui a parlare. Dico bene?»
La canna della pistola preme più forte contro la mia spina dorsale. Sento la sua mano tremare, un micro-movimento impercettibile ma che mi dice tutto quello che devo sapere: è spaventata a morte.
«Ho detto di buttare l'arma, sciacallo del cazzo,» ringhia lei, la voce un'ottava più alta, incrinata. «Il fucile a terra. E poi quel coltello enorme che hai sulla coscia. Adesso, o giuro su Dio che ti spalmo il cervello su quel muro.»
Faccio un piccolo cenno con la testa. «Okay. Regole tue.»
Lentamente, sfilo la cinghia del fucile dalla spalla destra e lo lascio cadere. L'arma sbatte sul cemento con un tonfo sordo. Poi, sempre con movimenti misurati, sbottono la fondina sulla coscia e lascio andare anche il coltello da caccia. Non le dico dell'ultimo pezzo di ferro tattico che tengo infilato nello stivale sinistro, coperto dall'orlo del pantalone. Quello resta lì.
«Calcia via quella roba,» ordina lei, il fiato sempre più corto. «E girati. Mani dove posso vederle. Muoviti.»
Spingo le armi lontano con il tacco dello stivale e mi volto con calma millimetrica, tenendo le mani sollevate all'altezza del petto.
La guardo. È un animale selvatico messo all'angolo. I capelli sono scuri, mossi e sporchi, legati alla buona con un laccio consumato che le lascia cadere alcune ciocche davanti al viso. Ha la pelle chiara, macchiata di fuliggine e segnata da piccoli graffi sottili. È magra, nervosa, ma ha una Beretta 92FS tenuta a due mani, puntata dritta al centro del mio petto.
Noto subito come la impugna. Ha le nocche bianche per la tensione, i pollici serrati male e le spalle rigide. Sta stringendo quel polimero e quell'acciaio come se fosse l'unica cosa che la tiene ancorata al mondo. Le sue pupille sono enormi, iettano lo sguardo da me alla porta, nel terrore che sbuchi qualcun altro. È terrorizzata. Ha una paura fottuta.
Io, invece, la fisso dritto in faccia senza un briciolo di calore, senza l'ombra della paura che si aspetterebbe da un uomo con un nove millimetri puntato al cuore. Se preme quel grilletto, mi fa un favore. Questa totale indifferenza per la mia stessa vita mi scorre sottopelle, ed è la mia vera arma.
«Hai un pannolone?» le chiedo a bruciapelo.
Lei sgrana gli occhi, la canna della Beretta ha un sussulto vistoso. «Cosa? Ti piace fare lo spirito, testa di cazzo?»
Accenno un mezzo sorriso amaro, gelido, di quelli che non ti aspetti da chi è a un passo dal diventare un cadavere.
«Un pannolone...» ripeto, abbassando la voce in un ronzio calmo e profondo. «Perché, a occhio e croce, sembra che tu stia per cagarti addosso. E sei tu quella da questa parte del manico, con una posizione di vantaggio.»
«Chiudi quella fottuta bocca,» ringhia lei, ma la voce le si incrina tradendo una crepa profonda.
Il fatto che io non tremi la manda in cortocircuito. Gli sciacalli che incontra di solito pregano, minacciano o si arrabbiano. Io la guardo come se stessi guardando il vuoto. La mia totale assenza di paura la destabilizza, la fa sentire scoperta, debole. Capisce che non ho nulla da perdere, e non c'è niente di più terrificante in questo mondo di un uomo che desidera la morte quanto lei desidera la vita.
Il nervosismo le fa fare un respiro troppo profondo, le spalle le si alzano per una frazione di secondo e la canna della pistola devia di un maledetto centimetro.
Non mi serve altro.
Scatto in avanti come una molla d'acciaio. Con l'avambraccio sinistro devio la sua Beretta verso l'alto; il colpo parte con un boato assordante che disintegra un pezzo di soffitto, facendo piovere calcinacci. Contemporaneamente, sfrutto lo slancio: lascio cadere il mio baricentro, la mia mano destra sfila il coltellino dallo stivale e le spazzo via la gamba di appoggio con un calcio netto dietro il ginocchio.
Lei perde l'equilibrio con un gemito di sorpresa. La afferro per il bavero della giacca prima che tocchi terra, la sollevo usando il suo stesso peso e la sbatto brutalmente contro la parete di mattoni alle sue spalle.
Il tonfo le mozza il fiato. La Beretta le scivola dalle dita, cadendo sul cemento.
La blocco in un secondo. Con l'avambraccio sinistro le premo il petto contro il muro, schiacciandole i polmoni quanto basta per neutralizzarla, mentre con la mano destra le pianto la lama del coltellino dritto sotto la curva della gola. La punta d'acciaio spinge contro la pelle sottile, esattamente dove pulsa la carotide. Sento il battito del suo cuore impazzito, frenetico, vibrare contro il metallo.
Si dibatte, ringhia, cerca di artigliarmi le braccia con le unghie sporche, ma io sono troppo grande, troppo pesante. La mia pressione è assoluta.
Azzero la distanza tra noi. Il mio viso è a un palmo dal suo. Sento il calore del suo corpo agitarsi contro il mio, il suo fiato spezzato che mi colpisce la guancia. È un fiato vivo. Caldo.
«Te l'avevo detto che dovevi stare calma,» le sussurro a denti stretti, il tono sceso a un ringhio glaciale che non ammette repliche.
Alzo lo sguardo dal suo collo al suo viso, preparandomi a fare quello che va fatto. A spegnerla per sempre.
E poi mi fermo. Il tempo si dilata.
I miei polmoni smettono di incamerare aria e i muscoli del mio braccio si pietrificano. Lei smette di dimenarsi, paralizzata dalla sensazione della lama sulla pelle, e mi fissa.
Quegli occhi.
Sono verdi. Non un verde qualsiasi, ma un verde vivo, profondo, screziato di sfumature più scure vicino alla pupilla. Simili, maledettamente simili, ma non uguali a quelli di Tessa.
È un pugno dritto nello stomaco. Una fitta di dolore acido e violentissimo mi squarcia il petto, togliendomi il terreno sotto i piedi. Il magazzino sparisce. Per un istante folle e disperato, non sto guardando una sconosciuta che ha cercato di uccidermi. Sto rivedendo lo sguardo di mia moglie in quel maledetto capanno a gennaio, mentre la luce dentro di lei si spegneva e io le spingevo l'acciaio nel cranio.
Il ronzio nelle orecchie diventa assordante. Il coltello mi pesa tra le dita come se fosse fatto di piombo.
La ragazza se ne accorge. Vede la mia maschera di ferro incrinarsi, vede lo smarrimento e il lutto che mi devastano lo sguardo. Le sue labbra carnose si dischiudono per cercare aria, ma rimane immobile, terrorizzata dal quel cambiamento improvviso che non riesce a comprendere.
Non posso farlo. Non posso spegnere quegli occhi. Non un'altra volta.
Allento la presa, lasciando che la lama si stacchi dalla sua gola, lasciando solo un piccolo segno arrossato sulla pelle. Faccio un passo indietro, liberandola, e mi stacco da lei con il respiro affannato, mentre il silenzio del magazzino viene riempito solo dal suono dei nostri respiri che si intrecciano nell'aria gelida.
L'eco del fottuto colpo di pistola sta ancora rimbalzando tra le travi d'acciaio del tetto quando la realtà ci presenta il conto.
Un tonfo sordo, pesante, fa tremare il pavimento sotto i nostri stivali. Poi un altro. E un altro ancora. Seguiti da quel verso gorgogliante, un raschiare di gole morte e affamate, che sale dal piano di sotto. Il colpo ha svegliato tutto ciò che c'era nel raggio di mezzo miglio, e ora si stanno ammassando contro la porta di servizio da cui sono entrato.
Meave si irrigidisce. Il panico le dilata le pupille, che da verdi diventano pozzi neri. Scatta verso il basso per recuperare la Beretta caduta sul cemento, ma le pianto uno stivale sull'arma e la afferro per il bavero della giacca, tirandola su con violenza.
«Lasciala,» le sibilo a un centimetro dalla faccia, la voce ridotta a un ringhio gutturale. «Se spari di nuovo, siamo entrambi morti. Attirerai qui dentro ogni singolo fottuto cadavere di questo scalo.»
Lei si blocca, il respiro le si incastra in gola. Sento il cardine della porta al piano di sotto cedere con uno stridio metallico straziante. Non c'è tempo per pensare, non c'è tempo per fare presentazioni.
«Resta qui,» ordino.
Recupero il mio coltello da caccia da terra e mi butto giù per i gradini di ferro, saltando gli ultimi tre. Arrivo al piano terra esattamente nel momento in cui la porta di metallo cede sotto il peso di cinque corpi ammassati. Piombano all'interno inciampando l'uno sull'altro, un groviglio di carne marcia, vestiti laceri e fauci scattanti.
Il primo mi è addosso prima ancora che si rimetta in piedi. Gli pianto lo stivale nello sterno, bloccandolo, e affondo otto pollici di acciaio dritto sotto il suo mento, spaccando il palato e raggiungendo il cervello. Lo spingo via come uno straccio vecchio. Il secondo mi arriva da sinistra: schivo la presa delle sue mani scheletriche, gli afferro i pochi capelli rimasti sulla nuca e gli pianto la lama nella tempia.
Ma sono troppi, e lo spazio è stretto. Il terzo e il quarto mi spingono contro una colonna di cemento. Sento l'odore fetido del loro fiato infetto, le unghie che raschiano contro il tessuto spesso del mio giubbotto tattico. Il mio braccio destro, quello con il coltello, viene bloccato contro il muro. Il viso putrefatto di una donna mi scatta a due centimetri dal naso, i denti ingialliti che cercano la mia giugulare. Mi preparo a spingerla via con l'avambraccio sinistro, ma improvvisamente la sua testa esplode in un geyser di sangue nero e ossa.
Meave.
Ha impugnato una pesante spranga di ferro arrugginita, staccata chissà dove, e gliel'ha piantata nel cranio con una ferocia inaudita. Non si ferma. Usa la spranga come una leva, sradica l'errante da me e con un calcio netto spezza il ginocchio dell'ultimo rimasto, facendolo crollare a terra. Non le lascio il tempo di finirlo: mi libero, faccio un passo avanti e schiaccio il cranio del bastardo con il tacco dello stivale. Un crack umido, e poi torna il silenzio.
Rimaniamo immobili per tre secondi, i petti che si alzano e si abbassano a un ritmo frenetico. L'adrenalina pompa così forte che mi fischiano le orecchie. La guardo di sottecchi. Ha le mani sporche di sangue scuro, ma la presa sull'arma improvvisata è solida come la roccia.
«Dobbiamo bloccare quell'entrata,» dico, spezzando la tensione.
Senza dirci una parola, afferriamo un massiccio armadio metallico da archiviazione rovesciato a pochi metri di distanza. Il metallo stride sul cemento in un rumore agghiacciante, ma spingiamo con tutto il fiato che ci resta nei polmoni finché non lo incastriamo perfettamente contro il telaio sventrato della porta. È una barricata solida. Chiunque voglia entrare ora dovrà fare un baccano infernale.
Torniamo al piano superiore, sfiniti. L'ufficio è immerso nella penombra grigia del mattino.
Ci sediamo sul pavimento, ma teniamo la distanza. Io mi appoggio contro la parete di sinistra, vicino alla porta mezza distrutta; lei scivola contro la parete di destra, rannicchiandosi vicino ai suoi cartoni. La pistola è di nuovo nella sua fondina improvvisata, il mio fucile poggia contro la mia gamba. Nessuno dei due ha intenzione di abbassare la guardia, ma entrambi sappiamo che ammazzarci a vicenda adesso equivarrebbe a un fottuto suicidio.
Infilo due dita nel taschino del gilet tattico e tiro fuori un pacchetto di sigarette accartocciato. Ne accendo una, aspiro a pieni polmoni e lascio uscire il fumo lentamente. La fisso. Quegli occhi verdi e affilati mi scrutano dal buio del suo angolo.
«Quindi...» la voce di Meave rompe il silenzio, roca e diffidente. «Che ci fa uno stronzo del tuo calibro da solo in mezzo al nulla?»
Accenno un mezzo sorriso senza allegria. La sfacciataggine non le manca. «Potrei farti la stessa, identica domanda. Ma ho il vago sospetto che la tua sia una storia troppo lunga da raccontare oggi.» Faccio un altro tiro, lasciando cadere un po' di cenere sul pavimento. «O sbaglio?»
Lei distoglie lo sguardo per una frazione di secondo. La mascella le si contrae, tradendo un nervosismo che cerca di reprimere. «Lunga storia, sì.»
«Immaginavo.»
Sposto la mia attenzione su di lei, studiandola senza farmi notare. I vestiti le pendono addosso. Ha le guance scavate, le occhiaie violacee di chi non dorme in un letto da una vita e le nocche spaccate. Sono in giro da abbastanza tempo da riconoscere la fame cronica quando ce l'ho davanti. Sarà rintanata in questo scalo da almeno una decina di giorni, e a giudicare dal barattolo raschiato, non ha trovato un cazzo.
Senza fretta, sgancio una delle fibbie del mio zaino. Infilo la mano dentro. So esattamente cosa ho a disposizione: quattro scatole di carne, due mele un po' ammaccate ma ancora croccanti, qualche barretta proteica. È roba che mi garantirebbe almeno tre giorni di tranquillità. Dividerla significa farsi un favore che in questo mondo non ti restituisce mai nessuno.
Eppure, tiro fuori una scatoletta di spezzatino di manzo e una delle mele.
Le lancio sul pavimento, facendole scivolare sul cemento liscio. Si fermano esattamente a metà strada tra me e lei.
Meave fissa il cibo come se fosse una bomba a mano pronta a esplodere. Poi alza gli occhi verso di me, l'espressione indurita, carica di sospetto. Cerca la fregatura, cerca il prezzo da pagare per quel gesto.
«Spero tu non stia seguendo una di quelle fottute diete a zona,» dico, schiacciando il mozzicone sotto la suola dello stivale. Mi appoggio con la nuca al muro e la guardo dritta negli occhi, usando quel mio tono sarcastico, volutamente irritante. «Perché, a occhio e croce, direi che ci tieni fin troppo alla linea per i miei gusti.»
La battuta sulla linea colpisce esattamente il nervo scoperto che volevo centrare.
Vedo i muscoli della mascella di Meave contrarsi. Un lampo di pura rabbia le incendia le iridi verdi. Con uno scatto da animale selvatico, si allunga in avanti e afferra la scatoletta di carne e la mela con la mano sinistra, ma nello stesso fottuto istante la destra scatta verso l'alto.
L'acciaio della sua Beretta mi fissa dritto in mezzo agli occhi.
Non batto ciglio. Prendo la mia mela, la sfrego contro la manica del giubbotto per pulirla dalla polvere e le do un morso bello grosso. Mastico lentamente, assaporando il rumore croccante che riempie il silenzio teso della stanza.
«Mettila giù, ragazzina,» dico con la bocca mezza piena, il tono di un padre stanco che rimprovera un figlio capriccioso. La fisso negli occhi, ignorando la canna della pistola. «Se avessi voluto ucciderti, a quest'ora saresti già insieme ai nostri ospiti di sotto. Avevo il mio coltello alla tua gola, ricordi?»
Lei stringe i denti, ma la logica pragmatica di quelle parole fa breccia. La canna dell'arma trema per un secondo, poi, con una lentezza carica di rancore, si abbassa fino a puntare al pavimento. Senza dire una parola, si rannicchia di nuovo nel suo angolo, tenendo la pistola in grembo. Apre la scatoletta di carne con il coltello in modo sgraziato, affamato. Mangia in silenzio, lanciandomi occhiate taglienti a ogni boccone.
Non ci fidiamo l'uno dell'altra, e va bene così. È la diffidenza che ti fa respirare un giorno in più.
Nel frattempo, il cielo oltre i lucernari incrostati ha deciso di chiudersi del tutto. Il grigio piombo lascia il posto a un nero compatto e minaccioso, e la pioggia inizia a cadere. Non è un temporale passeggero. È un diluvio torrenziale, gelido, accompagnato da un vento che fa gemere la struttura d'acciaio del magazzino. L'acqua batte sulle lamiere del tetto con una violenza tale da creare un muro di rumore bianco assordante.
Mi alzo in piedi. «Non sentiremo un cazzo stanotte,» le dico, alzando la voce per sovrastare il frastuono della tempesta. «Se qualcuno, vivo o morto che sia, decide di salire quelle scale, non lo capiremo finché non ce l'avremo addosso.»
Lei capisce al volo. Si pulisce la bocca col dorso della mano e si alza.
C'è una vecchia scrivania metallica rovesciata contro la parete opposta. Peserà un fottuto quintale. Ci mettiamo uno da un lato e una dall'altro, le mani sporche che stringono i bordi arrugginiti. Nessuno dei due parla, ma spingiamo all'unisono. Il metallo stride contro il cemento, un rumore atroce che viene inghiottito dalla pioggia, finché non incastriamo la scrivania di traverso contro la porta mezza distrutta. Ora siamo chiusi dentro. Ciechi e sordi al mondo esterno. Ma al sicuro.
Torniamo alle nostre postazioni quando l'ultima luce muore del tutto. Il buio nel magazzino è totale, tagliato solo da qualche debole lampo in lontananza.
Tiro fuori dallo zaino la mia vecchia coperta infeltrita, logora e macchiata di fango secco dai giorni passati all'aperto, e me la butto sulle spalle. Appoggio la nuca al muro, chiudo gli occhi e cerco di riposare, mantenendo la mano destra sull'impugnatura del fucile.
Passano le ore. E con le ore, arriva il vero nemico. Il gelo.
L'umidità della tempesta si infiltra attraverso il cemento, penetrando nei vestiti, nella pelle, dritta nelle ossa. La temperatura crolla vertiginosamente. Sotto la mia giacca tattica e la coperta reggo il colpo, ma dall'altra parte della stanza percepisco un movimento continuo.
Apro gli occhi nell'oscurità. Il rumore della pioggia è martellante, ma il mio orecchio, abituato a captare ogni minima anomalia, distingue un suono ritmico, innaturale.
Click. Click. Click.
Denti che sbattono.
Metto a fuoco la massa d'ombra nell'angolo. Meave sta tremando. Non è un brivido passeggero, è uno spasmo violento e incontrollabile. Il suo corpo sta cercando disperatamente di produrre calore, ma è scavata dalla fame, senza riserve di grasso, senza energie. Sento il tessuto della sua giacca sfregare compulsivamente contro il muro.
«Ehi,» chiamo nel buio, la voce roca.
Nessuna risposta. Solo il battito frenetico dei suoi denti e un respiro corto, sibilante.
«Meave.»
«F-fottiti,» farfuglia lei, la voce spezzata da un tremito così forte che le mozza le sillabe.
Ha fottutamente freddo, eppure il suo orgoglio di merda le impedisce di chiedere aiuto. Capisco subito che se la lascio lì, l'ipotermia se la porterà via prima dell'alba. E svegliarsi con un errante affamato rinchiuso nella stessa stanza buia non fa parte dei miei piani.
Sbuffo, togliendomi la coperta di dosso. Mi alzo, il rumore dei miei stivali pesante sul cemento. Avanzo verso di lei.
«Che cazzo f-fai... stammi l-lontano,» sibila, cercando di sollevare la pistola con mani che ormai non rispondono più ai comandi. Sento il raschiare del polimero sul pavimento.
Non mi fermo. Arrivo sopra di lei, mi abbasso e con una manata secca ma controllata le abbasso il braccio armato, spingendole la pistola contro la coscia.
«Smettila di fare la dura, ragazzina. Se crepi di freddo mi toccherà piantarti un coltello nel cranio quando ti risvegli per mordermi le caviglie. E sono troppo stanco per queste stronzate.»
Senza aspettare una sua reazione, la afferro per le spalle. È rigida come una tavola di legno, gelata. La tiro verso di me, ignorando le sue deboli imprecazioni. Mi siedo pesantemente a terra, con le spalle contro il muro, e la costringo a sedersi tra le mie gambe, dandole le spalle contro il mio petto.
Si irrigidisce. L'istinto di sopravvivenza le urla di divincolarsi, ma il bisogno primordiale di calore vince su tutto. Recupero la sua coperta di pile grigio, ci avvolgo entrambi, e poi ci butto sopra la mia vecchia coperta pesante, sigillando tutto quel fottuto microclima.
«Metti via quell'arma, o ti spari in un piede,» le ordino a bassa voce all'orecchio.
Lei esita. Poi sento il movimento metallico della sicura che scatta e la pistola che viene incastrata tra le sue gambe, stretta contro lo stomaco. Io tengo il mio coltellino in mano, appoggiato sulla mia coscia. Le armi sono lì, invisibili sotto le coperte, testimoni silenziose della nostra sfiducia.
Lentamente, il mio calore corporeo inizia a trasferirsi. La sento tremare contro il mio sterno, un fremito che si propaga dai suoi muscoli ai miei. E poi, succede.
Sotto il rumore assordante della pioggia, racchiusi in quel bozzolo di lana ruvida e buio pesto, l'isolamento svanisce. Mi entra nelle narici l'odore dei suoi capelli bagnati. Sa di polvere, di pioggia e di pelle calda. Il suo respiro, prima spezzato, inizia a farsi più lungo, profondo, espandendo la sua cassa toracica contro di me.
Il mio corpo reagisce molto prima del mio cervello. È un cortocircuito.
Erano mesi che non sentivo il peso vivo di un'altra persona addosso. E per un istante atroce e bellissimo, il buio mi inganna. Il calore, il profumo, l'attrito dei nostri vestiti... è tutto troppo simile alle notti passate a scaldare Tessa. Sento il cuore stringersi in una morsa di colpa e desiderio, un desiderio sporco, animale, nato unicamente dal sollievo di non essere solo in mezzo alla fine del mondo.
Meave smette di tremare. I suoi muscoli si abbandonano impercettibilmente contro i miei. Nessuno dei due fiata, ma il silenzio sotto quelle coperte urla di una tensione elettrica, cruda. Sento il suo battito cardiaco contro il mio braccio. È viva. E, per quanto mi odi e per quanto io non mi fidi di lei, in questo esatto momento, averla contro di me è l'unica cosa che mi impedisce di impazzire.
Mi sveglio con il gelo che mi morde la nuca. La vecchia coperta infeltrita è ancora sulle mie spalle, ma lo spazio davanti al mio petto è vuoto. Quel calore vivo, tremante e fottutamente reale della notte è sparito, sostituito dal soffio freddo dell'aria che filtra dalla porta sfasciata.
Sopra la testa, il tamburellare assordante della tempesta si è ridotto a un picchiettio fitto, ritmico, quasi ipnotico. Fuori c’è una pioggiarellina leggera, di quelle bastarde che non fanno rumore ma ti inzuppano i vestiti fino alle ossa in dieci minuti.
Mi metto a sedere lentamente, i muscoli della schiena che protestano con fitte acute. Faccio un respiro profondo e stringo i denti. Cazzo. Ho dormito troppo profondamente. Erano giorni, forse settimane, che non chiudevo gli occhi per più di due ore di fila senza scattare al minimo fruscio. Il mio corpo ha deciso di mollare e prendersi il suo prezzo proprio stanotte, nel momento peggiore possibile. Pessimo fottuto tempismo.
Allungo la mano verso destra, nel buio grigio dell'alba. Il fucile d’assalto è lì, appoggiato alla parete. Lo accarezzo, sentendo il metallo freddo sotto le dita. Almeno quello c'è. Troppo pesante per lei, troppo ingombrante per una che non sa nemmeno impugnare una Beretta senza farsi venire le nocche bianche.
Ma quando la mano scende verso la mia coscia destra... la fondina è aperta. E vuota.
Niente coltello da caccia.
Mi controllo d'istinto lo stivale sinistro, infilando le dita sotto l'orlo del pantalone. Vuoto anche quello. Il coltellino tattico che tenevo nascosto nella caviglia è sparito. Mi controllo freneticamente il gilet: mancano due caricatori completi di nove millimetri. Guardo dentro lo zaino, lasciato aperto: una scatola di spezzatino è volata via, ma sul fondo ne è rimasta una di carne pressata, insieme a due barrette proteiche.
Ha preso le scorte. Ha preso le munizioni. Ha preso le armi corte. Ma mi ha lasciato abbastanza cibo per non farmi crepare di fame subito. Un briciolo di stupida coscienza, o forse solo la fretta di chi sa di aver appena pestato la coda a una tigre.
Mi scappa una mezza risata rauca, un suono secco e privo di allegria che muore subito tra i mattoni umidi dell'ufficio.
«Furbetta,» sussurro a me stesso nel silenzio della stanza, passandomi una mano guantata sulla faccia per scacciare gli ultimi residui di sonno. «Davvero furbetta. Pulita, silenziosa, rapida. Te lo devo concedere, ragazzina. Mi hai fregato alla grande.»
Mi alzo in piedi, stirando le braccia finché le giunture non scricchiolano. Non urlo, non tiro calci ai muri. Il panico è un lusso che ho seppellito otto anni fa insieme al vecchio mondo. La rabbia c'è, ma è fredda, geometrica, incanalata esattamente dove deve andare.
«Ma hai fatto un grosso errore,» continuo a me stesso, parlando a mezza voce mentre ricarico il fucile d'assalto e controllo il colpo in canna. «Un errore enorme. Potevi prenderti il cibo. Potevi prenderti i proiettili. Potevi persino prenderti il ferro nello stivale. Ma quel coltello no. Quello proprio no.»
L'acciaio pesante con il manico in osso rigato. Ci sono le iniziali di Tessa incise vicino alla guardia, quasi cancellate dagli anni e dal sangue che ha versato. Quel coltello non è solo un'arma; è l'unica cosa rimasta su questa terra che mi ricordi chi ero prima di diventare questo mostro che cammina tra i morti. È la mia linea di confine. E a me, per principio, non piace che la gente superi le mie linee. Soprattutto, non mi piace essere preso per il culo. Quando qualcuno mi ruba qualcosa, le regole cambiano. E io divento un problema molto serio.
Sposto la scrivania metallica con una spallata decisa. Meave l'ha mossa solo di trenta centimetri, quanto bastava per far scivolare il suo corpo magro ed evaporare nella notte. Scendo i gradini di ferro con il fucile imbracciato, muovendomi come un'ombra.
Al piano terra, l'armadio metallico è ancora incastrato contro la porta di servizio, ma due erranti ciondolano nel corridoio. Sono bagnati fradici, i vestiti ridotti a brandelli appiccicosi, resi ancora più lenti e rimbambiti dal freddo e dalla pioggia dell'alba. Mi vedono. Emettono quel fastidioso rantolo gutturale e allungano le mani grigie verso di me.
Non ho intenzione di sprecare munizioni per loro. Non oggi.
Avanzo a passo rapido. Schivo la presa del primo con uno scatto laterale e gli tiro una botta tremenda con il calcio del fucile dritto sullo zigomo. Sento l'osso cedere con un crack secco. Crolla a terra e gli schiaccio la tempia con il tacco dello stivale. Il secondo mi artiglia il giubbotto, ma lo afferro per il collo della camicia marcia e lo sbatto con tutta la forza che ho contro lo spigolo vivo di un bancale di legno. Il cranio si sfascia come un melone maturo.
Pulito. In meno di dieci secondi il corridoio è di nuovo mio.
Scivolo oltre lo spiraglio dell'armadio e mi ritrovo all'esterno, sotto la pioggerellina sottile. L'aria di novembre mi entra nei polmoni come aghi di ghiaccio, ma mi serve a darmi la sveglia. Appoggio il fucile a un vagone cisterna arrugginito e tiro fuori la mappa stropicciata dalla tasca interna della giacca protetta dal cellophane.
La studio, calcolando i tempi. Asheville è ancora lontana. Meave è debole, ha lo stomaco vuoto da dieci giorni e quel po' di carne in scatola che mi ha rubato non fa miracoli in poche ore. Ha dovuto muoversi al buio, sotto il diluvio, con le gambe che le tremavano per la fatica e la paura. Non può aver fatto più di due o tre miglia di svantaggio. Inoltre, una ragazza sola, mezza assiderata e terrorizzata, non resterebbe mai sui binari esposti con la luce del giorno. Cercherebbe copertura.
Vedo una linea secondaria sulla mappa, una vecchia tratta industriale abbandonata che si infila dritta nel fitto del bosco a nord-ovest, costeggiando una serie di vecchi capannoni della segheria. È l'unica via di fuga logica per non farsi individuare.
Rimetto via la mappa e mi chino a terra, proprio vicino alla pozzanghera dove finisce la tettoia del magazzino. La pioggia sta lavando via il terreno, ma il fango argilloso dello scalo merci è un'ottima spia se sai cosa cercare.
Eccola lì. Una traccia netta. Il tacco del suo scarpone sinistro ha affondato profondamente nel fango, calpestando un ammasso di foglie di quercia marce e lasciando una scia obliqua. Sta camminando male. Zoppica leggermente o è semplicemente sfinita. Poco più avanti, un ramo spezzato di netto a un metro d'altezza conferma che è passata di qui, correndo nella direzione del bosco.
Mi rimetto dritto, sistemandomi la cinghia del fucile d'assalto sulla spalla. Guardo verso la linea degli alberi spogli, dove la nebbia bassa confonde i profili dei tronchi neri.
«Scappa pure, ragazzina,» mormoro nel silenzio della pioggia, e un sorriso freddo, quasi divertito, mi si stampa in faccia.
«Corri finché hai fiato nei polmoni. Tanto il bosco è grande, ma io sono un cacciatore decisamente migliore di te. Raggiungerti sarà la parte divertente del mio percorso per Asheville. E quando ti trovo... beh, allora ci siederemo e ti spiegherò per bene le mie fottute regole.»
Sblocco la sicura del fucile e mi avvio nel fango, seguendo le sue impronte. La caccia è aperta.
CONTINUA
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