Il gelo dell’alba ti entra nei polmoni prima ancora che tu apra gli occhi.
Mi sveglio con i muscoli della schiena contratti, rigidi come corde di violino, steso sotto un ammasso di rami secchi e teloni di plastica scura che ho usato per schermare la mia presenza in un fossato. L'aria ha quel sapore tagliente di pioggia imminente e terra morta. Sputo un grumo di saliva densa, mi passo una mano guantata sulla faccia per scacciare il torpore e mi rimetto in piedi.
Asheville è ancora lontana. Trentotto fottute miglia, secondo i miei calcoli. Un’infinità, se devi farle camminando su binari esposti, con l'inverno che ti soffia sul collo.
Riprendo la marcia quando il sole pallido di novembre non è ancora riuscito a farsi largo attraverso la lastra di piombo del cielo. Dopo un paio d'ore, i binari cominciano a sdoppiarsi, poi a triplicarsi, intrecciandosi come vene nere su un letto di pietrisco macchiato d'olio e ruggine. In lontananza, inghiottito dalla nebbia bassa, si staglia il profilo spigoloso di uno scalo merci.
È un gigantesco cimitero di acciaio. Vagoni cisterna deragliati, container sventrati e piloni di cemento armato ricoperti di edera nera. La natura sta divorando tutto, ma le tracce del panico di otto anni fa sono ancora incise ovunque.
Mi muovo con la lentezza fluida che mi ha tenuto vivo finora. Il fucile d'assalto è stretto contro il petto, il dito indice allungato sopra il ponticello del grilletto. Supero un convoglio merci le cui porte scorrevoli sono state divelte. All'interno c'è solo oscurità e il fetore dolciastro di carne guasta. Sento il raschiare inconfondibile di unghie contro la lamiera: un paio di erranti rimasti intrappolati in un container chiuso dall'esterno. Stanno grattando l'acciaio da anni. Me ne fotto e vado avanti.
Al centro dello scalo si erge un magazzino di stoccaggio su due livelli. I portelloni principali sono sbarrati, ma c'è una porta di servizio laterale socchiusa. Faccio un rapido calcolo visivo: all'esterno ci sono quattro erranti, forse cinque. Sono lenti, quasi congelati, aggirati intorno ai resti di un furgone ribaltato. Non mi hanno visto, il vento soffia nella mia direzione portando via il mio odore. Non vale la pena sprecare colpi o energie.
Mi infilo nella porta di servizio scivolando nell’ombra del magazzino.
L’interno è cavernoso, illuminato solo dai fasci di luce grigia che penetrano dai lucernari incrostati di sporco sul tetto alto. C'è odore di cartone umido, polvere chimica e... qualcosa di diverso. Qualcosa che non appartiene a un posto abbandonato.
Avanzo senza fare il minimo rumore, i miei stivali tattici scivolano sul cemento liscio aggirando bancali di legno marcio. Individuo una scala di ferro che porta a un ballatoio superiore, verso quelli che un tempo dovevano essere gli uffici della logistica.
L'istinto mi dice di controllare.
Salgo i gradini tenendomi rasente al muro, evitando di caricare il peso al centro dei gradini di metallo per non farli cigolare. Arrivato in cima, la porta a vetri dell'ufficio è mezza sfasciata.
Abbasso la canna del fucile, spingo il telaio con la spalla ed entro.
La stanza è un caos di vecchi archivi ribaltati, ma in un angolo c'è qualcosa che fa fermare di colpo i miei pensieri.
Dei cartoni aperti e appiattiti sul pavimento. Una coperta di pile grigio, logora ma piegata. Un barattolo di fagioli vuoto, meticolosamente raschiato, e una bottiglia di plastica con tre dita d'acqua dentro.
Non c'è traccia di polvere su quei cartoni.
Capisco all'istante di aver fatto un cazzo di errore. E in questo mondo, gli errori li paghi subito.
Il rumore del cane di una pistola che viene armato scatta a pochi centimetri dalla base del mio cranio.
«Fai un solo movimento sbagliato e ti lascio trasformare su questo pavimento,» sibila una voce alle mie spalle.
È una voce di donna. Raudica, bassa, graffiata dalla disperazione e dalla mancanza di sonno. Il metallo gelido della canna dell'arma si preme esattamente contro l'ultima vertebra cervicale. Ha mirato al tronco encefalico. Sa esattamente come si uccide in questo fottuto mondo.
Non mi irrigidisco. Non sussulto. Non alzo le mani come un codardo in cerca di pietà. L'adrenalina mi inonda il sangue, ma il mio cervello rimane freddo, lucido, completamente calmo. Ho visto morire la donna che amavo, ho scavato la sua tomba. Una pistola puntata alla schiena non è nulla in confronto.
Forse, sotto sotto, una parte spezzata di me spera persino che lei tiri quel maledetto grilletto.
«Butta il fucile. Piano,» ordina. Il suo fiato irregolare mi sfiora il collo del giubbotto.
«Facciamo un respiro profondo,» rispondo io. La mia voce esce piana, quasi annoiata, un ronzio profondo che stride completamente con la tensione del momento. «Se volessi farmi saltare il cervello, non saresti qui a parlare. Dico bene?»
La canna della pistola preme più forte contro la mia spina dorsale. Sento la sua mano tremare, un micro-movimento impercettibile ma che mi dice tutto quello che devo sapere: è spaventata a morte.
«Ho detto di buttare l'arma, sciacallo del cazzo,» ringhia lei, la voce un'ottava più alta, incrinata. «Il fucile a terra. E poi quel coltello enorme che hai sulla coscia. Adesso, o giuro su Dio che ti spalmo il cervello su quel muro.»
Faccio un piccolo cenno con la testa. «Okay. Regole tue.»
Lentamente, sfilo la cinghia del fucile dalla spalla destra e lo lascio cadere. L'arma sbatte sul cemento con un tonfo sordo. Poi, sempre con movimenti misurati, sbottono la fondina sulla coscia e lascio andare anche il coltello da caccia. Non le dico dell'ultimo pezzo di ferro tattico che tengo infilato nello stivale sinistro, coperto dall'orlo del pantalone. Quello resta lì.
«Calcia via quella roba,» ordina lei, il fiato sempre più corto. «E girati. Mani dove posso vederle. Muoviti.»
Spingo le armi lontano con il tacco dello stivale e mi volto con calma millimetrica, tenendo le mani sollevate all'altezza del petto.
La guardo. È un animale selvatico messo all'angolo. I capelli sono scuri, mossi e sporchi, legati alla buona con un laccio consumato che le lascia cadere alcune ciocche davanti al viso. Ha la pelle chiara, macchiata di fuliggine e segnata da piccoli graffi sottili. È magra, nervosa, ma ha una Beretta 92FS tenuta a due mani, puntata dritta al centro del mio petto.
Noto subito come la impugna. Ha le nocche bianche per la tensione, i pollici serrati male e le spalle rigide. Sta stringendo quel polimero e quell'acciaio come se fosse l'unica cosa che la tiene ancorata al mondo. Le sue pupille sono enormi, iettano lo sguardo da me alla porta, nel terrore che sbuchi qualcun altro. È terrorizzata. Ha una paura fottuta.
Io, invece, la fisso dritto in faccia senza un briciolo di calore, senza l'ombra della paura che si aspetterebbe da un uomo con un nove millimetri puntato al cuore. Se preme quel grilletto, mi fa un favore. Questa totale indifferenza per la mia stessa vita mi scorre sottopelle, ed è la mia vera arma.
«Hai un pannolone?» le chiedo a bruciapelo.
Lei sgrana gli occhi, la canna della Beretta ha un sussulto vistoso. «Cosa? Ti piace fare lo spirito, testa di cazzo?»
Accenno un mezzo sorriso amaro, gelido, di quelli che non ti aspetti da chi è a un passo dal diventare un cadavere.
«Un pannolone...» ripeto, abbassando la voce in un ronzio calmo e profondo. «Perché, a occhio e croce, sembra che tu stia per cagarti addosso. E sei tu quella da questa parte del manico, con una posizione di vantaggio.»
«Chiudi quella fottuta bocca,» ringhia lei, ma la voce le si incrina tradendo una crepa profonda.
Il fatto che io non tremi la manda in cortocircuito. Gli sciacalli che incontra di solito pregano, minacciano o si arrabbiano. Io la guardo come se stessi guardando il vuoto. La mia totale assenza di paura la destabilizza, la fa sentire scoperta, debole. Capisce che non ho nulla da perdere, e non c'è niente di più terrificante in questo mondo di un uomo che desidera la morte quanto lei desidera la vita.
Il nervosismo le fa fare un respiro troppo profondo, le spalle le si alzano per una frazione di secondo e la canna della pistola devia di un maledetto centimetro.
Non mi serve altro.
Scatto in avanti come una molla d'acciaio. Con l'avambraccio sinistro devio la sua Beretta verso l'alto; il colpo parte con un boato assordante che disintegra un pezzo di soffitto, facendo piovere calcinacci. Contemporaneamente, sfrutto lo slancio: lascio cadere il mio baricentro, la mia mano destra sfila il coltellino dallo stivale e le spazzo via la gamba di appoggio con un calcio netto dietro il ginocchio.
