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CHIMERA - L'ultimo respiro dell'umanità · Cap. 3
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Capitolo 3 di 11 31 min di lettura

Il peso del rimorso

Messi a nudo i rispettivi punti deboli – il ricordo di Tessa per Trevis e il senso di colpa per Meave –, i due sopravvissuti riprendono il viaggio. La confessione disperata della ragazza costringe Trevis a ridefinire i confini di un'alleanza forzata, basata non sulla fiducia, ma sulle spietate regole della sopravvivenza.

Michael035
2 mesi fa · 460 letture · 1

A metà strada lungo i binari morti della segheria, l'occhio mi cade su un pezzo di metallo scrostato che spunta dai calcinacci di un gabbiotto crollato. Mi chino e lo sollevo. Un piede di porco. Sessanta centimetri di acciaio massiccio, spesso due dita. Lo prendo, lo guardo per qualche secondo, poi me lo appoggio comodamente sulla spalla.

Quando la linea degli alberi si apre, i capannoni di lamiera arrugginita si ergono davanti a me. Individuo subito la sua traccia: un'impronta scivolata nel fango che punta dritta verso la fessura del portone principale. È entrata lì. È in trappola.

Avanzo sulla rampa d'accesso in cemento, senza la minima intenzione di nascondere i miei passi. Voglio che sappia che sono arrivato. Voglio che lo senta nello stomaco.

Mi fermo davanti a una ringhiera di ferro imbullonata vicino all'entrata e stringo la presa sul piede di porco.

Un secondo dopo, lascio cadere il braccio e colpisco il montante della ringhiera con tutta la forza che ho.

SDENG. SDENG. SDENG.

Tre colpi netti. Il metallo urla, un frastuono assordante che disintegra la quiete della pioggia. E prima ancora che l'eco smetta di vibrare contro le lamiere, alzo la voce, caricandola di un'ironia teatrale e velenosa.

«Maialino, Maialino... fammi entrare!»

Accenno un sorriso freddo e mi infilo di traverso nello spiraglio del portone.

L'interno puzza di muffa, legno marcio e polvere umida. L'aria è ferma. Inizio a passeggiare tra i vecchi macchinari fermi da anni, il piede di porco che dondola pigramente dalla mia mano.

«Sai, c'è una cosa che ammiro nelle persone in questo fottuto mondo,» risuona la mia voce nell'enorme spazio vuoto, calma, pacata. «L'iniziativa. Svegliarsi all'alba, darsela a gambe... hai fegato. Ma la cosa che disprezzo, quella che mi fa incazzare sul serio, è la stupidità. E tu hai fatto una cazzata monumentale.»

Svolto l'angolo di una gigantesca imballatrice centrale. Eccola.

È rannicchiata in uno spazio stretto tra il muro e il nastro trasportatore. L'adrenalina della fuga le ha fatto passare il freddo, non sta più tremando per l'assideramento, ma è evidente che le gambe non la reggono. È svuotata dalla fame, il viso pallido e scavato, ma non ha l'aria di una che si è arresa.

Ha la Beretta puntata dritta contro di me.

«Fermati lì,» mi avverte. La voce è debole, ma tagliente. Niente balbuzie. Niente panico incontrollabile. Solo la determinazione cruda di un animale messo all'angolo.

Faccio un passo avanti, ignorando del tutto la canna nera della pistola. La mia espressione si indurisce, perdendo ogni traccia di quel sarcasmo divertito.

«Ti sei presa una cosa che mi appartiene,» le dico, abbassando la voce a un ringhio autoritario. Non ho voglia di giocare. «Tieniti le scorte. Tieniti le munizioni. Ma quel coltello è mio. E tu adesso me lo ridai.»

Meave abbassa lo sguardo per una frazione di secondo verso la sua cintura, dove ha incastrato l'arma di Tessa. Il suo cervello macina l'informazione a una velocità impressionante. Capisce subito che non me ne frega un cazzo del cibo. Capisce l'intensità che mi ha indurito gli occhi.

E in quel preciso istante, vedo accendersi nelle sue iridi verdi una scintilla di pura, disperata perfidia. Ha capito di avere in mano il mio punto debole.

Con un'esplosione di energia che non mi sarei mai aspettato da un corpo così debilitato, Meave afferra un pesante ingranaggio arrugginito da terra e me lo scaglia addosso. D'istinto alzo il braccio per pararmi il viso, e lei sfrutta quel singolo secondo di distrazione. Si tuffa di lato, scivolando sotto il telaio del nastro trasportatore come un'anguilla, per poi scattare verso una porta di carico posteriore mezza sfasciata.

«Brutta stronza!» ringhio, aggirando il macchinario a passi pesanti.

La inseguo. Sfonda la porta con una spallata ed esce all'esterno, nel piazzale fangoso sul retro della segheria. La raggiungo un attimo dopo, ma mi fermo di colpo.

Il baccano che ho fatto prima sulla ringhiera non è servito solo a spaventare lei. Ha attirato ospiti. Tra le cataste di tronchi marci e le pozze di fango ci sono almeno una decina di erranti. Si stanno già trascinando verso il rumore, gorgogliando affamati.

Meave è a cinque metri da loro. È in trappola un'altra volta, ma invece di sparare, si gira verso di me. Ha il fiatone, è affannata, ma sul viso ha dipinto un sorriso folle.

Con un gesto secco, sfila il coltello di Tessa dalla cintura.

«Lo vuoi?» mi urla contro, la voce carica di sfida.

«Vattelo a prendere!»

E prima che io possa anche solo fare un passo, alza il braccio e lancia l'arma. La lama di acciaio vola in un arco perfetto, superando la prima linea di cadaveri ambulanti, per poi atterrare e conficcarsi in profondità nel fango nero, proprio al centro di un groviglio di corpi in decomposizione, gambe lerce e viscere trascinate.

Le mie narici si dilatano. Avrei voluto strangolarla con le mie mani.

Senza nemmeno voltarsi a guardare il risultato del suo lancio, Meave scatta, sgusciando agilmente tra due erranti lenti e ricominciando a correre a perdifiato verso l'intrico del bosco, convinta di avermi appena dato scacco matto. Convinta di avermi costretto a scegliere tra la sua vita e il ricordo di mia moglie. Lasciandomi esattamente dove voleva lei: a dover scegliere tra la mia preda e l'unica cosa che mi tiene ancorato alla mia umanità.

Sento il sangue pulsarmi nelle tempie con una violenza tale da farmi fischiare le orecchie. L’arroganza è un lusso che posso tollerare. La stupidità, pure. Ma questo no.

Faccio scattare il selettore di fuoco del mio fucile d’assalto. Non alzo l'arma alla spalla. La tengo all'altezza del fianco, la canna puntata verso il basso, a un metro davanti alla sua traiettoria di fuga.

«Maledetta stronza, mi hai costretto a farlo,» sibilo a denti stretti.

Premo il grilletto.

Il boato del calibro 5.56 lacera l'aria umida della segheria. Il proiettile ad alta velocità si schianta a terra a un palmo dal suo scarpone, disintegrando una lastra di cemento sepolta sotto il fango. È come l'esplosione di una piccola granata a frammentazione. Una pioggia di schegge di pietra e detriti le falcia la caviglia e il polpaccio sinistro.

Meave urla. Un grido acuto, spezzato, mentre la gamba le cede di schianto e lei rovina a faccia in avanti nel fango sporco di segatura, rotolando su se stessa.

Abbasso la canna del fucile. Sputo a terra, senza degnarla di uno sguardo, e mi incammino verso il branco di erranti che si sta ammassando intorno al mio coltello. Sono lenti, stupidi, guidati solo dal rumore.

Il primo mi allunga le mani addosso: gli piazzo uno stivale sul ginocchio, spaccandogli l'articolazione, e gli fracasso la mascella con un colpo orizzontale del calcio del fucile. Crolla come un sacco vuoto. Il secondo prova ad azzannarmi il braccio. Lo afferro per la gola putrefatta, lo spingo via e lo stendo con una pedata al petto.

Raggiungo il punto esatto. Afferro il manico in osso e strappo il coltello di Tessa dal terreno. Lo pulisco accuratamente sulla manica del giubbotto, assicurandomi che la lama sia intatta, e lo rimetto nella fondina.

Mentre mi rialzo, noto un dettaglio. L'errante a cui ho appena fracassato la faccia indossa un vecchio collare di corda di canapa ispessita, probabilmente un cappio artigianale con cui si era impiccato anni fa prima di trasformarsi.

Estraggo il coltellino tattico dallo stivale, recido la corda logora e me la avvolgo intorno al pugno. Puzza di marcio e di umidità, ma è robusta e abbastanza lunga.

Mi volto. Meave è a terra, a una decina di metri da me. Si stringe il polpaccio sanguinante, cercando disperatamente di strisciare via verso il bosco, ma il dolore è troppo forte. Le schegge di cemento le hanno lacerato i pantaloni e la pelle, niente arterie recise o ossa rotte, ma fa un male cane.

Prova ad alzarsi e a continuare a scappare, ma non riesce a fare più di due passi senza ricadere.

La raggiungo con calma, tanto è lenta e non va più da nessuna parte. Non mi abbasso nemmeno. La afferro per il bavero del giubbotto e la tiro su di peso, ignorando le sue urla di dolore.

«Lasciami! figlio di puttana, mollami!» strilla, dimenandosi come una gatta selvatica. Cerca di graffiarmi la faccia, mi sputa addosso, ma non ha forza.

La trascino di peso verso il tronco massiccio di una vecchia quercia scortecciata, poco distante dal piazzale della segheria. La sbatto contro l'albero con una spallata che le mozza il fiato, le prendo i polsi, li lego dietro la sua schiena. Poi, con la corda restante la lego al tronco dell'albero. Faccio due nodi, tirando la canapa ruvida finché non le sega la pelle.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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