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CHIMERA - L'ultimo respiro dell'umanità · Cap. 1
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Capitolo 1 di 11 23 min di lettura

Il peso di essere vivi

AVVERTENZA: Questo racconto si discosta dai canoni classici del sito. È una storia di fantascienza apocalittica dalle tinte molto cupe, dove l'erotismo si fonde con la disperazione della sopravvivenza. Contiene scene di forte impatto emotivo, drammaticità e passaggi di cruda violenza. Lettura consigliata a un pubblico maturo e consapevole.

Michael035
3 mesi fa · 679 letture · 2

NOVEMBRE 2092:

(Introduzione)

Il freddo di questo novembre ti entra nelle ossa come una lama sottile. Sento le giunture irrigidirsi mentre raschio la punta della matita con il mio coltellino da caccia. Il rumore del metallo che scalfisce il legno è l'unico suono nitido in questa fottuta casa diroccata. Oltre i vetri in frantumi, il vento scivola tra i rami spogli degli Appalachi, portando con sé quel suono. Un trascinarsi lento, il fruscio di foglie calpestate senza ritmo, seguito da un mugugno gutturale, liquido.

L'odore, invece, non ha bisogno del vento. Quello è sempre qui. Si è aggrappato ai muri scrostati, ai tappeti ammuffiti, ai miei stessi vestiti. È un lezzo dolciastro e metallico di carne guasta e disfacimento, così persistente che ormai fa parte dell'ossigeno che respiro.

Soffio via i trucioli di legno dalla copertina in pelle logora del mio diario. Me lo tengo stretto sulle ginocchia, sotto una coperta di lana infeltrita che puzza di fumo e polvere. Ho trentasei anni, ma le mie mani, piene di calli e micro-cicatrici, sembrano quelle di un vecchio. Scrivere è diventato il mio unico esorcismo. Riempire queste pagine bianche mi impedisce di dimenticare come si formula un pensiero complesso, mi impedisce di diventare un animale mosso solo dall'istinto di sopravvivenza. E, soprattutto, mi fa sentire meno solo da quando Tessa non c'è più.

Appoggio la grafite sulla carta ruvida.

Novembre 2092, scrivo.

A volte mi chiedo se abbia ancora senso tenere il conto dei giorni. Il mondo, quello vero, è finito otto anni fa. Ma forse scrivere serve proprio a questo: a ricordare a me stesso che c'è stato un "prima", e che c'è una ragione precisa, scientifica e fottutamente umana per cui ora siamo rintanati come topi.

Tutto è iniziato nel 2084. Nessuna pioggia di missili nucleari, nessuna testata apocalittica. Troppo facile, troppo rapido. Il mondo è collassato per colpa di batterie, microchip e avidità. La crisi energetica globale non riguardava il petrolio, ma i metalli rari: il silicio di nuova generazione, il litio purificato, le terre rare necessarie per alimentare i superconduttori quantistici. La coalizione Russia-Cina-India aveva chiuso i rubinetti, monopolizzando i giacimenti in Siberia e le nuove miniere di estrazione. Gli Stati Uniti e ciò che restava della NATO stavano letteralmente rimanendo al buio, strangolati economicamente e militarmente. La guerra convenzionale, combattuta con droni, fanteria e sanzioni, stava dissanguando l'America.

E quando gli americani si sentono con le spalle al muro, diventano i più grandi figli di puttana della storia.

Il progetto si chiamava Chimera. O almeno così dicevano i file decriptati trasmessi su frequenze pirata durante i primi mesi del collasso. I nostri più brillanti virologi e bio-ingegneri militari della DARPA avevano creato un'arma. Non per uccidere, ma per sottomettere. Era un agente patogeno sintetico, un incubo ibrido: un retrovirus a RNA fuso con un prione, una proteina anomala progettata in laboratorio. L'obiettivo era spargere questo gas sulle truppe nemiche; il virus avrebbe dovuto attraversare la barriera emato-encefalica, attaccare la corteccia prefrontale e annullare ogni forma di aggressività o pensiero strategico. Volevano trasformare gli eserciti orientali in burattini catatonici.

Ma la natura non ama essere presa per il culo.

Credevano di poterlo controllare, ma il virus reagì con gli agenti chimici nell'atmosfera inquinata delle zone di guerra. Mutò. E lo fece con una rapidità che nessuna intelligenza artificiale dell'epoca aveva calcolato. Diventò un aerosol letalmente perfetto, silenzioso, resistente a qualsiasi variazione di temperatura. Nel giro di pochi mesi, a cavallo tra il 2084 e il 2085, ha infettato il mondo intero.

La fregatura? Che non faceva assolutamente nulla ai vivi.

Era questa la vera perfidia dell'evoluzione. Il virus si è annidato nel nostro tronco encefalico, silente, soppresso dall'attività elettrica del cervello sano e dal nostro sistema immunitario. Tutti noi, io compreso, abbiamo questa bomba a orologeria nel cranio. Respiriamo, mangiamo, scopiamo, combattiamo... e lui dorme.

Si sveglia solo quando il cuore si ferma.

Ho studiato chimica prima che il mondo bruciasse, e ci ho messo anni a metabolizzare l'orrore clinico di questa realtà. Quando una persona muore, le funzioni cerebrali superiori collassano. La corteccia si spegne. La personalità, l'anima, i ricordi... spariscono per sempre. A quel punto, senza più il "rumore di fondo" di un cervello vivo, il virus si attiva. Consuma le ultime riserve di glicogeno nelle cellule per dare un fottuto shock elettrico al sistema nervoso autonomo. Riattiva i gangli della base e i centri motori primitivi. Il cadavere si alza. Non sente dolore, non respira per ossigenarsi, ma per produrre suoni. Ha un solo, singolo imperativo dettato dall'agente patogeno nel suo cranio: nutrirsi di carne fresca per fornire al virus le proteine necessarie a non degradarsi.

E i morsi... cristo, i morsi sono una sentenza. Un errante ha la bocca ricolma di batteri necrotizzanti e una carica virale concentrata e "attiva" nella saliva. Se ti mordono, non è il morso in sé a trasformarti, è la setticemia fulminante unita all'encefalite virale che ti uccide in meno di quarantott'ore. Ti bruciano le vene, la febbre ti scioglie il cervello, muori. E poi, inevitabilmente, ti rialzi.

I graffi sono un'altra storia. Se un errante ti graffia superficialmente, rischi una brutta infezione, certo, ma se disinfetti la ferita e non recide zone vitali o grandi arterie scatenando un'emorragia, sopravvivi. Il sistema immunitario di un uomo vivo riesce a gestire la scarsa carica virale sotto le unghie marce. Ma un morso no. Il morso è un biglietto di sola andata. L'ho visto succedere. L'ho visto succedere a Tessa.

Smetto di scrivere. La punta della matita si spezza contro la pagina.

Chiudo gli occhi e respiro l'aria gelida, cercando di scacciare quell'immagine. Le città. Ricordo cosa fecero alle città. Quando divenne chiaro che i morti non restavano morti, il mondo intero entrò in modalità panico. Charlotte, New York, Atlanta, Los Angeles e il resto del mondo... i centri nevralgici. Nessuna testata nucleare, non volevano rendere la terra inabitabile per il futuro, ma ordinarono bombardamenti a tappeto convenzionali. Piogge di fosforo bianco, napalm, esplosivi ad alto potenziale. Sventrarono le metropoli nel tentativo di incenerire le orde che si ammassavano nelle strade.

Non è servito a un cazzo. Hanno solo creato labirinti di cemento armato e acciaio fuso dove centinaia di migliaia di fottuti cadaveri camminano ancora oggi, intrappolati in un eterno loop di fame.

Riapro gli occhi. L'inverno sta arrivando, e sarà uno dei più bastardi di sempre. Posso sentirlo nell'aria secca che mi taglia i polmoni. Mi stringo la coperta addosso, infilo il coltellino nello stivale e accarezzo con la mano libera il calcio freddo del mio fucile d'assalto, un vecchio modello a proiettili calibro 5.56, affidabile e letale. Niente armi quantistiche o laser del cazzo, solo piombo e polvere da sparo. Le uniche cose che funzionano davvero.

Prima di chiudere il diaro, infilo le dita nella tasca interna della copertina di cuoio. I polpastrelli, ruvidi e screpolati dal freddo, accarezzano l'angolo smussato di una vecchia foto stampata. Una fottuta reliquia del vecchio mondo.

La tiro fuori lentamente, con una cura quasi ossessiva, come se avessi paura che l'aria gelida di questa stanza possa frantumarla.

È Tessa.

La foto risale a cinque anni fa, quando ancora riuscivamo a trovare delle batterie cariche per le fotocamere e c'era un briciolo di speranza a tenerci in piedi. Nella foto sorride, con i capelli castani, ribelli e perennemente scompigliati dal vento degli Appalachi, raccolti in una treccia lenta. Aveva quegli occhi verdi, così limpidi e accesi che persino in mezzo a tutta questa melma sembravano capaci di ripulirti l'anima.

Non era una tipa da bunker o da città; Tessa era nata per queste montagne. Aveva una risata sfacciata, di quelle che facevano eco tra i pini e ti facevano dimenticare, anche solo per un secondo, l'odore di carne marcia che ammorbava le valli. Sapeva usare un coltello meglio di me, sapeva leggere le tracce degli animali, ma soprattutto sapeva come tenermi ancorato a terra quando la rabbia minacciava di farmi impazzire. Era il mio baricentro. La mia casa quando una casa non esisteva più.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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