Il cielo sopra la cresta degli Appalachi sta sanguinando. È quel fenomeno che prima del crollo chiamavano Enrosadira: i raggi del sole morente colpiscono le nuvole basse e la roccia, accendendo l'orizzonte di un rosa violaceo, quasi elettrico. È una bellezza oscena, spietata, che stride con il mondo marcio in cui stiamo marcendo anche noi. La natura se ne frega se siamo vivi o morti. Continua a dare spettacolo.
Sono seduto su una cassa di legno rovesciata, appena fuori dal portone del fienile. Sulle ginocchia ho steso un panno in microfibra unto, su cui riposano i pezzi smontati del mio fucile. L'odore pungente del solvente per armi copre per un attimo la puzza di fumo umido che arriva dalle baracche. Passo lo scovolino di ottone all'interno della canna, con un movimento ritmico, meccanico. È l'unica forma di meditazione che mi è rimasta.
Il rumore di passi leggeri sulle foglie secche mi fa fermare la mano.
Non alzo la testa di scatto. Sposto solo gli occhi, tenendo l'otturatore del fucile stretto nel palmo destro.
È la donna del ruscello. Si è fermata a tre metri da me, proprio sul limite dove l'ombra del fienile incontra la luce del tramonto. Non ha più la tanica dell'acqua. Tra le mani, avvolte in mezze maniche di lana logora, tiene una scodella di metallo coperta da un pezzo di tela. Il vapore leggero che si alza dalla stoffa porta con sé l'odore inconfondibile della carne arrostita e del grasso sciolto. Le mie lepri.
«Non ho un'arma,» dice, la voce bassa, leggendo la tensione nelle mie spalle.
Ripongo l'otturatore sul panno e mi pulisco le dita.
«È un errore da principianti. Non cammini mai disarmata, signora. Che c'è?»
Lei fa un passo avanti, superando la linea d'ombra, e mi porge la scodella.
«La tua parte. E quella per la ragazza,» risponde, tenendo gli occhi fissi sui miei.
«Sienna ha cucinato la carne che hai portato. L'ha mescolata con le ghiande e un po' di cipolla selvatica. Ha detto che senza di te, stasera non avremmo messo niente sotto i denti. Questa è la vostra porzione.»
Prendo la scodella. Il calore del metallo contro le mie mani intorpidite dal freddo è quasi doloroso. Sotto la tela c'è uno stufato denso. Il mio stomaco si contrae in una morsa violenta, ma mantengo l'espressione di pietra.
«Grazie,» mormoro, posando la scodella accanto al panno con i pezzi del fucile.
La donna non se ne va. Si stringe nelle spalle, incrociando le braccia sul petto magro.
«Volevo scusarmi per stamattina, giù al fiume. Per come mi sono comportata.» La sua voce è un sussurro raschiato, svuotato di ogni orgoglio.
«Quando hai una bambina... smetti di guardare le persone per quello che sono. Le guardi solo chiedendoti quanto ci metteranno a portarti via quello che ami. Qui non ci fidiamo di nessuno. Nessuno si fida di nessuno.»
«Fidarsi degli estranei è il modo più rapido per finire in una fossa comune. Hai fatto bene,» le rispondo, iniziando a riassemblare il fucile. Inserisco l'otturatore nel castello superiore con uno scatto metallico che la fa sussultare impercettibilmente.
«Non hai niente di cui scusarti.»
Silenzio. Sento il suo sguardo addosso, esitante.
«Sienna, la signora anziana, mi ha detto che la tua ragazza ha la febbre alta,» aggiunge, facendo un piccolo passo verso il portone del fienile.
«Io, prima che gli ospedali si riempissero di morti e le strade venissero bloccate, ero un'infermiera al pronto soccorso di Asheville. Posso dare un'occhiata alla sua ferita. Se vuoi.»
Mi blocco. L'incastro dei pezzi d'acciaio resta a metà. Alzo gli occhi su di lei, studiando le rughe d'espressione agli angoli della bocca, le occhiaie livide, le mani rovinate. Non sta mentendo. Non c'è alcun vantaggio per lei in questo momento.
«È una ferita d'arma da fuoco,» chiarisco subito, crudo. «Infetta.»
Lei annuisce.
«E non è la mia ragazza,» chiarisco
«L'acqua e lo zenzero abbassano la temperatura, ma non fermano la setticemia. Fammi entrare.»
L'interno del fienile è immerso in una penombra pesante. L'odore dolciastro dell'infezione ha ormai saturato l'aria. Meave è esattamente come l'ho lasciata, avvolta nella coperta militare, il viso lucido di sudore. Respira a scatti, le labbra dischiuse e secche.
L'infermiera si inginocchia accanto a lei. Non c'è più traccia della madre spaventata del fiume; i suoi movimenti sono precisi, clinici, dettati da anni di memoria muscolare. Scosta la coperta e osserva il polpaccio. Non ha bisogno di toccarlo molto. La pelle viola e tesa, il gonfiore innaturale che sta risalendo verso il ginocchio e le striature scure lungo le vene parlano da soli.
Meave socchiude gli occhi, gemendo appena quando la donna preme leggermente i polpastrelli attorno ai bordi dei fori.
«Trevis...?» sussurra Meave, la voce impastata, cercando la mia figura nel buio.
«Sono qui,» dico, appoggiandomi al palo centrale, le braccia incrociate al petto.
«Lei è un'infermiera.»
La donna ritira le mani. Si pulisce le dita su uno straccio che tiene in tasca e si volta verso di me. L'espressione sul suo viso è una sentenza capitale.
«Ha i linfonodi inguinali reattivi. L'infezione è nel sangue. Il muscolo sta andando in necrosi.» La sua voce è un sussurro affilato, per non farsi sentire da Meave, che ha chiuso di nuovo gli occhi.
«Puoi lavarla col Betadine finché vuoi. Non cambierà nulla. Le serve un antibiotico a largo spettro. Amoxicillina, ciprofloxacina... va bene anche della penicillina veterinaria, se è ancora sigillata. Ma le serve in vena, o dosi massicce per via orale.»
«La vecchia ha detto che non avete medicine qui,» ribatto, sentendo un peso di piombo scivolarmi nello stomaco.
«Non ne abbiamo, è vero. Abbiamo esaurito gli antibiotici nove mesi fa per un'epidemia di dissenteria.» La donna si alza in piedi, avvicinandosi a me per mantenere la voce bassa.
«Ma c'è un posto. Prima di arrivare a Balsam, con mio marito cercavamo rifugio verso nord. A Waynesville. Sulla South Main Street, nel quartiere di Hazelwood, c'era una grande clinica veterinaria. L'edificio era crollato a metà per un incendio, e la zona era piena di erranti, quindi i predoni non si sono avvicinati per frugare. I magazzini farmaceutici sul retro potrebbero essere intatti.»
Il mio cervello tattico si accende all'istante, calcolando distanze e rischi.
«Waynesville. Sei miglia a nord-est seguendo la statale 23.»
L'infermiera annuisce.
«A passo svelto, senza carichi pesanti, ci vogliono poco più di due ore per arrivarci. Due per tornare. Se parti subito, o alle prime luci dell'alba, puoi farcela.» Guarda Meave, rannicchiata sulla paglia.
«Se aspetti fino a domani sera, l'infezione le prenderà gli organi interni. A quel punto potrai solo metterle un cuscino sulla faccia. Per qualsiasi cosa mi trovi nella terza casa a destra.»
Non aggiunge altro. Si avvolge lo scialle intorno alle spalle, mi fa un breve cenno col capo e si dirige verso l'uscita, scivolando attraverso lo spiraglio del portone come un fantasma.
Rimango da solo, nel silenzio interrotto solo dal fischio del vento e dal respiro irregolare di Meave. Mi avvicino alla scodella di carne, ne prendo una manciata e gliela porto, costringendola a masticare qualche boccone per non svenire del tutto. Poi mastico la mia parte, senza nemmeno sentirne il sapore.
Sto fissando la mappa consunta che ho srotolato sul pavimento, illuminata dal cerchio pallido della torcia tattica.
Sei miglia all'andata, sei al ritorno. Quattro ore di marcia. Aggiungi il tempo per perlustrare la clinica, forzare gli accessi e cercare in mezzo alle macerie. Significa che, se esco stasera, tornerò a mattina inoltrata.
Non è il viaggio a spaventarmi. Sono uscito vivo da situazioni peggiori. È il pensiero di doverla lasciare qui. Da sola. In balia di una comunità di disperati affamati e di un corpo che sta cercando di ucciderla dall'interno.
Ripiego la mappa. Non c'è nessuna cazzo di scelta, in realtà.
Non aspetto l'alba. Non posso permettermelo.
Ogni minuto che passo a fissare la mappa alla luce tremolante della torcia è un minuto in cui l'infezione guadagna terreno nelle vene di Meave. Chiudo la mappa, la infilo in una tasca laterale dei pantaloni e inizio a prepararmi.
I miei movimenti sono rapidi, privi di esitazione. È la memoria muscolare dei miei anni di servizio e di un lustro passato a sopravvivere alla fine del mondo. Inserisco un caricatore pieno nel mio fucile d'assalto, controllo la camera di scoppio e chiudo l'otturatore. Metto due caricatori di riserva nel gilet tattico. Sfilo la pistola dai pantaloni di Meave, verifico il colpo in canna e la metto dietro la schiena, incastrata tra i pantaloni. Infine, passo il pollice sul filo del mio coltello. Magari avessi ancora il mio vecchio coltello da combattimento con la lama in nero opaco: non rifletteva la luce ed era perfetto per i combattimenti, ma ormai è andato. Mi farò bastare quello di Tessa.
Mi alzo e mi avvicino a Meave. Dorme, o forse è solo svenuta. Il suo respiro è superficiale e veloce.
