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CHIMERA - L'ultimo respiro dell'umanità · Cap. 11
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Capitolo 11 di 11 41 min di lettura

Facciamo un'accordo

Grazie a chi sostiene questa storia.

Michael035
1 mese fa · 368 letture · 1

La neve non fa rumore quando cade, ma ha un peso. Lo senti nell'aria che si fa più densa, nel silenzio ovattato che inghiotte il bosco, nel freddo che si insinua attraverso le guarnizioni secche delle portiere.

L'abitacolo del SUV si è trasformato in una ghiacciaia. I finestrini sono ormai lastre opache coperte da uno strato di brina cristallizzata, isolandoci completamente dal buio e da qualunque cosa si nasconda là fuori.

Clementine dorme rannicchiata sul sedile posteriore, il cappuccio della felpa tirato fin sopra gli occhi. Il suo respiro segue una cadenza lenta, quasi impercettibile — come se possedesse una corazza di ferro invisibile capace di spegnere il corpo e il cervello a comando, scivolando in un sonno profondo e immobile mentre il gelo che ci circonda non riesce a sfiorarla. Un meccanismo di difesa estremo, probabilmente l'unica cosa che le ha permesso di arrivare viva fino a qui.

Meave, invece, combatte una guerra diversa. Sprofondata nel sedile del passeggero, il viso pallido rivolto verso di me, dorme sfinita dallo scontro, dal dolore alla gamba e dalla tempesta emotiva delle ultime ore. Ma il suo non è un sonno pacifico. Ogni tanto un fremito le percorre le spalle. Il respiro si condensa in nuvolette bianche nell'aria gelida, e le mani restano chiuse a pugno, strette tra le cosce, nel tentativo istintivo di trattenere un calore che il corpo non riesce più a produrre da solo.

La osservo un momento, illuminata solo dal raggio fioco e rossastro della mia torcia tattica, prima di abbassare di nuovo lo sguardo sulle pagine rigide del diario di Michael Carter. Leggo in silenzio, cercando indizi, mappe, un motivo qualsiasi per credere che la strada verso est non sia solo un altro cimitero. Verso la metà del taccuino trovo un lungo sfogo rabbioso, vergato nei giorni in cui il plotone di Carter ha iniziato a sfaldarsi.

*

Ieri se ne sono andati in quattro. Hanno preso il blindato leggero e la maggior parte delle scorte d'acqua. Non se ne sono andati per tornare dalle famiglie — quelle, per la maggior parte, non le hanno più.

Da settimane passavano le notti incollati all'apparecchio a onde corte, a scavare tra la statica in cerca di un segnale su un posto chiamato "La nuova frontiera". Una sera arrivò, spezzato e incomprensibile, come se dovesse attraversare l'acqua prima di raggiungerci. Non hanno mai capito le parole per intero. Ma un nome è tornato abbastanza volte da far loro pensare a una meta sicura: sette miglia da Iron Mountain, verso est.

Inizialmente si diceva che fosse un buon insediamento fortificato, un posto dove tutto funzionava per il meglio. Ma per me sono solo parole al vento. Una favola troppo bella per essere vera e, anche se lo fosse, è perché nasconde qualcosa di marcio e macabro.

Non so cosa ci sia davvero da quelle parti e onestamente non voglio saperlo. So solo che quattro uomini addestrati, che avevano visto di tutto, erano disposti a morire pur di raggiungere la nuova frontiera. Capisci che è tutto finito quando degli uomini si mettono a inseguire una voce alla radio. Non è neanche più sopravvivenza, è qualcosa di più vicino alla fede... per chi crede ancora a qualcosa. Io, sinceramente, non ho mai creduto a niente e ad oggi posso dire di aver avuto ragione. Perché la fede, in questo mondo, uccide più in fretta di tutto il resto.

*

Rileggo il paragrafo più volte.

La nuova frontiera... mi stava venendo da ridere. Carter aveva ragione su una cosa, almeno: niente è mai come sembra al giorno d'oggi, nessuno ti promette niente, ma quando non hai un posto dove andare, la speranza è l'unica cosa che ti rimane.

Un fruscio secco di tessuto mi distrae. Alzo gli occhi dal diario. Meave sta tremando. Un brivido forte le ha scosso tutto il corpo, facendole contrarre la mascella nel sonno. Emette un piccolo suono, un gemito soffocato in fondo alla gola, e cerca di rannicchiarsi ancora di più su se stessa, invano.

Spengo la torcia tattica. Il buio dell'abitacolo ci inghiotte per qualche secondo, finché i miei occhi non si abituano al debole chiarore lunare che filtra a stento dal parabrezza innevato. Resto a guardarla. Non faccio nulla, inizialmente. L'addestramento militare mi ha insegnato a compartimentalizzare il freddo, a trasformarlo in un rumore di fondo da ignorare. Il mio corpo è abituato a sopportare temperature ben peggiori.

Ma Meave rabbrividisce di nuovo. I suoi denti battono leggermente. Il ricordo della sensazione delle sue labbra fredde sulle mie, della disperazione con cui si è aggrappata a me là fuori, mi stringe lo stomaco. La maschera di sarcasmo e arroganza che indossa ogni giorno quando è sveglia svanisce completamente quando dorme. Nel buio, con i lineamenti rilassati e indifesi, sembra quasi un'altra persona.

Senza fare rumore, afferro i lembi della mia coperta di lana militare che tengo stesa sulle mie gambe. Me la sfilo, lasciando che il gelo mi morda i pantaloni, e mi sporgo verso il sedile del passeggero. Con movimenti lenti per non svegliarla, stendo la coperta su di lei. Copro le sue gambe, il busto, e le rimbocco con cura i bordi spessi attorno alle spalle, isolandola dall'aria gelida.

Nel farlo, il mio viso arriva a pochi centimetri dal suo. Sento di nuovo quell'odore debole di polvere, fumo e sudore incastrato nei suoi capelli. Il suo respiro si fa improvvisamente meno irregolare. Sotto il peso della coperta, il suo corpo smette di contrarsi e si rilassa, affondando nel calore.

Resto piegato verso di lei per un secondo di troppo, ascoltando il suono del suo respiro che si stabilizza. Poi mi ritiro nel mio sedile freddo. Chiudo il diario di Carter e me lo infilo nella tasca del giaccone, incrociando le braccia al petto. Faccio scivolare lo sguardo fuori dal finestrino, verso il bosco sommerso dalla neve, preparandomi ad affrontare il resto della lunga guardia notturna.

Apro l'atlante stradale alla luce fioca del cruscotto e traccio un rapido percorso alternativo. Non possiamo restare qui. I fiocchi di neve non scendono più lenti e leggeri, ma iniziano a vorticare in raffiche orizzontali, spinti da un vento che fa scricchiolare gli alberi attorno allo spiazzo. Se ci facciamo bloccare dalla bufera qui in mezzo al nulla, senza cibo e senza un rifugio vero, siamo finiti.

Giro la chiave nel quadro. Il motore diesel borbotta e prende vita. L'indicatore del carburante sale a stento a un quarto di serbatoio, nonostante la misera aggiunta fatta da Clementine al minimarket. Significa che saremo costretti a fermarci di nuovo prima del previsto, ma è un problema che affronterò domattina. Tendo una mano e accendo il riscaldamento al minimo. Consuma quel poco di batteria e carburante che abbiamo, ma è strettamente necessario: il finestrino posteriore, andato in frantumi durante la sparatoria alla clinica veterinaria, è rattoppato alla bell'e meglio con pezzi di cartone, buste di plastica e nastro isolante. Basta a fermare la neve, ma non il gelo, e gli spifferi taglienti continuano a infilarsi nell'abitacolo come lame.

Ingrano la marcia e porto il SUV con cautela fuori dallo spiazzo, rimettendomi sulla strada provinciale secondaria che ho individuato. L'asfalto è già coperto da una patina bianca, ma le gomme larghe fanno ancora presa. Clementine e Meave continuano a dormire, senza scomporsi per i movimenti dell'auto.

Passa quasi un'ora di guida nel buio assoluto, con il tergicristallo che scandisce il tempo spazzando via la neve dal parabrezza a intervalli regolari. L'ipnosi della strada bianca comincia ad appesantirmi le palpebre. Mi serve qualcosa per restare vigile.

Premo l'interruttore del sistema di infotainment sul cruscotto. Le auto prodotte prima del crollo avevano memorie interne con centinaia di ore di musica salvata, pensate per i lunghi viaggi di un mondo che non esiste più. Lo schermo si accende con un bagliore azzurrognolo. Scorro la libreria touch — nomi di artisti che non ho mai sentito, roba che andava di moda proprio prima della fine, Vex Nova, The Chrome Hearts, Synthwave 99 — finché l'occhio non mi cade su una cartella etichettata "Classici". Premo play senza pensarci troppo.

L'abitacolo si riempie del giro di basso funky e psichedelico di The Less I Know the Better dei Tame Impala. Lo tengo a volume basso, ma le vibrazioni saturano comunque l'aria chiusa. Qualche minuto dopo, Meave si muove sotto la coperta. Mugugna qualcosa di incomprensibile, si gira verso di me e strizza gli occhi, infastidita dalla luce del cruscotto. «Spegni quella merda,» biascica, la voce impastata dal sonno. «Voglio dormire.»

Non stacco gli occhi dalla strada, ma sento l'angolo della bocca piegarsi verso l'alto. «E io non voglio sentire gente che russa nel sonno.»

Meave si blocca. Si solleva di scatto sui gomiti, la coperta che le scivola fino alla vita. «Io non russo,» ribatte, con il tono piccato di chi si sente mortalmente offeso.

«Certo che no. Sembravi solo un cinghiale asmatico nascosto nel vano portaoggetti.»

La sua mano scatta veloce. Un colpetto secco sulla mia guancia — non abbastanza forte da far male, ma abbastanza da farmi sobbalzare sul volante.

«Ripetilo e la prossima volta guidi tu con un occhio nero,» dice, ma la minaccia non regge: agli angoli della bocca le trema qualcosa che assomiglia pericolosamente a un sorriso.

Mi sfioro la guancia con due dita, senza staccare l'altra mano dal volante. «Adesso, oltre a russare, picchi pure chi ti tiene al caldo di notte. Complimenti.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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