«Mi hai solo prestato la coperta.» Ma non c'è più veleno nella sua voce. C'è qualcosa di più leggero, quasi giocoso, che non le sentivo usare da prima ancora di conoscerla davvero.
«Fuori fanno -2 °C, privarmi di una coperta è un sacrificio pesante...» «Certo, se non hai una divisa termica addosso, forse, ma tu ce l'hai.»
Si stropiccia il viso, rinunciando palesemente a riprendere sonno, e si allunga verso lo schermo del cruscotto, premendo sul touch con un dito stizzito. Salta la traccia. Partono un paio di brani elettronici pesanti, voci metalliche e sintetizzatori sparati al massimo, che scarta quasi subito schiacciando Next. Alla fine si ferma. Le casse rilasciano un beat pop ritmato, allegro, e una voce femminile che attacca su un basso pulsante.
«Uh, Dua Lipa...» mormora, con un mezzo sorriso compiaciuto che non le vedevo da giorni. Si appoggia allo schienale. «Vecchio stile.»
Corrugo la fronte, dando una rapida occhiata allo schermo prima di tornare a fissare la strada. «Chi cazzo è Dua Lipa?»
Meave gira la testa verso di me così in fretta che rischia il torcicollo. «Dici sul serio?» Mi guarda come se avessi appena sviluppato un secondo naso in mezzo alla faccia. «Era una delle popstar più grandi dell'inizio del secolo. La conoscevano letteralmente tutti.»
«Tutti quelli che ascoltavano roba prodotta in serie dai computer, forse.» Tamburello le dita sul volante, ostinatamente fuori tempo rispetto alla canzone. «Io di quegli anni ascoltavo i Måneskin, ma la vera musica che non passa mai di moda è un'altra: blues, rock anni Settanta, Ottanta, Novanta. Roba di cui probabilmente non conosci nemmeno l'esistenza. Non tre minuti scritti apposta per far ballare ragazzini ubriachi nelle discoteche o nei centri commerciali.»
Meave alza gli occhi al cielo con un sospiro esasperato. «Ma certo. Ovviamente il grande soldato cattivo ascolta solo gente depressa che urla dentro un microfono e spacca chitarre sul palco. Non me lo sarei mai aspettata, sinceramente.»
«Sono gusti, Meave. È musica che ha fatto la storia, che ha un'anima e che, tra l'altro, ha dato vita praticamente a tutti gli altri generi venuti dopo. Compreso questo.» Faccio un cenno vago verso lo schermo. «Capra.»
«Anche il pop ha un'anima, babbeo.» Alza leggermente il volume, quasi per farmi dispetto. «E, per tua informazione, ascoltavo anche altro. Ma il pop serviva a farti staccare il cervello. Ti entrava in testa e ti faceva sentire bene per tre minuti netti, senza pensare a bollette, mutui, traffico e guerre.» Mi lancia un'occhiata di lato, uno sguardo che si sofferma un attimo più del necessario. «Ti farebbe bene, ogni tanto. Staccare il cervello, intendo. Invece di fare sempre l'orso incazzato.»
«Non staccherò mai il cervello per Dua Lipa. È una questione di principio.»
«Sei un vecchio senza speranza.» Lo dice senza veleno, quasi con affetto. «Sembri mio padre.»
Dovrebbe suonare come un insulto. Non lo è. C'è una sfumatura nella sua voce, qualcosa di caldo e leggero che non c'era prima di ieri notte, prima della neve, prima che le sue labbra trovassero le mie davanti a quei cassoni arrugginiti. Per un istante, mentre tiene lo sguardo su di me più a lungo del dovuto, mi chiedo se anche lei lo senta — quella corrente sottile che si è aperta tra noi e che nessuno dei due sa ancora bene come chiamare.
Meave si tira la coperta fin sotto il mento e comincia a muovere impercettibilmente la testa a tempo di musica, lo sguardo che si perde nella neve che vortica oltre il finestrino. Il sorriso le resta sulle labbra molto più a lungo della canzone.
Dietro di noi, ignara del dibattito tra rock e pop e con una resistenza ai rumori che rasenta il soprannaturale, Clementine continua a dormire come un sasso. L'aria nell'abitacolo è ancora gelida per gli spifferi che si infilano dal finestrino rattoppato, ma improvvisamente sembra pesare molto meno rispetto a un'ora fa.
La voce di Dua Lipa sta ancora riempiendo l'abitacolo con il suo ritmo leggero quando dal sedile posteriore arriva un fruscio di tessuti. Clementine emerge da sotto il suo bozzolo di coperte. Si stropiccia un occhio con il dorso della mano, i capelli corti scompigliati da un lato, e guarda fuori dal finestrino con aria confusa.
Il buio della notte ha iniziato a cedere terreno senza che me ne accorgessi del tutto, assorbito com'ero dalla mappa e dalla battaglia musicale con Meave. Una sottile lama grigia si è fatta strada tra le nuvole cariche di neve, abbastanza da restituire ai boschi ai lati della strada un profilo, delle forme, un principio di colore dove prima c'era solo nero assoluto.
Guardo il riflesso di Clementine nello specchietto retrovisore, abbassando appena il volume della radio.
«Cominciavo a pensare che fossi morta, sai?» le dico, il tono ancora rilassato dalla conversazione con Meave.
Clementine sbatte le palpebre, mettendo a fuoco l'abitacolo nella luce incerta dell'alba. «Quanto ho dormito?»
«Dieci ore, forse undici. Comunque parecchio.»
Lei si passa una mano sul viso, con un'espressione quasi colpevole.
«Scusate.»
«Non scusarti,» interviene Meave, sistemandosi meglio la coperta sulle gambe. «Almeno uno di noi tre è riuscito a spegnere il cervello.»
Sorrido appena, ma il mio sguardo torna istintivamente allo specchietto retrovisore laterale.
Il sorriso mi muore sulle labbra all'istante.
Nella luce grigia e ancora incerta dell'alba, a circa duecento metri dietro di noi, distinguo per la prima volta con chiarezza la sagoma scura di un pick-up, i fari ormai quasi superflui contro il cielo che si sta schiarendo minuto dopo minuto. L'avevo notato distrattamente una ventina di minuti fa, prima ancora di accendere la radio, e l'avevo scartato come un altro gruppo diretto altrove. In queste zone isolate, chiunque avrebbe dovuto superarci o imboccare una strada diversa già da un pezzo. Invece ha mantenuto la stessa identica distanza. Curva dopo curva.
«C'è un veicolo che ci segue,» dico, la voce che scende di un'ottava, spogliata di ogni inflessione. «Da un po' ormai.»
Allungo la mano verso la plancia e spengo la radio con un colpo secco. La voce di Dua Lipa sparisce di colpo, inghiottita dal rumore sordo degli pneumatici sulla neve.
Meave si irrigidisce. Il colore le sparisce dal viso in un istante, sostituito da un pallore cereo che non ha niente a che fare con il freddo. Il respiro le si spezza in una serie di inspirazioni corte, frammentate, il petto che si solleva a scatti sotto la coperta.
«Cosa?! Che facciamo?» sussurra. Si gira di scatto verso il lunotto posteriore, il corpo che si muove prima ancora che il cervello registri il pericolo di quel gesto.
Allungo il braccio e la afferro per la spalla, tirandola indietro contro lo schienale con più forza di quanta ne intendessi usare. Il colpo le strappa un gemito acuto, di dolore puro, non solo di sorpresa.
«Ahi — cazzo, Trevis!» sibila, portandosi la mano alla spalla, gli occhi che le si inumidiscono più per lo shock del colpo che per la paura. «Mi hai fatto male!»
«Scusa.» La voce mi esce secca, gli occhi ancora incollati allo specchietto. «Ma non ti girare così. Se ti vedono muoverti, capiscono che li abbiamo notati.»
Meave si massaggia la spalla, ma il dolore sembra quasi estraneo adesso, sovrastato da qualcosa di molto più grande. Il respiro non si calma. Peggiora, ogni inspirazione più corta della precedente, le mani che tremano visibilmente sulle ginocchia, aggrappate a un lembo della coperta come se fosse l'unica cosa reale rimasta.
Non ho tempo per gestirla con delicatezza, ma non posso nemmeno ignorarla del tutto. «Meave.» Cerco di tenere la voce ferma, quasi gentile nonostante l'urgenza che mi pulsa alla base del collo. «Respira. Mi serve che tu resti con me. Ma se adesso non ce la fai, va bene lo stesso. Ci penso io.»
Lei annuisce, un movimento talmente piccolo da essere quasi impercettibile, ma gli occhi le restano vitrei, persi da qualche parte che non è più dentro questa macchina. Riconosco quello sguardo. L'ho già visto una volta, sull'asfalto di un piazzale, con un errante sopra di lei. E per un istante, mentre la guardo lottare contro qualcosa che nessuno può vedere tranne lei, capisco che quello che mi ha confessato ieri notte sui cassoni non era solo una confessione. Era un avvertimento.
Sollevo leggermente il piede dall'acceleratore, forzando il cervello a tornare tattico. Il SUV decelera in modo morbido. Guardo lo specchietto: i fari dietro di noi si avvicinano, ma non di molto. È una conferma assoluta. Non è un passante confuso dal maltempo. È un cacciatore.
Un ding acuto dal cruscotto interrompe il filo dei miei pensieri. La spia arancione della riserva del carburante si accende, proiettando un bagliore sinistro sul volante.
Allungo la mano e spengo il riscaldamento, tagliando di netto l'aria calda dalle bocchette. «So che fa freddo, ma il carburante ci serve e non possiamo sprecarlo con il riscaldamento,» dico, più a me stesso che a chiunque altro. Nessuno protesta. Meave è troppo lontana da qui per accorgersene, e Clementine ha già capito da sola il perché.
«Clem,» dico, senza staccare gli occhi dallo specchietto. «Riesci a vedere quanti sono, senza farti notare?»
Non serve chiederglielo due volte. Si sposta piano verso il finestrino posteriore, sfruttando lo spiraglio rimasto libero tra il cartone e il nastro isolante, un movimento talmente controllato da risultare quasi invisibile dall'esterno. Ci mette pochi secondi.
«Pick-up scuro,» dice, tornando composta. «Vedo almeno tre sagome. Forse quattro.»
