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CHIMERA - L'ultimo respiro dell'umanità · Cap. 11
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Capitolo 11 di 11 41 min di lettura

Facciamo un'accordo

Grazie a chi sostiene questa storia.

Michael035
1 mese fa · 368 letture · 1

«Gli amici della clinica veterinaria,» deduco, freddo. «Hanno riconosciuto il SUV.»

Accendo la piccola luce di lettura sopra la testa di Meave. «La mappa,» dico. «Devo sapere se possiamo tagliargli la strada.»

Meave allunga le mani verso il vano portaoggetti, ma le dita le tremano così forte che l'atlante rischia di scivolarle di mano prima ancora di aprirlo. Lo distende sulle ginocchia, gli occhi che scorrono la carta senza fermarsi su niente, incapaci di mettere a fuoco le linee sottili sotto la luce fioca.

«Siamo sulla provinciale 215, diretti a nord,» dico, veloce. «Dovrebbe esserci un ponte qui vicino, uno di quelli stretti in metallo che attraversano il fiume Pigeon. Trovalo.»

«Io—» La voce di Meave si spezza. Le dita scorrono la pagina avanti e indietro sulla stessa piega, senza costrutto. «Non riesco a... le linee sono tutte uguali, non capisco dove—»

«L'acqua, Meave, cerca la linea blu vicino alla strada, cazzo.»

Una mano più piccola si allunga da dietro, oltre la spalla di Meave. Clementine si è sporta tra i due sedili, un dito che scivola sicuro lungo una linea azzurra sulla carta.

«Qui,» dice, la voce piatta e calma, come se stesse indicando la fermata di un autobus e non una via di fuga da un'imboscata.

«Il ponte fa da incrocio con la Old River Road. Meno di due miglia da dove siamo adesso.» Poi, senza aspettare conferma, aggiunge: «Devi girare a destra tra un po', Trevis.»

Meave fissa il punto che Clementine le ha appena indicato, il respiro ancora corto, spezzato, ma qualcosa nel suo sguardo si aggrappa a quella certezza presa in prestito, come se la calma di qualcun altro potesse per un momento sostituire la propria.

«Ci siamo, è qui! Gira!» esclama Meave, la voce che trema ma trova comunque la forza di uscire in tempo, aggrappandosi al cruscotto.

Faccio sbandare il SUV sulla destra, imboccando la Old River Road. I fari illuminano un'arcata di metallo arrugginito e una stretta lingua di asfalto sospesa sul fiume, la luce dell'alba che disegna appena i contorni della struttura contro il cielo grigio. Il ponte. Schiaccio a fondo l'acceleratore. Il motore diesel ruggisce, le gomme posteriori perdono aderenza per una frazione di secondo sulla neve fresca, poi fanno presa e ci proiettano in avanti. Attraversiamo il ponte a tutta velocità, i tralicci d'acciaio che sfrecciano come ombre ai lati dei finestrini. Non appena le ruote anteriori toccano la terraferma dall'altra parte, sterzo bruscamente a sinistra; il SUV slitta leggermente. Faccio retromarcia, blocco il passaggio e tiro il freno a mano.

«Uscite,» ordino, aprendo la portiera e venendo investito dall'aria gelida. «Ma rimanete dietro. La macchina ci farà da scudo se le cose si mettono male.»

Meave e Clementine scivolano fuori dai sedili dal lato passeggero, tenendosi basse. Afferro il mio fucile d'assalto. Inserisco il caricatore e scarrello con un colpo secco che risuona metallico nel silenzio di quel mattino. Mi appoggio al cofano, il metallo ghiacciato sotto i palmi, e aspetto.

L'altro veicolo non tarda ad arrivare. I fari del pick-up tagliano quello che resta dell'oscurità e illuminano la struttura del ponte. Quando il guidatore si accorge che l'uscita è sbarrata dal nostro SUV e che il ponte è troppo stretto per svoltare, i freni fischiano disperatamente. Il bestione di metallo scuro scivola per qualche metro e si ferma a una ventina di passi da noi, con i fari puntati addosso.

Per un istante, c'è solo il rumore del vento e della neve. Poi le quattro portiere del pick-up si aprono all'unisono. Scendono quattro uomini. Cappotti pesanti, fucili da caccia e pistole abbassate, ma pronte. Si sparpagliano davanti al muso del veicolo, illuminati dai propri fari e dalla luce crescente dell'alba che restituisce ai loro volti dei tratti precisi invece di semplici sagome contro il buio. Riesco a leggerli come non avrei potuto un'ora fa: l'incertezza nei loro sguardi, il modo in cui uno di loro continua a spostare il peso da un piede all'altro. Si sentono forti. Sono quattro contro uno... almeno è quello che credono.

«Perché ci state seguendo?» chiedo. La mia voce è piatta, un'eco che fende l'aria gelida senza il minimo accenno di paura.

Uno di loro fa un passo avanti. Barba incolta, berretto di lana calato sugli occhi, l'aria di chi si crede un genio della tattica ma non ha ancora capito come funziona davvero questo mondo. «Credo che tu lo sappia il motivo,» risponde, stringendo il fucile a pompa. «Se hai quel SUV, sai che apparteneva ad altre persone. E quelle persone facevano parte del nostro gruppo. Dove l'hai preso?»

Non rispondo, tenendo il fucile appoggiato al cofano, la canna ancora puntata verso il basso.

L'uomo fa un altro passo, sorridendo.

«Possiamo risolverla in modo pacifico. Vista la situazione, vi conviene. Siamo più di voi.»

Faccio un piccolo sospiro, spostando il peso da una gamba all'altra, rilassando le spalle.

«Ah, sì?» mormoro, scuotendo leggermente la testa. «Beh, almeno c'è ancora qualcuno che ragiona in questo mondo. Sentiamo l'offerta.»

L'uomo allarga le braccia, compiacendosi del suo potere immaginario.

«È semplice. Ci riprendiamo il SUV, visto che appartiene a noi e in più ci prendiamo tutta la vostra roba — armi, cibo. E come ringraziamento, vi lasciamo andare a piedi. Non dovete fare altro che ascoltarci.»

Sbatto le palpebre, passandomi la lingua sui denti. Mi prendo il mio tempo. Lascio che il freddo e il silenzio si impossessino della scena, annuendo lentamente.

«Sì... ammetto che siete gente generosa,» dico, abbassando lo sguardo sui miei anfibi coperti di neve, come se stessi davvero valutando l'offerta.

«Gente difficile da trovare, di questi tempi.»

Rialzo la testa, e il finto calore sparisce completamente dai miei occhi. «Però a noi questo accordo non sta bene.»

Uno degli altri uomini accanto al capo fa un mezzo sorriso e alza il fucile, ma il suo leader gli fa cenno di abbassarlo. «E allora che proponi?»

Pianto i miei occhi nei suoi.

«In realtà io volevo chiedervi di darci la vostra roba.»

Il sorriso dell'uomo sparisce all'istante. Un'incertezza improvvisa cala sui quattro, un brivido che non ha niente a che fare con la neve. Li lascio cuocere in quel silenzio per un secondo.

«Solo che...» continuo, inclinando leggermente la testa, «non vorrei uccidere nessuno di voi.» Faccio una pausa calcolata. «Nessun altro... di voi.»

Il capo sgrana gli occhi, realizzando in quell'istante la morte dei suoi compagni. Stringe il fucile, il viso contorto dalla rabbia. «Credi di essere spiritoso, str—»

BAM.

Non gli lascio finire la frase. Sollevo l'arma e premo il grilletto in una frazione di secondo. Il proiettile gli trapassa il cranio proprio sopra l'occhio destro. L'impatto gli fa saltare via il berretto di lana, sbalzandolo all'indietro contro la griglia del suo stesso pick-up. Si accascia a terra, morto prima ancora di capire cosa sia successo.

Il tuono dello sparo strappa in due l'aria fredda del mattino. Mi abbasso istantaneamente dietro il muso del SUV, mentre gli altri tre uomini, colti dal panico puro, aprono il fuoco alla cieca.

I proiettili fischiano e martellano contro la carrozzeria. I vetri, già compromessi, esplodono in una pioggia di schegge, e scintille arancioni schizzano dal metallo del nostro veicolo, mescolandosi ai fiocchi di neve che continuano a cadere, indifferenti a tutto.

Mi sporgo rapidamente dal lato della ruota e sparo una raffica di colpi, costringendoli a tuffarsi dietro le portiere del loro pick-up per salvarsi la vita.

«Tenete la testa bassa!» urlo.

Clementine è già rannicchiata dietro la ruota posteriore, la pistola stretta a due mani, il respiro calmo, quasi meccanico. Meave, invece, è crollata. Al primo sparo, le sue gambe hanno ceduto del tutto. È scivolata con la schiena contro la portiera del SUV fino a sedersi nella neve. Si preme violentemente le mani sulle orecchie, gli occhi chiusi con forza e il respiro che le esce spezzato. Il rumore degli spari, la violenza improvvisa. Le hanno procurato un attacco di panico nel bel mezzo di uno scontro a fuoco.

Mentre i proiettili martellavano contro la fiancata del nostro SUV, mandando in frantumi quel poco che restava dei finestrini, il mondo attorno a me rallentò. Smisi di sentire il freddo della neve. L'udito filtrò il caos, isolando i suoni utili: il rumore dei calibri, la distanza degli spari, le direzioni. Sapevo esattamente cosa fare, come muovermi, come rispondere al fuoco. Ma ero fottutamente consapevole di un dettaglio vitale: non ero in un vero campo di battaglia e non avevo la mia squadra a coprirmi le spalle. Ero solo.

Con la coda dell'occhio vidi Meave. Era dietro la portiera del passeggero. Le mani premute sulle orecchie, gli occhi chiusi. Errore. Il metallo sottile di uno sportello non ferma un proiettile. Li rallenta appena, frammentandoli in schegge letali. Era un bersaglio seduto.

Mi abbassai sotto la linea di tiro, ignorando le scintille arancioni che schizzavano dalla carrozzeria sopra la mia testa, e strisciai verso di lei. La afferrai per il bavero del giaccone, strattonandola via dalla portiera con una forza brutale. Lei lanciò un urlo strozzato, ma la trascinai di peso fino alla gomma anteriore destra, schiacciandola contro il cerchione in lega e il blocco motore. Lì, dietro mezza tonnellata di acciaio pieno, era più al sicuro.

Le presi il viso con una mano guantata, costringendola a guardarmi. Tremava violentemente, il respiro rotto da singhiozzi di panico puro. «Meave...» sibilai, a pochi centimetri dal suo viso, cercando di perforare la sua bolla di terrore con la mia voce.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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