«Ho bisogno di te, cazzo, non adesso. Prendi quella cazzo di pistola e spara, spara a cazzo, anche davanti a te dove non c'è nessuno. Loro resteranno coperti sentendo gli spari.»
Le forzai l'arma tra le mani tremanti, chiudendole le dita attorno all'impugnatura. Poi mi voltai di scatto verso il retro dell'auto. Clementine era già abbassata dietro la ruota posteriore, la pistola stretta in modo quasi professionale, gli occhi fissi sui riflessi dei fari.
«Clem, anche tu,» le ordinai, il tono asciutto e militare. «Se ce la fai, però, spara verso di loro. Non mi interessa se li prendi o no. Alternati con Meave, se spara lei tu no e viceversa. Occhio ai colpi, contateli, ne avete quindici totali. Pronta?»
Clem fece un cenno secco con il capo.
«Fuoco!» urlai.
Meave chiuse gli occhi, cacciò un urlo disperato e tese il braccio, premendo il grilletto alla cieca. Bang! Bang! Bang! Il rumore della sua pistola si mescolò a quello, molto più misurato e mirato, di Clementine. Il volume di fuoco improvviso ebbe l'effetto sperato. I tre uomini rimasti, sorpresi dalla reazione violenta, smisero di sparare e si rannicchiarono dietro la carrozzeria del loro pick-up. Avevo creato il mio fuoco di copertura. Avevo ancora dei colpi nel caricatore, ma lo cambiai a prescindere. Non ho contato la raffica di prima e una delle prime cose che ti insegnano è che devi tenere sempre a mente quanti colpi hai nel caricatore.
Mi sollevai appena sopra la linea del cofano. Con un movimento automatico del pollice, spostai il selettore di fuoco del mio fucile d'assalto da raffica a colpo singolo. Non potevo permettermi il rinculo che avrebbe fatto impennare la canna, non con degli uomini nascosti dietro un riparo. Mi serviva una precisione chirurgica.
Appoggiai l'astina dell'arma sul metallo ghiacciato del cofano, allineando l'occhio al mirino olografico. E aspettai. Il ritmo degli spari delle ragazze era irregolare. Dopo sette o otto colpi, Meave si bloccò, il respiro mozzato. Clem, rispettando l'ordine, attese una frazione di secondo per capire se toccava a lei. In quel preciso istante di silenzio, il cervello dei nostri assalitori fece un calcolo sbagliato. Pensarono che stessimo ricaricando. Era il loro momento per contrattaccare.
Due sagome scure si alzarono simultaneamente dai lati opposti del pick-up, sollevando le armi. Non diedi loro il tempo di prendere la mira.
Respiro. Bang. Il fucile diede un colpo secco contro la mia spalla. Il primo uomo, quello a sinistra, si piegò all'indietro con un buco in mezzo al petto, il fucile da caccia che gli scivolava di mano. Spostai la canna di pochi millimetri verso destra. Il secondo uomo fece l'errore di guardare il suo compagno cadere e sgranò gli occhi, capendo di essere caduto in trappola.
Bang. Sparai il secondo colpo senza esitazione.
Il cranio gli scattò all'indietro e crollò sull'asfalto, sparendo dietro la ruota del suo veicolo.
Il terzo uomo, rimasto da solo e traumatizzato, si alzò in piedi scaricando tutto il caricatore contro la nostra carrozzeria, mentre avanzava contro di noi. Aveva già capito di essere morto, ma ha comunque tentato un colpo di fortuna. Restai giù aspettando quel momento di silenzio. Nel frattempo, spostai di nuovo il selettore di fuoco su raffica. Appena l'uomo smise di sparare, mi alzai di scatto e sparai una raffica di cinque, sei colpi contro l'uomo, attraverso i finestrini smembrati del SUV, per avere comunque una piccola copertura. L'uomo cadde a terra subito dopo. Senza un giubbotto tattico, morì sul colpo.
Abbassai lentamente il fucile. L'eco degli spari si dissolse, inghiottito dal sibilo del vento e dallo scricchiolio del metallo caldo che si raffreddava sotto la neve.
Tolsi il dito dal grilletto, inserii la sicura e lasciai pendere il fucile dalla cinghia tattica. Sospirai, sentendo l'adrenalina defluire bruscamente, lasciandomi i muscoli rigidi e un sapore metallico in bocca. Poi, un rumore pietoso attirò la mia attenzione.
Mi accostai alla ruota anteriore. Meave era raggomitolata su se stessa, la pistola caduta nella neve a pochi centimetri dai suoi stivali. Le ginocchia le arrivavano al petto. Tremava così forte che sentivo i suoi denti battere. Stava iperventilando, l'aria che entrava e usciva dai polmoni con piccoli fischi acuti, gli occhi sgranati e puntati nel vuoto, ancora intrappolati in quell'attimo di orrore assoluto.
Tornai in me. Il campo di battaglia svanì. Mi inginocchiai davanti a lei, incurante della neve bagnata che mi inzuppava i pantaloni, e feci scudo con il mio corpo contro il vento freddo che spazzava il ponte.
«Ehi,» mormorai, la voce roca ma estremamente dolce. Allungai le mani, togliendomi i guanti con i denti per poterle toccare la pelle fredda del viso. «Meave. È tutto finito. Ehi, guardami.»
Non reagiva, persa nel suo abisso. Le presi il viso con entrambe le mani, fermandole la testa, obbligandola a incrociare il mio sguardo. I miei pollici le sfiorarono gli zigomi bagnati di lacrime che non si era nemmeno accorta di stare versando.
«Non c'è più nessun pericolo, Meave. Ci siamo solo noi. Non ti farà del male nessuno.» Le accarezzai i capelli induriti dal gelo, avvicinando il mio viso al suo. «Ascoltami. Segui il mio respiro.» Inspirai profondamente, in modo esagerato, facendole vedere il movimento del mio petto. «Andiamo. Fallo con me. Dentro e fuori.»
Ci vollero diversi tentativi. I suoi polmoni sembravano bloccati in uno spasmo, ma lentamente, aggrappandosi al mio sguardo come a un'ancora di salvezza, il suo petto iniziò a sollevarsi in modo meno disordinato. Un respiro tremante. Poi un altro. Quando finalmente la morsa del panico si allentò, le sue spalle cedettero di schianto. Si lasciò cadere in avanti e io la afferrai al volo, stringendola forte contro il mio giaccone, avvolgendole le braccia attorno alla schiena.
Potevo sentire il battito frenetico del suo cuore contro il mio petto, mentre affondava il viso nel mio collo, stringendo il tessuto della giacca con i pugni. «Va tutto bene,» le sussurrai all'orecchio, tenendola stretta al sicuro in mezzo a quell'inferno di neve e sangue. «Sei stata brava. Va tutto bene.»
Mi staccai lentamente da Meave, allentando la presa appena sentii che il suo corpo aveva smesso di tremare in modo incontrollabile. Le accarezzai un'ultima volta la spalla, poi mi alzai in piedi, mentre il freddo pungente tornava a mordermi il viso.
«Clem, resta qui vicino a lei,» ordinai a bassa voce. La ragazzina annuì, rinfoderando la pistola e accovacciandosi accanto a Meave per metterle una mano sulla schiena.
Mi voltai verso la carneficina che avevo lasciato sull'asfalto del ponte. L'addestramento non finiva con l'ultimo sparo; l'approvvigionamento era essenziale. Camminai verso i corpi macchiati di neve e sangue. Raccolsi un fucile a pompa — molto utile negli scontri ravvicinati — e tutte le munizioni compatibili con le nostre armi. Sfilai anche i due giacconi più pesanti e intatti: puzzavano di sudore, ma sarebbero serviti come ottime coperte aggiuntive.
Mentre mi chinavo sul secondo uomo, un gorgoglio umido ruppe il silenzio. L'uomo a cui avevo sparato al petto era ancora vivo. Era riverso sulla schiena, con le mani premute disperatamente sul buco scuro da cui la vita gli stava colando via, macchiando la neve di un rosso scuro e fumante. Si contorceva, i talloni che raschiavano l'asfalto in uno spasmo di puro dolore.
Mi avvicinai a passi lenti e mi fermai sopra di lui, bloccandogli la visuale del cielo buio. Lui spalancò gli occhi iniettati di sangue. Provò a parlare, ma dalla bocca gli uscì solo una bolla cremisi che gli colò lungo la barba.
«"Non dovevate fare altro che ascoltarci", giusto?» mormorai, la voce piatta e priva di qualsiasi empatia, rigirando la stessa minaccia del loro leader. Inclinai leggermente la testa e lo afferrai per i capelli. «Vedi cosa c'è scritto qui?» indicai la scritta "U.S. Navy" sul mio petto. «Credi che questa roba l'abbia rubata in un negozio? Ci vogliono due palle gigantesche per sfidare un Navy SEAL, oppure bisogna essere dei completi idioti.» Feci una pausa, estraendo il coltello tattico dal fodero sul petto. La lama nera opaca non rifletteva la luce. «Ho ucciso più persone io di quante tu ne abbia mai viste nei film. Ho fatto cose che tu neanche oseresti immaginare... e speravi davvero che tu e il tuo piccolo gruppetto di esaltati sareste riusciti a uccidermi?»
L'uomo fu scosso da un singhiozzo umido, un rantolo disperato di chi capisce di aver fatto una cazzata madornale. Non gli diedi il tempo di soffrire oltre. Mi calai su di lui e affondai la lama con precisione chirurgica alla base del cranio. Il suo corpo si afflosciò del tutto.
Pulii la lama sul suo cappotto, la rinfoderai e mi alzai, spostando l'attenzione sui veicoli. Il nostro SUV era un colabrodo. La fiancata era butterata dai fori dei pallettoni, la ruota anteriore era a terra, il lunotto posteriore ormai uno scheletro di plastica e nastro adesivo.
Mi diressi verso il loro pick-up, un grosso Dodge scuro. Era massiccio, solido, con tutti i finestrini intatti e le portiere rinforzate da blindature artigianali. Aprii lo sportello del guidatore. Le chiavi erano ancora nel quadro. Le girai di uno scatto. Il cruscotto si illuminò di un bagliore arancione: l'indicatore del carburante segnava tre quarti di serbatoio. Un lusso. Sgranai gli occhi. Se giravano con tutta quella benzina, significava che avevano accesso a scorte importanti, probabilmente con un gruppo molto più grande e organizzato alle spalle. Aprii lo sportellino del carburante e notai l'etichetta sbiadita accanto sul tappo: Diesel. Esattamente come il nostro SUV.
