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CHIMERA - L'ultimo respiro dell'umanità · Cap. 11
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Capitolo 11 di 11 41 min di lettura

Facciamo un'accordo

Grazie a chi sostiene questa storia.

Michael035
1 mese fa · 368 letture · 1

Tornai dalle ragazze, con il passo molto più leggero. «Spostiamoci,» dissi, gettando a terra i giacconi recuperati. «Meave, alzati, andiamo via da questo schifo. Clem, prendi il tubo di gomma e la tanica. Sifona quel poco di carburante rimasto nel SUV, io trasferisco le nostre armi e il cibo. Prendiamo il loro pick-up. Almeno ha i vetri intatti e il riscaldamento funzionante.»

Dieci minuti dopo, il motore del Dodge rombava con una potenza rassicurante. Ingranai la retromarcia, sbloccai il passaggio dal ponte spingendo via di lato il muso del nostro vecchio SUV ormai abbandonato, e ripresi la provinciale, tornando sulla rotta originale per aggirare Asheville.

L'abitacolo del pick-up era spazioso e, per la prima volta da ore, caldo. L'aria bollente che usciva dalle bocchette iniziò a sciogliere il ghiaccio dai nostri vestiti e a dissipare la tensione accumulata. Clem si era sistemata sui sedili posteriori, circondata dai nostri zaini e dalle nuove armi. Meave era seduta accanto a me sul sedile del passeggero. Fissava il paesaggio desolato fuori dal parabrezza, con i lineamenti ancora rigidi.

Decisi di rompere quel silenzio pesante.

«Come ti senti?» le chiesi, tenendo la voce bassa, quasi intima.

Non rispose subito. Si strinse nel giaccone, incrociando le braccia.

«Come una che ha appena capito di essere inutile,» sussurrò. «Mi hai vista, Trevis. Se non ci fossi stato tu...»

«Ma c'ero,» la interruppi, con dolcezza. «E ti sei sbloccata. Hai sparato. Hai fatto la tua parte. La paura è un riflesso, Meave, non una colpa. Passerà.»

Lei fece un respiro profondo e tremante. Sganciò la cintura di sicurezza, scivolò lungo il sedile e accorciò la distanza tra noi, fino a premersi contro il mio fianco destro. Con un sospiro esausto, appoggiò la testa sulla mia spalla. L'odore dei suoi capelli, misto a tutto il resto, mi riempì le narici. Staccai la mano destra dal volante e la posai sulla sua gamba. Le strinsi delicatamente la coscia, un ancoraggio silenzioso. Sentii i suoi muscoli rilassarsi sotto il mio palmo.

Guardai lo specchietto retrovisore. «Clem,» chiamai, senza alzare troppo il volume per non disturbare Meave. «Apri la mappa. Dobbiamo capire quale sarà il prossimo buco in cui ci fermeremo. Evitiamo i centri grossi.»

Sentii il fruscio della carta plastificata srotolata sui sedili posteriori e il clic di una torcia. Clem studiò le linee nel buio per qualche minuto.

«Da qui stiamo andando verso il Tennessee, giusto?»

«Ehm... sì, sì, perché?» domandai.

«Perché se vogliamo aggirare Asheville, credo sia meglio passare da questo posto... Newport, che è in Tennessee,» disse Clem, non del tutto sicura. «Poi... possiamo ricollegarci a questa statale che ci porta a Johnson City. Da lì poi rientriamo in Carolina del Nord.»

«Newport e poi Johnson City,» ripetei, memorizzando il percorso. Annuii lentamente nel buio. «Va bene. Traccia la rotta, Clem. Speriamo solo che in Tennessee siano più accoglienti.»

Il tragitto verso nord fu una desolazione totale, la strada era completamente libera e veniva lentamente inghiottita dal bianco. Non parlavamo molto. Il riscaldamento del pick-up ronzava in sottofondo, ma non bastava a sciogliere il gelo che Meave si portava dentro dalla sparatoria sul ponte. Teneva lo sguardo perso oltre il finestrino, i lineamenti tesi come corde di violino. Tolsi la mano dal cambio e la posai sulla sua, stringendole le dita fredde. Lei non si voltò, ma intrecciò le sue dita alle mie, aggrappandosi a quella stretta come a un'ancora.

La tormenta stava peggiorando; i fiocchi si schiantavano contro il parabrezza trasformandosi in una cortina opaca. Dovevamo fermarci. Clementine mi diede le indicazioni da dietro, seguendo la mappa con la torcia. Lasciammo la statale imboccando la Route 1521. Dopo qualche miglio a velocità ridotta, i fari illuminarono un cartello di legno marcio piegato su un lato: 718 Ransom Creek.

Sterzai, infilando le grosse gomme del Dodge in una stradina sterrata che si addentrava nel bosco. Era un piccolo complesso residenziale isolato. C'erano tre case in legno scuro, ma il tempo e l'abbandono le avevano quasi restituite alla foresta. Una era completamente crollata su se stessa, il tetto sfondato dal peso di un vecchio pino caduto. Le altre due sembravano in piedi, ma emanavano un'aura di desolazione assoluta.

Parcheggiai nel cortile della casa che sembrava più stabile. Spensi il motore e il silenzio ci cadde addosso, rotto solo dal fischio del vento tra i rami scheletrici. L'erba intorno alla veranda era altissima, incolta e completamente cristallizzata dal gelo. Il fango del vialetto si era indurito, formando profonde pozzanghere di ghiaccio sporco, costellate di rami spezzati e foglie morte intrappolate sotto la superficie scivolosa. Il cielo sopra di noi era una lastra di piombo informe. Niente sole, niente ombre. Solo un grigio opprimente che toglieva i colori al mondo.

«Vediamo se c'è un posto dove fermarci per oggi,» dissi, sganciando la cintura. «La neve comincia a farsi fitta e non sembra voler smettere. Dobbiamo stare al coperto.»

Scesi dal pick-up e feci il giro per aprire lo sportello a Meave.

Clem ci seguiva a un paio di passi di distanza. I gradini della veranda erano marci. Aprii la porta d'ingresso con una spallata decisa. La serratura cedette con uno schiocco secco. L'interno odorava di polvere stantia, legno umido e abbandono. La luce grigia filtrava a stento dalle finestre incrostate di sporco. Iniziammo a perlustrare l'ambiente: una piccola cucina, un salotto con i divani coperti di lenzuola logore, un corridoio buio.

Sembrava tutto vuoto. Una tomba silenziosa. Finché, dal fondo del corridoio, un tonfo sordo fece vibrare il pavimento.

Meave lanciò un piccolo gemito di terrore e si aggrappò al mio giaccone.

«Shh,» le sussurrai, alzando il mio fucile. «Ci sono io. Clem, coprimi le spalle.»

Avanzai lentamente verso l'ultima porta in fondo al corridoio. Era una porta scorrevole, tipica delle vecchie cabine armadio o dei bagni in camera. Da dietro il legno leggero arrivò un raschiare umido. Poi un respiro gorgogliante, spezzato, inconfondibile. Un errante.

«Restate indietro,» ordinai.

Afferrai la maniglia della porta scorrevole e tirai con forza verso sinistra. L'errante cadde in avanti, letteralmente incapace di reggersi in piedi. Piombò sul pavimento di legno con un rumore di ossa secche. Abbassai la canna del fucile, ma non premetti il grilletto. La creatura che strisciava ai miei piedi era uno spettacolo pietoso. Era rimasto chiuso là dentro per anni. Senza stimoli, il suo corpo era andato incontro a una mummificazione innaturale. La pelle era grigia, tesa,, le labbra inesistenti, gli occhi ridotti a cavità buie. I vestiti — una camicia a righe bianche e blu sbiadita e dei jeans — gli pendevano addosso come su uno spaventapasseri. Provò ad allungare una mano ossuta verso i miei stivali, aprendo la bocca sdentata in un rantolo debole. Non mi spiegavo come diavolo facesse ancora a muoversi. Era tenuto insieme solo da quel fottuto virus.

Non sprecai un proiettile. Mi bastò sollevare un piede e schiacciargli la testa. Lo afferrai per il colletto della camicia. Pesava sì e no trenta chili. Lo trascinai per i piedi lungo il corridoio, fuori dalla porta d'ingresso, e lo gettai oltre la veranda, lasciando che la neve iniziasse a seppellirlo in mezzo alle foglie morte.

Quando rientrai, chiudendo la porta per bloccare lo spiffero gelido, trovai Meave seduta sul bordo del divano in soggiorno. Si stava massaggiando le tempie, gli occhi chiusi. Mi avvicinai e mi sedetti accanto a lei, passandole di nuovo un braccio attorno alle spalle per trasmetterle un po' di calore.

Il mio sguardo cadde sul tavolino basso di fronte a noi. C'era uno strato di polvere spesso un dito, ma al centro spiccava una cornice di legno scuro, ribaltata a faccia in giù. Allungai la mano libera e la sollevai.

Passai il pollice sul vetro opaco, togliendo il grigiore del tempo. Era una fotografia. Una famiglia. C'era una donna dai lineamenti dolci, due bambini biondi di forse sei e otto anni, e un uomo che teneva le braccia attorno a loro. Indossava la stessa camicia a righe. Aveva gli stessi lineamenti, più gonfi e sorridenti, di quell'ammasso di ossa secche che avevo appena buttato in cortile.

Guardai la foto, poi la porta in fondo al corridoio. La storia si scriveva da sola nella mia testa, un copione già visto mille volte in questo inferno. Forse era stato morso mentre cercava provviste. Forse aveva capito cosa gli stava succedendo e, per salvare la moglie e i figli, si era chiuso a chiave nel bagno, isolandosi, condannandosi a consumarsi nel buio mentre ascoltava i suoi cari fuggire o, peggio, morire.

Un senso di oppressione mi strinse la gola. Rimisi la cornice sul tavolino a faccia in giù. Non c'era bisogno di guardare oltre. Quel mondo grigio, quel freddo che paralizzava le ossa, le case marce e le foto sbiadite... era tutto un cimitero.

Attirai Meave un po' più vicina a me, sentendo il suo respiro posarsi sul mio petto. Non le dissi nulla della fotografia. In quel momento, l'unica cosa che contava era il calore del suo corpo contro il mio, la prova tangibile che, in mezzo a quella desolazione assoluta, noi tre eravamo ancora vivi.

Il divano scricchiolò mentre Meave si sistemava meglio contro il mio fianco. L'oscurità della stanza era rotta soltanto dalla luce grigia che filtrava dalla finestra, ma potevo sentire il suo sguardo fisso sul mio profilo, pesante, carico di domande che fino a quel momento aveva tenuto a freno.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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