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CHIMERA - L'ultimo respiro dell'umanità · Cap. 11
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Capitolo 11 di 11 41 min di lettura

Facciamo un'accordo

Grazie a chi sostiene questa storia.

Michael035
1 mese fa · 368 letture · 1

«Non riesco a capire cosa tu sia veramente...» mormorò, la voce appena un sussurro che fendette il silenzio stantio della casa. «Come fai? Come fai a uccidere qualcuno e poi continuare la tua vita come se niente fosse?»

Fissai il punto nel vuoto dove fino a pochi minuti prima si trovava la fotografia della famiglia. Passai le dita sulla sua spalla, stringendola piano.

«Era il mio lavoro, Meave. Ero un Navy SEAL,» dissi con calma. «Quando sei in missione non hai molto tempo per pensare, sai? Uccidi o vieni ucciso, la guerra è questa. I primi sono i più difficili da mandare giù, ma poi... diventano solo numeri. Statistiche con cui vantarti con i compagni per convincere te stesso che non ti stiano logorando dentro.»

Lei si scostò leggermente per guardarmi in viso. «Ma non hai mai paura?»

«La paura c'è sempre,» risposi, voltandomi verso di lei. «Impari solo a nasconderla. A schiacciarla in fondo allo stomaco prima che ti faccia tremare le mani.»

Meave deglutì a fatica.

«Quante persone hai ucciso?»

Pesai ogni parola prima di pronunciarla, rispolverando fantasmi che cercavo di tenere chiusi in una scatola. «Cinquantadue confermate. Undici non confermate, durante la guerra. Dopo che il mondo è crollato ho smesso di contarle... ma sicuramente più di dieci. Quando fai parte di una comunità in questo nuovo mondo, sei sempre in guerra con qualcuno.»

«Te li ricordi tutti?»

Scossi lentamente la testa. «No. Non tutti.»

I suoi occhi si strinsero, un misto di sconcerto e dolorosa curiosità. «Come fai a non ricordarli? Le hai uccise quelle persone, Trevis.»

«Ti ricordi i primi,» le spiegai, abbassando la voce, lasciando che la verità nuda venisse a galla. «Ti ricordi le facce, i dettagli minimi, quello che stavano facendo un istante prima di morire. Io operavo principalmente come cecchino. Li guardavo attraverso un'ottica da otto ingrandimenti prima di premere il grilletto. È lì che capisci che davanti a te non ci sono più le sagome di carta dell'addestramento, ma esseri umani. Ma se non spari tu, muori tu. O muoiono i tuoi compagni. E allora spari... spari proprio perché hai una gran paura. Ma non è una cosa per tutti. Ti mangia la testa se non impari a mettere da parte le emozioni.»

Meave rimase in silenzio, ma il suo sguardo non era più spaventato. Era pieno di una comprensione profonda, quasi dolorosa. Allungò una mano e mi sfiorò la guancia, la sua pelle calda in contrasto con il gelo della stanza.

«Mi dispiace,» sussurrò.

Non dissi nulla. Ridussi la poca distanza che ci separava. Le sue dita scivolarono dietro la mia nuca mentre le mie mani le cercavano il viso, d'istinto, come se l'unico modo per scacciare l'orrore di quelle storie fosse sentire che lei era lì. La baciai, le sue labbra erano calde nonostante il freddo opprimente, un bacio lento carico di disperazione, impregnato di tutto quello che avevamo visto e della consapevolezza che il domani non era garantito a nessuno.

Il piano di legno scricchiolò bruscamente sopra di noi, seguito da passi leggeri che scendevano le scale.

«È tutto a posto,» disse la voce di Clementine dall'ingresso del soggiorno. «Il piano di sopra è vuoto e le finestre sono—»

Ci staccammo di scatto, voltandoci verso di lei.

Clem si bloccò a metà strada, il braccio con la torcia che calava lentamente lungo il fianco. Sbatté le palpebre un paio di volte, con un'espressione di puro e spiazzato imbarazzo

«Oh... scusate...» disse, facendo mezzo passo indietro come se volesse ripartire verso le scale. «Finisco di dare un occhiata sopra.»

Il momento di tensione si spezzò all'istante. Meave si portò una mano alla bocca e scoppiò in una risata genuina, cristallina, la prima vera risata che le sentivo fare da giorni.

«No, Clem, resta!» le disse Meave, asciugandosi una lacrima d'imbarazzo mentre cercava di ricomporsi sul divano. «È tutto a posto.»

La sera arrivò subito. Quando la luce grigia oltre i vetri sporchi si spense, lasciando il posto al buio denso e assoluto della notte, il silenzio della casa si fece quasi rassicurante. Clem decise di ritirarsi al piano superiore, dove aveva trovato una camera con un letto ancora intatto. Aveva il sonno leggero e la pistola carica sul comodino. Eravamo al sicuro, per quanto quella parola potesse avere ancora un senso.

Rimasti soli nel soggiorno, io e Meave aprimmo il vecchio divano-letto. I cardini arrugginiti stridettero, ma quando il materasso si distese, lei ci passò sopra una mano, quasi incredula. Era logoro, impolverato e sapeva di chiuso, ma in quel mondo di asfalto ghiacciato e sedili d'auto, ci sembrò un fottuto lusso.

«Oddio, un materasso... è un sogno.» disse Meave.

«Sì dai, meglio di niente...»

«Dio, che eterno insoddisfatto che sei.»

Ci raggomitolammo sotto le coperte che avevamo recuperato e i nostri giacconi. La regola era sempre la stessa: fare a turni per la guardia. Fui io il primo a chiudere gli occhi, sprofondando in un sonno vigile, di quelli in cui un orecchio resta sempre teso.

Quando arrivò il mio turno di vegliare, mi misi seduto contro lo schienale, tenendo il fucile appoggiato sulle ginocchia. Meave scivolò sotto le coperte, cercando di riposare. Ma il freddo pungente di quella casa senza riscaldamento era implacabile. La sentivo rigirarsi, con respiri corti e tremanti.

Dopo l'ennesimo sospiro frustrato, si girò verso di me, gli occhi che brillavano nella penombra.

«Ho freddo, non riesco a dormire,» sussurrò. «Posso stare attaccata a te?»

Feci finta di pensarci su, mantenendo il mio solito tono distaccato. «Se proprio insisti...»

Le feci spazio al mio fianco, ma Meave non si limitò ad accoccolarsi. Con un movimento fluido e inaspettato, si sollevò e si mise a cavalcioni su di me, bloccandomi tra le sue gambe. Il peso del suo corpo era caldo, urgente.

«La vuoi smettere di fare il musone ogni volta?» sussurrò a un millimetro dal mio viso. Il suo respiro mi sfiorò la pelle, carico di un'elettricità che spazzò via ogni pensiero di sopravvivenza.

I suoi occhi si muovevano come se mi stesse osservando davvero per la prima volta.

«Scaldami ora.»

Non ci fu bisogno di aggiungere altro. La tirai a me, e le nostre bocche si cercarono con una fame che andava oltre il semplice desiderio. Era un bisogno viscerale di sentirsi vivi, di aggrapparsi a qualcosa di umano in mezzo alla morte. L'attrazione divampò come un incendio in una foresta secca. Meave iniziò a muoversi lentamente sopra di me, un attrito che mi mandò il sangue al cervello. Sotto le coperte, le mie mani si infilarono sotto il lembo del suo maglione pesante. La sua pelle era bollente in contrasto con le mie dita fredde. Le accarezzai la schiena, risalendo, fino a prenderle il petto. Meave inarcò la schiena con un respiro profondo e tremante che mi si infranse contro le guance.

Le sue mani, intanto, armeggiavano con i bottoni e la zip del mio giaccone, spingendo via gli strati di stoffa ruvida per trovare la mia pelle. Le dita si infilarono sotto la mia maglia e scorsero sui miei muscoli tesi, tracciando i contorni del mio petto con dolcezza.

In una lotta silenziosa contro l'aria gelida della stanza, ci liberammo solo dell'essenziale, restando avvolti nel bozzolo scuro di quelle lenzuola logore. La sentivo bagnata, pronta. Quando le sue mani scesero per guidarmi dentro di lei, il contatto fu una scossa che ci fece sussultare entrambi.

«Aah!» Il gemito di Meave le sfuggì dalle labbra, ma se lo soffocò all'istante, premendosi il palmo della mano sulla bocca per non farsi sentire da Clem al piano di sopra.

Facemmo l'amore per la prima volta su quel divano sfondato, in un ritmo lento, profondo e disperato. I nostri volti erano vicinissimi, i nostri respiri si mescolavano nell'oscurità, scaldandoci a vicenda, scacciando il gelo dell'inverno e gli orrori della giornata.

Presi Meave per i fianchi e, ribaltando la situazione, entrai di nuovo in lei spingendo con più foga.

«Ah! Trevis!» ansimò a bassa voce. Lei mi prese il viso con entrambe le mani.

«Non finire dentro... ti prego,» mi sussurrò all'orecchio, la voce rotta dal piacere e dalla necessità pratica di un mondo in cui una gravidanza significava quasi certamente una condanna a morte. Le accarezzai i capelli sudati, annuendo in silenzio, stringendola forte mentre acceleravo, perdendomi nel suo calore fino ad arrivare al limite e tirarmi fuori, crollando infine sfinito sul materasso accanto a lei.

Restammo lì per lunghi minuti, a guardarci negli occhi, con i respiri affannosi, avvolti nella pesantezza soddisfatta di chi si è appena ricordato cosa significa essere umani. Il sudore cominciava già a raffreddarsi sulla pelle sotto le coperte pesanti.

Meave mi guardò ancora per qualche secondo nel buio, poi storse leggermente il naso, con un mezzo sorriso stanco che le increspava le labbra.

«Mio Dio... fatti una doccia, ti prego,» sussurrò.

Soffocai una mezza risata, passandomi una mano sul viso.

«Prima di accusarmi, forse dovresti annusarti da sola.»

«Sei insopportabile.»

«Anche tu, solo che oltre a essere insopportabile puzzi e russi.»

La sentii ridacchiare piano, poi il silenzio tornò a riempire la stanza.

[CONTINUA...]

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Michael035

Scrivo erotica da poco. Le mie storie partono sempre da una scintilla reale — qualcosa che è successo a me, a chi mi sta intorno o che potrebbe capitare a chiunque nella vita di tutti i giorni. Prendo quella dinamica quotidiana e ci costruisco attorno una trama romantica e intensa, sviluppandola in più parti. Da me non troverete racconti singoli e veloci, ma vere e proprie raccolte e libri da esplorare. Mi piace scavare nella psicologia e nei sentimenti dei personaggi, per poi farli esplodere in una passione erotica travolgente.

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