Vai al contenuto
Erotika
Il patto proibito
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Racconto21 min di lettura

Il patto proibito

Una madre e un figlio si ritrovano a condividere un momento di intimità proibita nel retro del loro ristorante di proprietà. Il tutto nasce da un momento di profondo stress per entrambi, che si promettono di cedere solamente una volta alla tentazione.

Michael035
2 mesi fa · 3.8k letture · 0

Ci sono odori che ti si incollano all'anima prima ancora che ai vestiti. Il mix nauseante di olio fritto, sugo ristretto e sgrassatore industriale al limone è diventato la mia seconda pelle, il marchio indelebile della mia prigionia.

Mio padre lo chiama "il nostro futuro", ma per me questo ristorante è solo un casello autostradale. Devo pagarmi il biglietto d'uscita, che ha la forma di una laurea in economia, e l'unico modo per farlo è spaccarmi la schiena qui dentro. Tra i turni massacranti, le prove con la band che saltano sistematicamente insieme agli allenamenti di calcio. La mia vita privata è praticamente finita.

Ho rotto con Martina, la mia ragazza, perché ormai non riuscivamo più a vederci:

«Non ci sei mai, Lorenzo. E quando ci sei, sei troppo stanco o devi studiare o allenarti o suonare con la tua cazzo di band», mi ha detto, prima di andarsene definitivamente. Aveva ragione. Non potevo biasimarla, ma il vuoto che ha lasciato si è sommato allo stress per gli esami, trasformandomi in una corda di violino pronta a spezzarsi.

Senza una ragazza, senza valvole di sfogo, l'unica donna con cui passo la maggior parte del mio tempo è mia madre, Manuela.

Dovrei vederla solo come madre, ma il problema è che non ci riesco proprio e la biologia, a volte, se ne frega delle etichette familiari. Soprattutto quando lei è un metro e cinquantanove di curve esplosive, mora, con un sorriso solare che illumina la sala e una quinta misura di seno che nessun vestito riesce a far passare inosservata.

Ho iniziato a guardarla con occhi diversi. Occhi sbagliati. Me ne rendo conto da solo, mi do del coglione cento volte al giorno, ma è più forte di me. È una presenza fissa, accogliente. È una madre comprensiva quando mi vede distrutto dai libri, ma sa essere un sergente di ferro quando c'è da mandare avanti la baracca. Per nascondere questo stupido cortocircuito ormonale, ho alzato il tiro delle mie solite battutine. Sono estroverso, il ragazzino sfacciato con la battuta a doppio senso sempre pronta. Lei ci è abituata, alza gli occhi al cielo o mi dà uno scappellotto affettuoso, liquidando il tutto come "il solito Lorenzo". Non immagina nemmeno lontanamente cosa mi passi per la testa.

Fino a una sera...

La cucina è un girone dantesco. Fuori c'è il pienone, fa un caldo asfissiante e la ventola d'aspirazione sembra rantolare. Ho la maglietta appiccicata ai muscoli della schiena, i capelli umidi di sudore, e l'ansia per l'esame di Economia che avrò tra tre giorni mi martella le tempie.

A un certo punto, le porte a battente si aprono.

Manuela entra per sollecitare una comanda. Lei è quasi sempre alla cassa, il che significa che è vestita in modo impeccabile: una gonna a tubino scura che le fascia i fianchi alla perfezione e una camicetta che a stento trattiene quelle sue tette giganti. Entra nel mio inferno di vapore e grasso portando con sé un'ondata del suo profumo dolce, qualcosa che sa di vaniglia e fiori.

«Lory, il tavolo quattro aspetta i risotti da venti minuti, a che punto siamo?» chiede, con quel tono autoritario ma morbido che mi fa impazzire.

«Dammi due minuti e impiatto, Mà. Ho sempre e solo due mani», le rispondo, senza staccare gli occhi dalle padelle che sto spadellando.

«Meno male, un polpo non saprebbe fare le tue battutacce», ribatte lei, mezza divertita.

Si volta verso il bancone dei camerieri per riorganizzare dei tovaglioli di stoffa. Per farlo, si piega leggermente in avanti.

Il movimento tende il tessuto della gonna sul suo fondoschiena tondo e perfetto. Resto incantato. Il cervello mi si svuota all'istante, cancellando le comande, l'università, mio padre assente, Martina. Ci siamo solo io e la linea sinuosa dei suoi fianchi.

Inconsapevolmente, sposto la mano sinistra per afferrare una pinza. Sbaglio mira. Il mio avambraccio si appoggia direttamente sul bordo rovente della griglia di ghisa.

Il rumore della pelle che frigge arriva una frazione di secondo prima del dolore.

«Porca puttana!» urlo, stringendo i denti e ritraendo il braccio di scatto.

Mia madre si gira di botto, lasciando cadere i tovaglioli. Gli occhi scuri le si sgranano. In un secondo cancella le distanze e mi è addosso.

«Lorenzo! Attento però... fammi vedere che ti sei fatto!»

Non mi dà nemmeno il tempo di rispondere. Mi afferra il polso con una presa ferrea, sorprendentemente forte, e mi trascina verso il lavandino di servizio. Apre il rubinetto dell'acqua fredda al massimo e ci spinge sotto il mio braccio.

Il getto ghiacciato è un sollievo per l'ustione, ma il vero shock termico è il corpo di mia madre. Lo spazio davanti al lavandino è angusto e lei, per tenermi fermo il braccio, si è dovuta premere contro di me. Sento il calore del suo petto generoso schiacciato contro il mio bicipite. Il suo respiro accelerato mi sbatte contro il collo, facendomi venire i brividi.

«Sei un proprio un caprone certe volte...» mormora, il tono severo che si incrina in una sincera preoccupazione materna. L'odore del suo profumo ora copre del tutto quello della cucina.

«Ma si può sapere dove stavi guardando?»

Tiro su col naso, il respiro irregolare. Il bruciore al braccio sta già passando in secondo piano, sovrastato dall'elettricità che mi sta attraversando il corpo per quel contatto. Mi volto leggermente a guardarla. È così vicina che posso contare le sue ciglia.

«Niente mà, ero semplicemente distratto... scusa», mormoro, la voce stranamente rauca, più bassa del solito. Niente tono da ragazzino sfrontato, niente ironia. Solo una scusa banale.

Manuela alza lo sguardo sul mio viso. I nostri occhi si agganciano. L'acqua continua a scorrere rumorosamente sul metallo del lavandino, ma per un istante infinito sembra che il tempo in cucina si sia cristallizzato.

La sua espressione cambia. Passa dalla preoccupazione a un lampo di improvvisa consapevolezza. Capisce esattamente a cosa mi sto riferendo. Socchiude le labbra, forse per rimproverarmi, forse per dirmi la sua solita frase di incoraggiamento, ma non dice nulla.

La sua presa sul mio polso si allenta leggermente, ma non si sposta di un millimetro. Non si allontana. Rimane premuta contro di me, intrappolata nel mio sguardo, mentre l'acqua gelida continua a scorrere.

La serata finalmente giunse al termine. Il rumore dell’ultima sedia rovesciata sul tavolo segnò la fine ufficiale dell’inferno. Erano passate da poco le due di notte. Le luci della sala principale erano state dimezzate, lasciando il ristorante in una penombra ambrata che faceva sembrare tutto più finto, quasi un set cinematografico abbandonato.

Manuela si passò una mano tra i capelli, sfilando l’elastico che li teneva legati e lasciando cadere le onde scure sulle spalle. Sembrava esausta, ma la sua camicetta, per qualche legge della fisica a me sconosciuta, era ancora maledettamente perfetta.

Si appoggiò al bancone del bar e guardò i ragazzi della sala.

«Ok, basta così per stasera», disse, la voce incrinata dalla stanchezza.

«Marco, Sara, Ambra… voi vi siete fatti il doppio turno. Andate a casa. La sala la finiamo io e Lorenzo con i ragazzi del serale. Fuori, su, prima che vi chiuda dentro.»

Ci furono mormorii di ringraziamento e sospiri di sollievo. In dieci minuti i "superstiti" del turno diurno svuotarono gli spogliatoi e sparirono nella notte.

Pagina 1 di 4 · 0%
0

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista